Talento sprecato

Il giochino dialettico per cui se un’impresa oggi prende gli aiuti dallo Stato non potrà lamentarsi domani dei “lacci e lacciuoli” dello stesso Stato è sbagliato e fuorviante, e basterebbe come esempio quello che accade negli Stati Uniti. Negli Stati Uniti le imprese concorrono da sempre in un sistema di libero mercato che ha creato la più solida e florida economia del mondo – lo è anche oggi, rispetto alle altre. La crisi che è arrivata è una crisi finanziaria, non industriale: le imprese c’entrano molto poco. E anche se fosse, comunque, negli Usa come nel resto del mondo occidentale gli stati nazionali si stanno assumendo l’onere di salvare le imprese too big to fail, e in nessuna parte del mondo occidentale e liberale a questo si sta accompagnando una politica dell’aumento dei “lacci e dei lacciuoli”, che sarebbe quanto di più simile a un suicidio. Una cosa – buona e giusta, secondo chi scrive – è inserire nel mercato dei principi di regolazione e di buon senso, per evitare che quel che è accaduto si ripeta; altra cosa è sottoporre le imprese alla legislazione folle e scriteriata che esiste in Italia. Eliminare i “lacci e i lacciuoli” non vuol dire lasciare che le imprese facciano quel che pare loro: in Italia siamo lontani anni luce dall’avere questo tipo di problemi. Dire – e dirlo con quel tono da bava alla bocca, persino nei confronti di uno dei migliori manager italiani – che se ti prendi i soldi dallo Stato oggi non puoi lamentarti della legislazione italiana domani è una semplificazione di un populismo gigantesco: lo Stato salvi le imprese che non possono essere lasciate fallire (in base a quale principio? quello sempre valido del male minore), riformi determinati meccanismi di regolazione, tutela e vigilanza ed elimini i “lacci e lacciuoli”, perché quelle imprese producano più ricchezza, diventino più forti e non abbiano bisogno in futuro di simili interventi. Tutto questo discorso filerebbe più liscio se al centro del nostro esempio non ci fosse la Fiat, certo, dato che in passato ha ricevuto impunemente aiuti di stato a mai finire. Ma la colpa era soprattutto dello Stato, era un’altra Fiat ed era un altro mondo, data l’eccezionalità della situazione attuale.

Mi sarei fermato volentieri qui se non avessi letto il seguente post di Gilioli, che sostiene – in merito all’ordinanza di Lucca sui ristoranti etnici – che il ristorante etnico o fast food va bene se parliamo di “contaminazioni culturali e della biodiversità umana” (eh?), non va bene se l’oggetto della discussione sono i Burger King e i McDonald’s a Kathmandu o a Roma. Ed è patente quanto questa opinione sia imbevuta di ideologia, dato che non si capisce proprio perché il kebabbaro sia “contaminazione culturale” e il Big Mac no. Anche perché con l’“architettura barocca” stonano tutti e due. E poi in concreto cosa vogliamo fare: chiedere il passaporto a chi vuole aprire un ristorante? Chiedere a chi vuole una licenza per aprire un ristorante che fornisca le ricette dei piatti ha intenzione di cucinare? Ritagliare in città delle zone a divieto di cibo etnico? E se ho un ristorante italiano ma servo la paella o un hamburger? Chiudiamo i fast food già esistenti? Impediamo che si aprano Burger King o Kebab Halal sulla base della conservazione della nostra identità e della nostra tradizione, come direbbe un leghista qualsiasi, o Marcello Pera?

Non passerò la vita a fare il debunker di quello che scrive Alessandro Gilioli sul suo blog, ma questo uno-due mi sembra significativo: uno dei migliori blog e blogger italiani si è trasformato in una sorta di Beppe Grillo politicamente corretto, e questa è una brutta notizia.

Aggiornamento: me lo fanno notare nei commenti ed effettivamente è vero: all’architettura barocca nuociono anche gli italianissimi pizzaroli con insegna tricolore, no?