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Matteo Salvini ha fallito

I porti sono aperti. I migranti continuano a sbarcare, sia con le navi delle ong che con le ignorate e ben più preoccupanti imbarcazioni delle mafie. La gran parte delle norme dei “decreti sicurezza” sugli sbarchi si è dimostrata inapplicabile. Le navi delle ong che salvano dei naufraghi possono raggiungere i porti italiani ignorando i divieti, persino forzando i blocchi: i comandanti vengono scagionati, i sequestri vengono annullati. Nel frattempo nel Mediterraneo si muore come e più di prima, gli accordi bilaterali per i rimpatri non esistono, anche i magistrati più ostinati si sono arresi all’inesistenza o all’indimostrabilità di legami tra le ong e i trafficanti. I fatti di questi giorni dimostrano una cosa sola: la strategia messa in atto da Salvini per fermare gli sbarchi si è rivelata fallimentare. Lo dico a prescindere dalle opinioni di ciascuno sull’immigrazione: mi sembra che sia un fatto osservabile, di cui possiamo prendere atto a prescindere dal partito che abbiamo votato il 4 marzo del 2018. Magari ci avevate sperato, ma lo state vedendo anche voi: non ha funzionato. Il cielo è azzurro, in estate fa caldo e i porti sono aperti.

Lo ripeto: serve solo un briciolo di onestà intellettuale per prenderne atto, a prescindere da cosa pensiamo sull’immigrazione. Magari avete ragione a voler fermare gli sbarchi: non sto discutendo questo. Sto dicendo che qualsiasi tentativo di fermare gli sbarchi sarebbe dovuto partire dall’accettazione di due dati di fatto: che le norme internazionali pesano di più di quelle italiane, e obbligano chi salva dei naufraghi a portarli a terra a qualsiasi costo; che nel Mediterraneo nella grandissima parte dei casi il “porto sicuro” più vicino è l’Italia. Non la Tunisia, non la Libia, non Malta: fatelo per voi, non rendetevi ridicoli sostenendo cose del genere. Non bisogna essere degli elettori di Rifondazione per accettare questi dati di fatto: la realtà non ha cura delle nostre opinioni né dei nostri sentimenti. Qualsiasi politico avesse voluto fermare gli sbarchi sarebbe dovuto partire da questo dato di realtà, e sviluppare una strategia conseguente: per esempio facendo la voce grossa per stabilire dei meccanismi di ripartizione automatica dei rifugiati, vincolanti anche per quei paesi europei che sull’immigrazione hanno preso in giro tutti; per esempio impuntandosi su qualsiasi cosa pur di riformare lo scandaloso regolamento di Dublino; per esempio riattivando una vera missione europea di pattugliamento e salvataggio, per alleviare le incombenze economiche e logistiche sulla nostra Guardia costiera.

Matteo Salvini ha fatto il contrario, e per un po’ era sembrato che potesse funzionare. In un paese abituato a interpretare le norme in modo da dedurne qualsiasi cosa, e in cui le forze dell’ordine sono notoriamente più devote ai propri superiori che alla legge, era sembrato che si potessero davvero chiudere i porti con un tweet; che si potessero tenere sotto sequestro per giorni decine di persone su una nave della Marina militare; che le leggi internazionali si potessero semplicemente ignorare; che si potesse spacciare per “porto sicuro” un paese senza un governo, in piena guerra civile, in cui i migranti vengono torturati nei campi di concentramento e in cui quei campi di concentramento vengono occasionalmente bombardati. Matteo Salvini ha deciso di ignorare la complessità della realtà e fare “l’uomo forte”, approvando leggi che non si possono applicare, dichiarando chiusi porti che non si possono chiudere, dando del delinquente a chi viene scagionato, persino spingendo le forze dell’ordine a mettere in pericolo la loro incolumità: pensando che in un paese con istituzioni così screditate e deboli – a cominciare dal Parlamento e dalla magistratura – il punto di rottura delle leggi e dello Stato sarebbe arrivato prima del suo. Oggi la realtà ha presentato il conto: davanti alla sua conclamata impotenza “l’uomo forte” frigna dicendo che lo hanno lasciato solo, e cerca qualcuno a cui dare la colpa del suo clamoroso fallimento.

Open secrets

Durante il weekend ho chiesto alle persone che mi seguono sui social network:

Quali sono i più grandi cambiamenti che ha attraversato di recente la tua azienda o il tuo settore, e di cui si è parlato poco e niente fuori dagli addetti ai lavori?

Dentro le risposte che ho ricevuto – alcune prevedibili, altre illuminanti, altre ancora incomprensibili: ogni settore ha la sua dose di tecnicismi – ci sono molti fatti e cambiamenti importanti che forse non sono stati raccontati adeguatamente. Certo, tutte le risposte andrebbero approfondite: magari saranno un inizio, un’idea, per me o per qualcuno di voi. Se volete leggerle o aggiungere le vostre, le trovate sulla mia pagina Facebook, su Twitter e – con maggiore sintesi – su Instagram, nelle Storie salvate in evidenza sul mio profilo.

Milano, Europa

Milano è indiscutibilmente in decadenza, ha perduto la capacità di attrazione degli anni del boom e lo smalto degli anni Novanta: oggi è un centro finanziario di media importanza, con lunghe e penose crisi industriali a testimoniare le passate glorie”

Milano ha smesso di sentirsi grande e, per quanto ricca, misura il suo declinante potere. La metropoli lombarda ha perso la via maestra, soprattutto perché non ha più un modello e sembra incapace di produrlo”

Il grigiore e la noia delle periferie hanno invaso il centro: la città non è mai stata così anonima e invivibile come oggi. Nessun grande progetto o evento, la convivialità consumata nel rito dell’happy hour, il dibattito cittadino confinato alla rissa annuale per l’assegnazione dell'”Ambrogino d’oro”, il gusto della modernità ridotto a una maniaca opera di lifting urbano. Più brutta e più ricca di sempre, avvelenata dall’aria più irrespirabile d’Europa. Senza identità né memoria”

Non bisogna fare un particolare sforzo di memoria per ricordarsi che, parlando di città italiane, soltanto quindici o vent’anni fa Roma era quello che oggi è Milano, e Milano era quello che oggi è Roma.

In quegli anni Roma era la città con lo sguardo internazionale, che proponeva un modello al paese; la città che si era rimessa a nuovo per il Giubileo, che aveva molti problemi ma aveva anche trovato dei modi per far funzionare le cose ogni giorno un po’ meglio, e rendersi a poco a poco più attrattiva, più rilevante, più curiosa del mondo. Roma era il posto in cui le cose succedevano: ed era vero, non perché non avesse dei guai, come ce li ha oggi Milano, ma perché la traiettoria era ascendente, la tendenza era positiva. C’era la curiosità di sapere cosa sarebbe successo il giorno dopo. Milano era già allora una città più ricca e più efficiente di Roma, ma era anche diffidente verso il prossimo e verso il futuro, rabbiosa, un posto dove le magagne erano profezie auto-avveranti. Forse era persino un po’ tetra, povera di ottimismo e speranze. Era anche una città diversa, d’altra parte: dove ora c’è la Darsena, allora non c’era niente; dove ora c’è City Life, allora non c’era niente; dove oggi c’è Porta Nuova, allora non c’era niente. L’elenco potrebbe continuare. Se siete milanesi, eliminate questi luoghi dalle vostre routine e vedete che qualcosa cambia, nella vostra percezione della città. Quando i romani venivano a Milano, dicevano che la cosa più bella della città era il treno per Roma. Oggi quella frase non si sente più in giro, ma quel periodo non è un ricordo lontano. Le vicende delle città cambiano in fretta.

Non c’è tema all’ordine del giorno nell’agenda politica globale cosiddetta – o banalmente nelle priorità di tutti – che non si possa affrontare a partire dalle città. Come cambia la nostra identità e l’identità dei luoghi che abitiamo a causa dell’immigrazione, e con quali conseguenze. Come si creano – o non si creano – ricchezza e lavoro. Come conciliare esigenze e interessi diversissimi. La falsa scelta binaria tra gentrificazione e degrado. Il costo delle case e da cosa dipende; le case popolari e come funzionano o non funzionano. Come ci muoviamo e il nostro rapporto con cantieri e infrastrutture. La qualità dell’aria che respiriamo e le nostre responsabilità. La capacità o l’incapacità di prendere decisioni complicate per il bene collettivo; i dubbi sull’esistenza stessa di qualcosa che si possa definire “bene collettivo”.

Ho passato gli ultimi mesi a lavorare a un reportage giornalistico sulla città in cui vivo da molto tempo, Milano, perché sta attraversando un momento particolare di fortuna e sviluppo, ma il racconto delle ragioni di queste fortune e di questo sviluppo è spesso schiacciato dalla superficialità della gran parte della comunicazione e dell’informazione odierna, e dallo stupido e infantile campanalismo che avvolge qualsiasi discussione locale nel nostro paese. Quindi ho letto e ho studiato, ho accumulato chilometri e chilometri sul mio scooter, ho camminato e parlato con tantissime persone, ho intervistato professori e studenti, imprenditori e sindacalisti, insegnanti e manager, attivisti e politici, preti e funzionari, oltre a moltissimi semplici cittadini, nel tentativo di ricostruire a che punto è questa città, e indagare i molti luoghi comuni positivi e negativi sul suo conto. È una storia che può essere interessante per chi abita a Milano ma, secondo me, anche per chi vive da tutt’altra parte: Milano è un pezzo importante del nostro paese, e molti dei suoi problemi e dei suoi successi sono i potenziali problemi e successi di molte altre città.

Il risultato si intitola “Milano, Europa”, è un podcast prodotto da Piano P con il contributo di EuroMilano. Dura sei puntate, oggi è uscita l’ultima. Chi lo scopre ora lo trova – gratis – su Spotify, su Spreaker, sull’app Podcast dell’iPhone, su Google Podcasts, su Storytel. Ne approfitto quindi per ringraziare innanzitutto Carlo Annese di Piano P, da anni il miglior producer di podcast in Italia; le persone di EuroMilano, per il sostegno insostituibile e la completa e totale libertà che mi hanno dato; Roberto Cigna, che ne ha disegnato il logo e col quale vent’anni fa dividevo i banchi di scuola; le decine di persone che ho avuto il piacere di intervistare e che mi hanno dedicato un po’ del loro tempo. Infine gli ascoltatori, ovviamente: le prime cinque puntate di “Milano, Europa” sono state ascoltate decine di migliaia di volte e sono finite sempre nella classifica di iTunes, spesso al primo posto. Grazie a tutti, davvero: spero sia stato utile e interessante per voi quanto lo è stato per me.

Ascolta “1. La nuova Milano e le sue case” su Spreaker.

Ascolta “2. Terra, aria” su Spreaker.

Ascolta “3. I margini” su Spreaker.

Ascolta “4. Chi sono i milanesi” su Spreaker.

Ascolta “5. A Milano si lavora” su Spreaker.

Ascolta “6. Il futuro di Milano” su Spreaker.

L’identità di un popolo, concretamente

In questi anni così aspri e ciechi si parla tanto di identità. Rivendicata, sbandierata, brandita, per difendere se stessi ma spesso soprattutto per isolare qualcuno. Al Festival di Sanremo, solo ospiti italiani (e un gran casino attorno al vincitore perché suo padre non è italiano). Sulle piattaforme in streaming, più contenuti in italiano: per legge. Alitalia deve essere italiana a qualsiasi costo. A Carnevale dolci gratis, ma solo per i bambini italiani. Il reddito di cittadinanza cerchiamo di darlo solo agli italiani, le case popolari pure. Le mense scolastiche solo per i bambini italiani. Le offerte in Chiesa solo per i poveri italiani. Poi ci vorrebbero meno stranieri nel calcio italiano; e in nazionale, ovviamente, “solo italiani” (cioè solo bianchi). “Solo latte italiano”. “Prima gli italiani”. Eccetera. L’elenco è infinito, siamo circondati. Passerà, ma intanto si è diffusa l’idea che l’identità sia una cosa monolitica, immutabile, nativista, fondamentalista: un’idea smentita dai fatti e sconfitta dalla storia, e per questo fasulla e perdente.

Ho lavorato a un reportage giornalistico su Milano, in questi mesi. Si intitola “Milano, Europa” ed è un podcast, in sei puntate. La quarta puntata è uscita oggi. Potete ascoltarla anche se non avete sentito le precedenti e non avete intenzione di sentire le successive. Si parla delle persone che vivono a Milano e della loro identità, ma si parla potenzialmente di tutte le nostre città e delle persone che le abitano. Milano è interessante, come punto di osservazione, perché il suo attuale momento di grande sviluppo – popolazione in aumento, natalità in aumento, tasso di occupazione femminile tra i più alti in Europa, reddito medio più alto d’Italia, eccetera – si è accompagnato a un grande aumento degli stranieri residenti, che oggi sono il 20 per cento. E in generale, com’è noto, Milano ha costruito la sua storia e la sua prosperità dal Dopoguerra in poi proprio sull’immigrazione, dal resto della Lombardia e dell’Italia. La cosa notevole, che ho cercato di ricostruire e raccontare, è che in tutto questo l’identità milanese non si è dispersa, non si è disciolta: è cambiata, ovviamente, ma si è rafforzata. Io sono arrivato in città nel 2010 e sono un pezzo di questa storia.

Ascolta “4. Chi sono i milanesi” su Spreaker.

Greta Thunberg ha ragione, ma sbaglia bersaglio

«La nostra biosfera viene sacrificata per far sì che le persone ricche in Paesi come il mio possano vivere nel lusso. Molti soffrono per garantire a pochi di vivere nel lusso».

A una ragazza di 16 anni si può certamente perdonare l’ingenua pretesa di spiegare il cambiamento climatico con «molti soffrono per garantire a pochi di vivere nel lusso», specialmente quando le sue intenzioni sono così evidentemente buone e preziose, ma Greta Thunberg giustamente chiede e merita di essere presa sul serio, e quindi facciamolo.

L’idea che i mancati progressi sul riscaldamento globale si debbano addebitare innanzitutto ai grandi paesi più sviluppati e industrializzati, o alle più ricche multinazionali, è purtroppo molto lontana dalla realtà. Basta guardare una qualsiasi mappa sull’inquinamento dell’aria per rendersene conto, ma non solo: lo sa bene chiunque abbia seguito con un po’ di attenzione le grandi conferenze sul clima di questi anni, da Kyoto a Parigi. Questo non assolve né i governi dei paesi più ricchi né le multinazionali, che ne hanno approfittato fin dove hanno potuto e hanno trovato anzi un alibi perfetto, ma è noto che negli ultimi vent’anni siano stati i paesi in via di sviluppo a fare resistenza davanti alla possibilità di introdurre norme comuni più severe e stringenti a salvaguardia del pianeta. La Cina, l’India, i paesi dell’Africa.

Il loro argomento, peraltro, per quanto miope non si può liquidare con un’alzata di spalle, e non solo perché il loro sviluppo di questi vent’anni ha generato la colossale uscita dalla povertà di centinaia di milioni di persone. Sintesi mia: voi del mondo sviluppato vi siete arricchiti per secoli sfruttando le risorse del pianeta, saccheggiandoci, schiavizzandoci e inquinando a più non posso, e proprio ora che noi abbiamo cominciato a crescere e uscire dalla povertà dovremmo rallentare e spendere fior di quattrini per inquinare meno? I più forti tra i paesi emergenti ci stanno arrivando da soli, come la Cina, intuendo anche che alla lunga possa essere un affare pure dal punto di vista economico: ma gli altri hanno bisogno di risposte migliori di «datevi una mossa».

Il discorso politico di Greta Thunberg peraltro non prende di mira loro, ma attacca soprattutto i governi occidentali, i «ricchi» e le cosiddette élites con toni bellicosi che sono ormai familiari a tutte le democrazie occidentali – «Ci avete sempre ignorato», «avete esaurito le giustificazioni», «il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no», «il potere non appartiene a voi ma al popolo» – e che mi sembra che fin qui non abbiano portato all’elezione di politici più avveduti e sensibili davanti ai cambiamenti del clima, anzi. Ma c’è di più.

La storia dei progressi fatti fin qui nella lotta all’inquinamento e al riscaldamento globale, dai più piccoli e timidi ai più coraggiosi, è una storia di azioni intraprese dai governi nel disinteresse generale della grandissima parte delle persone, se non addirittura spesso contro la loro opinione. Dalla raccolta differenziata ai sacchetti biodegradabili, dalla chiusura delle miniere di carbone alle detestatissime direttive europee fino a qualsiasi cosa provi a disincentivare l’uso dell’auto – basta buttare un occhio in Francia – le misure ambientaliste sono state portate avanti non a causa della spinta popolare ma nonostante la spinta popolare; non contro i governi delle élites ma grazie ai governi delle élites, che hanno fatto queste cose sapendo che, salvo una ristretta minoranza di persone, nel migliore dei casi al popolo non sarebbe importato granché. Nel peggiore, gli avrebbero dichiarato guerra. È un fatto, che ci piaccia o no. D’altra parte basta guardare qualsiasi sondaggio su quali siano le priorità degli elettori per notare quanto in basso si trovano la protezione del pianeta e la lotta ai cambiamenti climatici (quando ottengono abbastanza risposte da essere menzionati, cosa che non accade sempre).

Anticipo la domanda: davanti a un’iniziativa dai fini così benvenuti e nobili, come è certamente quella di Greta Thunberg, ha senso fare questo genere di osservazioni? Posso sbagliarmi ma la mia risposta è sì, proprio alla luce dell’obiettivo finale. Innanzitutto, la sempre più diffusa descrizione delle classi dirigenti globali come complessivamente e inguaribilmente corrotte e lontane dal «popolo», oltre a non essere fondatissima, ha portato proprio ai successi elettorali delle forze politiche più menefreghiste nei confronti dell’ambiente: andrebbe disinnescata invece che foraggiata. Inoltre, nell’elenco delle «idee sbagliate che ci hanno messo in questo casino», per usare le parole di Greta Thunberg, c’è anche l’atteggiamento autoassolutorio di chi pensa che la colpa sia solo e soltanto «dei governi», e che se fosse per noi avremmo già risolto il problema. È falso. Ma falso che più falso non si può. Da un certo punto di vista è persino sorprendente che si sia fatto qualcosa (poco) in questi anni sul clima nonostante il vasto disinteresse delle grandi masse popolari. Greta Thunberg ha ragione, ma dovrebbe prendersela con noi: col popolo.

Un giorno a caso in Italia

A proposito del post di qualche giorno fa sul razzismo di moltissimi italiani – cavalcato, sobillato e sdoganato da politici e giornali che un giorno ne risponderanno davanti alla storia – metto in fila quattro notizie a caso, grandi e piccole, trovate in un giorno a caso, oggi, su un quotidiano a caso, il Corriere della Sera, una pagina dopo l’altra.

Le prime due sono queste. Cose del genere capitano ogni giorno in ogni città, sugli autobus, per le strade, dentro i negozi, negli uffici pubblici. A noi ne arrivano i racconti solo quelle poche volte in cui qualcuno gira un video o decide di raccontarlo.

Poi uno sfoglia pagina e trova questa notizia.

Sulla stessa pagina, basta solo abbassare lo sguardo e c’è quest’altra notizia.

E non parliamo della criminalizzazione delle ong, della disinformazione quotidiana, della tv del pomeriggio, eccetera. Un giorno a caso, su un giornale a caso, in questo paese ben preciso.

 

Il problema non è l’immigrazione

Hanno detto che il problema erano i cosiddetti “migranti economici”, non i rifugiati, e poi hanno respinto i rifugiati esattamente come i migranti economici. Hanno detto che il problema era che stavano arrivando troppe persone, e poi hanno giudicato troppe anche quaranta persone, trenta, dieci. Hanno detto che il problema era che vivevano per strada, e poi ce ne hanno mandati apposta molti di più, per strada. Hanno detto che il problema era il sistema inadeguato dell’accoglienza, e la loro soluzione è stata smantellarlo. Hanno detto che il problema erano i costi eccessivi, e ora sembra sia diventato eccessivamente costoso persino mandare quattro medici su una barca. Hanno detto che il problema è che erano tutti maschi in piena salute, e poi non hanno fatto alcuna differenza per donne, bambini e malati. Hanno detto che il problema è la loro cultura, e poi hanno osteggiato diritti e opportunità anche di chi fosse nato in Italia. Hanno detto che portavano criminalità e reati in aumento, e gli altri si sono affannati a presentare smentite in forma di dati e fogli Excel, inutilmente. Hanno detto che il problema era l’Europa, e gli altri si sono affannati a spiegare come e perché da anni si cerca di cambiare questo e quel regolamento, inutilmente. Hanno detto che certe ong erano colluse con i trafficanti e hanno deciso di bandirle tutte indiscriminatamente, anche mentre le indagini non andavano da nessuna parte. Hanno detto che questa o quella nave aveva violato questa o quella norma, e poi hanno tenuto duecento persone sequestrate per giorni a bordo di una nave della Marina militare. Hanno detto che il problema è la crisi economica e poi hanno fatto il pieno di voti nelle regioni più ricche d’Italia e d’Europa. Hanno detto che in Italia si può arrivare solo rispettando la legge quando da moltissimi paesi non esiste una via legale per arrivare in Italia.

Nel frattempo le aggressioni contro le persone non bianche sono aumentate verticalmente, e quando un nazista è andato per strada a sparare a dei neri a caso hanno fatto a gara a giustificarlo. Hanno provato a escludere i bambini non bianchi dalle mense scolastiche e a togliergli i buoni libro, hanno passato settimane a capire come evitare che il reddito di cittadinanza potesse andare agli stranieri regolari e come togliergli le case e le chiese, hanno proposto norme ad hoc per i negozi “etnici”, hanno raddoppiato le tasse sul volontariato, hanno dato della scimmia a una ministra nera, hanno parlato apertamente di un complotto contro la «razza bianca». Come sapete, l’elenco potrebbe continuare. Discutere di politiche migratorie e confutare gli argomenti di cui sopra serve fino a un certo punto, perché il problema non è questo governo e non è l’immigrazione: il problema è il razzismo. Quello delle persone. Per ogni paese prima o poi arriva il momento in cui farci i conti davvero: a noi – che siamo un paese di immigrazione ridottissima e recentissima – sta capitando adesso. La battaglia è epocale e culturale: non riguarda un governo, una legge, una nave. Basta mettersi davanti a una scuola elementare alle 8 del mattino per osservare che stiamo diventando un paese sempre meno bianco e rendersi conto che queste tensioni dureranno decenni, che non passeranno con la fine di questa fase politica e che andrà molto peggio, prima che vada meglio. Prima ce ne rendiamo conto e prima si potrà fare qualcosa.

Quando la guerra tra bande finirà

Sì, è imbarazzante che due anni fa Matteo Salvini proponesse – con quella solennità popolana da terzo bicchiere di vino che impasta tutta la sua retorica – addirittura la disobbedienza dei sindaci della Lega contro la legge sulle unioni civili, mentre oggi minaccia ritorsioni contro i sindaci di centrosinistra che non hanno intenzione di applicare il cosiddetto “decreto sicurezza” perché crea problemi alle città invece di risolverne, ed è con ogni probabilità incostituzionale. Ma è imbarazzante anche il contrario, purtroppo, perché all’epoca furono gli elettori del centrosinistra a imbufalirsi e ricordare a Salvini che le leggi dello Stato vanno applicate e basta, e lo stesso fecero i dirigenti del PD e gli allora membri del governo: «ogni sindaco è chiamato ad applicare la legge», risposero a Salvini, e «nessuno ha diritto a disapplicare la legge» perché «di fronte alla legge si ferma il politico, persino il magistrato».

Non mi sogno nemmeno di mettere sullo stesso piano una legge razzista e criminogena come il “decreto sicurezza” con quella salvifica e tardiva sulle unioni civili. Il problema però è che in un dibattito politico di questa povertà intellettuale, che si preoccupa di parlare agli elettori sempre e solo come fossero bambini, che non conosce sfumature, che ruota solo attorno alla spregiudicatezza e alla tattica, ogni argomento è prevedibile e ribaltabile alla bisogna: vale tutto, pur di fottere l’avversario. In questo modo si finisce per disinnescare qualsiasi discussione possibile, nonché qualsiasi possibilità di persuasione. La disobbedienza civile è una cosa seria, e pone questioni antiche quanto la democrazia: l’argomento del centrosinistra ieri e dell’estrema destra oggi è che una democrazia non funziona se i pubblici ufficiali decidono quali leggi far applicare e quali no, mentre l’argomento del centrosinistra oggi e dell’estrema destra ieri è che in alcuni casi – estremi e rari – la disobbedienza alle leggi dello Stato è necessaria, e se ne pagano le conseguenze. Sarebbe una cosa interessante su cui discutere e dividersi, a costo di rinunciare alla pretesa di raggiungere conclusioni assolute: magari lo faremo quando la guerra tra bande finirà. Se finirà.

Buongiornissimo

Intervistato dal Corriere della Sera a proposito della sua espulsione dal Movimento 5 Stelle, il senatore Gregorio De Falco ha detto che le persone del suo ex partito non sanno «gestire il dissenso» e «non hanno nessuna attitudine democratica». La senatrice Paola Nugnes, la cui espulsione dal partito è ancora in corso di valutazione, dopo l’apertura della procedura dei probiviri del Movimento 5 Stelle aveva scritto esasperata su Facebook ai suoi imbufaliti fan ed elettori: «Ho avuto modo di spiegarvi e di dirvi ma evidentemente non vi interessa capire. Continuate a dirmi piddina dimostrando di non capire neanche quello che si dice, di non conoscere i fatti, vi mancano forse i dati e le informazioni per valutare». Dopo l’espulsione di De Falco – su di lei non è ancora stata presa una decisione –  Nugnes ha ironizzato sull’evidente ipocrisia del detto «uno vale uno» e poi, sempre al Corriere, ha detto che nelle decisioni interne al Movimento pesa grandemente il volere della Casaleggio Associati.

Dato che – nonostante le occasioni non siano certamente mancate – non risultano prese di posizione precedenti di simile amarezza e assertività da parte di De Falco e Nugnes, l’osservatore esterno non può fare a meno di rassegnarsi a pensare che ci siano solo due spiegazioni possibili. La prima è che De Falco e Nugnes, forse a causa di un grave incidente o un lungo viaggio interstellare, non siano a conoscenza di quello che è accaduto in Italia negli ultimi dieci anni. La seconda è che tutto ciò che oggi fingono di notare con sconcerto – i parlamentari espulsi a mazzi e costretti a rinunciare alle loro prerogative costituzionali, il fatto che il partito sia proprietà privata di un tizio che lo ha ereditato dal padre e che esercita un potere assoluto, il fiume di molestie, calunnie e insulti che ricopre online e offline qualsiasi oppositore, l’ignoranza rivendicata e utilizzata come arma – gli sia andato bene, più che bene, finché si sono trovati nella posizione di goderne. Com’è che si dice: avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto. Finché non avete perso. Abbiate perlomeno la costumatezza di non fingervi sorpresi.

E poi comprammo una mazza per difenderci dagli spray

Non sappiamo ancora se la strage di Corinaldo sia stata innescata da uno spray urticante. Magistrati e carabinieri stanno esaminando anche altre ipotesi, visto che quella dello spray comporta alcune cose che al momento sembrano non tornare del tutto. Vedremo cosa verrà fuori dalle indagini. Sappiamo però che da ormai un paio d’anni il numero di aggressioni con gli spray urticanti in Italia si è moltiplicato, sia in occasione di concerti e raduni sia in altri contesti, dalle scuole alle risse fuori dai locali alle liti condominiali. Uno strumento presentato e diffuso come utile all’autodifesa è diventato in molti casi un’arma usata per aggredire il prossimo, con conseguenze potenzialmente gravissime. Si dirà che lo strumento in sé è incolpevole, e tutto dipende dall’uso che se ne fa: ma è un ragionamento che vale allora anche per le armi da fuoco, eppure nessuno – nessuno con un minimo di sale in zucca, certo – vorrebbe trovare anche in Italia le pistole al supermercato, come avviene negli Stati Uniti, in nome del fatto che le pistole sono incolpevoli e “dipende sempre dall’uso che se ne fa”. Uno spray non è una pistola, ma il punto rimane lo stesso: quanto più circolano strumenti di facile utilizzo pensati per arrecare un danno al prossimo, tanto più capiterà che a qualcuno venga in mente di utilizzare quegli strumenti per arrecare un danno al prossimo. Incentivare le persone ad armarsi e difendersi da sole vuol dire aumentare la diffusione – per le strade, nelle scuole, ai concerti, in famiglia – di strumenti nati per arrecare un danno al prossimo, con le note conseguenze. Non è una cosa così complessa da capire.

Il senso di minaccia e pericolo percepito da molte persone – alimentato ad arte da politici e giornali irresponsabili, interessati a guadagnare denari o consensi, nonostante omicidi, rapine e furti siano in costante diminuzione – si cura con un’informazione precisa e prudente, con politici consapevoli delle proprie responsabilità e con il lavoro delle forze dell’ordine, e non distribuendo a pioggia spray urticanti sotto i gazebo o in allegato con i quotidiani. Altrimenti dagli spray urticanti si passa velocemente alle mazze da baseball, e poi magari dalle mazze da baseball proprio alle pistole, inseguendo l’illusione delirante che una società in cui tutti sono armati sia una società più sicura. Una società in cui tutti sono armati è una società in cui ci si fa male tutti, ovunque e per niente, e in cui si ha paura a uscire di casa. Tocca dire persino banalità come queste.