Questo sito contribuisce alla audience di IlPost

Il casco è importante

Se volessi correre il minor rischio possibile di farmi male su una moto, la prima cosa in assoluto che dovrei fare è ovviamente non comprare una moto. Questa scelta non eliminerebbe del tutto il rischio – ogni tanto potrei dovermi trovare a salire sulla moto di un amico – ma sicuramente lo ridurrebbe moltissimo e più di ogni altra cosa.

Se però non potessi fare questa scelta, e a un certo punto dovessi trovarmi a dover comprare e usare una moto, la prima cosa che dovrei fare per evitare di farmi male sarebbe ovviamente imparare a guidarla. Guidare una moto senza sapere come si fa – come si accelera, come si frena, come si cambiano le marce – avrebbe la conseguenza di far aumentare moltissimo le mie probabilità di avere un incidente: sarebbe praticamente certo.

Anche saper guidare la moto, comunque, non basterebbe a evitare incidenti: dovrei anche studiare bene il codice della strada. Sapere cosa posso fare e dove lo posso fare, imparare a prevedere i comportamenti di chi mi circonda, conoscere i principali imprevisti possibili e regolarmi di conseguenza. Mettersi in sella a una moto senza sapere che agli stop ci si ferma e che a destra non si sorpassa farebbe aumentare moltissimo le mie possibilità di farmi male.

Quindi ora so guidare una moto e conosco il codice della strada, eppure questo non mi garantisce che non mi farò male, altrimenti nessuno si farebbe male in moto nelle nostre città: oltre a sapere come si guida una moto e conoscere il codice della strada, dovrò farlo con responsabilità e rispettando tutte le regole che ho imparato. Non dovrò andare troppo veloce né frenare troppo bruscamente; non dovrò distrarmi, e dovrò rallentare prima di imboccare una curva; dovrò dare la precedenza anche quando non c’è nessuno dall’altra parte dell’incrocio, dovrò fare attenzione alle buche e ai tombini, eccetera.

Penso possiamo essere tutti d’accordo, quindi, sul fatto che queste siano le prime regole fondamentali che dovrebbe rispettare chi non voglia farsi male in moto:

– evitare di guidare una moto, se possibile
– se non è possibile, imparare a guidarla
– imparare il codice della strada
– rispettare le regole ed essere prudente

E poi c’è il casco. È chiaro che – fatto salvo chi riesce a non salire proprio sulla moto, i più sicuri di tutti – a chi non rispetta le regole qui sopra il casco serve a poco: se indossi il casco ma non sai come si guida una moto, non conosci il codice della strada, o decidi deliberatamente di non rispettare le regole e guidare in modo imprudente, il casco non ti impedirà di avere un incidente e farti male.

Eppure.

Eppure nessuno si sognerebbe di dire che se sai guidare una moto, se conosci il codice della strada, sei prudente e rispetti le regole, allora il casco tutto sommato non serve, no? Anzi. Il casco serve eccome.

È la cosa più importante di tutte per evitare di farsi male? No. Fornisce la certezza che non ci si farà male? No. Può dare una falsa sensazione di sicurezza, il casco, spingendo chi guida a essere più imprudente di come farebbe se fosse senza casco ed esposto costantemente al rischio di fracassarsi la testa? Sì. Se fossi costretto a guidare senza casco credo che andrei a passo d’uomo e starei il triplo più attento di oggi. Ma cosa penseremmo di qualcuno che dovesse proporre di abolire il casco, così che i motociclisti vadano più piano e siano più attenti?

I caschi proteggono tutti allo stesso modo? Certo che no. Ce ne sono di tipi, modelli e costi molto diversi. Il casco di Valentino Rossi protegge molto più del mio che è costato 100 euro, e lui indossa molti altri dispositivi di protezione. Indossare male il casco riduce la sua capacità di protezione o rischia di renderlo addirittura dannoso? Certo che sì. Penso per esempio a quelli che lo portano slacciato, oppure indietro sulla testa per non rovinarsi l’acconciatura. È possibile farsi male in moto anche sapendo guidare, rispettando le regole e indossando il casco? Sì. Può venirti addosso una macchina, puoi scivolare sull’olio, puoi romperti una gamba, puoi essere molto sfortunato.

Consideriamo per questi motivi il casco irrilevante, superfluo, facoltativo? Ci diciamo che “metterlo o non metterlo non fa una grande differenza, perché le cose veramente importanti per non farsi male sono altre, perché ce ne sono di tanti tipi diversi, perché comunque devi anche saperlo indossare altrimenti fai danni, perché ti dà una falsa sensazione di sicurezza, perché potresti farti male in ogni caso”? No.

Ricapitolando: basta indossare il casco per essere sicuri di non farsi male in moto? Assolutamente no, neanche per idea. Quindi il casco non è importante? Assolutamente no, neanche per idea.

E questo è quello che penso delle mascherine.

L’assessore Gallera ha sentito sui social

Mentre la pazienza delle persone comincia a venir meno – e un comprensibile nervosismo collettivo si salda alle nostre note pulsioni poliziesche, grazie anche all’immancabile collaborazione dei media – l’assessore regionale lombardo Giulio Gallera lunedì ha commentato gli ultimi dati facendo questa valutazione sul fatto che fossero, parole sue, “non soddisfacenti”.

“Ho sentito anche sui social la giusta rabbia di qualcuno che dice: a Milano c’è ancora troppa gente che si muove. Avete perfettamente ragione. […] Noi siamo consapevoli di quello che sta succedendo, richiamiamo tutti a stare in casa e rispettare le regole, ma come dicono tanti cittadini c’è ancora troppa gente, e questo crea molta esasperazione in chi invece la quarantena la rispetta in maniera corretta, anche a fatica, e quindi vede che rischia di vanificarsi il grande sforzo che si sta facendo”

Ora, delle due l’una.

O l’assessore Gallera è in possesso di informazioni su chi siano le persone che continuano a essere contagiate dopo 37 giorni di quarantena, e sulla base di questi dati è in grado di dirci che non sono persone che vanno a lavorare e in quali settori, o persone costrette a convivere con malati e convalescenti, ma sono invece persone che sono uscite di casa e hanno incontrato altri senza un valido motivo.

Sarebbe molto interessante saperlo, anzi: sarebbe fondamentale, alla luce della necessaria pianificazione di interventi futuri e graduali riaperture. Al momento purtroppo non sappiamo nemmeno se questi dati esistono, mentre sappiamo che la gestione dell’epidemia in Lombardia è stata a esser buoni discutibile, che le persone che infrangono le restrizioni sono pochissime e che in Lombardia al momento non ci sono programmi regionali per proteggere i conviventi dei malati non gravi, tanto che il professor Massimo Galli dice che i focolai oggi sono le case. Non è di gran conforto il fatto che Gallera, dal suo importante pulpito, appoggi le sue considerazioni sulle premesse “ho sentito anche sui social” e “come dicono tanti cittadini”.

Ma appunto, o la spiegazione è questa, e allora Gallera farebbe bene a diffondere questi dati per informare e responsabilizzare tutti, oppure è meglio che sia un po’ più avveduto, che abbia un po’ più di rispetto per i sacrifici e la pazienza dei suoi esasperati elettori chiusi in casa da 37 giorni, e non parli di cose che non conosce.

Aggiornamento: per la cronaca, Milano è la città lombarda in cui ci si sposta di meno. Lo dicono gli stessi dati della regione di cui Gallera è assessore.

I dati ufficiali non avevano senso prima e non hanno senso adesso

I dati ufficiali sull’epidemia diffusi ieri dalla Protezione Civile hanno generato qualche preoccupazione. Dopo oltre 40 giorni di quarantena – quarantena decisa per combattere una malattia che avrebbe un tempo di incubazione di 14 giorni al massimo – ci sono molti segnali positivi ma non c’è il crollo del numero quotidiano dei nuovi contagiati che sarebbe stato logico aspettarsi. Ieri in Lombardia è cresciuto il numero dei nuovi contagiati (a Milano è raddoppiato) ed è cresciuto il numero dei morti. «Non c’è una netta e decisa riduzione dei contagi», ha detto l’assessore regionale Gallera. Ma non è solo questione di ieri: il modo in cui il governo ha sbagliato le sue previsioni – previsioni sicuramente costruite da scienziati ed esperti – è abbastanza esemplare. Le cose non stanno andando secondo i piani.

Davanti a una situazione come questa, con gli italiani da 40 giorni chiusi in casa, lontani dai loro affetti più cari e preoccupati per la devastazione economica personale e collettiva, le autorità e i media indicano quotidianamente dei chiari colpevoli, gli unici sottomano: quegli scellerati che continuano a uscire di casa. Nessuno ha idea del motivo per cui sono fuori le persone che vediamo fuori, ma siamo tutti sicuri che non dovrebbero starci, pure se sono da sole.

Le nostre innate pulsioni repressive e poliziesche si sono saldate con le informazioni fuorvianti trasmesse dalle autorità e dai media, che ci hanno convinti che la quarantena serva a sconfiggere il virus. Una cosa evidentemente falsa: la quarantena serve a prendere tempo e salvare vite intanto che ci inventiamo un modo per ricominciare una vita con il virus. Abbiamo avuto in molti un dubbio, nelle scorse settimane: ma qualcuno al governo si sta occupando sotto traccia della fase due, e sapremo tutto a tempo debito, o non se ne sta occupando nessuno? Il presidente del Consiglio ha sciolto in modo scoraggiante questo dubbio quando venerdì 10 aprile ha nominato un comitato di esperti per lavorare alla fase due. Buongiorno.

Quindi restiamo aggrappati ai dati ufficiali, convinti che dall’evoluzione di quei dati dipenda il nostro futuro personale e collettivo. Ma di che dati parliamo? Facciamo un piccolo riassunto.

I “contagiati” non sono i contagiati. È ormai acclarato che il numero dei contagiati in Italia sia almeno dieci volte più alto di quello che ci viene comunicato ufficialmente. Lo dice persino il capo della Protezione Civile. Calcolando a ritroso a partire dal nostro assurdo tasso di letalità si arriva a una stima di qualche milione di contagiati. E siccome i criteri con cui è composto il nostro dato dei contagiati cambiano casualmente ogni giorno – ogni regione decide per conto suo a chi fare i tamponi, spesso cambiando linea col passare delle settimane – anche l’evoluzione del nostro dato non ha alcun valore.

I “morti” non sono i morti. È ormai acclarato che sono morte migliaia di persone avendo contratto il coronavirus che non sono mai state testate e quindi non rientrano nei casi ufficiali.

I “guariti” non sono guariti. È ormai acclarato che il numero dei “guariti” – che in modo un po’ paternalista ci viene ripetuto ogni giorno all’inizio della conferenza stampa – comprende anche tantissime persone che non sono guarite ma sono solo state dimesse dall’ospedale, benché ancora sintomatiche e positive al coronavirus, semplicemente per far posto a pazienti in condizioni peggiori. Dagli ospedali raccontano che in molti casi vengono dimesse persone che in condizioni normali sarebbero rimaste ricoverate: persone malate e contagiose. I dimessi che non sono guariti non sono pochi: sono la metà del totale dei “guariti”. E poi ci sono le decine di migliaia di guariti a cui non era mai stato fatto il test, che non erano rientrati nei casi registrati.

I “tamponi” non sono le persone che sono state sottoposte a tampone. È ormai acclarato che il dato comprende anche i due tamponi di controllo che vengono fatti per confermare la guarigione dei pazienti. Nessuno sa quante siano le persone sottoposte a tampone, almeno ufficialmente. Il dato quotidiano dei “tamponi” non ci dice nemmeno quanti tamponi sono stati fatti nelle 24 ore precedenti. In Lombardia il ritardo medio tra il risultato del tampone e la sua inclusione tra i dati ufficiali è di 3,6 giorni, e può arrivare fino a 10 giorni.

Questi sono i dati a cui è appeso il nostro destino, apparentemente. Dati che non avevano senso prima e non hanno senso adesso. E oggi ne patiamo la conseguenze, purtroppo, nonostante fosse ovvio che saremmo arrivati a questo punto. Io l’ho scritto il 19 marzo, ma lo dicevamo in tanti.

Lo scopo dei dati è darci una misura, bella o brutta che sia: è misurare quello che abbiamo intorno. Sulla base di quella misura stiamo prendendo decisioni politiche, economiche, sanitarie eccezionali. Quando saremo in grado di dire che queste restrizioni non servono più, se non abbiamo idea di dove sia il virus? Dovessimo scegliere in futuro di adottare delle soluzioni diverse, come potremo misurare la loro efficacia in confronto alle attuali? In teoria oggi basterebbe aumentare la capacità di fare test per far esplodere istantaneamente il numero ufficiale dei contagiati, anche se magari le persone in gravi condizioni sono diminuite.

Sono passate settimane, e ancora non abbiamo uno straccio di dato più affidabile di questi che eppure ci beviamo ogni giorno, e ogni giorno ci fanno dire che “sta andando meglio” o “sta andando peggio”. Il risultato è che da giorni tanti medici e infermieri dagli ospedali ci dicono che le cose vanno sensibilmente meglio, che diminuisce il numero dei ricoverati in terapia intensiva (l’unico dato che ha qualche senso, per quanto parziale: per settimane molte persone che avrebbero avuto bisogno di un ricovero in terapia intensiva non hanno trovato posto, e il numero di letti in terapia intensiva è cresciuto moltissimo), che ci sono sempre meno pazienti che si presentano al pronto soccorso, che non hanno più i pazienti stipati nei corridoi, ma tutto questo dai dati non si vede perché i dati non hanno senso.

Con l’aumento dei tamponi – che sono raddoppiati rispetto al 31 marzo – il numero dei nuovi contagiati potrebbe non venire giù davvero ancora per settimane, come mostrano i dati di questi giorni. E non aver contato tantissimi morti nelle prime settimane dell’epidemia oggi non ci permette di vedere un calo dei morti che invece con ogni probabilità c’è stato.

Visto che la raccolta e la presentazione dei dati ufficiali non sono cambiate nemmeno una volta superate le prime frenetiche settimane, restando sgangherate e inaffidabili come il primo giorno, è legittimo chiedersi se questi dati non abbiano senso deliberatamente. Se si volesse evitare di dire al mondo che l’Italia ha cinque milioni di contagiati, supponiamo, oggi che il paese con più contagi registrati al mondo ne ha circa 500.000 su 320 milioni di abitanti. Il tutto sulla base della convinzione che – dati o non dati – per salvare il maggior numero possibile di persone sarebbe bastato rafforzare gli ospedali, che è l’unica vera grande cosa che abbiamo fatto e che stiamo facendo. Capisco eventualmente le buone intenzioni. Il risultato però è che ora dobbiamo decidere dove e come riaprire senza sapere quanti sono e dove sono i contagiati. Siamo ciechi. E sono passati quaranta giorni.

Non è il momento di dire bugie

Durante la conferenza stampa di mercoledì, il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli ha detto:

I tamponi – così come prevede l’OMS, poi mi correggerà se sbaglio il professor Villani – sono effettuati solo quando ci sono sintomi. Sintomi evidenti, difficoltà respiratorie. Quindi sotto questo profilo possono esserci anche delle persone lievemente sintomatiche che non fanno i tamponi. Questo è quello che penso, giusto professore?

Il professore Alberto Villani, presidente della Società italiana di pediatria, ha quindi risposto:

Confermo. A coloro che hanno realmente bisogno del tampone, il tampone viene eseguito. Quindi se non viene eseguito evidentemente non c’è l’indicazione a farlo.

Questa cosa non è vera. Ma proprio clamorosamente. Decine di migliaia di persone in Italia – e probabilmente di più – lo sanno bene perché è capitato a loro, o a una persona a loro vicina. Ed è doloroso ascoltare una bugia di queste proporzioni da persone di questa responsabilità in un contesto così delicato.

Una volta per tutte: le raccomandazioni del ministero, diffuse con una circolare del 27 febbraio e poi con una del 9 marzo, dicono che devono essere sottoposte a tampone le persone con infezione respiratoria acuta, cioè «insorgenza improvvisa di almeno uno tra i seguenti segni e sintomi: febbre, tosse e difficoltà respiratoria». È chiaramente specificato che il tampone è raccomandato in presenza di questi sintomi indipendentemente dal ricovero ospedaliero («che richieda il ricovero o meno», dice la circolare). Le raccomandazioni dell’OMS, poi, sono «fate i test, fate i test, fate i test». Siamo stati sgridati per questo: ampliare il numero di test è considerato cruciale per contenere l’epidemia e prendere le migliori decisioni sul percorso di uscita da questa crisi.

Eppure in Italia ci sono sicuramente moltissime persone che pur ricadendo nelle categorie indicate dal ministero e dall’OMS – pur trovandosi in situazioni in cui esisteva eccome «l’indicazione a farlo», per usare le parole del professor Villani – non sono state sottoposte al tampone.

Lo dimostrano le testimonianze drammatiche che tutti i mezzi di informazione, tra cui il Post, raccolgono da giorni da decine di medici di base, medici ospedalieri, infermieri e anestesisti in Lombardia; lo dimostrano le migliaia di persone morte in casa o nelle case di riposo con sintomi gravi compatibili con la COVID-19 e mai sottoposte al tampone, nonostante le ripetute richieste rivolte alle autorità sanitarie; lo dimostrano le esperienze di tantissime persone – disponibili ovunque, dai giornali ai social network fino probabilmente al vostro condominio, se vivete in Lombardia – che pur manifestando sintomi importanti e a volte anche convivendo con una persona risultata positiva al coronavirus, non sono mai riuscite a farsi testare. Qui non si parla della questione del tampone alle persone asintomatiche o lievemente sintomatiche: si parla di persone con sintomi acuti – migliaia di queste sono addirittura morte – che non sono mai state testate.

Non è la prima volta che gli italiani sono costretti ad ascoltare questa bugia. La regione Lombardia continua a sostenere di aver «rigorosamente seguito i protocolli che sono stati dettati dall’Istituto Superiore di Sanità», quando in realtà è più facile ottenere una radiografia ai polmoni – che permette ai medici di riconoscere i sintomi della COVID-19 e arrangiarsi di conseguenza – che un tampone. Addirittura in molti casi non si riescono a fare nemmeno i tamponi di controllo, quelli necessari per accertare la guarigione dei pazienti, che intanto aspettano per giorni di tornare alle loro vite. Il molto annunciato aumento del numero di tamponi effettuati in Lombardia ancora non si è visto. Non è solo una questione di correttezza, sia chiaro: le carenze della Lombardia sui test compromettono il contenimento dell’epidemia, e le modalità e i percorsi con cui potremo uscire da questa situazione e tornare alle nostre vite.

Anche il direttore della Protezione Civile, Agostino Miozzo, durante la conferenza stampa di mercoledì della settimana scorsa ha detto che «si fanno i tamponi che il Sistema Sanitario Nazionale ritiene necessario fare sulla base delle indicazioni che ci sono suggerite dalle organizzazioni internazionali». Non è vero.

In Lombardia non si fanno i tamponi che il sistema sanitario ritiene necessario fare, ma quelli che il sistema sanitario riesce a fare, a prescindere dai protocolli: e quindi molti meno di quelli che sarebbe necessario fare se si volessero seguire le indicazioni nazionali e internazionali. In altre regioni si sono visti approcci diversi e grandi miglioramenti su questo fronte: in Lombardia no. Poco dopo Miozzo ha aggiunto, parlando dei tamponi, che «c’è una policy di ricerca dei pazienti soprattutto sintomatici o dei loro contatti stretti». Non è vero neanche questo. Al contrario, la stampa in questi giorni ha ottenuto decine di testimonianze di familiari e conviventi di persone affette da COVID-19 che pur manifestando i sintomi della malattia non sono mai state testate, e a cui le autorità sanitarie hanno dato la sola istruzione di restare a casa come tutti.

Sempre durante la conferenza stampa di ieri, Borrelli ha detto anche un’altra cosa purtroppo non vera:

A me non è arrivata alcuna segnalazione di persone che non sono riuscite a entrare in terapia intensiva. Almeno per quello che è dato constatare a me, e non credo che sia arrivata all’opinione pubblica questo tipo di informazione. […] Con il lavoro dei medici, dei rianimatori, si soccorre – credo, a mio giudizio – tutti coloro i quali ne hanno bisogno.

Sono stati purtroppo proprio i medici e i rianimatori i primi a raccontare dolorosamente che in Lombardia per settimane non ci sono stati posti per tutti in terapia intensiva, e forse solo negli ultimi giorni le cose stanno cominciando a migliorare. Di nuovo, in Lombardia ci sono addirittura migliaia di persone – migliaia di persone – che sono morte in casa: che avrebbero avuto bisogno eccome di soccorsi, eppure non è stato possibile soccorrere. Residenze per anziani che si sono svuotate in pochi giorni e in cui le ambulanze non sono mai arrivate. Pazienti che non è stato possibile curare finché le loro condizioni non si sono deteriorate in modo irreparabile. Non uno o due: tanti. Il comprensibile desiderio di rassicurare la popolazione non può trasformarsi in una licenza a dire cose che non sono vere, peraltro da pulpiti così importanti e ufficiali.

Verrà il momento di discutere di cosa sia andato storto in Lombardia, che è stata travolta dall’epidemia con una forza maggiore che in qualsiasi altro posto d’Italia e forse del mondo. Così come verrà il momento di capire come mai a oltre un mese dall’inizio dell’epidemia non siamo ancora in grado di avere dei dati che permettano di misurare con una qualche affidabilità il numero di persone contagiate e il numero di persone morte. Può darsi che non si potesse fare più di così. Possiamo accettare che, pur avendo tutti le migliori intenzioni, in una situazione così straordinaria questo sia il massimo che fosse possibile fare. Ma allora sarebbe rispettoso e onesto dire questo, e non una bugia.

***
Il Post ha fatto una newsletter gratuita sul Coronavirus, per aggiornare e informare sulle cose da sapere e su quelle da capire: ci si iscrive qui.

Il famoso modello italiano

Dovrebbe essere scontato, eppure bisogna dirlo: la storia dell’Italia che sta dando lezioni al mondo, e che all’estero viene vista come un modello, è appunto una storia che ci stiamo raccontando. Capisco che possa essere confortante pensare altrimenti, e convincersi che per una volta abbiamo reagito prima e meglio degli altri, ma no: è andata come al solito. D’altra parte sarebbe bizzarro che il paese oggi messo peggio al mondo sia quello che ha azzeccato più cose degli altri. Nei contesti internazionali più seri e affidabili l’Italia non viene citata come il paese da cui imparare cosa fare, ma come il paese da cui imparare cosa non fare.

Siamo il paese che non si è proprio accorto dell’arrivo del virus, tanto che il primo propulsore dell’epidemia sono stati addirittura gli ospedali. Quello che non ha dichiarato la zona rossa in Val Seriana, con le conseguenze che conosciamo. Quello che ha abbandonato i medici di base. Quello nel quale le successive incrementali restrizioni decise dal governo sono trapelate puntualmente sulla stampa, innescando fughe verso le altre regioni e compromettendone l’efficacia. Siamo stati i primi a metterci in quarantena, ma non perché abbiamo agito con lungimiranza: solo perché siamo stati i primi a essere investiti dal disastro, anche a causa degli errori di cui sopra.

A più di un mese dai primi casi registrati, poi, abbiamo ancora lo stoico personale sanitario drammaticamente esposto al contagio, dati inaffidabili e incompleti, regioni che vanno in ordine sparso e altre che mentono sui test che riescono a effettuare. E soprattutto, non sembra vedersi all’orizzonte alcuna idea. La quarantena è giusta e necessaria, naturalmente, ma poi? Siamo in grado di arrivare a qualcosa di meglio delle soluzioni medievali, e a uno qualsiasi degli approcci integrati che vediamo in giro per il mondo? Un lockdown vero, alla cinese, della Lombardia? Oppure il tracciamento dei contatti? Oppure l’isolamento dei malati fuori dalle loro residenze? Oppure i tamponi a tappeto? Oppure i tamponi su un campione di popolazione? Oppure i test per gli anticorpi? Oppure le quarantene per gruppi? Qualcosa arriverà ma è passato un mese e nel dubbio non stiamo facendo niente, se non per l’iniziativa spontanea ed evidentemente limitata di qualche regione.

Conosco le obiezioni più frequenti. La prima è che l’Italia sia stata investita all’improvviso. Ma è difficile parlare di “improvviso” per un virus che aveva già bloccato 50 milioni di persone in Cina e del quale era stata già ampiamente descritta la pericolosità. Lo abbiamo sottovalutato, noi come gli altri. “Gli altri paesi non hanno fatto meglio di noi”. Non ci sono paesi che abbiano fatto tutto bene, e ci sono leader politici che sono stati straordinariamente irresponsabili: chi sono io per rovinare la festa a chi si ritiene soddisfatto di essersela cavata meglio di Trump o Bolsonaro o Johnson, e mette lì la propria asticella. Ma paragonarsi ai peggiori non ci rende più bravi, come ci ripetevano i nostri genitori. Rimane che al momento siamo noi quelli con più morti al mondo, ed è innanzitutto sulla base di quel dato che alla fine misureremo chi ha fatto meglio e chi no. “Se hai delle idee fatti avanti”: grazie, ma è il mestiere del governo. Di idee ne circolano moltissime tra gli esperti e gli addetti ai lavori, anche italiani. A me basterebbe vedere un piano che non sia semplicemente chiudiamoci in casa e speriamo che passi. Perché se no non passa prima di parecchio tempo e parecchie sofferenze. Andrà tutto bene solo se ce ne occupiamo. Forza.

***
Il Post ha fatto una newsletter gratuita sul Coronavirus, per aggiornare e informare sulle cose da sapere e su quelle da capire: ci si iscrive qui.

I dati ufficiali sono un’illusione ottica

Queste nuove giornate stanno cominciando ad assumere una loro forma. Per esempio, per un po’ di persone ogni giornata è scandita dalla conferenza stampa con cui intorno alle 18 la Protezione Civile diffonde i dati quotidiani sul numero di persone contagiate, morte, ricoverate e guarite. Tante altre cose che compongono le nostre strane giornate sono una conseguenza di quei dati: a cominciare dai titoli, i grafici, i flussi e gli scenari che vediamo fiorire in televisione, sui social network e sui giornali, e che permettono a tutti di fare delle ipotesi, di sostenere delle tesi, di ipotizzare evoluzioni e interventi. I dati sono la nostra bussola: chiusi in casa, sono l’unico modo che abbiamo per provare a capire quello che sta succedendo.

Il problema è che quei dati ci dicono sempre meno.

Innanzitutto capita che quei dati siano incompleti. Una volta manca la Campania, una volta la Puglia, una volta Trento, una volta la Lombardia; altre volte i dati non sono ufficialmente incompleti ma presentano incongruenze che vengono corrette il giorno successivo. Nonostante queste occasionali ma frequenti incompletezze, quei dati vengono comunque commentati e analizzati, e ispirano discussioni sul picco che arriva o non arriva e quando arriva, sulle regioni messe meglio o messe peggio, su quello che ci aspetta. Poi il giorno dopo arrivano dei nuovi dati e si ricomincia, anche se a volte quei nuovi dati raccontano una storia molto diversa per una provincia o una regione intera.

Soprattutto, però, ci sono ragioni fondate per pensare che questi dati – al di là dell’incompletezza a volte dichiarata – non abbiano più una vera aderenza con la realtà: che siano così parziali da non poter più essere una bussola.

Abbiamo accettato da tempo – per quanto dubito che sia noto alla grande maggioranza degli italiani – che in Italia si fanno i tamponi soltanto a chi presenta sintomi importanti. Dato che la COVID-19 si manifesta in forma grave soltanto in una minoranza delle persone contagiate, questo vuol dire che il dato della Protezione Civile rappresenta solo una fetta piuttosto ristretta delle persone contagiate in Italia, che sono almeno quattro o cinque volte quel numero. Di per sé questo potrebbe non essere un grosso problema: basta saperlo. Se il criterio con cui facciamo o non facciamo i tamponi rimane uniforme e costante, l’evoluzione dei dati può dirci comunque molto. Se testiamo tutti i pazienti con sintomi gravi, anche il dato dei morti può dirci molto.

Quel criterio però non è più uniforme né costante.

La linea sui tamponi cambia da regione a regione. Ci sono regioni che li fanno solo a chi ha sintomi gravi o è entrato in contatto con una persona contagiata. Ci sono regioni che negli ultimi giorni hanno deciso di estendere questi criteri e farli “a tappeto” o quasi, per esempio il Veneto. Ci sono regioni che non testano i familiari delle persone positive, nemmeno quando presentano sintomi importanti, altre che invece lo fanno. In Lombardia, la regione con la situazione più drammatica, si fanno i tamponi solo alle persone che arrivano in condizioni gravissime in ospedale; e ci sono tante persone, soprattutto nella provincia di Bergamo, che muoiono in casa prima di essere testate. Muoiono, probabilmente muoiono a causa del coronavirus, e non rientrano nei dati quotidiani sui morti.

«Da quello che sappiamo», ha detto un biologo oggi a Repubblica, «gli ospedali lombardi, ormai al limite del collasso, rimandano indietro moltissime persone con sintomi senza far loro il tampone. E quindi il numero di contagiati è ampiamente sottostimato. Ma come denunciano i sindaci del bergamasco, c’è una stima errata anche dei decessi. Molti ormai muoiono a casa senza tampone e non nelle terapie intensive, quindi non risultano conteggiati come decessi per Covid-19 nei resoconti ufficiali. L’unica cosa certa è che i dati in arrivo dalla Lombardia sono ormai inutilizzabili».

Insomma: la metà dei contagiati rilevati in tutta Italia è in Lombardia, e non si riescono a testare nemmeno tutte le persone con sintomi gravi. Capite bene che in un contesto come questo basta cannare i dati sulla Lombardia perché l’intero quadro nazionale perda senso. Li stiamo cannando, e quelli che arrivano dalle altre regioni d’Italia non sono uniformi né raccolti con gli stessi criteri. In Emilia-Romagna ci sono 4.525 contagi rilevati e un tasso di letalità del 10,1 per cento; in Veneto ci sono 3.214 contagi rilevati e un tasso di letalità del 2,9 per cento. Nelle Marche ci sono 1.568 contagi rilevati e un tasso di letalità del 5,9 per cento; in Toscana ci sono 1.330 contagi rilevati e un tasso di letalità dell’1,7 per cento. Questo perché ogni regione va in ordine sparso, e ogni regione somma ai suoi buchi di rilevamento i diversi buchi delle altre regioni. Stiamo effettivamente sommando le mele e le pere.

Ora, io ovviamente non credo che la Protezione Civile stia imbrogliando tutti, per carità. La situazione è eccezionale e mai vista prima, non abbiamo le risorse per fare test a tappeto, il sistema sanitario in certe regioni è già ora al collasso e dove non è al collasso era deficitario da prima. Non penso che stia accadendo una cosa da “censura cinese”. È una cosa importante. Al di là delle intenzioni, però, è importante anche notare che il risultato purtroppo è lo stesso. C’è un motivo per cui la comunità scientifica considera pericoloso e grave che un paese non fornisca dati affidabili sul contagio alla sua popolazione, e quel motivo non è la difesa dei sani principi democratici: il motivo è che altrimenti siamo ciechi. Altrimenti non abbiamo idea di come stia procedendo il contagio. Temo che ci troviamo in questa situazione, in Italia come in tanti altri posti del mondo: abbiamo un’idea a spanne, basata sulla situazione negli ospedali, ma solo quella. Quanti sono i contagiati: non lo sappiamo. Quanti sono i morti: non lo sappiamo.

È un problema innanzitutto perché parliamo di dati. Non di valutazioni, scenari o prospettive, bensì dati, numeri, cose a cui siamo abituati ad affidare una descrizione esatta della realtà. Uno è diverso da due che è diverso da dieci che è diverso da mille. Eppure i dati quotidiani della Protezione Civile hanno un legame con la realtà molto più approssimativo e vago di quello che siamo abituati a pretendere dai numeri (numeri che, non dimentichiamolo, sono persone). Nonostante questo diffondiamo comunque questi numeri, che saranno utilizzati per fare previsioni, modelli, studi scientifici, in Italia e all’estero.

Infine, a questi dati è evidentemente legato un pezzo importante della legittimazione politica delle più gravi restrizioni alle nostre libertà dai tempi di Benito Mussolini. Prevengo l’obiezione: i dati veri sono sicuramente molto peggiori dei dati che abbiamo. Vero. Ma lo scopo dei dati è darci una misura, bella o brutta che sia: è misurare quello che abbiamo intorno. Sulla base di quella misura stiamo prendendo decisioni politiche, economiche, sanitarie eccezionali. Quando saremo in grado di dire che queste restrizioni non servono più, se non abbiamo idea di dove sia il virus? Dovessimo scegliere in futuro di adottare delle soluzioni diverse, come potremo misurare la loro efficacia in confronto alle attuali? In teoria oggi basterebbe aumentare la capacità di fare test per far esplodere istantaneamente il numero ufficiale dei contagiati, anche se magari le persone in gravi condizioni sono diminuite.

Credo che la Protezione Civile, che sta facendo un lavoro straordinario in circostanze straordinarie, dovrebbe sforzarsi di sottolineare come i dati che presenta ogni giorno vadano presi con un paio di pinze grandi come una casa. Credo che i giornali stiano facendo bene – anche al Post ci stiamo provando – a indagare e raccontare la diffusione della malattia al di là del contenuto dei dati ufficiali. Quanto a noi, per qualche giorno ho osservato con fastidio il fatto che alle 18, all’ora del solenne bollettino di guerra della Protezione Civile, una bella fetta di persone – almeno qui a Milano – avesse fissato il momento delle canzoni, dell’inno nazionale e delle urla dal balcone. Oggi sono più indulgente.

***
Il Post ha fatto una newsletter gratuita sul Coronavirus, per aggiornare e informare sulle cose da sapere e su quelle da capire: ci si iscrive qui.

Quando finirà

Riprendo la discussione aperta col post del 3 marzo, provando a ragionare in modo franco sui possibili scenari che abbiamo davanti. Credo che farlo e che farlo in modo schietto sia necessario, proprio a fronte di una situazione così incerta e imprevedibile, anche se le risposte che ci diamo dovessero essere scoraggianti. Anche sapendo che viviamo una situazione senza precedenti. D’altra parte i sacrifici che stiamo facendo ci costringono già, più o meno inconsciamente, a darci un orizzonte temporale, a pensare a quando finirà; e darsi un orizzonte temporale illusorio può aggravare le già pesanti conseguenze di questa situazione sulla salute mentale di ciascuno di noi.

Il 3 marzo scrivevo che avevamo davanti due opzioni possibili, come società: mantenere una qualche forma di normalità accettando il rischio del contagio e le sue dolorosissime conseguenze, oppure chiudere tutto. Il governo ha deciso per noi e ha scelto la seconda strada. Non voglio discutere la bontà di questa decisione, di cui capisco le ragioni, e credo che nessuno di noi – mitomani esclusi – oggi vorrebbe trovarsi al posto di Giuseppe Conte, che sta gestendo questa situazione senza precedenti con dignità. Sono stato estremamente critico verso la nascita di questo governo, ma oggi tremo al pensiero che queste straordinarie restrizioni delle nostre libertà potessero essere decise e gestite da politici autoritari e fanatici dello stato di polizia.

Però, ecco, questa è la mano di carte che ci è capitata. Abbiamo chiuso tutto. Proviamo allora a ragionare uno o due passi avanti rispetto alla nostra situazione attuale.

Non contate i giorni.

Per quanto sia umano e più che comprensibile – stare chiusi in casa ha conseguenze devastanti sulla salute mentale di decine di milioni di persone – non dobbiamo contare i giorni, o le settimane. Il decreto del governo fissa il termine del 3 aprile per le restrizioni dei movimenti perché imposizioni così straordinarie non possono che avere una data di scadenza. Ma è del tutto illusorio pensare che il 3 aprile le nostre vite possano ricominciare normalmente.

Il massimo che possiamo sperare da qui al 3 aprile – il massimo che possiamo sperare – è vedere appiattirsi quelle maledette curve dei contagiati, dei ricoverati e dei deceduti. Sarebbe una notizia fantastica. Ma non risolutiva.

Accettato che questo virus ha la capacità di contagiare dal 40 al 70 per cento della popolazione mondiale, come dicono gli epidemiologi, non bisogna dimenticare che in Italia in questo momento i contagi accertati sono in tutto circa 17.000. Considerato che facciamo il tampone solo a chi presenta sintomi importanti, e che il virus si può contrarre in forma asintomatica, a partire dal tasso di letalità possiamo ricostruire che i contagiati totali in Italia siano fin qui – compresi guariti e deceduti – tra i 50.000 e i 100.000, ed è una stima conservativa. Molti ma molti di meno dei 30 milioni di italiani (come minimo) potenzialmente esposti al contagio, e di quelli che potrebbero permetterci di parlare almeno temporaneamente di immunità di gregge. È piuttosto evidente dunque che non solo è impossibile che il 3 aprile il numero di contagiati sia zero – anche perché, appunto, la gran parte delle persone contagiate oggi non sa di esserlo – ma anche che se il 4 aprile tornassimo tutti a fare la vita di prima, a uscire e vederci e chiacchierare e abbracciarci, il virus ricomincerebbe a circolare e torneremmo rapidamente dove siamo oggi.

Sia chiaro, nessuno pensi che le restrizioni siano per questo inutili. Anzi. Restare a casa per abbassare quelle maledette curve vuol dire salvare centinaia di vite al giorno: e dovremo continuare a impegnarci per tenerle basse. Nel frattempo ci stiamo attrezzando e ci attrezzeremo per curare sempre più persone, ma per quanto sia possibile potenziare la risposta e disponibilità del nostro sistema sanitario, il numero di medici e i posti in terapia intensiva, evidentemente ogni sistema conosce un punto di rottura: un numero oltre il quale non è più possibile fornire cure adeguate ai pazienti. E quel numero non è, boh, un milione, ma è molto più basso. Quindi la necessità di tenere basse quelle maledette curve non svanirà: lo scopo è ammalarci lentamente, in modo da non sovraccaricare gli ospedali e magari sviluppare a un certo punto una qualche forma di immunità di gregge. La parola chiave nell’ultima frase è lentamente.

È probabile che il governo decida a un certo punto di allentare alcune delle attuali misure di restrizione, il 3 o il 10 o il 30 di aprile o di maggio, perché anche tenere le persone chiuse in casa ha un prezzo che cominceremo a misurare in depressioni, attacchi di panico, liti, omicidi e suicidi. Ed esiste ragione di confidare che i sacrifici di questi giorni ci abbiano resi un po’ più responsabili di prima. Ma è molto, molto, molto improbabile che un prossimo eventuale allentamento delle restrizioni somigli anche solo lontanamente alla nostra vita di prima.

Anche perché il virus non conosce confini e nel resto del mondo succedono le cose che sono successe da noi, solo con tempi, modalità e reazioni diverse. Non vuol dire necessariamente che tutti i paesi finiranno per adottare i lockdown sul modello italiano, né che ci sia un unico modo giusto per rispondere a questa pandemia o tantomeno che sia il nostro: vuol dire che anche nell’ipotesi completamente implausibile in cui a un certo punto il numero dei nostri contagiati dovesse diventare zero, saremmo comunque esposti. Anche nell’ipotesi altrettanto implausibile di bloccare tutti i collegamenti aerei da ogni paese del mondo, le merci devono continuare a viaggiare. Molte arrivano dall’estero; tutte vengono portate da persone.

Ci sono due orizzonti temporali nei quali possiamo sperare. Il primo è che davvero il caldo indebolisca il virus: non sappiamo se sarà così, non è scontato, ma potrebbe essere. In ogni caso, però, sarebbe una tregua temporanea: il virus tornerebbe a farsi sentire in autunno e in inverno, come già prevedono alcuni epidemiologi. Il secondo, naturalmente, è la produzione di un vaccino. Sappiamo per certo che lo troveremo e sappiamo per certo che ci metteremo meno tempo che per qualsiasi altro vaccino, ma sappiamo per certo che ci vorranno ancora mesi di studi e di test. Quando ce lo avremo, poi, sarà necessario produrlo e distribuirlo a miliardi di persone. Non sarà una cosa immediata.

Lo dico a me per primo: la spiazzante velocità con cui sono cambiate le nostre vite compromette la nostra capacità di accettare che l’uscita da questa crisi non sarà rapida quanto è stato il suo ingresso. Uno scenario che soltanto un mese fa avremmo considerato lunare – le code ai supermercati, la polizia per le strade a controllare chi esce di casa, le scuole chiuse, le rivolte e i morti nelle carceri, i treni che non partono, l’impossibilità di vedere i propri cari – oggi è la nostra vita quotidiana. Non possiamo escludere nemmeno ulteriori deragliamenti delle nostre vite, peraltro: basta uno sciopero degli autotrasportatori, come i tanti che ci sono stati negli ultimi anni, o nel settore della logistica. E sappiamo che, quando ripartiremo, ci metteremo un bel po’ per tornare dove eravamo. Insomma, tutto questo finirà, ma non il 3 aprile.

Anche a me ogni tanto sembra un brutto sogno.

***
Il Post ha fatto una newsletter gratuita sul Coronavirus, per aggiornare e informare sulle cose da sapere e su quelle da capire: ci si iscrive qui.

Cosa succederà

Questa cosa non finirà tra quindici giorni. Nemmeno tra due mesi. Non ci sono ragioni razionali per pensare che possa finire presto, nonostante quello che speriamo tutti. Eppure una parte non indifferente del problema è che non sappiamo cosa succederà. Non solo: che non siamo nemmeno in grado di evocare degli scenari possibili.

Proviamoci. Partiamo da cosa stiamo facendo adesso.

Da una parte, bisogna provare a rallentare l’inevitabile allargamento dell’epidemia. Le parole chiave nella frase precedente sono “rallentare”, “inevitabile” e “allargamento”. Il nuovo coronavirus è probabilmente incontenibile, come diventa evidente ogni giorno che passa e come ha spiegato un importante epidemiologo di Harvard: lo prenderemo in tanti (lui dice addirittura tra il 40 e il 70 per cento della popolazione mondiale) e per moltissimi di noi sarà semplicemente un’influenza. Il virus non è stato ancora contenuto davvero nemmeno in Cina, dove sono in vigore da settimane misure di isolamento pesantissime che in larga parte del resto del mondo sarebbe impossibile implementare. Niente ci vieta di sperare in un miracolo, e sarei molto felice di essere smentito, ma credo che possiamo serenamente ammettere che lo scenario più probabile è che il virus continui a propagarsi. Sempre secondo gli esperti, il nuovo coronavirus probabilmente resterà in circolazione per gli anni a venire, unendosi agli altri coronavirus già noti, quelli che ci fanno venire di tanto in tanto la febbre e il raffreddore: noi nel frattempo svilupperemo anticorpi e vaccini, e col passare del tempo saremo quindi sempre meno esposti.

Col passare del tempo, però. Non adesso.

Il fatto che adesso il nuovo coronavirus sia, per l’appunto, nuovo, lo rende molto contagioso, molto più della normale influenza, perché non abbiamo ancora gli anticorpi per difenderci adeguatamente. Il fatto che attualmente non esista un vaccino allarga ulteriormente il numero dei potenziali contagiati, molto più di quanto avviene con la normale influenza. Siamo tutti molto più esposti al contagio. Il fatto che questo virus sia più aggressivo sulle vie respiratorie della normale influenza, infine, produce un rilevante aumento delle persone che richiedono un ricovero. Il rischio, insomma, è che la somma di questi fattori metta sotto enorme pressione gli ospedali, i reparti di rianimazione e terapia intensiva, come sta già accadendo. Le misure che stiamo adottando in Italia e nei paesi con i focolai più grandi non servono a debellare il virus. Quella nave è salpata. Le misure servono a rallentare l’inevitabile allargamento dell’epidemia: a evitare di ammalarci tutti insieme.

Lo stesso identico numero di contagi, spalmato su un periodo di tempo più lungo, evita che molte persone muoiano.

Dall’altra parte, bisogna provare a evitare che la fuga da un guaio, l’epidemia, finisca per creare un guaio altrettanto grosso, cioè il parziale collasso dell’economia. Chiunque tra voi lavori per un’attività commerciale – come imprenditore o come impiegato – sa che razza di settimana è stata la scorsa settimana. Le aziende grandi e piccole stanno perdendo tanti, ma tanti, ma tanti di quei soldi che è molto difficile immaginare possano essere recuperati tutti quando tutto questo finirà. E siccome questo potrebbe impiegare un bel po’ a finire, nel frattempo molti rischiano di andare a gambe all’aria: vale sia per la profumeria sotto casa che per l’industria di componentistica, sia per il libero professionista che per la compagnia aerea. Con tutti i loro dipendenti, collaboratori, fornitori, e le loro famiglie. Certi danni sono riparabili; non tutti.

Siccome siete lettori intelligenti, capite benissimo che non è questione di scegliere tra la propria salute e il vil denaro: si parla in entrambi i casi delle nostre vite. Abbiamo fresco abbastanza il ricordo dell’ultima crisi da ricordarci cosa comporti una grave crisi economica, anche e soprattutto in termini di salute e sofferenze. Di sacrifici, di rinunce, di traumi, di dolori, di disagio, di cure, in certi casi di morte. E quindi in questi giorni viviamo impulsi laceranti, perché la protezione delle nostre stesse vite – intese nel senso più pieno possibile – ci spinge a comportamenti elementari e contraddittori: chiudersi in casa e uscire di casa. Entrambe le cose possono farci bene. Entrambe le cose possono farci male.

Veniamo a noi, quindi. I dati e la realtà ci dicono che i contagi stanno aumentando abbastanza da mettere in difficoltà già adesso gli ospedali, nonostante misure di contenimento che nelle regioni più colpite dal virus sono già molto dure. E parliamo comunque di meno di 2.000 contagiati su sessanta milioni di abitanti. La cosa più plausibile è che questo numero continui a crescere. Auspicabilmente non troppo in fretta, ma al prezzo allora di proseguire le misure restrittive adottate fin qui e anzi probabilmente estenderle alle regioni che oggi non ne sono coinvolte, almeno fin quando non dovessimo riuscire a rafforzare la capacità dei nostri ospedali o sviluppare un vaccino. Ma parliamo di molti mesi.

Dall’altra parte, quelle misure restrittive e la paura delle persone stanno facendo danni non indifferenti all’economia (e cioè alle persone stesse). Altro che “Milano non si ferma”: capisco le buone intenzioni ma Milano si è fermata, come una buona parte delle due regioni economicamente più rilevanti del paese. La città in cui vivo in questi giorni è abbastanza irriconoscibile, come molte altre; e come in mezza Italia sono irriconoscibili gli aeroporti, le stazioni, i treni. Tutte le cose che di solito fanno le persone che di solito li affollano, non stanno avvenendo. Ci sarà un conto da pagare.

In questi giorni siamo tutti epidemiologi e capi della Protezione Civile, e non facciamo altro che discutere di norme e leggi e ordinanze e limiti dei quali non capiamo il senso. Che senso ha riaprire le scuole tra sette o dieci giorni, che senso ha averle chiuse? Cosa sarà cambiato tra una settimana? Perché i bar possono restare aperti ma solo fino alle 18? Perché questo sì e quello no? Perché qui sì e lì no? Il punto è proprio la tensione tra i due obiettivi di cui sopra. Dobbiamo rallentare i contagi ma non dobbiamo fermare l’economia. Dobbiamo essere molto responsabili con i nostri comportamenti, soprattutto se pensiamo di avere dei sintomi, ma non dobbiamo smettere del tutto di uscire di casa, entrare nei negozi, provare un paio di jeans, cercare una nuova tv, comprare un libro. Per quanto non sarà semplice trovare un punto di equilibrio, evidentemente lo troveremo.

Provo a semplificare brutalmente. Una possibilità è che il “desiderio di normalità” di ciascuno di noi – e le comprensibili disperate pressioni di chi tra noi soffrirà di più sul piano economico – ci portino piano piano, un giorno dopo l’altro, a diventare un po’ più fatalisti. A uscire di casa un po’ di più e non un po’ di meno, a prendere quel treno, a non rimandare ulteriormente quella riunione. A capire che non ci si può chiudere in casa per sei mesi e decidere quindi di correre qualche rischio, ogni giorno qualcuno in più. Ad allentare le maglie delle misure di sicurezza ufficiali e ufficiose: quelle dettate dall’alto e quelle che ciascuno di noi detta a se stesso. Il tutto a costo di far accelerare il ritmo dei contagi e tollerare quindi, per quanto dolorosamente, un numero di ammalati e quindi anche di morti più alto dell’attuale.

Un’altra possibilità è che diventi questa, la nuova normalità. Uscire il meno possibile. Viaggiare il meno possibile. Riunirsi il meno possibile. Rischiare il meno possibile. Il tutto a costo di tollerare l’atrofizzarsi delle nostre vite e quindi, pur di salvarle, anche le dolorose conseguenze che ne arriveranno. I locali chiuderanno. Le attività già in qualche difficoltà dichiareranno fallimento. Molte persone saranno licenziate. Molte persone saranno disperate e arrabbiate, con le conseguenze che possiamo immaginare.

Sono entrambi scenari pessimisti, lo so. Ma sono entrambi plausibili. Il punto di equilibrio che troveremo si posizionerà da qualche parte in questo spettro. In qualche modo, scopriremo chi siamo: ognuno di noi e tutti insieme.

***
Il Post ha fatto una newsletter gratuita sul Coronavirus, per aggiornare e informare sulle cose da sapere e su quelle da capire: ci si iscrive qui.

The Big Seven

Tra un anno esatto negli Stati Uniti si vota per le elezioni presidenziali – 3 novembre 2020, una data che presto sentiremo ripetere ovunque – e quindi anche per noi è il caso di cominciare a muoversi. Oggi vi racconto di uno dei progetti che vi avevo annunciato lo scorso agosto. Sabato prossimo, sabato 9 novembre, uscirà su Storytel la prima puntata di The Big Seven, un nuovo podcast in sette episodi che si concluderà quindi alla fine dell’anno, giusto in tempo per ripartire poi con Da Costa a Costa. Prodotto da Piano P, ovviamente. E di cosa parla The Big Seven?

Mettiamola così. La nostra storia, la storia dell’umanità, è un susseguirsi infinito di grandi cambiamenti politici, sociali, scientifici, culturali, tecnologici: tantissimi movimenti collettivi inizialmente impercettibili che guadagnano forza progressivamente finché non si parano davanti ai nostri occhi e ci mostrano – a volte anche con una certa durezza – che qualcosa è cambiato. In bene o in male, spesso in tutti e due i modi insieme. Ce ne sono continuamente, ovunque. Tutti noi nel nostro piccolo siamo attori di questi cambiamenti, con i nostri comportamenti, con le nostre abitudini, con le nostre scelte e con i nostri consumi, con quello che facciamo e come lo facciamo: ma alcune persone lo sono più di altri, e per questo li ricordiamo. Ora: ci sono tre tipi di grandi personaggi. Ci sono persone le cui vite e carriere straordinarie sono rese possibili da grandi cambiamenti – sociali, culturali, tecnologici, demografici – che sono avvenuti prima di loro: senza quei cambiamenti, le loro vite e carriere straordinarie non sarebbero state possibili. Per fare un esempio: è quello che diremo un giorno della prima presidente donna. Un risultato eccezionale ottenuto grazie a secoli di lotte e battaglie, vittorie e sconfitte. Poi ci sono persone le cui vite e carriere straordinarie vengono ricordate come tali perché hanno innescato il cambiamento, perché ne sono stati attori, perché senza di loro quel grande cambiamento non sarebbe avvenuto. Le storie di queste persone non sono conseguenze, bensì cause: da soli, o quasi, hanno cambiato la realtà. Martin Luther King, per dirne uno.

Poi ci sono persone che non sono semplicemente attori del cambiamento, né sono soltanto delle conseguenze, ma lo incarnano. Ne sono allo stesso tempo protagonisti ed esempi, lo cavalcano e lo rappresentano, e quindi lo portano avanti un altro po’. Sono gli alfieri di questi cambiamenti, gli strumenti, e le loro storie quindi non sono soltanto vicende personali: sono vicende personali e collettive insieme. Nei sette episodi di The Big Seven proverò a stringere l’obiettivo proprio sugli Stati Uniti e raccontarvi le storie di sette persone che in modi molto diversi sono alfieri di alcuni grandi cambiamenti della società americana contemporanea. Strumenti. Cause e conseguenze insieme. Non sono sette personaggi “positivi” ma non sono nemmeno necessariamente “negativi”: l’obiettivo non è dare pagelle né fare una classifica o assegnare dei premi, e nemmeno raccontare semplicemente delle biografie, ma invece provare a capire qualcosa sull’America contemporanea attraverso le storie di alcune persone che incarnano alcuni dei più grandi fenomeni in corso nell’America contemporanea. Che siano cambiamenti positivi o negativi, è un altro discorso e naturalmente dipende dalle vostre idee: ma come vedrete molto spesso sarà difficile attribuire etichette così nette e manichee. Cercheremo di esplorare un po’ la complessità di queste persone, di questi temi e di queste storie, e attraverso di loro esplorare la complessità degli Stati Uniti dei nostri giorni. Non saranno solo personaggi politici, visto che nelle società moderne il cambiamento ha origine in luoghi e contesti molto eterogenei e diversi: ma le loro storie finiranno sempre per intrecciare la politica, com’è ovvio per figure del genere.

Si comincia sabato 9 novembre con il primo episodio, che racconterà il ruolo e la discussa influenza della più grande popstar del pianeta, Beyoncé Knowles-Carter. Per ogni episodio ho dialogato con qualcuno molto più esperto di me: nel primo trovate le parole di Sasha Frere Jones, rispettato giornalista e musicista che è stato per dieci anni il principale critico musicale del New Yorker. Spero vogliate decidere di ascoltarlo. Storytel è una delle principali piattaforme internazionali di audiolibri e podcast, con un catalogo sterminato e ricchissimo di contenuti, in italiano e in inglese: dalla narrativa alla saggistica, dalle ultime novità ai classiconi, dai podcast true crime a quelli sportivi. Se volete, iscrivendovi da questo link potete usufruire di 30 giorni di prova gratuita invece dei canonici 14, oltre i quali – se decidete di restare abbonati – si pagano 9,99 euro al mese. Una volta registrati ovviamente potete ascoltare da subito tutto il catalogo: peraltro ci troverete dentro anche Milano, Europa e la stagione speciale di Da Costa a Costa che ho prodotto l’anno scorso.

Rousseau non è un problema

Ci sono cento milioni di motivi per criticare il Movimento 5 Stelle e la sua struttura padronale, oltre che ovviamente le sue idee e il modo in cui le comunica. A meno che non siate iscritti o elettori del Movimento 5 Stelle, però, suggerirei di escludere la cosiddetta “piattaforma Rousseau” da queste critiche.

Ogni partito ha il diritto di scegliere il metodo con cui decidere la sua linea politica e prendere decisioni interne, e non è certo inedito che un partito decida di consultare i suoi iscritti, anche in modo vincolante, su questioni delicate: è una fattispecie prevista anche dallo statuto del Partito Democratico – “su qualsiasi tematica relativa alla politica ed all’organizzazione”, articolo 27 – e in generale una pratica piuttosto diffusa all’estero. Naturalmente è una procedura che può non piacervi, ci mancherebbe, ma non ha niente di scandaloso né tantomeno sarebbe uno “sgarbo” al presidente della Repubblica. Non si capisce perché la decisione di tre o trenta persone in una stanza – cioè quello che è successo negli altri partiti – sarebbe corretta e rispettosa della democrazia e del Quirinale, mentre far decidere i propri iscritti non lo sarebbe. Peraltro mi sembra che sia grazie al M5S che oggi possiamo leggere una bozza del programma di questo eventuale futuro governo. Il PD pensava di diffonderla? Quando? Nemmeno i tempi sono un problema, altrimenti Giuseppe Conte sarebbe il primo presidente del Consiglio della storia repubblicana ad accettare l’incarico “con riserva”. La riserva serve proprio a questo: a valutare se esistano le condizioni per chiedere la fiducia in Parlamento, che possono esserci come non esserci.

Il dettame costituzionale per cui i parlamentari non sono sottoposti a un vincolo di mandato – cioè non sono tenuti ad attenersi alle direttive di partito, ma possono votare secondo coscienza – non viene scalfito dal fatto che un partito possa decidere come crede la sua linea politica, cosa che avviene tutti i giorni in tutti i partiti, che sia con un congresso, con un referendum, con un capo assoluto, con una riunione fra due persone o di un direttivo: in generale, anche coinvolgendo persone che non siedono in Parlamento, come è accaduto per esempio con gli ultimi due segretari del PD. Ogni parlamentare poi è libero di votare come crede, e ogni partito è libero di trattare come vuole i parlamentari che dovessero contraddire la sua linea politica. Ci sono partiti più o meno tolleranti su questo fronte, il Movimento 5 Stelle lo è notoriamente molto poco: ma sono le loro iniziative per l’abolizione del vincolo di mandato la ragione per cui possono essere legittimamente e duramente criticati, non il fatto che decidano di organizzare una consultazione interna e stabilire così la propria linea.

Costringere alle dimissioni un parlamentare che non rispetta la linea del partito è incostituzionale, oltre che – secondo me – sbagliato e antidemocratico; espellere dal partito un parlamentare che non rispetta la linea del partito è un atto politico piuttosto comune (anche in partiti che non sono il M5S) e legittimo, per quanto discutibile come ogni atto politico. D’altra parte, detto che ogni parlamentare è libero di votare quello che vuole, chiedetevi chi sono negli altri partiti italiani i soggetti che decidono la linea politica: nella grandissima parte dei casi non otterrete risposte molto più soddisfacenti dal punto di vista della rappresentanza o dei valori democratici. Lo ripeto di nuovo, per evitare obiezioni facili: questo non vuol dire che ciascuno di noi non possa preferire metodi organizzativi e processi decisionali diversi da questo che si è dato il Movimento 5 Stelle. Ci mancherebbe. Personalmente, a me piace molto la democrazia rappresentativa. Ma il metodo che si è dato il Movimento 5 Stelle non ha niente di anomalo o di eversivo, e nel contesto italiano non è più opaco di quello degli altri partiti.

Un’ultima cosa. Sì, Rousseau è un colabrodo, e ci sono valide ragioni per pensare che i voti espressi su Rousseau non restino segreti e siano manipolabili. Credo che questo dovrebbe essere un grosso problema per gli iscritti e gli elettori del Movimento 5 Stelle, che a quel partito affidano l’espressione della propria volontà politica; e credo che questo livello di opacità e sciatteria dica molto di quale sia in generale la credibilità del Movimento 5 Stelle. Insomma, anche io credo che il voto su Rousseau sia una balla. Ma credo anche che ogni partito abbia il diritto di prendere decisioni come vuole – chi decide dentro Forza Italia? e dentro la Lega? chi decideva dentro Scelta Civica? eccetera – e credo che la balla del voto su Rousseau non sia più sgradevole dei partiti che hanno un capo assoluto e indiscutibile, cioè quasi tutti in Italia, o di quelli che si riuniscono per celebrare formalmente votazioni dall’esito scontato perché la vera discussione è avvenuta altrove. Liberi e Uguali, che sosterrà il nuovo governo e da giorni è presentissimo sui titoli dei giornali, era un cartello elettorale che si è sciolto a novembre del 2018. Non esiste più, letteralmente. Inutile chiedere chi abbia preso questa decisione dentro il partito-zombie e rispondendo a chi: hanno deciso loro, per loro. E uno dei pochi partiti italiani che non abbia un capo assoluto, il Partito Democratico, è comunque lo stesso che ha giudicato opportuno diffondere questi surreali risultati dopo le sue ultime elezioni primarie – elezioni mai certificate da terzi – dopo anni di voci sulle affluenze gonfiate e i risultati aggiustati.

“Questi dati risultano essere totalmente impossibili a livello statistico”

Insomma, in estrema sintesi: non c’è niente di scandaloso nel decidere la linea politica del partito – ancor più su questioni così delicate – coinvolgendo i propri iscritti, ed è una cosa che fanno o prevedono di poter fare molti altri partiti, in Italia e all’estero. Se il metodo con cui vengono coinvolti gli iscritti è opaco e truffaldino, come appare in questo caso, mi sembra che siano i suddetti iscritti gli unici titolati a lamentarsene: non credo che gli iscritti del Partito Democratico giudicherebbero legittimo che Giorgia Meloni o Giovanni Toti chiedessero loro di cambiare le regole dei propri referendum interni. Naturalmente resta che ognuno può giudicare il modo in cui un partito decide di organizzarsi: secondo me gli elettori del Movimento 5 Stelle avrebbero ottime ragioni per essere preoccupati di come il proprio partito decide la sua linea politica. Ma sono in ottima compagnia.