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Un giorno a caso in Italia

A proposito del post di qualche giorno fa sul razzismo di moltissimi italiani – cavalcato, sobillato e sdoganato da politici e giornali che un giorno ne risponderanno davanti alla storia – metto in fila quattro notizie a caso, grandi e piccole, trovate in un giorno a caso, oggi, su un quotidiano a caso, il Corriere della Sera, una pagina dopo l’altra.

Le prime due sono queste. Cose del genere capitano ogni giorno in ogni città, sugli autobus, per le strade, dentro i negozi, negli uffici pubblici. A noi ne arrivano i racconti solo quelle poche volte in cui qualcuno gira un video o decide di raccontarlo.

Poi uno sfoglia pagina e trova questa notizia.

Sulla stessa pagina, basta solo abbassare lo sguardo e c’è quest’altra notizia.

E non parliamo della criminalizzazione delle ong, della disinformazione quotidiana, della tv del pomeriggio, eccetera. Un giorno a caso, su un giornale a caso, in questo paese ben preciso.

 

Il problema non è l’immigrazione

Hanno detto che il problema erano i cosiddetti “migranti economici”, non i rifugiati, e poi hanno respinto i rifugiati esattamente come i migranti economici. Hanno detto che il problema era che stavano arrivando troppe persone, e poi hanno giudicato troppe anche quaranta persone, trenta, dieci. Hanno detto che il problema era che vivevano per strada, e poi ce ne hanno mandati apposta molti di più, per strada. Hanno detto che il problema era il sistema inadeguato dell’accoglienza, e la loro soluzione è stata smantellarlo. Hanno detto che il problema erano i costi eccessivi, e ora sembra sia diventato eccessivamente costoso persino mandare quattro medici su una barca. Hanno detto che il problema è che erano tutti maschi in piena salute, e poi non hanno fatto alcuna differenza per donne, bambini e malati. Hanno detto che il problema è la loro cultura, e poi hanno osteggiato diritti e opportunità anche di chi fosse nato in Italia. Hanno detto che portavano criminalità e reati in aumento, e gli altri si sono affannati a presentare smentite in forma di dati e fogli Excel, inutilmente. Hanno detto che il problema era l’Europa, e gli altri si sono affannati a spiegare come e perché da anni si cerca di cambiare questo e quel regolamento, inutilmente. Hanno detto che certe ong erano colluse con i trafficanti e hanno deciso di bandirle tutte indiscriminatamente, anche mentre le indagini non andavano da nessuna parte. Hanno detto che questa o quella nave aveva violato questa o quella norma, e poi hanno tenuto duecento persone sequestrate per giorni a bordo di una nave della Marina militare. Hanno detto che il problema è la crisi economica e poi hanno fatto il pieno di voti nelle regioni più ricche d’Italia e d’Europa. Hanno detto che in Italia si può arrivare solo rispettando la legge quando da moltissimi paesi non esiste una via legale per arrivare in Italia.

Nel frattempo le aggressioni contro le persone non bianche sono aumentate verticalmente, e quando un nazista è andato per strada a sparare a dei neri a caso hanno fatto a gara a giustificarlo. Hanno provato a escludere i bambini non bianchi dalle mense scolastiche e a togliergli i buoni libro, hanno passato settimane a capire come evitare che il reddito di cittadinanza potesse andare agli stranieri regolari e come togliergli le case e le chiese, hanno proposto norme ad hoc per i negozi “etnici”, hanno raddoppiato le tasse sul volontariato, hanno dato della scimmia a una ministra nera, hanno parlato apertamente di un complotto contro la «razza bianca». Come sapete, l’elenco potrebbe continuare. Discutere di politiche migratorie e confutare gli argomenti di cui sopra serve fino a un certo punto, perché il problema non è questo governo e non è l’immigrazione: il problema è il razzismo. Quello delle persone. Per ogni paese prima o poi arriva il momento in cui farci i conti davvero: a noi – che siamo un paese di immigrazione ridottissima e recentissima – sta capitando adesso. La battaglia è epocale e culturale: non riguarda un governo, una legge, una nave. Basta mettersi davanti a una scuola elementare alle 8 del mattino per osservare che stiamo diventando un paese sempre meno bianco e rendersi conto che queste tensioni dureranno decenni, che non passeranno con la fine di questa fase politica e che andrà molto peggio, prima che vada meglio. Prima ce ne rendiamo conto e prima si potrà fare qualcosa.

Quando la guerra tra bande finirà

Sì, è imbarazzante che due anni fa Matteo Salvini proponesse – con quella solennità popolana da terzo bicchiere di vino che impasta tutta la sua retorica – addirittura la disobbedienza dei sindaci della Lega contro la legge sulle unioni civili, mentre oggi minaccia ritorsioni contro i sindaci di centrosinistra che non hanno intenzione di applicare il cosiddetto “decreto sicurezza” perché crea problemi alle città invece di risolverne, ed è con ogni probabilità incostituzionale. Ma è imbarazzante anche il contrario, purtroppo, perché all’epoca furono gli elettori del centrosinistra a imbufalirsi e ricordare a Salvini che le leggi dello Stato vanno applicate e basta, e lo stesso fecero i dirigenti del PD e gli allora membri del governo: «ogni sindaco è chiamato ad applicare la legge», risposero a Salvini, e «nessuno ha diritto a disapplicare la legge» perché «di fronte alla legge si ferma il politico, persino il magistrato».

Non mi sogno nemmeno di mettere sullo stesso piano una legge razzista e criminogena come il “decreto sicurezza” con quella salvifica e tardiva sulle unioni civili. Il problema però è che in un dibattito politico di questa povertà intellettuale, che si preoccupa di parlare agli elettori sempre e solo come fossero bambini, che non conosce sfumature, che ruota solo attorno alla spregiudicatezza e alla tattica, ogni argomento è prevedibile e ribaltabile alla bisogna: vale tutto, pur di fottere l’avversario. In questo modo si finisce per disinnescare qualsiasi discussione possibile, nonché qualsiasi possibilità di persuasione. La disobbedienza civile è una cosa seria, e pone questioni antiche quanto la democrazia: l’argomento del centrosinistra ieri e dell’estrema destra oggi è che una democrazia non funziona se i pubblici ufficiali decidono quali leggi far applicare e quali no, mentre l’argomento del centrosinistra oggi e dell’estrema destra ieri è che in alcuni casi – estremi e rari – la disobbedienza alle leggi dello Stato è necessaria, e se ne pagano le conseguenze. Sarebbe una cosa interessante su cui discutere e dividersi, a costo di rinunciare alla pretesa di raggiungere conclusioni assolute: magari lo faremo quando la guerra tra bande finirà. Se finirà.

Buongiornissimo

Intervistato dal Corriere della Sera a proposito della sua espulsione dal Movimento 5 Stelle, il senatore Gregorio De Falco ha detto che le persone del suo ex partito non sanno «gestire il dissenso» e «non hanno nessuna attitudine democratica». La senatrice Paola Nugnes, la cui espulsione dal partito è ancora in corso di valutazione, dopo l’apertura della procedura dei probiviri del Movimento 5 Stelle aveva scritto esasperata su Facebook ai suoi imbufaliti fan ed elettori: «Ho avuto modo di spiegarvi e di dirvi ma evidentemente non vi interessa capire. Continuate a dirmi piddina dimostrando di non capire neanche quello che si dice, di non conoscere i fatti, vi mancano forse i dati e le informazioni per valutare». Dopo l’espulsione di De Falco – su di lei non è ancora stata presa una decisione –  Nugnes ha ironizzato sull’evidente ipocrisia del detto «uno vale uno» e poi, sempre al Corriere, ha detto che nelle decisioni interne al Movimento pesa grandemente il volere della Casaleggio Associati.

Dato che – nonostante le occasioni non siano certamente mancate – non risultano prese di posizione precedenti di simile amarezza e assertività da parte di De Falco e Nugnes, l’osservatore esterno non può fare a meno di rassegnarsi a pensare che ci siano solo due spiegazioni possibili. La prima è che De Falco e Nugnes, forse a causa di un grave incidente o un lungo viaggio interstellare, non siano a conoscenza di quello che è accaduto in Italia negli ultimi dieci anni. La seconda è che tutto ciò che oggi fingono di notare con sconcerto – i parlamentari espulsi a mazzi e costretti a rinunciare alle loro prerogative costituzionali, il fatto che il partito sia proprietà privata di un tizio che lo ha ereditato dal padre e che esercita un potere assoluto, il fiume di molestie, calunnie e insulti che ricopre online e offline qualsiasi oppositore, l’ignoranza rivendicata e utilizzata come arma – gli sia andato bene, più che bene, finché si sono trovati nella posizione di goderne. Com’è che si dice: avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto. Finché non avete perso. Abbiate perlomeno la costumatezza di non fingervi sorpresi.

E poi comprammo una mazza per difenderci dagli spray

Non sappiamo ancora se la strage di Corinaldo sia stata innescata da uno spray urticante. Magistrati e carabinieri stanno esaminando anche altre ipotesi, visto che quella dello spray comporta alcune cose che al momento sembrano non tornare del tutto. Vedremo cosa verrà fuori dalle indagini. Sappiamo però che da ormai un paio d’anni il numero di aggressioni con gli spray urticanti in Italia si è moltiplicato, sia in occasione di concerti e raduni sia in altri contesti, dalle scuole alle risse fuori dai locali alle liti condominiali. Uno strumento presentato e diffuso come utile all’autodifesa è diventato in molti casi un’arma usata per aggredire il prossimo, con conseguenze potenzialmente gravissime. Si dirà che lo strumento in sé è incolpevole, e tutto dipende dall’uso che se ne fa: ma è un ragionamento che vale allora anche per le armi da fuoco, eppure nessuno – nessuno con un minimo di sale in zucca, certo – vorrebbe trovare anche in Italia le pistole al supermercato, come avviene negli Stati Uniti, in nome del fatto che le pistole sono incolpevoli e “dipende sempre dall’uso che se ne fa”. Uno spray non è una pistola, ma il punto rimane lo stesso: quanto più circolano strumenti di facile utilizzo pensati per arrecare un danno al prossimo, tanto più capiterà che a qualcuno venga in mente di utilizzare quegli strumenti per arrecare un danno al prossimo. Incentivare le persone ad armarsi e difendersi da sole vuol dire aumentare la diffusione – per le strade, nelle scuole, ai concerti, in famiglia – di strumenti nati per arrecare un danno al prossimo, con le note conseguenze. Non è una cosa così complessa da capire.

Il senso di minaccia e pericolo percepito da molte persone – alimentato ad arte da politici e giornali irresponsabili, interessati a guadagnare denari o consensi, nonostante omicidi, rapine e furti siano in costante diminuzione – si cura con un’informazione precisa e prudente, con politici consapevoli delle proprie responsabilità e con il lavoro delle forze dell’ordine, e non distribuendo a pioggia spray urticanti sotto i gazebo o in allegato con i quotidiani. Altrimenti dagli spray urticanti si passa velocemente alle mazze da baseball, e poi magari dalle mazze da baseball proprio alle pistole, inseguendo l’illusione delirante che una società in cui tutti sono armati sia una società più sicura. Una società in cui tutti sono armati è una società in cui ci si fa male tutti, ovunque e per niente, e in cui si ha paura a uscire di casa. Tocca dire persino banalità come queste.

Italia, 2019

La procedura d’infrazione è stata evitata ma al governo è costata la faccia: i soldi per il reddito di cittadinanza e la quota 100, già ampiamente ridotti alla fine dell’anno, sono diventati prima una cifra simbolica e poi sono stati azzerati dalla necessità di rivedere la spesa, a fronte della crescita molto inferiore alle stime. Anche perché nel frattempo, col secondo trimestre consecutivo di crescita negativa, l’Italia è andata tecnicamente in recessione; le pressioni sui mercati sono cresciute e la stesura dei disegni di legge per mantenere le promesse si è arenata. Le tensioni tra Lega e Movimento 5 Stelle, già evidenti durante la fase di approvazione della manovra, sono aumentate con l’inizio della campagna elettorale in vista delle europee. Il M5S ha continuato ad arretrare nei sondaggi, e i malumori tra i parlamentari hanno fatto più volte inciampare il governo in Parlamento, innescando uno scaricabarile sempre più velenoso. La pazienza è finita anche nella Lega, dove i grillini sono visti ormai come buoni a nulla e accusati di combinare solo guai, sprecando una grande occasione. Nel frattempo il caso Di Maio si è allargato settimana dopo settimana, tra case abusive, lavoratori in nero e tasse mai pagate, e ha deteriorato molto i suoi rapporti con Casaleggio, che intanto osserva sondaggi su sondaggi in cui il calo del Movimento è inarrestabile. Alessandro Di Battista, tornato in Italia, ha fatto capire di voler essere il prossimo leader del Movimento.

Si arriva quindi alle elezioni europee con Lega e M5S in aperto conflitto, un dispetto dopo l’altro, un emendamento-trappola dopo l’altro, con la Lega a rivendicare le uniche cose buone fatte dal governo e ad accusare il M5S di tutte le cose che non hanno funzionato.

Le elezioni europee vanno come previsto. La Lega diventa il primo partito – il crollo dell’affluenza tra gli elettori del centrosinistra le fa quasi raddoppiare la percentuale rispetto alle politiche, anche se in termini di voti effettivi l’aumento è più basso – e il M5S crolla. Gli equilibri politici su cui si regge il governo saltano completamente. La Lega reclama spazi e incarichi, vuole una “verifica” e chiede di sostituire Conte con un altro tecnico, ma stavolta proveniente dalla sua area. Nel Movimento i rapporti si sono molto deteriorati, e si è capito che tira un’aria nuova. La nuova ed ennesima fase di incertezza politica peggiora ulteriormente la situazione sui mercati. Lo spread supera quota 400, qualcuno evoca lo spettro del Fondo Monetario Internazionale. Nelle cancellerie europee l’Italia è sempre l’argomento del giorno. Si parla apertamente della possibilità di un prestito internazionale, qualcuno usa ancora il titolone FATE PRESTO. Le pressioni perché cambi il governo diventano fortissime. Casaleggio in un’intervista dice che il M5S ha perso le europee perché non ha saputo differenziarsi abbastanza dalla Lega, e sostiene – facendo evidentemente riferimento a Di Maio – che chi si è occupato del governo abbia avuto così tante cose da fare da non essere riuscito a occuparsi anche del partito, suggerendo di separare gli incarichi. Il messaggio è chiaro. In un post sgrammaticato sui social network, Di Maio scrive che qualcuno vuole farlo fuori e parla di tradimento. Dopo qualche giorno, con una votazione-lampo indetta sul blog del partito, Di Battista viene eletto nuovo capo politico del M5S. Sia lui che Casaleggio dicono che Di Maio rimarrà il responsabile dell’azione di governo del partito, ma intanto al governo le cose sono precipitate. Salvini rompe gli indugi, accusa il Movimento di fare danni al paese con le sue continue divisioni e li scarica. Cade il governo.

Il nuovo Movimento guidato da Di Battista accusa la Lega dei limiti del governo Conte, senza grande successo. Dice che è il momento di tornare all’opposizione e ritrovare lo spirito delle origini, perché il Movimento avrebbe dovuto mantenere il suo proposito di non fare alleanze. Il Fatto e tutta l’area applaudono a questa scelta, che è anche la più gradita ai militanti ormai disorientati. L’unica soluzione, dice Di Battista, è tornare subito a votare: ogni altra strada sarebbe un inciucio. Salvini però ha il coltello dalla parte del manico, forte del recente successo elettorale e dello sgretolamento degli avversari. Dice che non ha certamente paura del voto, visto che ha appena ottenuto il 30 per cento, ma che prima è giusto capire se è possibile far nascere un governo sostenuto dalla coalizione di centrodestra votata dagli elettori a marzo del 2018. È sempre stata la mia prima scelta, dice. Fratelli d’Italia e Forza Italia, usciti più che malconci dalle europee e terrorizzati dal voto, non possono che accettare un ingresso al governo.

Mancano un po’ di seggi in Parlamento, ma arrivano nel giro di poco. La maggior parte li porta Luigi Di Maio, che esce dal Movimento con grande acrimonia dopo essere stato fatto fuori, sostenendo che non vada sprecato quanto di buono fatto dal governo Conte, esperienza che rivendica. Seguono Di Maio soprattutto parlamentari del M5S al secondo mandato, che non verrebbero ricandidati o eletti in caso di nuove elezioni (anche perché la prospettiva di prendere di nuovo il 32 per cento è remotissima, e Di Battista ha fatto capire di voler cambiare molte facce). Un altro pezzetto arriva dal gruppo misto e dallo sbriciolamento del PD. Se la vittoria alle europee del 2014 aveva innescato una forza centripeta che aveva attirato nel PD pezzi da destra e da sinistra, da Andrea Romano a Gennaro Migliore, la sconfitta alle europee del 2019 determina lo stesso fenomeno a favore della Lega. Nasce un nuovo gruppo parlamentare, la quarta gamba del centrodestra, e i numeri in Parlamento ci sono. Salvini fa sapere che le sue promesse – riforma delle pensioni e flat tax – ora si potranno fare davvero, senza le tentazioni assistenzialiste di un Movimento che dice essere diventato “terzomondista”. Le burocrazie europee vedono questo sviluppo con favore e non mancano di farlo sapere: in fondo è un normale governo di centrodestra. Durante la fase di formazione del governo lo spread scende ai minimi dalla fine del 2017. La Lega dice che il fallimento del governo Conte dimostra una volta di più che con i professori universitari non si va da nessuna parte. Nasce il governo Salvini.

Una gara tra zoppi

C’è un motivo se Marco Minniti, nel corso della sua lunga carriera politica, ha avuto molti incarichi importanti ma mai una leadership personale o una carica monocratica elettiva, che fosse il consigliere regionale o il sindaco o il presidente di regione. Il motivo (non è una colpa, e vale in misure diverse anche per Martina e Zingaretti) è che Minniti è un onesto e rispettabile gregario, e non un leader. Il triste percorso della sua candidatura – annunciata con un’intervista dopo settimane di trattative di partito, ritirata con un’intervista dopo settimane di trattative di partito – è l’inevitabile percorso di tutte le iniziative che non nascono da vere ambizioni ma dalla faticosa necessità di rappresentare un pezzo di ceto politico sotto la nobile patina dello «spirito di servizio». Quando quel pezzo di ceto politico ci ripensa, non resta altro. Il fatto che Minniti ritirando la sua candidatura abbia deciso di usare l’argomento per cui «c’erano troppi candidati», invece che affrontare l’elefante nella stanza, conferma la sua identità di onesto e rispettabile gregario, oltre che una certa impermeabilità al senso del ridicolo.

Da Obama a Salvini, da Di Maio a Merkel, dal Berlusconi del 1994 al Renzi del 2014, le leadership moderne che ottengono consensi e risultati sono frutto di due cose soltanto apparentemente contraddittorie, e nessuna di queste è «lo spirito di servizio»: un’ambizione personale autentica, cannibale, e la convinzione ossessiva, in buona fede, di voler fare innanzitutto ciò che è meglio per il paese. Minniti è evidentemente privo della prima. A chi gli ha sfilato la sedia manca da tempo la seconda.

È uscito il libro di Joe Biden che ho tradotto

È uscito in Italia l’ultimo libro di Joe Biden, che ho tradotto io. Si intitola “Papà, fammi una promessa” (“Promise me, Dad”, in versione originale) ed è uscito per NR edizioni; lo trovate per il momento solo su Amazon, sia in versione cartacea che in versione ebook. Nei prossimi giorni anche sulle altre piattaforme online come IBS e in alcune librerie indipendenti.

Avevo comprato l’edizione originale di questo libro un anno fa a New York, e ve ne avevo parlato molto prima che NR Edizioni decidesse di comprarne i diritti per pubblicarlo in Italia, e di affidarne a me la traduzione; per questo non provo nessuna remora nel dirvi che è un libro speciale, interessante e toccante, e che consiglierei anche a qualcuno che non fosse appassionato di Stati Uniti e politica americana. Si parla di politica, certo: Biden racconta dell’anno in cui ha organizzato e poi smantellato la sua candidatura alle primarie del Partito Democratico, occupandosi nel frattempo – in qualità di vicepresidente – di quello che succedeva in posti come l’Ucraina, l’Iraq e l’America Centrale. Si parla del suo rapporto con Barack Obama, con Hillary Clinton e anche con Vladimir Putin. Ci sono molte storie di colloqui riservati e di dietro-le-quinte che sicuramente piaceranno a molti di voi. Ma c’è una vicenda personale che si intreccia alle vicende politiche: la malattia e poi la morte del suo figlio maggiore, Beau.

Una cosa del genere sarebbe una tragedia in ogni circostanza e in qualsiasi famiglia, ma per Biden rappresenta qualcosa in più. Beau, infatti, da bambino era sopravvissuto all’incidente stradale in cui erano rimaste uccise la prima moglie di Biden e sua figlia. Biden aveva poco più di trent’anni, e quella storia lo ha segnato per sempre. Per dirne una tra tutte: dopo aver faticosamente deciso di continuare a fare il senatore, si impose di tornare da Washington a casa sua a Wilmington, in Delaware, tutte le sere, pur di tornare ogni sera a casa con i suoi figli sopravvissuti, Beau e Hunter. Biden fece il pendolare per trent’anni, un’ora e mezza all’andata e un’ora e mezza al ritorno, a qualsiasi costo, anche mentre era il capo della commissione Esteri e ricopriva incarichi di grande importanza, al punto che la stazione dei treni di Wilmington è intitolata a lui dal 2011.

Insomma, è una grande storia, su una grande persona. E anche su un potenziale candidato alle elezioni presidenziali del 2020. Tradurre le sue parole è stato un onore e un piacere. Il libro, come vi dicevo, lo trovate qui. Se qualcuno di fosse un libraio e volesse avere delle copie fisiche da vendere in negozio, o volesse organizzare una presentazione, questo è l’indirizzo a cui scrivere: gianluca@nredizioni.it. Se siete iscritti alla mia newsletter, ci trovate dentro un estratto del primo capitolo; se non siete iscritti, potete farlo qui. Se vorrete comprarlo e poi farmi sapere cosa ne pensate, ne sarò felice.

Ci sono quattro nuovi episodi di Da Costa a Costa

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Ciao! È stata una settimana molto movimentata nella politica statunitense: chi è rimasto indietro può mettersi in pari innanzitutto leggendo qui e qui. Ma c’è molto da dire, e presto proveremo a fare insieme un piccolo punto della situazione. Oggi vi scrivo però per un’altra ragione: sono online quattro nuovi episodi della stagione speciale di Da Costa a Costa, e questi episodi del podcast li trovate solo su Storytel, una piattaforma internazionale di audiolibri e serie audio originali. Per iscrivervi, cliccate qui: c’è un mese di prova gratuito, oltre il quale – se decidete di restare abbonati – si pagano 9,99 euro al mese. Una volta registrati potete ascoltare da subito tutto il catalogo, non solo Da Costa a Costa. Il primo episodio di questa stagione speciale, invece, completamente inedito, si può ascoltare gratis.

Cosa c’è nei quattro nuovi episodi disponibili da oggi? Sono alcuni tra gli episodi più ascoltati della scorsa stagione, ma aggiornati, modificati e ri-registrati, da zero.

L’episodio 2 racconta dell’abuso da farmaci antidolorifici, che oggi in America fa più morti delle armi e coinvolge persone lontanissime dalla descrizione stereotipata del tossicodipendente. Una storia indispensabile per conoscere un po’ di più la cosiddetta “America profonda”. L’episodio 3 è un reportage dal Michigan, forse LO stato decisivo alle presidenziali del 2016, con una storia esemplare dei problemi che sta affrontando una grossa parte dell’America, soprattutto il cosiddetto Midwest. L’episodio 4 racconta di Flint, la città che cinquant’anni fa era descritta come un modello di prosperità e sviluppo e che oggi è invece una delle città più povere e pericolose d’America, e dove dal 2014 per quasi due anni dai rubinetti è uscita acqua gravemente contaminata dal piombo. L’episodio 5 ricostruisce il caso Watergate, il più grave scandalo che abbia mai coinvolto la presidenza degli Stati Uniti, e parte da quella vicenda per illuminare e spiegare il Russiagate e le sue potenziali conseguenze.

Questa stagione conterà in tutto dieci episodi: cinque sono già usciti, con oggi, mentre i prossimi quattro usciranno il 6 ottobre. L’ultimo, il decimo, sarà completamente inedito e uscirà subito dopo le elezioni di metà mandato del 6 novembre, quando capiremo quantomeno la conformazione dei blocchi di partenza della campagna per le presidenziali del 2020, se Trump rischia o no l’impeachment, che margini avrà al Congresso nei prossimi due anni per far avanzare la sua agenda legislativa.

Grazie a chi è venuto giovedì sera a Mantova, al Festivaletteratura, ad ascoltare la conversazione tra me e Gary Younge. Il suo libro, Un altro giorno di morte in America, è potentissimo e raro. I prossimi appuntamenti:

– il 14 settembre alle 18 a Trento, nell’ambito del Festival delle Resistenze Contemporanee, racconterò un po’ di cose che ho visto e capito dell’America in questi anni. Dettagli qui.

– il 16 settembre alle 10 a Gressoney-Saint-Jean, in provincia di Aosta, nell’ambito del Premio Subito, condurrò una rassegna stampa insieme a Luca Sofri, il direttore del Post, Alessandra Sardoni di La7 e Annalisa Cuzzocrea di Repubblica.

– il 26 settembre alle 18.30 a Milano, alla Feltrinelli di Piazza Duomo, parlerò con David Litt del suo libro, Grazie, Obama!, uscito in Italia per HarperCollins. David Litt è stato assunto alla Casa Bianca a 24 anni, nel 2011, come scrittore di discorsi, e ne ha scritti prima per un po’ di pezzi grossi dell’amministrazione e infine proprio per Barack Obama. La cosa bella è che Litt ha anche un gran talento comico, e leggendo il suo libro si sghignazza molto.

– il 30 settembre alle 11 a Livorno, nell’ambito del festival “Il senso del ridicolo”, parlo proprio del rapporto tra politica e umorismo, insieme con Stefano Bartezzaghi e Pippo Civati. Dettagli qui.

A presto!
Francesco

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Cosa ho fatto in questi mesi

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Un anno fa, a giugno, mi trovavo in Texas. Giravo in macchina in lungo e in largo, da nord a sud e da est a ovest, percorrendo tutto il confine, visitando grandi città e paesini sperduti nel deserto, parlando con più persone possibile, per cercare di capire qualcosa in più di un posto straordinario ed esemplare, se si vogliono conoscere gli Stati Uniti. Il frutto di quel lavoro – reso possibile dalle vostre donazioni – sono due tra le puntate più ascoltate della scorsa stagione di Da Costa a Costa. C’è una cosa che non vi ho raccontato, però, su quel viaggio.

Prima di partire, studiando e raccogliendo materiale in vista della partenza, avevo letto una storia. A marzo del 2017 una tempesta di neve aveva bloccato tutti i voli in uscita da Washington, quindi due giovani deputati del Texas – uno del Partito Democratico e uno del Partito Repubblicano – avevano deciso di noleggiare una macchina e tornare a casa insieme, dandosi il cambio alla guida e percorrendo 2.500 chilometri in poco più di 24 ore. I due deputati avevano fatto una cosa in più: avevano montato un cellulare sul cruscotto e avevano trasmesso in streaming il viaggio intero, in cui avevano parlato di tutto, dalle armi alla sanità, dal lavoro ai diritti civili, dalla musica allo sport, in modo appassionato e civile, a volte anche con umorismo. In un’epoca di brutale odio politico, il fatto che due avversari avessero deciso di fare una cosa così sana e divertente diventò una notizia: anche perché erano entrambi considerati molto promettenti. Il deputato Repubblicano si chiama Will Hurd, è un ex agente della CIA che ha lavorato sotto copertura in Afghanistan e in Pakistan, ed è stato il primo deputato nero eletto in Texas con il Partito Repubblicano. Il deputato Democratico si chiama Beto O’Rourke, è un ex imprenditore e chitarrista punk. È popolarissimo tra i giovani e i suoi discorsi sono ipnotici: riesce a essere allo stesso tempo idealista e pragmatico, come sanno fare solo i personaggi di un certo spessore. Già allora Beto, come lo chiamano tutti, aveva annunciato che si sarebbe candidato al Senato per sfidare il potentissimo e famosissimo Ted Cruz, del Partito Repubblicano.

In quel periodo Beto era conosciuto praticamente solo in Texas, e la sua candidatura era considerata velleitaria. Ma mi sembrava comunque un personaggio interessante, quindi durante il mio viaggio provai a incontrarlo. Segue documentazione autentica.

Mi chiamarono poco dopo, proprio mentre attraversavo a piedi il ponte che separa El Paso da Ciudad Juarez, la capitale del narcotraffico mondiale, una delle città più pericolose e violente del mondo. Beto e il suo staff erano disponibili a organizzare un’intervista, provammo a incrociare le agende ma Beto era fuori città e sarebbe tornato a El Paso solo dopo la mia partenza. Niente da fare. Raccontai al suo simpatico addetto stampa che mentre gli parlavo mi trovavo esattamente sulla linea di confine; lui mi diede qualche dritta e mi consigliò un bar a Ciudad Juarez, dicendomi con tono rassicurante che era un posto «relatively safe». La frase non mi rassicurò affatto, ma alla fine tornai indietro tutto intero, e, comunque questa è un’altra storia.

Di Beto vi parlai poi nel podcast, ma vi racconto tutto questo perché oggi, negli Stati Uniti, Beto O’Rourke è sulla bocca di tutti. Sta facendo una gran campagna elettorale, generando un entusiasmo straordinario soprattutto tra i giovani e raccogliendo una montagna di quattrini; la stampa ha cominciato a fare paragoni impegnativi e non completamente infondati. I sondaggi lo danno indietro, ma di poco: e trovarsi di poco dietro Ted Cruz, in Texas, è tanto. Non chiedetemi se Beto vincerà o no: è già abbastanza difficile provare a capire il presente, figuriamoci prevedere il futuro. Ma Beto in futuro andrà tenuto d’occhio in ogni caso, che vinca o che perda (e solo chi fa il giornalista può immaginare quanto io possa soffrire al pensiero che avrei potuto incontrarlo e intervistarlo, un anno fa, quando non lo conosceva ancora nessuno).

Ciao a tutti, e grazie per il caloroso bentornato. Durante questa settimana mi avete scritto decine e decine di email e messaggi su tutti i social network, che mi hanno fatto molto felice. Grazie anche per l’accoglienza che avete riservato al primo episodio della nuova stagione speciale di Da Costa a Costa, che è ancora primo in classifica su iTunes nella sezione “News e Politica” e tra i contenuti più ascoltati su Storytel. I prossimi quattro episodi usciranno – tutti in una volta! – l’8 settembre.

Come promesso, oggi vorrei raccontarvi cosa ho fatto in questi otto mesi di assenza dalla newsletter; alcuni di voi queste cose potrebbero saperle già, perché le ho accennate qualche settimana fa in una diretta su Instagram (che si può rivedere qui). Capiterà ancora: se volete essere sempre i primi a sapere le cose che mi riguardano, seguitemi su Instagram. Prima di cominciare, però, vi devo ancora due parole sul podcast, per rispondere ad alcune delle domande che ho ricevuto.

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