Questo sito contribuisce alla audience di IlPost

I dati ufficiali sono un’illusione ottica

Queste nuove giornate stanno cominciando ad assumere una loro forma. Per esempio, per un po’ di persone ogni giornata è scandita dalla conferenza stampa con cui intorno alle 18 la Protezione Civile diffonde i dati quotidiani sul numero di persone contagiate, morte, ricoverate e guarite. Tante altre cose che compongono le nostre strane giornate sono una conseguenza di quei dati: a cominciare dai titoli, i grafici, i flussi e gli scenari che vediamo fiorire in televisione, sui social network e sui giornali, e che permettono a tutti di fare delle ipotesi, di sostenere delle tesi, di ipotizzare evoluzioni e interventi. I dati sono la nostra bussola: chiusi in casa, sono l’unico modo che abbiamo per provare a capire quello che sta succedendo.

Il problema è che quei dati ci dicono sempre meno.

Innanzitutto capita che quei dati siano incompleti. Una volta manca la Campania, una volta la Puglia, una volta Trento, una volta la Lombardia; altre volte i dati non sono ufficialmente incompleti ma presentano incongruenze che vengono corrette il giorno successivo. Nonostante queste occasionali ma frequenti incompletezze, quei dati vengono comunque commentati e analizzati, e ispirano discussioni sul picco che arriva o non arriva e quando arriva, sulle regioni messe meglio o messe peggio, su quello che ci aspetta. Poi il giorno dopo arrivano dei nuovi dati e si ricomincia, anche se a volte quei nuovi dati raccontano una storia molto diversa per una provincia o una regione intera.

Soprattutto, però, ci sono ragioni fondate per pensare che questi dati – al di là dell’incompletezza a volte dichiarata – non abbiano più una vera aderenza con la realtà: che siano così parziali da non poter più essere una bussola.

Abbiamo accettato da tempo – per quanto dubito che sia noto alla grande maggioranza degli italiani – che in Italia si fanno i tamponi soltanto a chi presenta sintomi importanti. Dato che la COVID-19 si manifesta in forma grave soltanto in una minoranza delle persone contagiate, questo vuol dire che il dato della Protezione Civile rappresenta solo una fetta piuttosto ristretta delle persone contagiate in Italia, che sono almeno quattro o cinque volte quel numero. Di per sé questo potrebbe non essere un grosso problema: basta saperlo. Se il criterio con cui facciamo o non facciamo i tamponi rimane uniforme e costante, l’evoluzione dei dati può dirci comunque molto. Se testiamo tutti i pazienti con sintomi gravi, anche il dato dei morti può dirci molto.

Quel criterio però non è più uniforme né costante.

La linea sui tamponi cambia da regione a regione. Ci sono regioni che li fanno solo a chi ha sintomi gravi o è entrato in contatto con una persona contagiata. Ci sono regioni che negli ultimi giorni hanno deciso di estendere questi criteri e farli “a tappeto” o quasi, per esempio il Veneto. Ci sono regioni che non testano i familiari delle persone positive, nemmeno quando presentano sintomi importanti, altre che invece lo fanno. In Lombardia, la regione con la situazione più drammatica, si fanno i tamponi solo alle persone che arrivano in condizioni gravissime in ospedale; e ci sono tante persone, soprattutto nella provincia di Bergamo, che muoiono in casa prima di essere testate. Muoiono, probabilmente muoiono a causa del coronavirus, e non rientrano nei dati quotidiani sui morti.

«Da quello che sappiamo», ha detto un biologo oggi a Repubblica, «gli ospedali lombardi, ormai al limite del collasso, rimandano indietro moltissime persone con sintomi senza far loro il tampone. E quindi il numero di contagiati è ampiamente sottostimato. Ma come denunciano i sindaci del bergamasco, c’è una stima errata anche dei decessi. Molti ormai muoiono a casa senza tampone e non nelle terapie intensive, quindi non risultano conteggiati come decessi per Covid-19 nei resoconti ufficiali. L’unica cosa certa è che i dati in arrivo dalla Lombardia sono ormai inutilizzabili».

Insomma: la metà dei contagiati rilevati in tutta Italia è in Lombardia, e non si riescono a testare nemmeno tutte le persone con sintomi gravi. Capite bene che in un contesto come questo basta cannare i dati sulla Lombardia perché l’intero quadro nazionale perda senso. Li stiamo cannando, e quelli che arrivano dalle altre regioni d’Italia non sono uniformi né raccolti con gli stessi criteri. In Emilia-Romagna ci sono 4.525 contagi rilevati e un tasso di letalità del 10,1 per cento; in Veneto ci sono 3.214 contagi rilevati e un tasso di letalità del 2,9 per cento. Nelle Marche ci sono 1.568 contagi rilevati e un tasso di letalità del 5,9 per cento; in Toscana ci sono 1.330 contagi rilevati e un tasso di letalità dell’1,7 per cento. Questo perché ogni regione va in ordine sparso, e ogni regione somma ai suoi buchi di rilevamento i diversi buchi delle altre regioni. Stiamo effettivamente sommando le mele e le pere.

Ora, io ovviamente non credo che la Protezione Civile stia imbrogliando tutti, per carità. La situazione è eccezionale e mai vista prima, non abbiamo le risorse per fare test a tappeto, il sistema sanitario in certe regioni è già ora al collasso e dove non è al collasso era deficitario da prima. Non penso che stia accadendo una cosa da “censura cinese”. È una cosa importante. Al di là delle intenzioni, però, è importante anche notare che il risultato purtroppo è lo stesso. C’è un motivo per cui la comunità scientifica considera pericoloso e grave che un paese non fornisca dati affidabili sul contagio alla sua popolazione, e quel motivo non è la difesa dei sani principi democratici: il motivo è che altrimenti siamo ciechi. Altrimenti non abbiamo idea di come stia procedendo il contagio. Temo che ci troviamo in questa situazione, in Italia come in tanti altri posti del mondo: abbiamo un’idea a spanne, basata sulla situazione negli ospedali, ma solo quella. Quanti sono i contagiati: non lo sappiamo. Quanti sono i morti: non lo sappiamo.

È un problema innanzitutto perché parliamo di dati. Non di valutazioni, scenari o prospettive, bensì dati, numeri, cose a cui siamo abituati ad affidare una descrizione esatta della realtà. Uno è diverso da due che è diverso da dieci che è diverso da mille. Eppure i dati quotidiani della Protezione Civile hanno un legame con la realtà molto più approssimativo e vago di quello che siamo abituati a pretendere dai numeri (numeri che, non dimentichiamolo, sono persone). Nonostante questo diffondiamo comunque questi numeri, che saranno utilizzati per fare previsioni, modelli, studi scientifici, in Italia e all’estero.

Infine, a questi dati è evidentemente legato un pezzo importante della legittimazione politica delle più gravi restrizioni alle nostre libertà dai tempi di Benito Mussolini. Prevengo l’obiezione: i dati veri sono sicuramente molto peggiori dei dati che abbiamo. Vero. Ma lo scopo dei dati è darci una misura, bella o brutta che sia: è misurare quello che abbiamo intorno. Sulla base di quella misura stiamo prendendo decisioni politiche, economiche, sanitarie eccezionali. Quando saremo in grado di dire che queste restrizioni non servono più, se non abbiamo idea di dove sia il virus? Dovessimo scegliere in futuro di adottare delle soluzioni diverse, come potremo misurare la loro efficacia in confronto alle attuali? In teoria oggi basterebbe aumentare la capacità di fare test per far esplodere istantaneamente il numero ufficiale dei contagiati, anche se magari le persone in gravi condizioni sono diminuite.

Credo che la Protezione Civile, che sta facendo un lavoro straordinario in circostanze straordinarie, dovrebbe sforzarsi di sottolineare come i dati che presenta ogni giorno vadano presi con un paio di pinze grandi come una casa. Credo che i giornali stiano facendo bene – anche al Post ci stiamo provando – a indagare e raccontare la diffusione della malattia al di là del contenuto dei dati ufficiali. Quanto a noi, per qualche giorno ho osservato con fastidio il fatto che alle 18, all’ora del solenne bollettino di guerra della Protezione Civile, una bella fetta di persone – almeno qui a Milano – avesse fissato il momento delle canzoni, dell’inno nazionale e delle urla dal balcone. Oggi sono più indulgente.

***
Il Post ha fatto una newsletter gratuita sul Coronavirus, per aggiornare e informare sulle cose da sapere e su quelle da capire: ci si iscrive qui.

Quando finirà

Riprendo la discussione aperta col post del 3 marzo, provando a ragionare in modo franco sui possibili scenari che abbiamo davanti. Credo che farlo e che farlo in modo schietto sia necessario, proprio a fronte di una situazione così incerta e imprevedibile, anche se le risposte che ci diamo dovessero essere scoraggianti. Anche sapendo che viviamo una situazione senza precedenti. D’altra parte i sacrifici che stiamo facendo ci costringono già, più o meno inconsciamente, a darci un orizzonte temporale, a pensare a quando finirà; e darsi un orizzonte temporale illusorio può aggravare le già pesanti conseguenze di questa situazione sulla salute mentale di ciascuno di noi.

Il 3 marzo scrivevo che avevamo davanti due opzioni possibili, come società: mantenere una qualche forma di normalità accettando il rischio del contagio e le sue dolorosissime conseguenze, oppure chiudere tutto. Il governo ha deciso per noi e ha scelto la seconda strada. Non voglio discutere la bontà di questa decisione, di cui capisco le ragioni, e credo che nessuno di noi – mitomani esclusi – oggi vorrebbe trovarsi al posto di Giuseppe Conte, che sta gestendo questa situazione senza precedenti con dignità. Sono stato estremamente critico verso la nascita di questo governo, ma oggi tremo al pensiero che queste straordinarie restrizioni delle nostre libertà potessero essere decise e gestite da politici autoritari e fanatici dello stato di polizia.

Però, ecco, questa è la mano di carte che ci è capitata. Abbiamo chiuso tutto. Proviamo allora a ragionare uno o due passi avanti rispetto alla nostra situazione attuale.

Non contate i giorni.

Per quanto sia umano e più che comprensibile – stare chiusi in casa ha conseguenze devastanti sulla salute mentale di decine di milioni di persone – non dobbiamo contare i giorni, o le settimane. Il decreto del governo fissa il termine del 3 aprile per le restrizioni dei movimenti perché imposizioni così straordinarie non possono che avere una data di scadenza. Ma è del tutto illusorio pensare che il 3 aprile le nostre vite possano ricominciare normalmente.

Il massimo che possiamo sperare da qui al 3 aprile – il massimo che possiamo sperare – è vedere appiattirsi quelle maledette curve dei contagiati, dei ricoverati e dei deceduti. Sarebbe una notizia fantastica. Ma non risolutiva.

Accettato che questo virus ha la capacità di contagiare dal 40 al 70 per cento della popolazione mondiale, come dicono gli epidemiologi, non bisogna dimenticare che in Italia in questo momento i contagi accertati sono in tutto circa 17.000. Considerato che facciamo il tampone solo a chi presenta sintomi importanti, e che il virus si può contrarre in forma asintomatica, a partire dal tasso di letalità possiamo ricostruire che i contagiati totali in Italia siano fin qui – compresi guariti e deceduti – tra i 50.000 e i 100.000, ed è una stima conservativa. Molti ma molti di meno dei 30 milioni di italiani (come minimo) potenzialmente esposti al contagio, e di quelli che potrebbero permetterci di parlare almeno temporaneamente di immunità di gregge. È piuttosto evidente dunque che non solo è impossibile che il 3 aprile il numero di contagiati sia zero – anche perché, appunto, la gran parte delle persone contagiate oggi non sa di esserlo – ma anche che se il 4 aprile tornassimo tutti a fare la vita di prima, a uscire e vederci e chiacchierare e abbracciarci, il virus ricomincerebbe a circolare e torneremmo rapidamente dove siamo oggi.

Sia chiaro, nessuno pensi che le restrizioni siano per questo inutili. Anzi. Restare a casa per abbassare quelle maledette curve vuol dire salvare centinaia di vite al giorno: e dovremo continuare a impegnarci per tenerle basse. Nel frattempo ci stiamo attrezzando e ci attrezzeremo per curare sempre più persone, ma per quanto sia possibile potenziare la risposta e disponibilità del nostro sistema sanitario, il numero di medici e i posti in terapia intensiva, evidentemente ogni sistema conosce un punto di rottura: un numero oltre il quale non è più possibile fornire cure adeguate ai pazienti. E quel numero non è, boh, un milione, ma è molto più basso. Quindi la necessità di tenere basse quelle maledette curve non svanirà: lo scopo è ammalarci lentamente, in modo da non sovraccaricare gli ospedali e magari sviluppare a un certo punto una qualche forma di immunità di gregge. La parola chiave nell’ultima frase è lentamente.

È probabile che il governo decida a un certo punto di allentare alcune delle attuali misure di restrizione, il 3 o il 10 o il 30 di aprile o di maggio, perché anche tenere le persone chiuse in casa ha un prezzo che cominceremo a misurare in depressioni, attacchi di panico, liti, omicidi e suicidi. Ed esiste ragione di confidare che i sacrifici di questi giorni ci abbiano resi un po’ più responsabili di prima. Ma è molto, molto, molto improbabile che un prossimo eventuale allentamento delle restrizioni somigli anche solo lontanamente alla nostra vita di prima.

Anche perché il virus non conosce confini e nel resto del mondo succedono le cose che sono successe da noi, solo con tempi, modalità e reazioni diverse. Non vuol dire necessariamente che tutti i paesi finiranno per adottare i lockdown sul modello italiano, né che ci sia un unico modo giusto per rispondere a questa pandemia o tantomeno che sia il nostro: vuol dire che anche nell’ipotesi completamente implausibile in cui a un certo punto il numero dei nostri contagiati dovesse diventare zero, saremmo comunque esposti. Anche nell’ipotesi altrettanto implausibile di bloccare tutti i collegamenti aerei da ogni paese del mondo, le merci devono continuare a viaggiare. Molte arrivano dall’estero; tutte vengono portate da persone.

Ci sono due orizzonti temporali nei quali possiamo sperare. Il primo è che davvero il caldo indebolisca il virus: non sappiamo se sarà così, non è scontato, ma potrebbe essere. In ogni caso, però, sarebbe una tregua temporanea: il virus tornerebbe a farsi sentire in autunno e in inverno, come già prevedono alcuni epidemiologi. Il secondo, naturalmente, è la produzione di un vaccino. Sappiamo per certo che lo troveremo e sappiamo per certo che ci metteremo meno tempo che per qualsiasi altro vaccino, ma sappiamo per certo che ci vorranno ancora mesi di studi e di test. Quando ce lo avremo, poi, sarà necessario produrlo e distribuirlo a miliardi di persone. Non sarà una cosa immediata.

Lo dico a me per primo: la spiazzante velocità con cui sono cambiate le nostre vite compromette la nostra capacità di accettare che l’uscita da questa crisi non sarà rapida quanto è stato il suo ingresso. Uno scenario che soltanto un mese fa avremmo considerato lunare – le code ai supermercati, la polizia per le strade a controllare chi esce di casa, le scuole chiuse, le rivolte e i morti nelle carceri, i treni che non partono, l’impossibilità di vedere i propri cari – oggi è la nostra vita quotidiana. Non possiamo escludere nemmeno ulteriori deragliamenti delle nostre vite, peraltro: basta uno sciopero degli autotrasportatori, come i tanti che ci sono stati negli ultimi anni, o nel settore della logistica. E sappiamo che, quando ripartiremo, ci metteremo un bel po’ per tornare dove eravamo. Insomma, tutto questo finirà, ma non il 3 aprile.

Anche a me ogni tanto sembra un brutto sogno.

***
Il Post ha fatto una newsletter gratuita sul Coronavirus, per aggiornare e informare sulle cose da sapere e su quelle da capire: ci si iscrive qui.

Cosa succederà

Questa cosa non finirà tra quindici giorni. Nemmeno tra due mesi. Non ci sono ragioni razionali per pensare che possa finire presto, nonostante quello che speriamo tutti. Eppure una parte non indifferente del problema è che non sappiamo cosa succederà. Non solo: che non siamo nemmeno in grado di evocare degli scenari possibili.

Proviamoci. Partiamo da cosa stiamo facendo adesso.

Da una parte, bisogna provare a rallentare l’inevitabile allargamento dell’epidemia. Le parole chiave nella frase precedente sono “rallentare”, “inevitabile” e “allargamento”. Il nuovo coronavirus è probabilmente incontenibile, come diventa evidente ogni giorno che passa e come ha spiegato un importante epidemiologo di Harvard: lo prenderemo in tanti (lui dice addirittura tra il 40 e il 70 per cento della popolazione mondiale) e per moltissimi di noi sarà semplicemente un’influenza. Il virus non è stato ancora contenuto davvero nemmeno in Cina, dove sono in vigore da settimane misure di isolamento pesantissime che in larga parte del resto del mondo sarebbe impossibile implementare. Niente ci vieta di sperare in un miracolo, e sarei molto felice di essere smentito, ma credo che possiamo serenamente ammettere che lo scenario più probabile è che il virus continui a propagarsi. Sempre secondo gli esperti, il nuovo coronavirus probabilmente resterà in circolazione per gli anni a venire, unendosi agli altri coronavirus già noti, quelli che ci fanno venire di tanto in tanto la febbre e il raffreddore: noi nel frattempo svilupperemo anticorpi e vaccini, e col passare del tempo saremo quindi sempre meno esposti.

Col passare del tempo, però. Non adesso.

Il fatto che adesso il nuovo coronavirus sia, per l’appunto, nuovo, lo rende molto contagioso, molto più della normale influenza, perché non abbiamo ancora gli anticorpi per difenderci adeguatamente. Il fatto che attualmente non esista un vaccino allarga ulteriormente il numero dei potenziali contagiati, molto più di quanto avviene con la normale influenza. Siamo tutti molto più esposti al contagio. Il fatto che questo virus sia più aggressivo sulle vie respiratorie della normale influenza, infine, produce un rilevante aumento delle persone che richiedono un ricovero. Il rischio, insomma, è che la somma di questi fattori metta sotto enorme pressione gli ospedali, i reparti di rianimazione e terapia intensiva, come sta già accadendo. Le misure che stiamo adottando in Italia e nei paesi con i focolai più grandi non servono a debellare il virus. Quella nave è salpata. Le misure servono a rallentare l’inevitabile allargamento dell’epidemia: a evitare di ammalarci tutti insieme.

Lo stesso identico numero di contagi, spalmato su un periodo di tempo più lungo, evita che molte persone muoiano.

Dall’altra parte, bisogna provare a evitare che la fuga da un guaio, l’epidemia, finisca per creare un guaio altrettanto grosso, cioè il parziale collasso dell’economia. Chiunque tra voi lavori per un’attività commerciale – come imprenditore o come impiegato – sa che razza di settimana è stata la scorsa settimana. Le aziende grandi e piccole stanno perdendo tanti, ma tanti, ma tanti di quei soldi che è molto difficile immaginare possano essere recuperati tutti quando tutto questo finirà. E siccome questo potrebbe impiegare un bel po’ a finire, nel frattempo molti rischiano di andare a gambe all’aria: vale sia per la profumeria sotto casa che per l’industria di componentistica, sia per il libero professionista che per la compagnia aerea. Con tutti i loro dipendenti, collaboratori, fornitori, e le loro famiglie. Certi danni sono riparabili; non tutti.

Siccome siete lettori intelligenti, capite benissimo che non è questione di scegliere tra la propria salute e il vil denaro: si parla in entrambi i casi delle nostre vite. Abbiamo fresco abbastanza il ricordo dell’ultima crisi da ricordarci cosa comporti una grave crisi economica, anche e soprattutto in termini di salute e sofferenze. Di sacrifici, di rinunce, di traumi, di dolori, di disagio, di cure, in certi casi di morte. E quindi in questi giorni viviamo impulsi laceranti, perché la protezione delle nostre stesse vite – intese nel senso più pieno possibile – ci spinge a comportamenti elementari e contraddittori: chiudersi in casa e uscire di casa. Entrambe le cose possono farci bene. Entrambe le cose possono farci male.

Veniamo a noi, quindi. I dati e la realtà ci dicono che i contagi stanno aumentando abbastanza da mettere in difficoltà già adesso gli ospedali, nonostante misure di contenimento che nelle regioni più colpite dal virus sono già molto dure. E parliamo comunque di meno di 2.000 contagiati su sessanta milioni di abitanti. La cosa più plausibile è che questo numero continui a crescere. Auspicabilmente non troppo in fretta, ma al prezzo allora di proseguire le misure restrittive adottate fin qui e anzi probabilmente estenderle alle regioni che oggi non ne sono coinvolte, almeno fin quando non dovessimo riuscire a rafforzare la capacità dei nostri ospedali o sviluppare un vaccino. Ma parliamo di molti mesi.

Dall’altra parte, quelle misure restrittive e la paura delle persone stanno facendo danni non indifferenti all’economia (e cioè alle persone stesse). Altro che “Milano non si ferma”: capisco le buone intenzioni ma Milano si è fermata, come una buona parte delle due regioni economicamente più rilevanti del paese. La città in cui vivo in questi giorni è abbastanza irriconoscibile, come molte altre; e come in mezza Italia sono irriconoscibili gli aeroporti, le stazioni, i treni. Tutte le cose che di solito fanno le persone che di solito li affollano, non stanno avvenendo. Ci sarà un conto da pagare.

In questi giorni siamo tutti epidemiologi e capi della Protezione Civile, e non facciamo altro che discutere di norme e leggi e ordinanze e limiti dei quali non capiamo il senso. Che senso ha riaprire le scuole tra sette o dieci giorni, che senso ha averle chiuse? Cosa sarà cambiato tra una settimana? Perché i bar possono restare aperti ma solo fino alle 18? Perché questo sì e quello no? Perché qui sì e lì no? Il punto è proprio la tensione tra i due obiettivi di cui sopra. Dobbiamo rallentare i contagi ma non dobbiamo fermare l’economia. Dobbiamo essere molto responsabili con i nostri comportamenti, soprattutto se pensiamo di avere dei sintomi, ma non dobbiamo smettere del tutto di uscire di casa, entrare nei negozi, provare un paio di jeans, cercare una nuova tv, comprare un libro. Per quanto non sarà semplice trovare un punto di equilibrio, evidentemente lo troveremo.

Provo a semplificare brutalmente. Una possibilità è che il “desiderio di normalità” di ciascuno di noi – e le comprensibili disperate pressioni di chi tra noi soffrirà di più sul piano economico – ci portino piano piano, un giorno dopo l’altro, a diventare un po’ più fatalisti. A uscire di casa un po’ di più e non un po’ di meno, a prendere quel treno, a non rimandare ulteriormente quella riunione. A capire che non ci si può chiudere in casa per sei mesi e decidere quindi di correre qualche rischio, ogni giorno qualcuno in più. Ad allentare le maglie delle misure di sicurezza ufficiali e ufficiose: quelle dettate dall’alto e quelle che ciascuno di noi detta a se stesso. Il tutto a costo di far accelerare il ritmo dei contagi e tollerare quindi, per quanto dolorosamente, un numero di ammalati e quindi anche di morti più alto dell’attuale.

Un’altra possibilità è che diventi questa, la nuova normalità. Uscire il meno possibile. Viaggiare il meno possibile. Riunirsi il meno possibile. Rischiare il meno possibile. Il tutto a costo di tollerare l’atrofizzarsi delle nostre vite e quindi, pur di salvarle, anche le dolorose conseguenze che ne arriveranno. I locali chiuderanno. Le attività già in qualche difficoltà dichiareranno fallimento. Molte persone saranno licenziate. Molte persone saranno disperate e arrabbiate, con le conseguenze che possiamo immaginare.

Sono entrambi scenari pessimisti, lo so. Ma sono entrambi plausibili. Il punto di equilibrio che troveremo si posizionerà da qualche parte in questo spettro. In qualche modo, scopriremo chi siamo: ognuno di noi e tutti insieme.

***
Il Post ha fatto una newsletter gratuita sul Coronavirus, per aggiornare e informare sulle cose da sapere e su quelle da capire: ci si iscrive qui.

The Big Seven

Tra un anno esatto negli Stati Uniti si vota per le elezioni presidenziali – 3 novembre 2020, una data che presto sentiremo ripetere ovunque – e quindi anche per noi è il caso di cominciare a muoversi. Oggi vi racconto di uno dei progetti che vi avevo annunciato lo scorso agosto. Sabato prossimo, sabato 9 novembre, uscirà su Storytel la prima puntata di The Big Seven, un nuovo podcast in sette episodi che si concluderà quindi alla fine dell’anno, giusto in tempo per ripartire poi con Da Costa a Costa. Prodotto da Piano P, ovviamente. E di cosa parla The Big Seven?

Mettiamola così. La nostra storia, la storia dell’umanità, è un susseguirsi infinito di grandi cambiamenti politici, sociali, scientifici, culturali, tecnologici: tantissimi movimenti collettivi inizialmente impercettibili che guadagnano forza progressivamente finché non si parano davanti ai nostri occhi e ci mostrano – a volte anche con una certa durezza – che qualcosa è cambiato. In bene o in male, spesso in tutti e due i modi insieme. Ce ne sono continuamente, ovunque. Tutti noi nel nostro piccolo siamo attori di questi cambiamenti, con i nostri comportamenti, con le nostre abitudini, con le nostre scelte e con i nostri consumi, con quello che facciamo e come lo facciamo: ma alcune persone lo sono più di altri, e per questo li ricordiamo. Ora: ci sono tre tipi di grandi personaggi. Ci sono persone le cui vite e carriere straordinarie sono rese possibili da grandi cambiamenti – sociali, culturali, tecnologici, demografici – che sono avvenuti prima di loro: senza quei cambiamenti, le loro vite e carriere straordinarie non sarebbero state possibili. Per fare un esempio: è quello che diremo un giorno della prima presidente donna. Un risultato eccezionale ottenuto grazie a secoli di lotte e battaglie, vittorie e sconfitte. Poi ci sono persone le cui vite e carriere straordinarie vengono ricordate come tali perché hanno innescato il cambiamento, perché ne sono stati attori, perché senza di loro quel grande cambiamento non sarebbe avvenuto. Le storie di queste persone non sono conseguenze, bensì cause: da soli, o quasi, hanno cambiato la realtà. Martin Luther King, per dirne uno.

Poi ci sono persone che non sono semplicemente attori del cambiamento, né sono soltanto delle conseguenze, ma lo incarnano. Ne sono allo stesso tempo protagonisti ed esempi, lo cavalcano e lo rappresentano, e quindi lo portano avanti un altro po’. Sono gli alfieri di questi cambiamenti, gli strumenti, e le loro storie quindi non sono soltanto vicende personali: sono vicende personali e collettive insieme. Nei sette episodi di The Big Seven proverò a stringere l’obiettivo proprio sugli Stati Uniti e raccontarvi le storie di sette persone che in modi molto diversi sono alfieri di alcuni grandi cambiamenti della società americana contemporanea. Strumenti. Cause e conseguenze insieme. Non sono sette personaggi “positivi” ma non sono nemmeno necessariamente “negativi”: l’obiettivo non è dare pagelle né fare una classifica o assegnare dei premi, e nemmeno raccontare semplicemente delle biografie, ma invece provare a capire qualcosa sull’America contemporanea attraverso le storie di alcune persone che incarnano alcuni dei più grandi fenomeni in corso nell’America contemporanea. Che siano cambiamenti positivi o negativi, è un altro discorso e naturalmente dipende dalle vostre idee: ma come vedrete molto spesso sarà difficile attribuire etichette così nette e manichee. Cercheremo di esplorare un po’ la complessità di queste persone, di questi temi e di queste storie, e attraverso di loro esplorare la complessità degli Stati Uniti dei nostri giorni. Non saranno solo personaggi politici, visto che nelle società moderne il cambiamento ha origine in luoghi e contesti molto eterogenei e diversi: ma le loro storie finiranno sempre per intrecciare la politica, com’è ovvio per figure del genere.

Si comincia sabato 9 novembre con il primo episodio, che racconterà il ruolo e la discussa influenza della più grande popstar del pianeta, Beyoncé Knowles-Carter. Per ogni episodio ho dialogato con qualcuno molto più esperto di me: nel primo trovate le parole di Sasha Frere Jones, rispettato giornalista e musicista che è stato per dieci anni il principale critico musicale del New Yorker. Spero vogliate decidere di ascoltarlo. Storytel è una delle principali piattaforme internazionali di audiolibri e podcast, con un catalogo sterminato e ricchissimo di contenuti, in italiano e in inglese: dalla narrativa alla saggistica, dalle ultime novità ai classiconi, dai podcast true crime a quelli sportivi. Se volete, iscrivendovi da questo link potete usufruire di 30 giorni di prova gratuita invece dei canonici 14, oltre i quali – se decidete di restare abbonati – si pagano 9,99 euro al mese. Una volta registrati ovviamente potete ascoltare da subito tutto il catalogo: peraltro ci troverete dentro anche Milano, Europa e la stagione speciale di Da Costa a Costa che ho prodotto l’anno scorso.

Rousseau non è un problema

Ci sono cento milioni di motivi per criticare il Movimento 5 Stelle e la sua struttura padronale, oltre che ovviamente le sue idee e il modo in cui le comunica. A meno che non siate iscritti o elettori del Movimento 5 Stelle, però, suggerirei di escludere la cosiddetta “piattaforma Rousseau” da queste critiche.

Ogni partito ha il diritto di scegliere il metodo con cui decidere la sua linea politica e prendere decisioni interne, e non è certo inedito che un partito decida di consultare i suoi iscritti, anche in modo vincolante, su questioni delicate: è una fattispecie prevista anche dallo statuto del Partito Democratico – “su qualsiasi tematica relativa alla politica ed all’organizzazione”, articolo 27 – e in generale una pratica piuttosto diffusa all’estero. Naturalmente è una procedura che può non piacervi, ci mancherebbe, ma non ha niente di scandaloso né tantomeno sarebbe uno “sgarbo” al presidente della Repubblica. Non si capisce perché la decisione di tre o trenta persone in una stanza – cioè quello che è successo negli altri partiti – sarebbe corretta e rispettosa della democrazia e del Quirinale, mentre far decidere i propri iscritti non lo sarebbe. Peraltro mi sembra che sia grazie al M5S che oggi possiamo leggere una bozza del programma di questo eventuale futuro governo. Il PD pensava di diffonderla? Quando? Nemmeno i tempi sono un problema, altrimenti Giuseppe Conte sarebbe il primo presidente del Consiglio della storia repubblicana ad accettare l’incarico “con riserva”. La riserva serve proprio a questo: a valutare se esistano le condizioni per chiedere la fiducia in Parlamento, che possono esserci come non esserci.

Il dettame costituzionale per cui i parlamentari non sono sottoposti a un vincolo di mandato – cioè non sono tenuti ad attenersi alle direttive di partito, ma possono votare secondo coscienza – non viene scalfito dal fatto che un partito possa decidere come crede la sua linea politica, cosa che avviene tutti i giorni in tutti i partiti, che sia con un congresso, con un referendum, con un capo assoluto, con una riunione fra due persone o di un direttivo: in generale, anche coinvolgendo persone che non siedono in Parlamento, come è accaduto per esempio con gli ultimi due segretari del PD. Ogni parlamentare poi è libero di votare come crede, e ogni partito è libero di trattare come vuole i parlamentari che dovessero contraddire la sua linea politica. Ci sono partiti più o meno tolleranti su questo fronte, il Movimento 5 Stelle lo è notoriamente molto poco: ma sono le loro iniziative per l’abolizione del vincolo di mandato la ragione per cui possono essere legittimamente e duramente criticati, non il fatto che decidano di organizzare una consultazione interna e stabilire così la propria linea.

Costringere alle dimissioni un parlamentare che non rispetta la linea del partito è incostituzionale, oltre che – secondo me – sbagliato e antidemocratico; espellere dal partito un parlamentare che non rispetta la linea del partito è un atto politico piuttosto comune (anche in partiti che non sono il M5S) e legittimo, per quanto discutibile come ogni atto politico. D’altra parte, detto che ogni parlamentare è libero di votare quello che vuole, chiedetevi chi sono negli altri partiti italiani i soggetti che decidono la linea politica: nella grandissima parte dei casi non otterrete risposte molto più soddisfacenti dal punto di vista della rappresentanza o dei valori democratici. Lo ripeto di nuovo, per evitare obiezioni facili: questo non vuol dire che ciascuno di noi non possa preferire metodi organizzativi e processi decisionali diversi da questo che si è dato il Movimento 5 Stelle. Ci mancherebbe. Personalmente, a me piace molto la democrazia rappresentativa. Ma il metodo che si è dato il Movimento 5 Stelle non ha niente di anomalo o di eversivo, e nel contesto italiano non è più opaco di quello degli altri partiti.

Un’ultima cosa. Sì, Rousseau è un colabrodo, e ci sono valide ragioni per pensare che i voti espressi su Rousseau non restino segreti e siano manipolabili. Credo che questo dovrebbe essere un grosso problema per gli iscritti e gli elettori del Movimento 5 Stelle, che a quel partito affidano l’espressione della propria volontà politica; e credo che questo livello di opacità e sciatteria dica molto di quale sia in generale la credibilità del Movimento 5 Stelle. Insomma, anche io credo che il voto su Rousseau sia una balla. Ma credo anche che ogni partito abbia il diritto di prendere decisioni come vuole – chi decide dentro Forza Italia? e dentro la Lega? chi decideva dentro Scelta Civica? eccetera – e credo che la balla del voto su Rousseau non sia più sgradevole dei partiti che hanno un capo assoluto e indiscutibile, cioè quasi tutti in Italia, o di quelli che si riuniscono per celebrare formalmente votazioni dall’esito scontato perché la vera discussione è avvenuta altrove. Liberi e Uguali, che sosterrà il nuovo governo e da giorni è presentissimo sui titoli dei giornali, era un cartello elettorale che si è sciolto a novembre del 2018. Non esiste più, letteralmente. Inutile chiedere chi abbia preso questa decisione dentro il partito-zombie e rispondendo a chi: hanno deciso loro, per loro. E uno dei pochi partiti italiani che non abbia un capo assoluto, il Partito Democratico, è comunque lo stesso che ha giudicato opportuno diffondere questi surreali risultati dopo le sue ultime elezioni primarie – elezioni mai certificate da terzi – dopo anni di voci sulle affluenze gonfiate e i risultati aggiustati.

“Questi dati risultano essere totalmente impossibili a livello statistico”

Insomma, in estrema sintesi: non c’è niente di scandaloso nel decidere la linea politica del partito – ancor più su questioni così delicate – coinvolgendo i propri iscritti, ed è una cosa che fanno o prevedono di poter fare molti altri partiti, in Italia e all’estero. Se il metodo con cui vengono coinvolti gli iscritti è opaco e truffaldino, come appare in questo caso, mi sembra che siano i suddetti iscritti gli unici titolati a lamentarsene: non credo che gli iscritti del Partito Democratico giudicherebbero legittimo che Giorgia Meloni o Giovanni Toti chiedessero loro di cambiare le regole dei propri referendum interni. Naturalmente resta che ognuno può giudicare il modo in cui un partito decide di organizzarsi: secondo me gli elettori del Movimento 5 Stelle avrebbero ottime ragioni per essere preoccupati di come il proprio partito decide la sua linea politica. Ma sono in ottima compagnia.

Scaldiamo i motori

Eccezionalmente pubblico qui il testo della newsletter che ho inviato agli iscritti a Da Costa a Costa. Se vuoi ricevere le prossime newsletter, gratis, clicca qui.

–430 giorni alle elezioni presidenziali statunitensi
–156 giorni ai caucus dell’Iowa

Quando Da Costa a Costa arrivava ogni sabato cascasse il mondo – cioè dal 2015 al 2017 – mi divertiva molto notare l’andamento settimanale delle email “out of office”, quelle che ricevo quando qualcuno di voi va in vacanza e decide di impostare un messaggio di risposta automatica che parte dall’indirizzo con cui si è iscritto a questa newsletter. Il fenomeno è aggravato da una ragione splendida: siete in tanti, sempre di più. Alla fine della seconda stagione eravate circa dodicimila. È passato un anno e mezzo in cui siamo sentiti solo saltuariamente, e intanto siete diventati quasi quindicimila. E ogni newsletter viene aperta da circa il 60-65 per cento di voi, a volte anche di più: un tasso altissimo per le newsletter come questa. Durante l’autunno e l’inverno, le email “out of office” che ricevo per non più di qualche manciata; nei periodi delle feste comandate, qualcuna in più; tra luglio e agosto, invece, SBRAAAM.


Ciao, bentornati se siete tornati dalle vacanze, buone vacanze se siete ancora in vacanza. Per i tantissimi nuovi iscritti: benarrivati. Questa newsletter serve a fare un piccolo punto della situazione su Da Costa a Costa, un progetto giornalistico che ho iniziato nel 2015 per raccontare la politica e la società statunitense. Dopo la fine della seconda stagione, quella del 2017, ci siamo sentiti sporadicamente, ma tra poco ripartiamo e con molte cose diverse.

Uno. Da Costa a Costa ritorna a gennaio del 2020. Ogni sabato riceverete gratuitamente una newsletter come questa, che vi aggiornerà sull’andamento della campagna elettorale in vista delle elezioni presidenziali di novembre. Tornerà anche il podcast, con una nuova puntata ogni quindici giorni. La newsletter – che al contrario del 2017 arriverà ogni settimana e non ogni due – servirà proprio a dare e a cercare di capire gli aggiornamenti sull’attualità; il podcast invece racconterà grandi storie americane del presente e del passato, per approfondire temi che possono aiutarci a mettere i fatti nel loro contesto e non limitarci ad andare appreso alla campagna elettorale, ai dibattiti, ai sondaggi, eccetera. Anche il podcast sarà ascoltabile gratuitamente, attraverso iTunes, Spotify, Spreaker, Google Play e tutte le altre piattaforme. Tornerò negli Stati Uniti a indagare le cose da vicino, come ho fatto nel 2016 e nel 2017, e vi racconterò tutto: nei miei piani, vorrei andare a febbraio in Iowa e in New Hampshire, dove si terranno le prime elezioni primarie del Partito Democratico ma dove Trump va ancora forte; a luglio a Milwaukee, alla convention del Partito Democratico; ad agosto a Charlotte, alla convention del Partito Repubblicano.

Le mie dirette quotidiane in streaming dalle convention statunitensi del 2016. Che nostalgia.


Se tutto quello che farò per voi sarà gratuito, come intendo coprire tutte le spese di questo progetto, viaggi compresi? Vorrei riproporre la formula che ha funzionato così bene negli anni scorsi, qui trovate un resoconto. Chi di voi c’era già sa che in questi anni ho curato Da Costa a Costa come un progetto personale, quindi solo ed esclusivamente nel tempo libero, dedicandogli albe, notti, weekend e ferie, e l’ho fatto essenzialmente per passione. Per gli Stati Uniti, per il giornalismo, per le relazioni costruite con voi che rispondete a queste email e con cui ho conversato in questi anni, che mi salutate negli incontri pubblici a cui mi capita di partecipare, che mi scrivete un commento o mi segnalate qualcosa sui social network. Non solo: Da Costa a Costa è stato per me anche un modo di sperimentare nuovi formati per la diffusione di contenuti giornalistici – le newsletter e i podcast molto prima che fossero onnipresenti come oggi, per esempio – e nuove strade per finanziare il giornalismo online.

L’andamento mensile delle vostre donazioni nel 2017. Il resoconto completo è qui.


Una delle cose di cui vado più fiero è il modello di business di Da Costa a Costa, se così possiamo chiamarlo: i contenuti sono tutti gratuiti e per tutti, mentre le spese sono sostenute nella loro grandissima parte dai lettori che vogliono contribuire con una donazione, quanto e quando vogliono, senza ottenere nulla in cambio se non sapere che con le loro donazioni stanno rendendo possibile l’esistenza di questo posto, di questo racconto e di questa comunità. I soldi che ricevo li impiego per finanziare i costi di questo lavoro, gli abbonamenti ai giornali e al servizio che uso per inviare questa newsletter, la produzione del podcast, le attrezzature e soprattutto i viaggi negli Stati Uniti. Se serve ancora qualcosa, ce lo metto di tasca mia; se rimane qualcosa, serve a pagare il mio lavoro. Nel 2020 progetto di fare lo stesso, scommettendo ancora sulla vostra complicità e generosità. Credo che il modello di business più sano per un prodotto giornalistico si basi innanzitutto sulla decisione dei lettori di sborsare qualcosa, anche una cifra piccolissima: è un modello che genera un circolo virtuoso responsabilizzando chi scrive, perché sa che sarà la qualità del suo lavoro a determinare la sostenibilità economica del progetto. 

Ma c’è dell’altro. Dal 2015 al 2017 avete visto della pubblicità su Da Costa a Costa, da parte di aziende interessate a rivolgersi in modo non invadente a lettori che immodestamente considero piuttosto speciali: informati, attenti, colti, vivaci e curiosi del mondo. Le aziende che lo hanno fatto in passato ne sono molto contente e ancora lo raccontano in giro.

«Abbiamo ragionato e lavorato duramente, analizzando la nicchia di mercato su cui volevamo concentrarci. Fondamentali sono stati l’ufficio stampa, gli omaggi azzeccati alle testate giornalistiche e la sponsorizzazione al podcast di Francesco Costa. Infatti, il giornalista de “Il Post” si occupava in quel periodo delle elezioni che hanno portato alla vittoria di Donald Trump: il suo era un pubblico appassionato di cultura americana, target ideale per Basicomo. Il nostro ritorno d’immagine fu tale che, da Natale 2017, il quantitativo di ordini e di lavoro entrò in conflitto con l’esercizio delle nostre professioni»

Se pensi di conoscere un’azienda che può essere interessata a sponsorizzare tutta o un pezzo della prossima stagione di Da Costa a Costa, scrivimi e parliamone meglio. L’email è [email protected]. Gli altri, se vogliono, preparino qualche soldino.

Due. In vista del ritorno a pieno regime, a novembre e dicembre uscirà un podcast che sarà uno spinoff di Da Costa a Costa: sette puntate su sette importanti personaggi statunitensi del presente, da Sean Hannity a LeBron James, da Beyoncé ad Alexandria Ocasio-Cortez, per raccontare le loro storie e soprattutto quanto le loro storie possono insegnarci della società statunitense. Ogni puntata avrà ospiti competenti e interessanti. Questa miniserie sarà disponibile solo su Storytel, la piattaforma di audiolibri e serie originali con cui sono felice di collaborare e su cui trovate già la stagione speciale di Da Costa a Costa uscita nel 2018. Iscrivendovi a Storytel attraverso questo link potete avere trenta giorni di prova gratuita invece dei canonici quattordici.

Tre. Alla fine ho trovato l’idea giusta, al momento giusto, con le persone giuste: sto scrivendo il libro che vi avevo promesso molto tempo fa. Uscirà a gennaio per Mondadori e racconterà, in estrema sintesi, cosa è successo all’America. Non sarà un libro sulle elezioni, bensì un libro per chi vuole capire cosa sono oggi gli Stati Uniti, e per chi ha più domande che risposte. Mai come in questi anni, infatti, gli Stati Uniti stanno cambiando e si stanno allontanando dagli stereotipi del passato; allo stesso tempo, però, mi sembra che molti li stiano infilando precipitosamente in certi stereotipi del presente, anche e non solo perché Donald Trump si è messo a un centimetro dall’obiettivo. Il libro proverà a sciogliere questa matassa e guardare più lontano. Più avanti vi darò i dettagli, come la data esatta di uscita.

È tutto, per ora. Se volete, mi trovate in giro sui social network: su Instagramsu Facebook e su Twitter: durante il 2020 farò molte cose anche lì. Dai che si ricomincia: non sapete quanto ne sono felice. Vado a smaltire lo SBRAAAM. Ciao!

Impossible is nothing

Un’osservazione, di passaggio. Negli ultimi quindici giorni nella politica italiana abbiamo visto:

– Luigi Di Maio appoggiare un’alleanza con il Partito Democratico dopo averlo definito per anni il male assoluto, i golpisti, la mafia, letteralmente “il partito di chi fa l’elettroshock ai bambini” (fino a un anno fa, poi, il M5S diceva che non avrebbe proprio mai fatto alleanze con nessuno: ora in un anno si è alleato con il PD e con la Lega);

– Matteo Renzi promuovere con convinzione un’alleanza del PD con il M5S dopo essere stato per un anno e fino all’altroieri il più strenuo oppositore di questa ipotesi, criticandola in tutti i luoghi e in tutte le lingue del mondo;

– Nicola Zingaretti fare un governo con il M5S nonostante, seppur con toni meno perentori di Renzi, si fosse detto chiaramente e assolutamente contrario, anche in contesti formali come la direzione del partito. Questo suo post è soltanto dell’11 agosto, a governo già in crisi, e leggerlo fa impressione: «Con franchezza dico no. Un’esperienza di governo Pd-M5S, perché di questo stiamo parlando, regalerebbe a Salvini uno spazio immenso»;

– Matteo Salvini accusare per settimane il M5S di avere bloccato il paese ed essere inadeguati, presentare una mozione di sfiducia, fare cadere il governo, e poi ritirare la mozione di sfiducia e addirittura offrire a Di Maio di fare il presidente del Consiglio;

– Giuseppe Conte dire “che io possa andare in Parlamento a cercare maggioranze alternative è pura fantasia” per poi tornare in Parlamento da presidente del Consiglio sostenuto da una maggioranza alternativa.

Anche per gli standard della politica italiana, questa successione di eventi è abbastanza straordinaria. Il livello di cinismo e di esasperazione dello scontro ha fatto sì che oggi tutti siano pronti a fare qualsiasi cosa, ma davvero qualsiasi cosa, pur di vincere o pur di non perdere, consapevoli che in una guerra tra bande non si può arretrare e che gli ultras di ogni fazione sono sordi a qualsiasi ragionamento. Siamo entrati nell’era in cui tutto è possibile, ma tutto-tutto: Di Maio che entra nella Lega, Letta (uno qualsiasi) che va con Meloni, Renzi che va dentro Forza Italia, Franceschini che fa un partito con Toti, Giorgetti che va con Berlusconi, Bersani che va con Calenda, Carfagna che entra nel PD, Di Battista che va con Meloni o con Speranza indistintamente.

Nessuna di queste possibilità – e di tutte le altre che possano venirvi in mente: tutte – può essere considerata assurda alla luce di quello che abbiamo visto accadere negli ultimi quindici giorni. Ce lo siamo sempre detto, è vero, ma solo ora a me sembra che nella politica italiana possa davvero succedere di tutto. Tutti agiscono oggi sulla base del fatto che quello che è stato detto ieri non abbia alcun peso, anzi, che ieri proprio non esista: ogni giorno è un’occasione per fare l’opposto o per ricominciare da capo. Sarà interessante vedere come reagiranno gli elettori.

Qualche domanda al Partito Democratico

Scrivo di politica italiana con sempre maggiore reticenza, per ragioni facilmente intuibili in cui temo di imbattermi di nuovo tra poco. Ma ho qualche domanda per il Partito Democratico.

Siete sicuri che sia il caso di allearsi – temporaneamente, certo: ogni alleanza è temporanea – con un partito così vuoto e intercambiabile da essere in grado di governare con l’estrema destra e col centrosinistra letteralmente nell’arco di una settimana, il tutto senza fare una discussione, un congresso, un esame su quanto successo, senza rinnegare niente, e con esattamente la stessa classe dirigente di una settimana prima, con la quale da anni e fino a ieri c’erano toni da guerra civile permanente? Quanto valore pensate che abbia questa nuova posizione politica, quanta fiducia si merita e quanto pensate che duri?

Siete sicuri che sia il caso di sottoscrivere quest’alleanza sulla base di dieci punti programmatici che sono sostanzialmente sovrapponibili al “contratto” sul quale si è basato fino all’altroieri il patto del M5S con la Lega, il governo più estremista della storia repubblicana, e consolidare così il deprimentissimo e allarmante conformismo dell’offerta politica italiana, da destra a sinistra?

Siete sicuri che sia il caso di sottoscrivere quest’alleanza avendo come premessa il fatto che il leader politico che fino a una settimana fa era in assoluto il più ostile a questo scenario abbia improvvisamente cambiato idea? Quanto valore pensate che abbia questa nuova posizione politica, quanta fiducia si merita e quanto pensate che duri?

Siete sicuri che sia il caso, per un partito che non ha mai vinto un’elezione politica da quando è stato fondato, che fa parte di un’area politica che ha vinto l’ultima elezione politica nel 2006 – peraltro per appena 25.000 voti e un paio di bizzarri senatori eletti all’estero – e che nonostante questo è stato ininterrottamente al governo dal 2011 al 2018, di tornare al governo già nel 2019, di nuovo senza passare dal voto? Lo so che è costituzionalmente legittimo, ci mancherebbe altro: chiedo se sia il caso. Se sia il caso di governare sempre senza vincere le elezioni mai. Se pensate che ne vengano cose buone per voi e per il paese.

Se quest’alleanza fosse davvero l’unica possibile, in questo contesto politico tripolare, siete sicuri che sia il caso di sottoscriverla oggi invece che dopo nuove elezioni politiche, quando il quadro sarà più chiaro e trasparente per gli elettori di tutti i partiti? E quando peraltro, salvo manovre suicide, dovreste avere una delegazione parlamentare più grande dell’attuale e anche di quella del M5S?

Siete sicuri che sia il caso di continuare ad abbeverare questo patologico “richiamo della responsabilità”, per cui il PD oggi trova un autentico ruolo politico soltanto quando può ingoiare qualsiasi veleno “per il bene del paese”? Siete sicuri che sia il caso di rafforzare questo schema – ormai un classico italiano – per cui i partiti possono fare al paese qualsiasi scempiaggine, tanto al momento di pagare il conto arriva il PD a rinunciare al voto, a fare il governo Monti, a introdurre l’IMU, eccetera, per poi ricominciare il giro?

Siete sicuri che sia il caso di considerare l’eventuale aumento dell’IVA un problema la cui risoluzione spetti al Partito Democratico, più che alla Lega o al Movimento 5 Stelle che lo hanno deciso peraltro esercitando un mandato popolare chiaro e ottenuto dagli italiani a fronte della nota insostenibilità economica dei loro progetti? Se quella che si prospetta è una soluzione di emergenza, siete sicuri che non sia meglio lasciare la gestione dell’emergenza al presidente della Repubblica piuttosto che all’immancabile sacrificio per la patria del Partito Democratico? Dato che l’aumento dell’IVA è reversibile e non sarebbe certamente il peggior problema del paese – anzi, potrebbe forse essere l’unico modo per fare una vera riforma fiscale – siete sicuri che sia il caso di considerarlo grave al punto da sottoscrivere un’alleanza così sconclusionata e dalle conseguenze di lungo periodo potenzialmente ben più devastanti?

Siete sicuri che il modo migliore per “non consegnare il paese alla destra” sia fare qualsiasi cosa, anche questa, per evitare che si possa andare alle elezioni, sulla base del fatto che le elezioni non possa che vincerle la destra? Ammesso che sia così, e la volontà popolare vi appaia oggi chiara e immodificabile, siete sicuri a maggior ragione che abbia senso contraddirla in questo modo così sfacciato? Ma soprattutto, se pensate che sicuramente non riuscirete a battere la destra, perché siete lì?

Anche come “uomo forte” avremmo meritato di meglio

È chiaro ormai da qualche giorno, se ne è scritto e detto molto, che l’azzardo di Matteo Salvini nell’aprire la crisi di governo si basava sulla convinzione che il Partito Democratico non avrebbe mai preso in considerazione di allearsi col Movimento 5 Stelle, per due ragioni.

La prima: perché Nicola Zingaretti – il nuovo segretario del PD, che controlla gli organi di partito – ha probabilmente delle buone ragioni per voler votare subito: per scegliere i parlamentari del PD, innanzitutto, visto che gli attuali rispondono quasi tutti all’ex segretario Matteo Renzi; perché dal 17 per cento preso alle ultime elezioni politiche si può soltanto crescere; perché altrimenti rischia di veder rosolare il suo effetto novità a sostegno di un governo pasticciato come quello che potrebbe nascere adesso. La prospettiva di Zingaretti sarebbe stata comunque allearsi con il Movimento 5 Stelle, nel sistema tripolare odierno non si vedono grandi alternative, a sinistra che piaccia o no esiste solo il Partito Democratico e la “vocazione maggioritaria” è stata accantonata con sdegno: ma allearsi dopo il voto, da vincenti o quantomeno in rimonta e con un M5S in calo, quindi sulla base di nuovi equilibri politici.

La seconda: perché Matteo Renzi – che controlla i gruppi parlamentari del partito – era stato in assoluto il dirigente del PD più duro e ostile davanti a ipotetiche alleanze con il M5S.

Il calcolo quindi era: se la Lega si tira indietro dal governo e il PD non va con il M5S, non c’è alternativa al voto. Come sappiamo, tutto è saltato con la mossa di Renzi. Lo hanno detto in questi giorni anche diversi esponenti della Lega.

Vedremo cosa accadrà adesso. Per quanto l’alleanza tra il PD e il M5S sembri oggi lo scenario più probabile, non è detto che si materializzi; e le grandi debolezze di entrambi i partiti non fanno certo pensare a patti forti e duraturi, né a governi particolarmente efficaci. Sappiamo però che ogni giorno che passa nella trattativa e nel negoziato – anche se questo dovesse saltare – è un giorno che ci avvicina alle scadenze ineludibili sulla legge di bilancio, e quindi è un giorno che allontana le elezioni a ottobre.

Ammesso poi che si faccia questo nuovo governo, può darsi anche che la Lega finisca per trarre dei vantaggi dal ritorno all’opposizione, e dal fatto che sarà come sempre qualcun altro a raccogliere impopolarmente i cocci dei danni che ha fatto al governo. D’altra parte agli italiani piace molto lo spaccone da spiaggia, in questi anni. Allo stesso modo, può darsi che no: chissà se il Parlamento salverà di nuovo Salvini da un processo, per esempio, scenario che potrebbe avverarsi presto. Chissà che i malumori nel suo partito riferiti dai giornali non abbiano qualcosa di vero. Vedremo.

Consiglio però di non esagerare con dietrologie e complottismi: i fatti suggeriscono fortemente che nei piani di Salvini questa crisi non sarebbe dovuta andare così. Che la volontà di Salvini non fosse privarsi della posizione di potere e visibilità che lo ha portato in un anno dal 17 al 34 per cento per tornare subito all’opposizione, magari per un po’, cedendo del tutto il controllo della situazione. Non si presenta una mozione di sfiducia per ottenere un rimpasto che peraltro gli era stato offerto più volte. Non si ritira quella mozione di sfiducia cinque minuti prima che il presidente del Consiglio vada a dimettersi al Quirinale, se non si è disperati. Non si dichiara finito un governo per poi tre giorni dopo, quando l’aria è cambiata, fare dichiarazioni da fidanzato pentito come “il mio telefono è sempre acceso”. Non si accusa PD e M5S di essere d’accordo da mesi quando sei stato tu ad aprire unilateralmente la crisi e non loro, ammettendo quindi di essere stato più scemo di tutti gli altri. Anche come “uomo forte” avremmo meritato qualcosa di meglio di questo formaggino.

Ora, pensate quello che volete di tutta questa storia, ovviamente: il giudizio è libero. Però i fatti sono abbastanza inequivocabili, a prescindere dal giudizio: Salvini ci ha provato e ha fallito. Su questo si può essere ragionevolmente certi: ieri sera, da solo, sparite le telecamere nel buio della sua cameretta, il più scaltro e il più furbo di tutti, il “capitano” che bullizza i giornalisti e si comporta allo stesso tempo da vittima perenne e padrone del paese, è andato a dormire pensando che si è fatto fregare come un pollo.

Matteo Salvini ha fallito

I porti sono aperti. I migranti continuano a sbarcare, sia con le navi delle ong che con le ignorate e ben più preoccupanti imbarcazioni delle mafie. La gran parte delle norme dei “decreti sicurezza” sugli sbarchi si è dimostrata inapplicabile. Le navi delle ong che salvano dei naufraghi possono raggiungere i porti italiani ignorando i divieti, persino forzando i blocchi: i comandanti vengono scagionati, i sequestri vengono annullati. Nel frattempo nel Mediterraneo si muore come e più di prima, gli accordi bilaterali per i rimpatri non esistono, anche i magistrati più ostinati si sono arresi all’inesistenza o all’indimostrabilità di legami tra le ong e i trafficanti. I fatti di questi giorni dimostrano una cosa sola: la strategia messa in atto da Salvini per fermare gli sbarchi si è rivelata fallimentare. Lo dico a prescindere dalle opinioni di ciascuno sull’immigrazione: mi sembra che sia un fatto osservabile, di cui possiamo prendere atto a prescindere dal partito che abbiamo votato il 4 marzo del 2018. Magari ci avevate sperato, ma lo state vedendo anche voi: non ha funzionato. Il cielo è azzurro, in estate fa caldo e i porti sono aperti.

Lo ripeto: serve solo un briciolo di onestà intellettuale per prenderne atto, a prescindere da cosa pensiamo sull’immigrazione. Magari avete ragione a voler fermare gli sbarchi: non sto discutendo questo. Sto dicendo che qualsiasi tentativo di fermare gli sbarchi sarebbe dovuto partire dall’accettazione di due dati di fatto: che le norme internazionali pesano di più di quelle italiane, e obbligano chi salva dei naufraghi a portarli a terra a qualsiasi costo; che nel Mediterraneo nella grandissima parte dei casi il “porto sicuro” più vicino è l’Italia. Non la Tunisia, non la Libia, non Malta: fatelo per voi, non rendetevi ridicoli sostenendo cose del genere. Non bisogna essere degli elettori di Rifondazione per accettare questi dati di fatto: la realtà non ha cura delle nostre opinioni né dei nostri sentimenti. Qualsiasi politico avesse voluto fermare gli sbarchi sarebbe dovuto partire da questo dato di realtà, e sviluppare una strategia conseguente: per esempio facendo la voce grossa per stabilire dei meccanismi di ripartizione automatica dei rifugiati, vincolanti anche per quei paesi europei che sull’immigrazione hanno preso in giro tutti; per esempio impuntandosi su qualsiasi cosa pur di riformare lo scandaloso regolamento di Dublino; per esempio riattivando una vera missione europea di pattugliamento e salvataggio, per alleviare le incombenze economiche e logistiche sulla nostra Guardia costiera.

Matteo Salvini ha fatto il contrario, e per un po’ era sembrato che potesse funzionare. In un paese abituato a interpretare le norme in modo da dedurne qualsiasi cosa, e in cui le forze dell’ordine sono notoriamente più devote ai propri superiori che alla legge, era sembrato che si potessero davvero chiudere i porti con un tweet; che si potessero tenere sotto sequestro per giorni decine di persone su una nave della Marina militare; che le leggi internazionali si potessero semplicemente ignorare; che si potesse spacciare per “porto sicuro” un paese senza un governo, in piena guerra civile, in cui i migranti vengono torturati nei campi di concentramento e in cui quei campi di concentramento vengono occasionalmente bombardati. Matteo Salvini ha deciso di ignorare la complessità della realtà e fare “l’uomo forte”, approvando leggi che non si possono applicare, dichiarando chiusi porti che non si possono chiudere, dando del delinquente a chi viene scagionato, persino spingendo le forze dell’ordine a mettere in pericolo la loro incolumità: pensando che in un paese con istituzioni così screditate e deboli – a cominciare dal Parlamento e dalla magistratura – il punto di rottura delle leggi e dello Stato sarebbe arrivato prima del suo. Oggi la realtà ha presentato il conto: davanti alla sua conclamata impotenza “l’uomo forte” frigna dicendo che lo hanno lasciato solo, e cerca qualcuno a cui dare la colpa del suo clamoroso fallimento.