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Poca roba

La risposta con cui ieri Draghi ha masticato Salvini non dovrebbe oscurare un fatto più importante delle parole, e cioè la sostanziale sconfitta politica di Salvini, peraltro l’ennesima: la Lega è entrata in Consiglio dei ministri dicendo “no al green pass” e ne è uscita dicendo “bene, avanti così”, è entrata ragliando che gli under 40 non dovrebbero vaccinarsi ed è uscita spiegando con tono piagnucoloso che si riferiva soltanto ai “dubbi sul vaccino ai minorenni” (peraltro infondati anche quelli).

È un fatto politico che andrebbe osservato a prescindere dalle proprie idee, perché le prove ormai sono tante, dal Papeete in poi, tanto che al Post lo abbiamo scritto in tempi non sospetti: Salvini è un politico scarso. Il suo indiscusso successo di consensi si è basato fin qui su una formidabile somiglianza con un pezzo significativo degli italiani, un mix di atteggiamento da bulletto al bar, esibizione del cinismo, vittimismo infantile, linguaggio da tronista e impianto valoriale composto da proverbi e buongiornismi. In questo è ancora imbattibile: nessuno somiglia agli italiani più di lui. Ma la politica è ottenere risultati, e guadagnare influenza per ottenere altri risultati. Da questo punto di vista, Salvini è poca roba.

I più arrabbiati per questa palese inadeguatezza dovrebbero essere quelli che lo hanno votato: avevano il paese in mano e sono finiti a farsi umiliare dall’ex capo della BCE. Ma anche i suoi avversari che a lungo lo hanno descritto come imbattibile – “guai a votare, se no vince Salvini” – dovrebbero ragionare un po’ sui propri limiti.

Magari fosse solo avidità

Ritorno su una cosa che ho detto oggi su Morning, perché credo ci sia il rischio di imparare la lezione sbagliata da questa storia tremenda della funivia. Tutti i giornali, da Repubblica a Libero, dicono che sia stata “la strage dell’avidità”. Che gli operatori della funivia che hanno disattivato i freni di emergenza pur di tenere aperto l’impianto, quindi, lo abbiano fatto per un “desiderio intenso e insaziabile di denaro” (Treccani). È una spiegazione consolatoria per noialtri, che mai ci definiremmo mossi da un “desiderio intenso e insaziabile di denaro”. Ed è facile sceglierla, perché assolve tutti tranne quei tre.

Non credo sia stata l’avidità a muovere quelle persone a disattivare i freni d’emergenza pur di lavorare, e non lo dico per togliere una briciola di gravità da quello che hanno fatto: semmai per aggiungerne, e darne un po’ anche a noi. Questa non mi sembra una “strage dell’avidità”: mi sembra una strage del “tengo famiglia”. Una strage del “anche noi dobbiamo mangiare”. Una strage di chi si crede più furbo degli altri, di chi lavora male perché “cosa vuoi che succeda”, “ci penserà qualcun altro”, “c’è chi fa peggio di noi”, “con tutte le schifezze che fanno gli altri, proprio noi dobbiamo farci problemi?”.

“Anche noi dobbiamo mangiare”. Quante volte lo abbiamo sentito da chi assume in nero, da chi non paga le tasse perché ha deciso che sono troppe, da chi pretende che la sua azienda continui a inquinare e che la propria necessità di mangiare diventi un alibi e superi i diritti di tutti, compresi quelli che si sobbarcano la fatica della responsabilità o di pagare tasse che sono troppe anche per loro? Qual è la differenza tra chi ha tolto il freno di una funivia pur di lavorare e chi ha tenuto il ristorante aperto quando era vietato, nonostante la certezza di provocare contagi e morti? Certo, morti forse meno cruente e visibili: ma morti. Questa cultura è ovunque intorno a noi.

Il gestore di una funivia che fosse guidato esclusivamente dal proprio interesse economico non toglierebbe mai un freno di emergenza per qualche giornata di incassi, perché il concreto rischio di un incidente distruggerebbe istantaneamente qualsiasi profitto, oltre che la sua vita. È una scelta stupida proprio sul piano economico, oltre che per tutto il resto. È facile prendersela con i soldi, riflesso condizionato della nostra cultura pauperista, molto cattolica e poco calvinista, ma a me non sembra che abbiamo un problema di avidità. Abbiamo un problema di responsabilità.

Andrà tutto bene

Come ho scritto in questi giorni, le cose si valutano da come le fai e da quali risultati ottieni. I conti, quindi, li faremo alla fine.

Personalmente, continuo a pensare che – seppur nel contesto di un governo mediocre, diretta espressione di un Parlamento mediocre e di un paese mediocre – i punti di conflitto politici nella precedente maggioranza parlamentare potessero essere affrontati e risolti senza la necessità di innescare una crisi di governo. Invece c’è stata la crisi, e tra veti e controveti i partiti si sono incartati: in una trattativa tra soggetti debolissimi, anche lo scenario indicato da tutti me compreso come il più probabile – una riedizione della maggioranza precedente, con qualche correzione – si è rivelato per ora, e sottolineerei per ora, impraticabile. Costringendo il presidente della Repubblica a prendere l’iniziativa.

A questo punto, detto che tutto potrebbe cambiare di nuovo nel giro di qualche ora, mi sembra di capire che lo scenario che abbiamo davanti sia questo: la legislatura iniziata col governo dei No Euro – nello stesso Parlamento mediocre di cui sopra – potrebbe concludersi con un governo tecnico guidato da Mario Draghi, il banchiere europeo per eccellenza, che dovrebbe ottenere su ogni singola misura – da quota 100 al reddito di cittadinanza alla spesa del Recovery Fund – il consenso del Partito Democratico, di Italia Viva, di Forza Italia, di almeno un pezzo della Lega e di almeno un pezzo del Movimento 5 Stelle (che al momento ha detto “col cavolo”). Ammesso che così ci siano i numeri, perché non è detto, ed eventualmente vedremo per quanto e per fare cosa, saremmo passati da un governo in cui l’ago della bilancia è stato Italia Viva a uno in cui l’ago della bilancia sarà la Lega.

E questo è il miglior scenario possibile. Come si dice: “andrà tutto bene”.

Re Mida al contrario

Torno a discutere della crisi di governo per aggiungere una cosa al post di ieri sull’irrilevanza dello spettacolo a cui stiamo assistendo.

Credo che sia legittimo aprire una crisi di governo “in questo momento”, e ho trovato stucchevoli le preoccupazioni su come “durante una pandemia” sarebbe stato meglio evitare. Come a dire: siccome stavolta gli errori possono costarci davvero cari, evitiamo di correggerli. Lo scandalo è ancora più bizzarro dal momento che nell’ultimo anno il governo è stato criticato da tutti su tutto, dai DPCM alla gestione della cassa integrazione, dalla delega all’onnipotente commissario Arcuri all’imbarazzante vicenda delle scuole, dai rapporti con le regioni fino alla furba decisione di stanziare una montagna di soldi per pagare le persone perché vadano fisicamente nei negozi “durante una pandemia”. Insomma: ci mancherebbe altro che non si possa discutere dell’operato di un governo ed eventualmente anche sostituirlo, oggi come sempre.

Solo che poi lo devi fare: e l’operazione si giudica sulla base di come lo fai e quali risultati ottieni.

Osservato quello che è oggi l’esito più probabile di questa crisi – cioè la nascita di un nuovo governo Conte senza Conte, oppure di un nuovo governo Conte con Conte, entrambi col sostegno della medesima maggioranza parlamentare – è legittimo chiedersi se i punti di conflitto in questo caso giustificassero una crisi di governo e se non potessero essere risolti in un altro modo. Se, per l’appunto, non ci state facendo perdere tempo e basta. Dovessimo uscirne con un governo simile al precedente, la domanda avrebbe una risposta semplice.

Questo non vuol dire che quei punti di conflitto non esistessero o non fosse legittimo sollevarli. Mi pare che tra le persone ragionevoli ci sia una certa unanimità sul fatto che il ruolo abnorme del commissario Arcuri, il modo a dir poco sommario con cui sono stati preparati la campagna vaccinale e il piano per l’accesso ai fondi europei, così come l’accentramento della delega ai servizi segreti sulla figura del presidente del Consiglio, fossero e siano questioni politiche vere. Nonostante la sua leadership molle ed ectoplasmatica, persino il Partito Democratico aveva sollevato molte di queste critiche. E questo ci porta a parlare di Matteo Renzi.

Un politico sinceramente interessato ad avanzare una causa dovrebbe riflettere sul modo più efficace per ottenere i suoi obiettivi, e su cosa potrebbe invece nuocergli. Temo che Renzi non abbia fatto questa valutazione: altrimenti come avrebbe potuto concludere, a fronte della propria gigantesca e durevole impopolarità, che uno strappo così unilaterale potesse essere una buona idea? Che potesse rendere popolari quegli argomenti politici? Che un pezzo consistente del paese avrebbe dato sostegno a questa scelta, invece che bocciarla proprio in quanto operata da Renzi? Non si è accorto dell’involuzione della propria parabola politica, di come sia diventato una specie di Re Mida al contrario? Questa è una cosa che scrivevo già più di due anni fa.

Tutto questo è un problema per Renzi e la sua credibilità personale, naturalmente, ma sarebbero affari suoi se non fosse un grosso problema anche per tutti noi. Le idee di Renzi sul Partito Democratico hanno una storia importante che non nasce con lui – il discorso del Lingotto, per fare un esempio – e mai come nei prossimi anni l’Italia avrà bisogno di una voce forte e credibile che rappresenti l’europeismo, il liberalismo, il garantismo, la difesa dei diritti civili. La pretesa di Renzi di continuare a occupare la scena come difensore di questi valori, in ultima istanza nuoce proprio a questi valori. Se non vuole farlo per lui, lo faccia per noi.

E all’epoca Renzi era ancora un dirigente del Partito Democratico! Oggi è il capo di uno dei partitini personali che aveva passato anni a denigrare.

Non è una cosa che dico con leggerezza. Credo che sia doloroso, per chi ha scelto la politica come vocazione e professione, constatare che il proprio consenso personale sia precipitato al punto da danneggiare quello in cui si crede. Certo, i molti gravissimi errori politici di Renzi non sono l’unica causa di questa involuzione: la campagna mediatica e giudiziaria di cui è stato vittima è straordinaria persino per gli standard italiani. E certo: dentro Italia Viva, così come dentro il Partito Democratico, militano molte brave persone con buone intenzioni. Ma è stato lo stesso Renzi a dare l’impressione di non prendere sul serio il suo ruolo in questa fase così delicata.

Un leader che decida di usare il proprio capitale politico per disfare un governo in un momento cruciale non va a incensare a pagamento il capo di uno dei più feroci regimi del mondo, né poi cerca di giustificarsi raccontando stupidaggini sul ruolo dell’Arabia Saudita nel fermare l’estremismo islamico – l’Arabia Saudita è letteralmente l’estremismo islamico: è un ISIS che ce l’ha fatta – o crea intenzionalmente confusione tra la politica estera di uno Stato, che certamente comporta anche parlare con personaggi spregevoli, e il gesto individuale di un senatore che accetta di essere profumatamente pagato per un incarico del genere.

Un leader che pensi di dover conservare la propria credibilità durante una crisi di governo che ha innescato non può pensare che sia saggio fare una cosa del genere. Nessuno che pensi di poter fare ancora un giorno il presidente del Consiglio o il ministro della Difesa o il capo della Commissione Europea nel mondo del 2021 decide che sia opportuno farsi mettere a libro paga da Mohammed bin Salman. Qualcuno ha detto che soltanto un politico a fine carriera, lasciato ogni incarico ufficiale, dovrebbe sentirsi libero di accettare ruoli del genere. Credo che Renzi lo sappia benissimo, e che questo ci dica qualcosa anche sulla colpevole leggerezza con cui questa crisi sia stata innescata.

Chiamateci quando avete finito

«Questa non è politica, non si può annoiare la gente all’estero con questa roba», ha scritto qualche giorno fa Constanze Reuscher, nota giornalista tedesca corrispondente in Italia. Stava parlando della nostra crisi di governo, e non bisogna essere tedeschi per condividerne lo stato d’animo. Davanti ai toni drammatici con cui viene raccontata questa fase, infatti, credo di non essere l’unico a trovarsi spesso a sbadigliare, a cambiare canale, a non aver voglia di leggere niente. Non per repulsione o per disgusto, né per disinteresse per la grave situazione nella quale ci troviamo, bensì per manifesta irrilevanza di quello che stiamo vedendo. C’è una crisi di governo, e non è niente che meriti il nostro tempo e il nostro interesse.

Le conseguenze di ogni crisi di governo possono essere importanti, ma è abbastanza chiaro che le conseguenze di questa non lo saranno. La gestione italiana della pandemia è affidata prevalentemente a soggetti diversi dal governo nazionale – le regioni, il Comitato tecnico scientifico, il commissario; i contratti con le case farmaceutiche per i vaccini sono europei, eccetera – e le sue decisioni hanno ricalcato, a volte con anticipo e altre con ritardo, quelle prese dagli altri grandi paesi europei. La qualità e l’efficacia dell’intervento pubblico riflettono, nel bene ma più spesso nel male, le condizioni strutturali del paese, del suo sistema sanitario, della sua pubblica amministrazione, molto di più delle scelte politiche di questo o quel ministro. Lo stesso varrà per il Recovery Plan. Siamo l’Italia, abbiamo il paese e il Parlamento che ci meritiamo, a prescindere da chi si trova al governo: le cose possono cambiare, certo, ma non si diventa la Germania in qualche mese. È una questione collettiva, nazionale, di popolo: la politica è una conseguenza. D’altra parte il contesto di partenza era noto, anche prima della pandemia.

C’è un presidente del Consiglio che il giorno delle ultime elezioni era un completo sconosciuto, scelto dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega proprio in quanto completo sconosciuto per fare il capo del governo più euroscettico della storia della Repubblica. Il suddetto presidente chiese e ottenne la fiducia sostenendo in Parlamento che sovranismo e populismo siano buoni e giusti al punto da essere scritti nella Costituzione italiana: una bestemmia. Quando quell’alleanza finì, il suddetto presidente restò capo del governo: ma di un governo diverso e sostenuto da partiti diversi, stavolta Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, che fino al giorno prima si consideravano reciprocamente mafiosi, pedofili, analfabeti, complottisti, e giuravano che mai e poi mai si sarebbero alleati (uno di questi diceva proprio di non volersi alleare con nessuno: poi in due anni si è alleato con Salvini, Zingaretti, Renzi, Tabacci e D’Alema, e ora sta facendo la corte a Mastella).

Oggi che anche quell’alleanza è arrivata al capolinea, tra l’altro senza aver messo mano alle principali eredità politiche dell’alleanza precedente, il suddetto presidente del Consiglio – che intanto è passato a definire «imprescindibile» la propria «vocazione europeista» e presentarsi come l’ultimo baluardo contro «le derive nazionaliste e le logiche sovraniste», perché il mestiere richiede una certa faccia tosta – sta cercando di guidare un terzo governo sostenuto da una terza diversa alleanza, stavolta messa insieme raccogliendo un eterogeneo e improvvisato gruppo di senatori con un’operazione che sia il Partito Democratico che il Movimento 5 Stelle in passato avrebbero chiamato «mercato delle vacche» o «compravendita». Ma attenzione, perché l’ennesimo gruppo parlamentare composto da personaggi imbarazzanti e scappati-di-casa alla fine potrebbe anche non essere necessario: ci sono ottime possibilità che il nuovo governo alla fine sarà sostenuto dalla stessa maggioranza parlamentare del vecchio governo. I veti reciproci espressi perentoriamente qualche giorno fa, infatti, sono già stati superati: quando vale tutto, tutto vale niente. Il paese ha bisogno di risposte, è vero: ma chi dovrebbe dargliele? Facciamo che ci chiamate quando avete finito, dai.

Aggiornamento: la riflessione sulla crisi di governo prosegue qui, e parliamo della persona che l’ha innescata.

Come possono vincere Trump e Biden

In ragione delle giornate eccezionali che ci aspettano, pubblico di seguito in via altrettanto eccezionale un estratto della newsletter di sabato di Da Costa a Costa, utile a chiunque voglia seguire con cognizione di causa e al netto della fuffa le elezioni presidenziali americane. La missione di Da Costa a Costa è raccontare cose più approfondite e complicate di quelle che trovate mediamente in giro, e farlo in modo più semplice e chiaro di quello che trovate mediamente in giro. Chi vuole iscriversi – una newsletter alla settimana, fino a fine anno – può farlo qui.

Quello che segue non vi sarà chiaro abbastanza se non conoscete come funziona l’elezione del presidente degli Stati Uniti. Lo so, non è semplicissimo, ma una volta compreso il meccanismo non lo dimenticate più. Se pensate di avere ancora qualche dubbio su grandi elettori, stati in bilico e tutto il campionario, qui trovate una spiegazione da leggere e qui una da ascoltare. Inoltre, tenete presente che non abbiamo davvero idea di come la pandemia, il ricorso massiccio al voto per posta e l’affluenza da record che ci aspetta avranno conseguenze sulla composizione dell’elettorato. Mentre sappiamo che ogni situazione incerta può trascinare tutto in tribunale. Insomma, questa elezione ha un’alta possibilità di sorprese. Di cose strane. Di cose che magari capitano una volta e poi non capitano più. Quello che segue si basa sull’analisi dei sondaggi e su quello che penso di aver capito di questa campagna elettorale. Ma il margine di errore è più ampio del normale: prendete tutto con la giusta dose di scetticismo.

Di una cosa siamo sicuri: Joe Biden prenderà più voti di Donald Trump. Come sapete, però, la cosa importante è capire chi fra Biden e Trump prenderà più voti in ogni singolo stato. Chi prenderà più voti in ogni stato avrà diritto a esprimere tutti i “grandi elettori” messi in palio da quel determinato stato. Vince non chi prende più voti su base nazionale ma chi arriva alla maggioranza assoluta dei “grandi elettori”, cioè almeno 270. Ora: nella mappa qui sotto trovate quella che potremmo definire la situazione di partenza. In blu vedete gli stati nei quali già oggi possiamo dire con certezza che vincerà Joe Biden. In rosso quelli in cui vincerà sicuramente Donald Trump. Possiamo esserne certi sulla base di sondaggi che descrivono vantaggi del tutto incolmabili, e di dati demografici e precedenti storici che non lasciano dubbi.

Badate, gli stati che qui sotto non sono né blu e né rossi non sono quelli super equilibrati dove Biden e Trump sembrano alla pari: ce ne sono alcuni in cui uno dei due candidati ha un consistente vantaggio sull’altro. Per quanto consistente, però, quel vantaggio non è abbastanza da poter essere sicuri. Per questo dico che la mappa qui sotto descrive il punto di partenza, gli stati in cui i candidati vinceranno anche in caso di larga sconfitta. Se Biden non dovesse vincere in uno degli stati qui colorati in blu, vorrebbe dire che ha preso una batosta di proporzioni storiche. Lo stesso vale per Trump con gli stati rossi.

Con lo stesso ragionamento, vediamo adesso di individuare i risultati più probabili negli altri stati: e cerchiamo di capire così le strategie dei candidati e le loro possibili strade verso la Casa Bianca.

Per cominciare, coloriamo altri tre stati della mappa: ed entriamo così in un terreno leggermente più scivoloso. Diamo il Nevada a Joe Biden: è uno stato che vota per i Democratici dal 2008 e che ha una crescente popolazione latinoamericana. I sondaggi danno Biden cinque punti avanti a Trump in Nevada. Perché allora non lo diamo per certo? Perché Trump con gli elettori latinoamericani è più forte di quanto si pensi (ve ne ho già parlato, ma se volete approfondire). E i dati sul voto in anticipo contengono elementi che suggeriscono qualche possibile crepa nel vantaggio dei Democratici. Biden resta favorito per la vittoria in Nevada, ma non può esserne sicuro.

Lo stesso vale per il Minnesota, uno stato del nord con una significativa popolazione bianca e rurale, e dove Clinton quattro anni fa vinse per un soffio. I sondaggi danno Biden avanti di nove punti, ma se dalle parti dei Democratici pensassero di avere la vittoria in cassaforte Biden non sarebbe andato giovedì in Minnesota a fare un comizio, e i dati degli stati confinanti e demograficamente simili come l’Iowa sarebbero ugualmente sbilanciati. Avete capito cosa intendo dire? Questi sono stati in cui Biden è nettamente favorito, ma ciò non rende impossibile una vittoria di Trump: solo improbabile. Se Trump dovesse vincere in Nevada o in Minnesota, probabilmente lo aspetta un’ottima serata.

Applicando la stessa logica, mettiamo il Texas nella categoria di Trump. Direte: ma come, in Texas la situazione è combattuta! È vero, i sondaggi danno Biden avanti in Texas di appena un punto. Ma il Texas vota per il candidato Repubblicano da oltre quarant’anni, e per quanto oggi sia uno stato contendibile – me lo sentite dire da anni – se Trump dovesse perdere in Texas, avrebbe perso le elezioni. Se Trump dovesse perdere in Texas la nostra analisi potrebbe anche finire qui. Insomma, questi tre sono stati in cui possono ancora accadere imprevisti: ma sono anche stati in cui Biden e Trump – il primo per Nevada e Minnesota, il secondo per il Texas – non possono perdere se vogliono diventare presidente. E questo porta la situazione a questo punto: 232 grandi elettori per Biden, 163 per Trump.

A questo punto avrete capito perché Biden è considerato il favorito per la vittoria finale. La sua vittoria non è affatto scontata, ma potendo contare su un maggior numero di grandi elettori sicuri o quasi sicuri, ha molte più strade di Trump per vincere. A Biden mancano meno di 40 grandi elettori, e potrebbe ottenerli in un sacco di posti diversi. A Trump mancano oltre 100 grandi elettori, e per ottenerli dovrebbe vincere quasi ovunque. Ma è quello che accadde nel 2016, e non è un risultato fuori dalla portata di Trump.

Facciamo un altro passo avanti, e proviamo a ricostruire innanzitutto la strada più probabile perché Biden arrivi alla vittoria.

Degli stati ancora non assegnati, ce ne sono due in cui Biden è molto avanti. In Wisconsin ha un vantaggio di quasi 8 punti, e qualche giorno fa un sondaggio lo ha messo addirittura 17 punti davanti a Trump. In Michigan, invece, Biden ha un vantaggio di 8 punti. Un vantaggio più ampio di quello che ha in Nevada, ma Michigan e Wisconsin non vanno dati per scontati: c’è una numerosa classe operaia bianca che è il segmento elettorale preferito da Trump, che infatti quattro anni fa se li portò a casa entrambi. Realisticamente, però, se Biden vuole arrivare alla Casa Bianca, deve vincere in Michigan e Wisconsin. Se non vince lì, è ben più difficile che vinca in stati in cui il suo vantaggio è ben più magro.

Questo porta la situazione a questo punto: 258 per Biden, 163 per Trump.

Duecentocinquantotto non è un numero così distante da duecentosettanta. In questo scenario a Biden mancherebbero quindi altri dodici grandi elettori per diventare presidente. Ma tutti quelli che restano in palio sono più complessi da ottenere di quelli di cui abbiamo parlato fin qui.

Il vantaggio di Biden è che ha molte strade a sua disposizione. Se anche perdesse ovunque ma vincesse soltanto in Florida, o soltanto in Georgia, o soltanto in North Carolina, o soltanto in Ohio, diventerebbe presidente. Tenetelo a mente: se durante la notte elettorale sentirete che Biden ha vinto in uno degli stati che ho appena citato, vuol dire che probabilmente è finita. E potrebbe vincere in più di uno di questi stati: qualsiasi candidato vorrebbe trovarsi in questa posizione. Ma in questi stati il vantaggio di Biden su Trump è sottilissimo, dentro il margine di errore, oppure non c’è. Non c’è un vero favorito, in questi stati.

Tra tutti gli stati ancora non assegnati, quello che oggi sembra più facilmente alla sua portata è l’Arizona. Un altro stato dell’ovest, un altro stato storicamente Repubblicano che oggi sembra in mano ai Democratici, un altro stato con una crescente popolazione urbana e latinoamericana, un altro stato in cui negli ultimi anni centinaia di migliaia di americani si sono trasferiti dalla vicina e progressista California. Uno stato meraviglioso, aggiungo io: ci ho fatto uno dei viaggi più belli della mia vita. Solo che 258 + 11 fa 269! L’Arizona lascerebbe Biden a un solo grande elettore dalla vittoria. Dove ottenerlo? Bisogna guardare il Nebraska.

Vedete il Nebraska, al centro della mappa e con quella strana colorazione diagonale? Come se tutto questo non fosse già abbastanza complesso, il Nebraska e il Maine assegnano i grandi elettori in modo diverso dagli altri stati americani: due grandi elettori vanno a chi prende un voto in più nell’intero stato, e poi un grande elettore viene assegnato a chi prende più voti all’interno di ognuno dei collegi congressuali in cui è diviso lo stato. Ora, è scontato che Trump prenda più voti in tutto il Nebraska, e anche in due dei tre collegi congressuali in cui è diviso lo stato. Nel terzo di questi collegi, però, Biden ha buone possibilità, per via della composizione demografica e dei precedenti. Biden potrebbe ottenere in Nebraska il duecentosettantesimo grande elettore e diventare presidente.

In questo contesto, Trump potrebbe vincere in Florida e in Ohio, in Georgia e in North Carolina e persino in Pennsylvania, tutti stati pesantissimi, eppure non diventare presidente. Questa è secondo me la strada più semplice perché Joe Biden diventi presidente. Non è l’unica, ovviamente, né la più probabile: magari Biden perde in Arizona e vince in Florida e diventa presidente. È solo lo scenario più alla sua portata. Allo stesso modo, non è detto che in caso di vittoria Biden si fermi esattamente a 270 grandi elettori: magari vincerà in Arizona, si porterà a casa il grande elettore solitario del Nebraska e poi vincerà anche in Georgia e in Pennsylvania e in Florida e otterrà una larga affermazione. 

Ma supponiamo che in Arizona le cose per Biden non vadano bene, o che il grande elettore del Nebraska non arrivi. Qual è l’alternativa migliore per Biden? La seconda strada più alla sua portata passa attraverso la Pennsylvania. Lo stato che è finito al centro degli ultimi giorni di campagna elettorale. Vedrete quanto si parlerà della Pennsylvania.

Si dice questa cosa della Pennsylvania: che c’è Philadelphia a est, Pittsburgh a ovest e l’Alabama in mezzo. Accanto a due grandi e sfaccettate aree urbane, infatti, c’è una vastissima zona rurale che somiglia a certi stati americani del sud. Vi siete accorti di quanto si sia parlato di fracking in queste ultime settimane di campagna elettorale? No, il fracking non è un argomento così rilevante. Ma è rilevante in Pennsylvania, e quindi se ne parla in tutto il paese. Vi siete accorti di quante volte di recente Trump abbia accusato Biden di aver abbandonato la piccola città in cui è nato quando era bambino? No, non è un argomento così rilevante. Ma quella città è Scranton, Pennsylvania (sì, quella di The Office).

I sondaggi dicono che Biden in Pennsylvania ha un vantaggio di cinque punti, ma le persone che stanno seguendo la campagna elettorale sul campo raccontano di un elettorato di Trump presente e motivato. Qualche giorno fa il New York Times ha addirittura pubblicato un articolo intitolato: “Possiamo davvero fidarci dei sondaggi in Pennsylvania?”. Quattro anni fa vinse Trump, in Pennsylvania. E Biden la sta frequentando parecchio in questi ultimi giorni di campagna elettorale. Insomma, io mi fido più dei tre punti di vantaggio di Biden in Arizona che dei cinque punti di vantaggio di Biden in Pennsylvania. La sua vittoria è ancora il risultato più probabile, ma se invece dovesse spuntarla Trump non sarebbe una sorpresa sconvolgente.

Riassumendo: Biden deve vincere in tutti gli stati in cui ha vinto Hillary Clinton, come minimo, e deve aggiungere Michigan e Wisconsin. I grandi elettori che a quel punto gli mancheranno potrà trovarli più facilmente in Arizona, in Nebraska e in Pennsylvania. In alternativa, Biden ha reso contendibili anche stati per lui più ostici: dovesse vincere anche solo in Ohio, o solo in North Carolina, o solo in Georgia, o solo in Florida, arriverebbe alla Casa Bianca. Esistono infinite combinazioni possibili, certo: Biden potrebbe perdere sia in Michigan che in Wisconsin ma vincere in Florida e in Georgia. Ma sono combinazioni molto ma molto meno probabili di quelle che vi ho raccontato.

Ora veniamo a Trump. Qual è la strada più facile perché Trump, invece, arrivi alla Casa Bianca? Certo, Trump potrebbe vincere di nuovo dove ha vinto nel 2016, e chiudere la partita. Ma questa oggi non sembra la strada più facile: come vi dicevo, esistono buone ragioni per considerare Biden favorito in Michigan, in Wisconsin e in Arizona, dove Trump vinse nel 2016. Anche per questo motivo, proviamo a ragionare sullo scenario di una vittoria di Trump a partire dal contesto che sembrava poco fa molto favorevole a Joe Biden.

Torniamo a dove eravamo: Joe Biden ha vinto in Nevada, in Michigan e in Wisconsin, arrivando a 258 grandi elettori. Gliene mancano soltanto dodici per arrivare alla Casa Bianca. Come fa Trump a venirne fuori?

Innanzitutto Trump deve vincere in Ohio e in Iowa, dove nel 2016 riuscì a imporsi con largo vantaggio e dove le condizioni socioeconomiche possono premiarlo (è uscito recentemente un sondaggio autorevole che lo dà molto avanti in Iowa, dopo giorni di sondaggi equilibrati). E deve vincere anche in North Carolina, che i Repubblicani riuscirono a portare a casa anche nel 2012, mentre venivano sconfitti da Obama. Oggi Trump è dato in media alla pari in Ohio, avanti di un punto in Iowa e sotto di due punti in North Carolina. Considerato il margine di errore, una vittoria di Trump in questi tre stati è un risultato plausibile. Trump non deve sperare in un errore dei sondaggi per sperare di vincere in Ohio, in Iowa e in North Carolina.

Dove arriverebbe Trump conquistando questi tre stati? La sua posizione migliorerebbe, arrivando fino a 202 grandi elettori. Ma 202 è ancora distante da 270. Gliene servono altri 68. Dove potrebbe ottenerli?

La risposta è semplice: in tutti gli altri stati in bilico. Per essere rieletto Trump dovrebbe vincere in Florida e in Georgia e in Pennsylvania e in Arizona. Bicchiere mezzo vuoto: non c’è rete di protezione, basta che Trump manchi uno solo di questi stati e Joe Biden è il nuovo presidente degli Stati Uniti. Bicchiere mezzo pieno: sono tutti stati in cui ha vinto nel 2016, almeno due su quattro hanno una grande tradizione di forza e vittorie del Partito Repubblicano. E i sondaggi non lo danno per spacciato: in Arizona è sotto di tre punti, in Florida è sotto di due punti (e ci sono brutti segnali per i Democratici), in Georgia è sotto di un punto. Della Pennsylvania vi ho detto poco fa. Sono tutti stati in cui può perdere, certo. Ma sono anche stati che potrebbe vincere senza un errore nei sondaggi.

Vincendo in tutti questi quattro stati Trump arriverebbe a 278 grandi elettori, ottenendo così la rielezione alla presidenza degli Stati Uniti. La mappa sarebbe quella che vedete qui sotto. Perché questa mappa sia possibile non serve che i sondaggi siano sbagliati (salvo probabilmente quelli nazionali, di tre o quattro punti). Joe Biden si trova evidentemente in una posizione migliore, e ha molte più strade di Trump per arrivare alla vittoria; ma le strade di Trump esistono, e per quanto sicuramente più impervie non prevedono scenari da fantascienza.

Riassumendo: gli unici stati in cui ha vinto nel 2016 dove Trump può permettersi di perdere sono Michigan, Wisconsin e Arizona. Ogni altro stato che concederà a Biden lo condannerà alla sconfitta.

Ora. Tutte le cose che vi ho appena raccontato stanno in piedi, ma i risultati delle elezioni non arriveranno in un ordine che permetta di esaminare uno stato alla volta e ricalibrare da lì i passi successivi, come abbiamo fatto in questo esperimento volto a capire quali siano le regioni strategiche per Biden e Trump.

Lo scrutinio in Georgia andrà a rilento, mentre quello della Florida potrebbe essere ben più spedito. Nel North Carolina, in Arizona e in Ohio verranno prima diffusi i risultati dei voti espressi in anticipo, mentre in Michigan e in Pennsylvania quei voti saranno contati per ultimi. Uno dei due candidati in questi stati potrà apparire in vantaggio la notte delle elezioni per poi essere rimontato e superato. Ogni situazione contesa o contestata potrebbe avere strascichi in tribunale. Potremmo sapere il nome del vincitore molto presto, in caso di una larga vittoria di Trump o Biden; altrimenti potrebbero passare giorni, nel peggiore dei casi settimane. Però ora sapete cosa tenere d’occhio.

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