Francesco CostaWhen in trouble, go big

Francesco Costa

When in trouble, go big

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Il dopo Assemblea dei Mille

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04/09/2007

Sono in arretrato di un qualche racconto sugli ultimi giorni al Comitato “La nuova stagione” e sull’Assemblea Nazionale dei Mille.

Gli ultimi giorni al Comitato sono stati frenetici quanto mai: l’organizzazione dell’Assemblea è stata faticosa ma bella, ed è andata avanti praticamente senza intoppi. L’Assemblea, poi, è stata magnifica.
Il post di Filippo sul blog dei Mille riassume bene le sensazioni provate in due giornate ricche e produttive. E’ un ottimo trampolino da qui al 14 Ottobre, e anche un discreto punto di partenza per il dopo, per quando saremo Partito Democratico.
Presto sul blog dei Mille troverete online sia il verbale dell’Assemblea (con tutti gli interventi in formato pdf) sia i video, di cui trovate già su Radio Radicale quelli relativi alla seconda giornata di lavori (la meno interessante e più “interna”, ma tant’è).

Questo è il testo del mio intervento nella prima giornata dell’Assemblea, a proposito del Partito Democratico e il meridione d’Italia.

Assemblea Nazionale de iMille
Roma, 1 Settembre 2007

E’ particolarmente bello per me oggi partecipare a questa assemblea. Io sono Francesco Costa e in questi mesi per iMille mi sono occupato, tra le tante cose, della gestione della corrispondenza: ho letto e risposto una per una alle centinaia di email che sono arrivate al nostro indirizzo di posta ed è bello poter finalmente associare i nomi di tanti di voi a un volto e una voce.

Quello di cui voglio parlarvi è la situazione in cui si trova il mezzogiorno d’Italia, e in particolare una regione importante e maledetta come la Sicilia. E’ un tema che mi sta particolarmente a cuore a causa della provenienza geografica, ma è un tema che dovrebbe stare a cuore a tutti, perchè è anche dalla risoluzione dei problemi del meridione che passa la ripresa economica e la rivalsa sociale del paese.

Faccio una piccola digressione. In questi mesi sul blog de iMille abbiamo ragionato bene e a lungo della diaspora dei cervelli italiani. Abbiamo pubblicato una lettera-appello vibrante che ha raccolto decine e decine di adesioni da parte di italiani sparsi per il mondo con incarichi importanti e di prestigio che in questo paese non avrebbero potuto raggiungere. La battaglia per una politica che crei le condizioni per favorire il rientro dei cervelli è una battaglia importante che deve essere proseguita: fare una o più esperienze di lavoro all’estero deve tornare ad essere una libera scelta e non una necessità. Accanto a questa, però, c’è un’altra emergenza collegata a un fenomeno di emigrazione di massa che dobbiamo essere in grado di affrontare e che deve essere risolta per sollevare le sorti del paese. Scriveva Repubblica qualche mese fa di come l’emigrazione dal sud al nord del paese sia salita a livelli che non si raggiungevano dagli anni ’60. Ora, il fatto che i cittadini si muovano e abbiano esperienze lavorative in città diverse da quella in cui sono nati è un bene. Ma nel momento in cui questa tendenza è monodirezionale, allora bisogna fare attenzione a non confondere la mobilità con la fuga. Quello che succede in Sicilia e in buona parte del meridione d’Italia non è mobilità, è fuga.

I perchè di questa fuga sono tanti e non risalgono certo a ieri; allo stesso modo, sarebbe stupido e ipocrita ignorare i passi avanti fatti dal meridione d’Italia negli ultimi cinquanta anni. Quel che è certo è che la situazione del sud è e rimane drammatica, e davanti ad una terra con tanti e tali problemi le responsabilità non possono che essere attribuite in primo luogo ai suoi amministratori locali, alla politica. Una politica che – tranne alcune eccezioni – si è dimostrata in maniera del tutto trasversale incapace e svogliata nella lotta alla criminalità organizzata, ove non addirittura collusa. Una politica che si è dimostrata incapace di dare una risposta ai problemi della casa, del lavoro, dell’impresa. Una politica che si è dimostrata completamente disinteressata nell’opporsi ad una delle più gravi emergenze della regione, che è il tasso incredibilmente alto di dispersione scolastica durante gli anni della scuola dell’obbligo.

Parliamo di politica, quindi. La Sicilia è tristemente nota per essere un feudo del centrodestra. La Sicilia è la regione in cui nel 2001 la Casa delle Libertà vinse in 61 collegi su 61, la Sicilia è la regione che vota Salvatore Cuffaro e non Rita Borsellino, la Sicilia è la regione in cui tale Umberto Scapagnini governa da sette anni Catania, la mia città, con l’unico merito di essere il medico personale di Silvio Berlusconi, portandola al disastro finanziario e ad un passo dal commissariamento. Le cause di questo tragico predominio del centrodestra non sono nè la particolare abilità dei politici siciliani della Casa delle Libertà nè – come qualcuno spesso vorrebbe far credere – una arretratezza culturale che relegherebbe i siciliani nello stato di cittadini di serie B. La Sicilia non è più la regione della coppola e della lupara, o delle donne vestite di nero che camminano con lo sguardo basso: pensare questo è troppo facile. L’inadeguatezza della Sicilia a tenere il passo del paese e giocare le sfide del nuovo secolo è prima di tutto una inadeguatezza della classe politica a liberare le infinite potenzialità della regione.

Vedete, lo strapotere del centrodestra nella politica siciliana non è un caso. E’ una diretta conseguenza dell’incapacità della sinistra di dare risposte serie e concrete ai problemi ed alle esigenze delle persone. Davanti ai problemi della disoccupazione, della drammatica mancanza di opportunità per i giovani, della malasanità, della carenza di infrastrutture, la risposta del centrodestra è efficace ed efficiente: è la risposta delle clientele, dei favori, delle raccomandazioni, delle promesse. Una politica assurda ed eversiva che predomina soprattutto perchè davanti a problemi ed emergenze così urgenti la risposta della sinistra semplicemente non c’è, non esiste. La sinistra in Sicilia è in stato comatoso, schiacciata tra una drammatica arretratezza ideologica e l’incapacità pressochè totale di cambiare atteggiamento nei confronti dell’isola ed elaborare dei seri progetti di riforma.

Non è un caso se una persona capace come Anna Finocchiaro ha trovato il riconoscimento del suo valore in Senato e non a Catania, dove spesso è risultata ospite poco gradita anche per i dirigenti locali nel suo stesso partito. Non è un caso se un altra persona di assoluto valore come Claudio Fava fa un ottimo lavoro al Parlamento Europeo da due legislature mentre in Sicilia più volte è stata vittima del cosiddetto “fuoco amico”. Non è un caso se alle ultime elezioni regionali ci si sia trovati costretti a tirar fuori il jolly della candidatura di Rita Borsellino che coprisse il vuoto assoluto prodotto dalla classe politica di centrosinistra.

Se restringiamo il nostro sguardo solo ai soggetti che stanno per costituire il Partito Democratico, la situazione non è incoraggiante. I Ds stanno poco sopra il 10%, e soffrono di un’immobilismo deprimente e drammatico; la Margherita ha più o meno lo stesso bacino di voti, ma ha una identità politica che potremmo definire “fluida”. Spesso negli ultimi anni la Margherita si è infatti distinta per essere la porta da e verso il centrosinistra: non appena si avvicina una scadenza elettorale, inizia il via vai di personaggi più o meno noti che vanno dalla Margherita all’Udc, o dall’Udc alla Margherita, o dalla Margherita a varie liste e listarelle, cercando volta per volta di intuire dove possa tirare il vento. In questa situazione non stupisce che l’uomo più in vista della Margherita siciliana, nonchè al momento unico candidato alla segreteria regionale del Partito Democratico sia Ferdinando Latteri, un ex-Forza Italia oggi deputato dell’Ulivo che ha fatto il salto della quaglia quando – alla vigilia delle ultime europee – ha capito che il vento in Italia stava cambiando. Capirete quindi che la situazione del nascente Partito Democratico in Sicilia non sia esaltante, e capirete perché ormai da qualche anno i vertici nazionali di Ds e Margherita hanno quasi abbandonato al suo destino la politica siciliana, ritenuta praticamente una sorta di malato incurabile.

Il Partito Democratico, però, specie nella direzione politica che gli sarà impressa dai suoi vertici nazionali e in primis dal suo segretario nazionale, non deve cadere nell’errore fatto dai coordinamenti nazionali di Ds e Margherita di abbandonare a sé stessa la politica siciliana. Il Partito Democratico non deve tirarsi indietro davanti alla mission impossible di liberare le energie della regione e cambiare il modo di fare politica in Sicilia. Esistono delle persone, degli episodi che ci danno speranza: penso all’esperienza da sindaco di Catania di Enzo Bianco, e l’Etna Valley; penso alla Rete di Leoluca Orlando e Claudio Fava, quando si parlava di primavera siciliana; penso alla storia di Nichi Vendola, candidato outsider alle primarie pugliesi e oggi governatore; penso a Rosario Crocetta, sindaco di Gela comunista, omosessuale e più volte minacciato di morte per il suo impegno contro le mafie. Esistono delle storie che ci dimostrano che la politica siciliana non è un muro di gomma, bensì una sfida che deve essere raccolta dal nuovo partito. Una sfida che può essere vinta solo grazie ad una lucida operazione di rinnovamento della classe politica e del modo di fare politica.

Al termine di questo intervento, permettetemi di fare una riflessione amara. Con iMille siamo riusciti in pochi mesi a raccogliere centinaia di adesioni da ogni angolo del pianeta, abbiamo nuclei organizzati all’estero e in diverse regioni italiane. Siamo riusciti a far partire dalla vetta della montagna una palla di neve che diventa più grande ogni giorno e che tutti ci auguriamo possa diventare presto valanga. Siamo però ancora molto deboli nel sud del paese, e in particolare in quelle regioni dove questioni per noi centrali come la necessità di una democrazia compiuta e avanzata o la vittoria del merito sui privilegi e sul censo sono battaglie quanto mai sentite e necessarie.

Per questo, credo che sia necessario e importante avere delle candidature giovani e rinnovatori in posizione eleggibile nelle regioni del meridione d’Italia, indipendentemente dal fatto che possano avere o non avere il bollino dei Mille. E credo che all’indomani del 14 Ottobre dovremo porci con decisione il problema della disomogeneità della nostra composizione. Lo ripeto: la rinascita del sud d’Italia non è una battaglia persa ma una sfida che deve essere combattuta con pazienza e con tenacia. Lasciatemi quindi parafrasare una affermazione di una illustre democratica siciliana, Anna Finocchiaro: o il Partito Democratico sarà il partito della rivincita del meridione, o non sarà. E iMille dovranno lavorare anche per questo. Grazie e buon lavoro a tutti.

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