Il solito vecchio film

La notizia è che Veltroni ha finalmente uno sfidante: il Pd ha un candidato alla segreteria e il suo nome è Pierluigi Bersani. Tutto lascia pensare che sarà lui il prossimo segretario della più grande forza di opposizione: vale la pena quindi tentare di capire come sarà il suo Partito Democratico.

Bersani ha annunciato la sua candidatura la settimana scorsa attraverso un’intervista concessa a Repubblica, ma il pessimo timing della sua iniziativa lo ha penalizzato: il paese intero era col fiato sospeso in attesa di apprendere le sorti di Eluana Englaro e le decisioni del premier, e la notizia non ha avuto sui giornali lo spazio che probabilmente meritava. Se, invece, Bersani avesse aspettato la conclusione del caso Englaro per ufficializzare la sua candidatura, approfittando della grave empasse del partito e dell’ennesima divisione sul voto al ddl del governo, probabilmente si sarebbe mangiato tutti in un sol boccone e sarebbe già un salvatore della patria. Errori da novellino, che dimostrano come almeno sul fronte dello spin e della comunicazione il prossimo segretario del Pd non sia messo molto meglio del segretario attuale.

Così com’è apparso chiaro già dall’intervista che ha annunciato la sua candidatura, è evidente che il percorso di Bersani da qui alla segreteria sarà costellato di critiche alla gestione veltroniana del partito, che probabilmente si faranno strada facendo sempre più pesanti: un po’ per reali divergenze politiche, un po’ accreditarsi davanti a un elettorato che non ne può più di Veltroni, un po’ per tentare di ricucire con quei settori politici che sono stati emarginati e penalizzati dalla vocazione maggioritaria veltroniana. Bersani dialogherà con tutti i partiti che furono dell’Unione e anche con l’Udc, parlerà di fatica, di concretezza, di territorio, di serietà e di affidabilità per uscire dalla crisi; mollerà artifici cinematografici, feticci obamiani, slogan volatili e governi ombra. Tutto sommato, però, a meno di grosse novità nella selezione del suo esecutivo, la linea politica resterà la stessa. Ci sarebbe la possibilità di comunicarla meglio, ma ci siamo già accorti di non poterci aspettare granché.

All’indomani della prevedibile debàcle del Pd alle europee, Veltroni dirà che non cercherà la rielezione al congresso e per Bersani comincerà la discesa verso un congresso nel quale non dovrebbe avere rivali particolarmente impegnativi, forse un solo candidato dell’area centrista, interessato a contarsi. Una volta eletto segretario dalla solita sbrodolata plebiscitaria, il Pd inizierà quindi a mutare direzione: abbandonerà la vocazione maggioritaria di veltroniana memoria e comincerà a tessere alleanze, alla sua destra e alla sua sinistra. A sinistra, con gli scissionisti di Vendola e il movimento che saranno stati in grado di costruire, più Sinistra Democratica e – forse – i Verdi; a destra con quella Udc che nella giostra delle poltrone e degli incarichi potrebbe essere molto meno centrista di un tempo; potrebbe addirittura non essere più Udc. L’ascesa di Bersani, la rottura del patto tra Ds e Popolari, lo slittamento a sinistra delle alleanze sarebbero infatti il via libera per l’area rutelliana del partito, che da tempo smania per avere maggiore spazio di movimento. Francesco Rutelli sarebbe seguito a ruota da Enrico Letta, che con la dichiarazione di voto al Dll su Eluana Englaro ha mandato un chiaro segnale all’Udc, anche a costo di compromettere le sue chance di rivestire importanti incarichi nel Pd.

Ricapitolando, quindi: un Partito Democratico un po’ più a sinistra e di sinistra, con qualche voto in meno ma un paio di alleati in più; un partito di centro liberale che fa l’occhiolino a sinistra. Sembra una grande novità, invece è grosso modo un salto indietro nel tempo di tre anni esatti, quando il Partito Democratico si chiamava Democratici di sinistra e il centro liberale si chiamava Margherita. E sappiamo tutti come andò a finire.

(su Giornalettismo)