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Rousseau non è un problema

Ci sono cento milioni di motivi per criticare il Movimento 5 Stelle e la sua struttura padronale, oltre che ovviamente le sue idee e il modo in cui le comunica. A meno che non siate iscritti o elettori del Movimento 5 Stelle, però, suggerirei di escludere la cosiddetta “piattaforma Rousseau” da queste critiche.

Ogni partito ha il diritto di scegliere il metodo con cui decidere la sua linea politica e prendere decisioni interne, e non è certo inedito che un partito decida di consultare i suoi iscritti, anche in modo vincolante, su questioni delicate: è una fattispecie prevista anche dallo statuto del Partito Democratico – “su qualsiasi tematica relativa alla politica ed all’organizzazione”, articolo 27 – e in generale una pratica piuttosto diffusa all’estero. Naturalmente è una procedura che può non piacervi, ci mancherebbe, ma non ha niente di scandaloso né tantomeno sarebbe uno “sgarbo” al presidente della Repubblica. Non si capisce perché la decisione di tre o trenta persone in una stanza – cioè quello che è successo negli altri partiti – sarebbe corretta e rispettosa della democrazia e del Quirinale, mentre far decidere i propri iscritti non lo sarebbe. Peraltro mi sembra che sia grazie al M5S che oggi possiamo leggere una bozza del programma di questo eventuale futuro governo. Il PD pensava di diffonderla? Quando? Nemmeno i tempi sono un problema, altrimenti Giuseppe Conte sarebbe il primo presidente del Consiglio della storia repubblicana ad accettare l’incarico “con riserva”. La riserva serve proprio a questo: a valutare se esistano le condizioni per chiedere la fiducia in Parlamento, che possono esserci come non esserci.

Il dettame costituzionale per cui i parlamentari non sono sottoposti a un vincolo di mandato – cioè non sono tenuti ad attenersi alle direttive di partito, ma possono votare secondo coscienza – non viene scalfito dal fatto che un partito possa decidere come crede la sua linea politica, cosa che avviene tutti i giorni in tutti i partiti, che sia con un congresso, con un referendum, con un capo assoluto, con una riunione fra due persone o di un direttivo: in generale, anche coinvolgendo persone che non siedono in Parlamento, come è accaduto per esempio con gli ultimi due segretari del PD. Ogni parlamentare poi è libero di votare come crede, e ogni partito è libero di trattare come vuole i parlamentari che dovessero contraddire la sua linea politica. Ci sono partiti più o meno tolleranti su questo fronte, il Movimento 5 Stelle lo è notoriamente molto poco: ma sono le loro iniziative per l’abolizione del vincolo di mandato la ragione per cui possono essere legittimamente e duramente criticati, non il fatto che decidano di organizzare una consultazione interna e stabilire così la propria linea.

Costringere alle dimissioni un parlamentare che non rispetta la linea del partito è incostituzionale, oltre che – secondo me – sbagliato e antidemocratico; espellere dal partito un parlamentare che non rispetta la linea del partito è un atto politico piuttosto comune (anche in partiti che non sono il M5S) e legittimo, per quanto discutibile come ogni atto politico. D’altra parte, detto che ogni parlamentare è libero di votare quello che vuole, chiedetevi chi sono negli altri partiti italiani i soggetti che decidono la linea politica: nella grandissima parte dei casi non otterrete risposte molto più soddisfacenti dal punto di vista della rappresentanza o dei valori democratici. Lo ripeto di nuovo, per evitare obiezioni facili: questo non vuol dire che ciascuno di noi non possa preferire metodi organizzativi e processi decisionali diversi da questo che si è dato il Movimento 5 Stelle. Ci mancherebbe. Personalmente, a me piace molto la democrazia rappresentativa. Ma il metodo che si è dato il Movimento 5 Stelle non ha niente di anomalo o di eversivo, e nel contesto italiano non è più opaco di quello degli altri partiti.

Un’ultima cosa. Sì, Rousseau è un colabrodo, e ci sono valide ragioni per pensare che i voti espressi su Rousseau non restino segreti e siano manipolabili. Credo che questo dovrebbe essere un grosso problema per gli iscritti e gli elettori del Movimento 5 Stelle, che a quel partito affidano l’espressione della propria volontà politica; e credo che questo livello di opacità e sciatteria dica molto di quale sia in generale la credibilità del Movimento 5 Stelle. Insomma, anche io credo che il voto su Rousseau sia una balla. Ma credo anche che ogni partito abbia il diritto di prendere decisioni come vuole – chi decide dentro Forza Italia? e dentro la Lega? chi decideva dentro Scelta Civica? eccetera – e credo che la balla del voto su Rousseau non sia più sgradevole dei partiti che hanno un capo assoluto e indiscutibile, cioè quasi tutti in Italia, o di quelli che si riuniscono per celebrare formalmente votazioni dall’esito scontato perché la vera discussione è avvenuta altrove. Liberi e Uguali, che sosterrà il nuovo governo e da giorni è presentissimo sui titoli dei giornali, era un cartello elettorale che si è sciolto a novembre del 2018. Non esiste più, letteralmente. Inutile chiedere chi abbia preso questa decisione dentro il partito-zombie e rispondendo a chi: hanno deciso loro, per loro. E uno dei pochi partiti italiani che non abbia un capo assoluto, il Partito Democratico, è comunque lo stesso che ha giudicato opportuno diffondere questi surreali risultati dopo le sue ultime elezioni primarie – elezioni mai certificate da terzi – dopo anni di voci sulle affluenze gonfiate e i risultati aggiustati.

“Questi dati risultano essere totalmente impossibili a livello statistico”

Insomma, in estrema sintesi: non c’è niente di scandaloso nel decidere la linea politica del partito – ancor più su questioni così delicate – coinvolgendo i propri iscritti, ed è una cosa che fanno o prevedono di poter fare molti altri partiti, in Italia e all’estero. Se il metodo con cui vengono coinvolti gli iscritti è opaco e truffaldino, come appare in questo caso, mi sembra che siano i suddetti iscritti gli unici titolati a lamentarsene: non credo che gli iscritti del Partito Democratico giudicherebbero legittimo che Giorgia Meloni o Giovanni Toti chiedessero loro di cambiare le regole dei propri referendum interni. Naturalmente resta che ognuno può giudicare il modo in cui un partito decide di organizzarsi: secondo me gli elettori del Movimento 5 Stelle avrebbero ottime ragioni per essere preoccupati di come il proprio partito decide la sua linea politica. Ma sono in ottima compagnia.

Scaldiamo i motori

Eccezionalmente pubblico qui il testo della newsletter che ho inviato agli iscritti a Da Costa a Costa. Se vuoi ricevere le prossime newsletter, gratis, clicca qui.

–430 giorni alle elezioni presidenziali statunitensi
–156 giorni ai caucus dell’Iowa

Quando Da Costa a Costa arrivava ogni sabato cascasse il mondo – cioè dal 2015 al 2017 – mi divertiva molto notare l’andamento settimanale delle email “out of office”, quelle che ricevo quando qualcuno di voi va in vacanza e decide di impostare un messaggio di risposta automatica che parte dall’indirizzo con cui si è iscritto a questa newsletter. Il fenomeno è aggravato da una ragione splendida: siete in tanti, sempre di più. Alla fine della seconda stagione eravate circa dodicimila. È passato un anno e mezzo in cui siamo sentiti solo saltuariamente, e intanto siete diventati quasi quindicimila. E ogni newsletter viene aperta da circa il 60-65 per cento di voi, a volte anche di più: un tasso altissimo per le newsletter come questa. Durante l’autunno e l’inverno, le email “out of office” che ricevo per non più di qualche manciata; nei periodi delle feste comandate, qualcuna in più; tra luglio e agosto, invece, SBRAAAM.


Ciao, bentornati se siete tornati dalle vacanze, buone vacanze se siete ancora in vacanza. Per i tantissimi nuovi iscritti: benarrivati. Questa newsletter serve a fare un piccolo punto della situazione su Da Costa a Costa, un progetto giornalistico che ho iniziato nel 2015 per raccontare la politica e la società statunitense. Dopo la fine della seconda stagione, quella del 2017, ci siamo sentiti sporadicamente, ma tra poco ripartiamo e con molte cose diverse.

Uno. Da Costa a Costa ritorna a gennaio del 2020. Ogni sabato riceverete gratuitamente una newsletter come questa, che vi aggiornerà sull’andamento della campagna elettorale in vista delle elezioni presidenziali di novembre. Tornerà anche il podcast, con una nuova puntata ogni quindici giorni. La newsletter – che al contrario del 2017 arriverà ogni settimana e non ogni due – servirà proprio a dare e a cercare di capire gli aggiornamenti sull’attualità; il podcast invece racconterà grandi storie americane del presente e del passato, per approfondire temi che possono aiutarci a mettere i fatti nel loro contesto e non limitarci ad andare appreso alla campagna elettorale, ai dibattiti, ai sondaggi, eccetera. Anche il podcast sarà ascoltabile gratuitamente, attraverso iTunes, Spotify, Spreaker, Google Play e tutte le altre piattaforme. Tornerò negli Stati Uniti a indagare le cose da vicino, come ho fatto nel 2016 e nel 2017, e vi racconterò tutto: nei miei piani, vorrei andare a febbraio in Iowa e in New Hampshire, dove si terranno le prime elezioni primarie del Partito Democratico ma dove Trump va ancora forte; a luglio a Milwaukee, alla convention del Partito Democratico; ad agosto a Charlotte, alla convention del Partito Repubblicano.

Le mie dirette quotidiane in streaming dalle convention statunitensi del 2016. Che nostalgia.


Se tutto quello che farò per voi sarà gratuito, come intendo coprire tutte le spese di questo progetto, viaggi compresi? Vorrei riproporre la formula che ha funzionato così bene negli anni scorsi, qui trovate un resoconto. Chi di voi c’era già sa che in questi anni ho curato Da Costa a Costa come un progetto personale, quindi solo ed esclusivamente nel tempo libero, dedicandogli albe, notti, weekend e ferie, e l’ho fatto essenzialmente per passione. Per gli Stati Uniti, per il giornalismo, per le relazioni costruite con voi che rispondete a queste email e con cui ho conversato in questi anni, che mi salutate negli incontri pubblici a cui mi capita di partecipare, che mi scrivete un commento o mi segnalate qualcosa sui social network. Non solo: Da Costa a Costa è stato per me anche un modo di sperimentare nuovi formati per la diffusione di contenuti giornalistici – le newsletter e i podcast molto prima che fossero onnipresenti come oggi, per esempio – e nuove strade per finanziare il giornalismo online.

L’andamento mensile delle vostre donazioni nel 2017. Il resoconto completo è qui.


Una delle cose di cui vado più fiero è il modello di business di Da Costa a Costa, se così possiamo chiamarlo: i contenuti sono tutti gratuiti e per tutti, mentre le spese sono sostenute nella loro grandissima parte dai lettori che vogliono contribuire con una donazione, quanto e quando vogliono, senza ottenere nulla in cambio se non sapere che con le loro donazioni stanno rendendo possibile l’esistenza di questo posto, di questo racconto e di questa comunità. I soldi che ricevo li impiego per finanziare i costi di questo lavoro, gli abbonamenti ai giornali e al servizio che uso per inviare questa newsletter, la produzione del podcast, le attrezzature e soprattutto i viaggi negli Stati Uniti. Se serve ancora qualcosa, ce lo metto di tasca mia; se rimane qualcosa, serve a pagare il mio lavoro. Nel 2020 progetto di fare lo stesso, scommettendo ancora sulla vostra complicità e generosità. Credo che il modello di business più sano per un prodotto giornalistico si basi innanzitutto sulla decisione dei lettori di sborsare qualcosa, anche una cifra piccolissima: è un modello che genera un circolo virtuoso responsabilizzando chi scrive, perché sa che sarà la qualità del suo lavoro a determinare la sostenibilità economica del progetto. 

Ma c’è dell’altro. Dal 2015 al 2017 avete visto della pubblicità su Da Costa a Costa, da parte di aziende interessate a rivolgersi in modo non invadente a lettori che immodestamente considero piuttosto speciali: informati, attenti, colti, vivaci e curiosi del mondo. Le aziende che lo hanno fatto in passato ne sono molto contente e ancora lo raccontano in giro.

«Abbiamo ragionato e lavorato duramente, analizzando la nicchia di mercato su cui volevamo concentrarci. Fondamentali sono stati l’ufficio stampa, gli omaggi azzeccati alle testate giornalistiche e la sponsorizzazione al podcast di Francesco Costa. Infatti, il giornalista de “Il Post” si occupava in quel periodo delle elezioni che hanno portato alla vittoria di Donald Trump: il suo era un pubblico appassionato di cultura americana, target ideale per Basicomo. Il nostro ritorno d’immagine fu tale che, da Natale 2017, il quantitativo di ordini e di lavoro entrò in conflitto con l’esercizio delle nostre professioni»

Se pensi di conoscere un’azienda che può essere interessata a sponsorizzare tutta o un pezzo della prossima stagione di Da Costa a Costa, scrivimi e parliamone meglio. L’email è costa@ilpost.it. Gli altri, se vogliono, preparino qualche soldino.

Due. In vista del ritorno a pieno regime, a novembre e dicembre uscirà un podcast che sarà uno spinoff di Da Costa a Costa: sette puntate su sette importanti personaggi statunitensi del presente, da Sean Hannity a LeBron James, da Beyoncé ad Alexandria Ocasio-Cortez, per raccontare le loro storie e soprattutto quanto le loro storie possono insegnarci della società statunitense. Ogni puntata avrà ospiti competenti e interessanti. Questa miniserie sarà disponibile solo su Storytel, la piattaforma di audiolibri e serie originali con cui sono felice di collaborare e su cui trovate già la stagione speciale di Da Costa a Costa uscita nel 2018. Iscrivendovi a Storytel attraverso questo link potete avere trenta giorni di prova gratuita invece dei canonici quattordici.

Tre. Alla fine ho trovato l’idea giusta, al momento giusto, con le persone giuste: sto scrivendo il libro che vi avevo promesso molto tempo fa. Uscirà a gennaio per Mondadori e racconterà, in estrema sintesi, cosa è successo all’America. Non sarà un libro sulle elezioni, bensì un libro per chi vuole capire cosa sono oggi gli Stati Uniti, e per chi ha più domande che risposte. Mai come in questi anni, infatti, gli Stati Uniti stanno cambiando e si stanno allontanando dagli stereotipi del passato; allo stesso tempo, però, mi sembra che molti li stiano infilando precipitosamente in certi stereotipi del presente, anche e non solo perché Donald Trump si è messo a un centimetro dall’obiettivo. Il libro proverà a sciogliere questa matassa e guardare più lontano. Più avanti vi darò i dettagli, come la data esatta di uscita.

È tutto, per ora. Se volete, mi trovate in giro sui social network: su Instagramsu Facebook e su Twitter: durante il 2020 farò molte cose anche lì. Dai che si ricomincia: non sapete quanto ne sono felice. Vado a smaltire lo SBRAAAM. Ciao!

Impossible is nothing

Un’osservazione, di passaggio. Negli ultimi quindici giorni nella politica italiana abbiamo visto:

– Luigi Di Maio appoggiare un’alleanza con il Partito Democratico dopo averlo definito per anni il male assoluto, i golpisti, la mafia, letteralmente “il partito di chi fa l’elettroshock ai bambini” (fino a un anno fa, poi, il M5S diceva che non avrebbe proprio mai fatto alleanze con nessuno: ora in un anno si è alleato con il PD e con la Lega);

– Matteo Renzi promuovere con convinzione un’alleanza del PD con il M5S dopo essere stato per un anno e fino all’altroieri il più strenuo oppositore di questa ipotesi, criticandola in tutti i luoghi e in tutte le lingue del mondo;

– Nicola Zingaretti fare un governo con il M5S nonostante, seppur con toni meno perentori di Renzi, si fosse detto chiaramente e assolutamente contrario, anche in contesti formali come la direzione del partito. Questo suo post è soltanto dell’11 agosto, a governo già in crisi, e leggerlo fa impressione: «Con franchezza dico no. Un’esperienza di governo Pd-M5S, perché di questo stiamo parlando, regalerebbe a Salvini uno spazio immenso»;

– Matteo Salvini accusare per settimane il M5S di avere bloccato il paese ed essere inadeguati, presentare una mozione di sfiducia, fare cadere il governo, e poi ritirare la mozione di sfiducia e addirittura offrire a Di Maio di fare il presidente del Consiglio;

– Giuseppe Conte dire “che io possa andare in Parlamento a cercare maggioranze alternative è pura fantasia” per poi tornare in Parlamento da presidente del Consiglio sostenuto da una maggioranza alternativa.

Anche per gli standard della politica italiana, questa successione di eventi è abbastanza straordinaria. Il livello di cinismo e di esasperazione dello scontro ha fatto sì che oggi tutti siano pronti a fare qualsiasi cosa, ma davvero qualsiasi cosa, pur di vincere o pur di non perdere, consapevoli che in una guerra tra bande non si può arretrare e che gli ultras di ogni fazione sono sordi a qualsiasi ragionamento. Siamo entrati nell’era in cui tutto è possibile, ma tutto-tutto: Di Maio che entra nella Lega, Letta (uno qualsiasi) che va con Meloni, Renzi che va dentro Forza Italia, Franceschini che fa un partito con Toti, Giorgetti che va con Berlusconi, Bersani che va con Calenda, Carfagna che entra nel PD, Di Battista che va con Meloni o con Speranza indistintamente.

Nessuna di queste possibilità – e di tutte le altre che possano venirvi in mente: tutte – può essere considerata assurda alla luce di quello che abbiamo visto accadere negli ultimi quindici giorni. Ce lo siamo sempre detto, è vero, ma solo ora a me sembra che nella politica italiana possa davvero succedere di tutto. Tutti agiscono oggi sulla base del fatto che quello che è stato detto ieri non abbia alcun peso, anzi, che ieri proprio non esista: ogni giorno è un’occasione per fare l’opposto o per ricominciare da capo. Sarà interessante vedere come reagiranno gli elettori.

Qualche domanda al Partito Democratico

Scrivo di politica italiana con sempre maggiore reticenza, per ragioni facilmente intuibili in cui temo di imbattermi di nuovo tra poco. Ma ho qualche domanda per il Partito Democratico.

Siete sicuri che sia il caso di allearsi – temporaneamente, certo: ogni alleanza è temporanea – con un partito così vuoto e intercambiabile da essere in grado di governare con l’estrema destra e col centrosinistra letteralmente nell’arco di una settimana, il tutto senza fare una discussione, un congresso, un esame su quanto successo, senza rinnegare niente, e con esattamente la stessa classe dirigente di una settimana prima, con la quale da anni e fino a ieri c’erano toni da guerra civile permanente? Quanto valore pensate che abbia questa nuova posizione politica, quanta fiducia si merita e quanto pensate che duri?

Siete sicuri che sia il caso di sottoscrivere quest’alleanza sulla base di dieci punti programmatici che sono sostanzialmente sovrapponibili al “contratto” sul quale si è basato fino all’altroieri il patto del M5S con la Lega, il governo più estremista della storia repubblicana, e consolidare così il deprimentissimo e allarmante conformismo dell’offerta politica italiana, da destra a sinistra?

Siete sicuri che sia il caso di sottoscrivere quest’alleanza avendo come premessa il fatto che il leader politico che fino a una settimana fa era in assoluto il più ostile a questo scenario abbia improvvisamente cambiato idea? Quanto valore pensate che abbia questa nuova posizione politica, quanta fiducia si merita e quanto pensate che duri?

Siete sicuri che sia il caso, per un partito che non ha mai vinto un’elezione politica da quando è stato fondato, che fa parte di un’area politica che ha vinto l’ultima elezione politica nel 2006 – peraltro per appena 25.000 voti e un paio di bizzarri senatori eletti all’estero – e che nonostante questo è stato ininterrottamente al governo dal 2011 al 2018, di tornare al governo già nel 2019, di nuovo senza passare dal voto? Lo so che è costituzionalmente legittimo, ci mancherebbe altro: chiedo se sia il caso. Se sia il caso di governare sempre senza vincere le elezioni mai. Se pensate che ne vengano cose buone per voi e per il paese.

Se quest’alleanza fosse davvero l’unica possibile, in questo contesto politico tripolare, siete sicuri che sia il caso di sottoscriverla oggi invece che dopo nuove elezioni politiche, quando il quadro sarà più chiaro e trasparente per gli elettori di tutti i partiti? E quando peraltro, salvo manovre suicide, dovreste avere una delegazione parlamentare più grande dell’attuale e anche di quella del M5S?

Siete sicuri che sia il caso di continuare ad abbeverare questo patologico “richiamo della responsabilità”, per cui il PD oggi trova un autentico ruolo politico soltanto quando può ingoiare qualsiasi veleno “per il bene del paese”? Siete sicuri che sia il caso di rafforzare questo schema – ormai un classico italiano – per cui i partiti possono fare al paese qualsiasi scempiaggine, tanto al momento di pagare il conto arriva il PD a rinunciare al voto, a fare il governo Monti, a introdurre l’IMU, eccetera, per poi ricominciare il giro?

Siete sicuri che sia il caso di considerare l’eventuale aumento dell’IVA un problema la cui risoluzione spetti al Partito Democratico, più che alla Lega o al Movimento 5 Stelle che lo hanno deciso peraltro esercitando un mandato popolare chiaro e ottenuto dagli italiani a fronte della nota insostenibilità economica dei loro progetti? Se quella che si prospetta è una soluzione di emergenza, siete sicuri che non sia meglio lasciare la gestione dell’emergenza al presidente della Repubblica piuttosto che all’immancabile sacrificio per la patria del Partito Democratico? Dato che l’aumento dell’IVA è reversibile e non sarebbe certamente il peggior problema del paese – anzi, potrebbe forse essere l’unico modo per fare una vera riforma fiscale – siete sicuri che sia il caso di considerarlo grave al punto da sottoscrivere un’alleanza così sconclusionata e dalle conseguenze di lungo periodo potenzialmente ben più devastanti?

Siete sicuri che il modo migliore per “non consegnare il paese alla destra” sia fare qualsiasi cosa, anche questa, per evitare che si possa andare alle elezioni, sulla base del fatto che le elezioni non possa che vincerle la destra? Ammesso che sia così, e la volontà popolare vi appaia oggi chiara e immodificabile, siete sicuri a maggior ragione che abbia senso contraddirla in questo modo così sfacciato? Ma soprattutto, se pensate che sicuramente non riuscirete a battere la destra, perché siete lì?

Anche come “uomo forte” avremmo meritato di meglio

È chiaro ormai da qualche giorno, se ne è scritto e detto molto, che l’azzardo di Matteo Salvini nell’aprire la crisi di governo si basava sulla convinzione che il Partito Democratico non avrebbe mai preso in considerazione di allearsi col Movimento 5 Stelle, per due ragioni.

La prima: perché Nicola Zingaretti – il nuovo segretario del PD, che controlla gli organi di partito – ha probabilmente delle buone ragioni per voler votare subito: per scegliere i parlamentari del PD, innanzitutto, visto che gli attuali rispondono quasi tutti all’ex segretario Matteo Renzi; perché dal 17 per cento preso alle ultime elezioni politiche si può soltanto crescere; perché altrimenti rischia di veder rosolare il suo effetto novità a sostegno di un governo pasticciato come quello che potrebbe nascere adesso. La prospettiva di Zingaretti sarebbe stata comunque allearsi con il Movimento 5 Stelle, nel sistema tripolare odierno non si vedono grandi alternative, a sinistra che piaccia o no esiste solo il Partito Democratico e la “vocazione maggioritaria” è stata accantonata con sdegno: ma allearsi dopo il voto, da vincenti o quantomeno in rimonta e con un M5S in calo, quindi sulla base di nuovi equilibri politici.

La seconda: perché Matteo Renzi – che controlla i gruppi parlamentari del partito – era stato in assoluto il dirigente del PD più duro e ostile davanti a ipotetiche alleanze con il M5S.

Il calcolo quindi era: se la Lega si tira indietro dal governo e il PD non va con il M5S, non c’è alternativa al voto. Come sappiamo, tutto è saltato con la mossa di Renzi. Lo hanno detto in questi giorni anche diversi esponenti della Lega.

Vedremo cosa accadrà adesso. Per quanto l’alleanza tra il PD e il M5S sembri oggi lo scenario più probabile, non è detto che si materializzi; e le grandi debolezze di entrambi i partiti non fanno certo pensare a patti forti e duraturi, né a governi particolarmente efficaci. Sappiamo però che ogni giorno che passa nella trattativa e nel negoziato – anche se questo dovesse saltare – è un giorno che ci avvicina alle scadenze ineludibili sulla legge di bilancio, e quindi è un giorno che allontana le elezioni a ottobre.

Ammesso poi che si faccia questo nuovo governo, può darsi anche che la Lega finisca per trarre dei vantaggi dal ritorno all’opposizione, e dal fatto che sarà come sempre qualcun altro a raccogliere impopolarmente i cocci dei danni che ha fatto al governo. D’altra parte agli italiani piace molto lo spaccone da spiaggia, in questi anni. Allo stesso modo, può darsi che no: chissà se il Parlamento salverà di nuovo Salvini da un processo, per esempio, scenario che potrebbe avverarsi presto. Chissà che i malumori nel suo partito riferiti dai giornali non abbiano qualcosa di vero. Vedremo.

Consiglio però di non esagerare con dietrologie e complottismi: i fatti suggeriscono fortemente che nei piani di Salvini questa crisi non sarebbe dovuta andare così. Che la volontà di Salvini non fosse privarsi della posizione di potere e visibilità che lo ha portato in un anno dal 17 al 34 per cento per tornare subito all’opposizione, magari per un po’, cedendo del tutto il controllo della situazione. Non si presenta una mozione di sfiducia per ottenere un rimpasto che peraltro gli era stato offerto più volte. Non si ritira quella mozione di sfiducia cinque minuti prima che il presidente del Consiglio vada a dimettersi al Quirinale, se non si è disperati. Non si dichiara finito un governo per poi tre giorni dopo, quando l’aria è cambiata, fare dichiarazioni da fidanzato pentito come “il mio telefono è sempre acceso”. Non si accusa PD e M5S di essere d’accordo da mesi quando sei stato tu ad aprire unilateralmente la crisi e non loro, ammettendo quindi di essere stato più scemo di tutti gli altri. Anche come “uomo forte” avremmo meritato qualcosa di meglio di questo formaggino.

Ora, pensate quello che volete di tutta questa storia, ovviamente: il giudizio è libero. Però i fatti sono abbastanza inequivocabili, a prescindere dal giudizio: Salvini ci ha provato e ha fallito. Su questo si può essere ragionevolmente certi: ieri sera, da solo, sparite le telecamere nel buio della sua cameretta, il più scaltro e il più furbo di tutti, il “capitano” che bullizza i giornalisti e si comporta allo stesso tempo da vittima perenne e padrone del paese, è andato a dormire pensando che si è fatto fregare come un pollo.

Matteo Salvini ha fallito

I porti sono aperti. I migranti continuano a sbarcare, sia con le navi delle ong che con le ignorate e ben più preoccupanti imbarcazioni delle mafie. La gran parte delle norme dei “decreti sicurezza” sugli sbarchi si è dimostrata inapplicabile. Le navi delle ong che salvano dei naufraghi possono raggiungere i porti italiani ignorando i divieti, persino forzando i blocchi: i comandanti vengono scagionati, i sequestri vengono annullati. Nel frattempo nel Mediterraneo si muore come e più di prima, gli accordi bilaterali per i rimpatri non esistono, anche i magistrati più ostinati si sono arresi all’inesistenza o all’indimostrabilità di legami tra le ong e i trafficanti. I fatti di questi giorni dimostrano una cosa sola: la strategia messa in atto da Salvini per fermare gli sbarchi si è rivelata fallimentare. Lo dico a prescindere dalle opinioni di ciascuno sull’immigrazione: mi sembra che sia un fatto osservabile, di cui possiamo prendere atto a prescindere dal partito che abbiamo votato il 4 marzo del 2018. Magari ci avevate sperato, ma lo state vedendo anche voi: non ha funzionato. Il cielo è azzurro, in estate fa caldo e i porti sono aperti.

Lo ripeto: serve solo un briciolo di onestà intellettuale per prenderne atto, a prescindere da cosa pensiamo sull’immigrazione. Magari avete ragione a voler fermare gli sbarchi: non sto discutendo questo. Sto dicendo che qualsiasi tentativo di fermare gli sbarchi sarebbe dovuto partire dall’accettazione di due dati di fatto: che le norme internazionali pesano di più di quelle italiane, e obbligano chi salva dei naufraghi a portarli a terra a qualsiasi costo; che nel Mediterraneo nella grandissima parte dei casi il “porto sicuro” più vicino è l’Italia. Non la Tunisia, non la Libia, non Malta: fatelo per voi, non rendetevi ridicoli sostenendo cose del genere. Non bisogna essere degli elettori di Rifondazione per accettare questi dati di fatto: la realtà non ha cura delle nostre opinioni né dei nostri sentimenti. Qualsiasi politico avesse voluto fermare gli sbarchi sarebbe dovuto partire da questo dato di realtà, e sviluppare una strategia conseguente: per esempio facendo la voce grossa per stabilire dei meccanismi di ripartizione automatica dei rifugiati, vincolanti anche per quei paesi europei che sull’immigrazione hanno preso in giro tutti; per esempio impuntandosi su qualsiasi cosa pur di riformare lo scandaloso regolamento di Dublino; per esempio riattivando una vera missione europea di pattugliamento e salvataggio, per alleviare le incombenze economiche e logistiche sulla nostra Guardia costiera.

Matteo Salvini ha fatto il contrario, e per un po’ era sembrato che potesse funzionare. In un paese abituato a interpretare le norme in modo da dedurne qualsiasi cosa, e in cui le forze dell’ordine sono notoriamente più devote ai propri superiori che alla legge, era sembrato che si potessero davvero chiudere i porti con un tweet; che si potessero tenere sotto sequestro per giorni decine di persone su una nave della Marina militare; che le leggi internazionali si potessero semplicemente ignorare; che si potesse spacciare per “porto sicuro” un paese senza un governo, in piena guerra civile, in cui i migranti vengono torturati nei campi di concentramento e in cui quei campi di concentramento vengono occasionalmente bombardati. Matteo Salvini ha deciso di ignorare la complessità della realtà e fare “l’uomo forte”, approvando leggi che non si possono applicare, dichiarando chiusi porti che non si possono chiudere, dando del delinquente a chi viene scagionato, persino spingendo le forze dell’ordine a mettere in pericolo la loro incolumità: pensando che in un paese con istituzioni così screditate e deboli – a cominciare dal Parlamento e dalla magistratura – il punto di rottura delle leggi e dello Stato sarebbe arrivato prima del suo. Oggi la realtà ha presentato il conto: davanti alla sua conclamata impotenza “l’uomo forte” frigna dicendo che lo hanno lasciato solo, e cerca qualcuno a cui dare la colpa del suo clamoroso fallimento.

Open secrets

Durante il weekend ho chiesto alle persone che mi seguono sui social network:

Quali sono i più grandi cambiamenti che ha attraversato di recente la tua azienda o il tuo settore, e di cui si è parlato poco e niente fuori dagli addetti ai lavori?

Dentro le risposte che ho ricevuto – alcune prevedibili, altre illuminanti, altre ancora incomprensibili: ogni settore ha la sua dose di tecnicismi – ci sono molti fatti e cambiamenti importanti che forse non sono stati raccontati adeguatamente. Certo, tutte le risposte andrebbero approfondite: magari saranno un inizio, un’idea, per me o per qualcuno di voi. Se volete leggerle o aggiungere le vostre, le trovate sulla mia pagina Facebook, su Twitter e – con maggiore sintesi – su Instagram, nelle Storie salvate in evidenza sul mio profilo.

Milano, Europa

Milano è indiscutibilmente in decadenza, ha perduto la capacità di attrazione degli anni del boom e lo smalto degli anni Novanta: oggi è un centro finanziario di media importanza, con lunghe e penose crisi industriali a testimoniare le passate glorie”

Milano ha smesso di sentirsi grande e, per quanto ricca, misura il suo declinante potere. La metropoli lombarda ha perso la via maestra, soprattutto perché non ha più un modello e sembra incapace di produrlo”

Il grigiore e la noia delle periferie hanno invaso il centro: la città non è mai stata così anonima e invivibile come oggi. Nessun grande progetto o evento, la convivialità consumata nel rito dell’happy hour, il dibattito cittadino confinato alla rissa annuale per l’assegnazione dell'”Ambrogino d’oro”, il gusto della modernità ridotto a una maniaca opera di lifting urbano. Più brutta e più ricca di sempre, avvelenata dall’aria più irrespirabile d’Europa. Senza identità né memoria”

Non bisogna fare un particolare sforzo di memoria per ricordarsi che, parlando di città italiane, soltanto quindici o vent’anni fa Roma era quello che oggi è Milano, e Milano era quello che oggi è Roma.

In quegli anni Roma era la città con lo sguardo internazionale, che proponeva un modello al paese; la città che si era rimessa a nuovo per il Giubileo, che aveva molti problemi ma aveva anche trovato dei modi per far funzionare le cose ogni giorno un po’ meglio, e rendersi a poco a poco più attrattiva, più rilevante, più curiosa del mondo. Roma era il posto in cui le cose succedevano: ed era vero, non perché non avesse dei guai, come ce li ha oggi Milano, ma perché la traiettoria era ascendente, la tendenza era positiva. C’era la curiosità di sapere cosa sarebbe successo il giorno dopo. Milano era già allora una città più ricca e più efficiente di Roma, ma era anche diffidente verso il prossimo e verso il futuro, rabbiosa, un posto dove le magagne erano profezie auto-avveranti. Forse era persino un po’ tetra, povera di ottimismo e speranze. Era anche una città diversa, d’altra parte: dove ora c’è la Darsena, allora non c’era niente; dove ora c’è City Life, allora non c’era niente; dove oggi c’è Porta Nuova, allora non c’era niente. L’elenco potrebbe continuare. Se siete milanesi, eliminate questi luoghi dalle vostre routine e vedete che qualcosa cambia, nella vostra percezione della città. Quando i romani venivano a Milano, dicevano che la cosa più bella della città era il treno per Roma. Oggi quella frase non si sente più in giro, ma quel periodo non è un ricordo lontano. Le vicende delle città cambiano in fretta.

Non c’è tema all’ordine del giorno nell’agenda politica globale cosiddetta – o banalmente nelle priorità di tutti – che non si possa affrontare a partire dalle città. Come cambia la nostra identità e l’identità dei luoghi che abitiamo a causa dell’immigrazione, e con quali conseguenze. Come si creano – o non si creano – ricchezza e lavoro. Come conciliare esigenze e interessi diversissimi. La falsa scelta binaria tra gentrificazione e degrado. Il costo delle case e da cosa dipende; le case popolari e come funzionano o non funzionano. Come ci muoviamo e il nostro rapporto con cantieri e infrastrutture. La qualità dell’aria che respiriamo e le nostre responsabilità. La capacità o l’incapacità di prendere decisioni complicate per il bene collettivo; i dubbi sull’esistenza stessa di qualcosa che si possa definire “bene collettivo”.

Ho passato gli ultimi mesi a lavorare a un reportage giornalistico sulla città in cui vivo da molto tempo, Milano, perché sta attraversando un momento particolare di fortuna e sviluppo, ma il racconto delle ragioni di queste fortune e di questo sviluppo è spesso schiacciato dalla superficialità della gran parte della comunicazione e dell’informazione odierna, e dallo stupido e infantile campanalismo che avvolge qualsiasi discussione locale nel nostro paese. Quindi ho letto e ho studiato, ho accumulato chilometri e chilometri sul mio scooter, ho camminato e parlato con tantissime persone, ho intervistato professori e studenti, imprenditori e sindacalisti, insegnanti e manager, attivisti e politici, preti e funzionari, oltre a moltissimi semplici cittadini, nel tentativo di ricostruire a che punto è questa città, e indagare i molti luoghi comuni positivi e negativi sul suo conto. È una storia che può essere interessante per chi abita a Milano ma, secondo me, anche per chi vive da tutt’altra parte: Milano è un pezzo importante del nostro paese, e molti dei suoi problemi e dei suoi successi sono i potenziali problemi e successi di molte altre città.

Il risultato si intitola “Milano, Europa”, è un podcast prodotto da Piano P con il contributo di EuroMilano. Dura sei puntate, oggi è uscita l’ultima. Chi lo scopre ora lo trova – gratis – su Spotify, su Spreaker, sull’app Podcast dell’iPhone, su Google Podcasts, su Storytel. Ne approfitto quindi per ringraziare innanzitutto Carlo Annese di Piano P, da anni il miglior producer di podcast in Italia; le persone di EuroMilano, per il sostegno insostituibile e la completa e totale libertà che mi hanno dato; Roberto Cigna, che ne ha disegnato il logo e col quale vent’anni fa dividevo i banchi di scuola; le decine di persone che ho avuto il piacere di intervistare e che mi hanno dedicato un po’ del loro tempo. Infine gli ascoltatori, ovviamente: le prime cinque puntate di “Milano, Europa” sono state ascoltate decine di migliaia di volte e sono finite sempre nella classifica di iTunes, spesso al primo posto. Grazie a tutti, davvero: spero sia stato utile e interessante per voi quanto lo è stato per me.

Ascolta “1. La nuova Milano e le sue case” su Spreaker.

Ascolta “2. Terra, aria” su Spreaker.

Ascolta “3. I margini” su Spreaker.

Ascolta “4. Chi sono i milanesi” su Spreaker.

Ascolta “5. A Milano si lavora” su Spreaker.

Ascolta “6. Il futuro di Milano” su Spreaker.

L’identità di un popolo, concretamente

In questi anni così aspri e ciechi si parla tanto di identità. Rivendicata, sbandierata, brandita, per difendere se stessi ma spesso soprattutto per isolare qualcuno. Al Festival di Sanremo, solo ospiti italiani (e un gran casino attorno al vincitore perché suo padre non è italiano). Sulle piattaforme in streaming, più contenuti in italiano: per legge. Alitalia deve essere italiana a qualsiasi costo. A Carnevale dolci gratis, ma solo per i bambini italiani. Il reddito di cittadinanza cerchiamo di darlo solo agli italiani, le case popolari pure. Le mense scolastiche solo per i bambini italiani. Le offerte in Chiesa solo per i poveri italiani. Poi ci vorrebbero meno stranieri nel calcio italiano; e in nazionale, ovviamente, “solo italiani” (cioè solo bianchi). “Solo latte italiano”. “Prima gli italiani”. Eccetera. L’elenco è infinito, siamo circondati. Passerà, ma intanto si è diffusa l’idea che l’identità sia una cosa monolitica, immutabile, nativista, fondamentalista: un’idea smentita dai fatti e sconfitta dalla storia, e per questo fasulla e perdente.

Ho lavorato a un reportage giornalistico su Milano, in questi mesi. Si intitola “Milano, Europa” ed è un podcast, in sei puntate. La quarta puntata è uscita oggi. Potete ascoltarla anche se non avete sentito le precedenti e non avete intenzione di sentire le successive. Si parla delle persone che vivono a Milano e della loro identità, ma si parla potenzialmente di tutte le nostre città e delle persone che le abitano. Milano è interessante, come punto di osservazione, perché il suo attuale momento di grande sviluppo – popolazione in aumento, natalità in aumento, tasso di occupazione femminile tra i più alti in Europa, reddito medio più alto d’Italia, eccetera – si è accompagnato a un grande aumento degli stranieri residenti, che oggi sono il 20 per cento. E in generale, com’è noto, Milano ha costruito la sua storia e la sua prosperità dal Dopoguerra in poi proprio sull’immigrazione, dal resto della Lombardia e dell’Italia. La cosa notevole, che ho cercato di ricostruire e raccontare, è che in tutto questo l’identità milanese non si è dispersa, non si è disciolta: è cambiata, ovviamente, ma si è rafforzata. Io sono arrivato in città nel 2010 e sono un pezzo di questa storia.

Ascolta “4. Chi sono i milanesi” su Spreaker.

Greta Thunberg ha ragione, ma sbaglia bersaglio

«La nostra biosfera viene sacrificata per far sì che le persone ricche in Paesi come il mio possano vivere nel lusso. Molti soffrono per garantire a pochi di vivere nel lusso».

A una ragazza di 16 anni che ha innescato un formidabile movimento globale si può certamente perdonare l’ingenua pretesa di spiegare il cambiamento climatico con «molti soffrono per garantire a pochi di vivere nel lusso», specialmente quando le sue intenzioni sono così evidentemente buone e preziose, ma Greta Thunberg giustamente chiede e merita di essere presa sul serio, e quindi facciamolo.

L’idea che i mancati progressi sul riscaldamento globale si debbano addebitare innanzitutto ai grandi paesi più sviluppati e industrializzati, o alle più ricche multinazionali, è purtroppo molto lontana dalla realtà. Basta guardare una qualsiasi mappa sull’inquinamento dell’aria per rendersene conto, ma non solo: lo sa bene chiunque abbia seguito con un po’ di attenzione le grandi conferenze sul clima di questi anni, da Kyoto a Parigi. Questo non assolve né i governi dei paesi più ricchi né le multinazionali, che ne hanno approfittato fin dove hanno potuto e hanno trovato anzi un alibi perfetto, ma è noto che negli ultimi vent’anni siano stati i paesi in via di sviluppo a fare resistenza davanti alla possibilità di introdurre norme comuni più severe e stringenti a salvaguardia del pianeta. Sono quelli le cui emissioni crescono ancora moltissimo, mentre quelle (altissime!) dei paesi industrializzati sono stabili o scendono. Parlo della Cina, dell’India, dei paesi dell’Africa.

L’argomento di questi paesi, peraltro, per quanto miope non si può liquidare con un’alzata di spalle, e non solo perché il loro sviluppo di questi vent’anni ha generato la colossale uscita dalla povertà di centinaia di milioni di persone. Sintesi mia: voi del mondo sviluppato vi siete arricchiti per secoli sfruttando le risorse del pianeta, saccheggiandoci, schiavizzandoci e inquinando a più non posso, e proprio ora che noi abbiamo cominciato a crescere e uscire dalla povertà dovremmo rallentare e spendere fior di quattrini per inquinare meno? I più forti tra i paesi emergenti ci stanno arrivando da soli, come la Cina, intuendo anche che alla lunga possa essere un affare pure dal punto di vista economico: ma gli altri hanno bisogno di risposte migliori di «datevi una mossa».

Il discorso politico di Greta Thunberg peraltro non prende di mira loro, ma attacca soprattutto i governi occidentali, i «ricchi» e le cosiddette élites con toni bellicosi che sono ormai familiari a tutte le democrazie occidentali – «Ci avete sempre ignorato», «avete esaurito le giustificazioni», «il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no», «il potere non appartiene a voi ma al popolo» – e che mi sembra che fin qui non abbiano portato all’elezione di politici più avveduti e sensibili davanti ai cambiamenti del clima, anzi. Ma c’è di più.

La storia dei progressi fatti fin qui nella lotta all’inquinamento e al riscaldamento globale, dai più piccoli e timidi ai più coraggiosi, è una storia di azioni intraprese dai governi nel disinteresse generale della grandissima parte delle persone, se non addirittura spesso contro la loro opinione. Dalla raccolta differenziata ai sacchetti biodegradabili, dalla chiusura delle miniere di carbone alle detestatissime direttive europee fino a qualsiasi cosa provi a disincentivare l’uso dell’auto, le misure ambientaliste sono state portate avanti non a causa della spinta popolare ma nonostante la spinta popolare; non contro i governi delle élites ma grazie ai governi delle élites, che hanno fatto queste cose sapendo che, salvo una ristretta minoranza di persone, nel migliore dei casi al popolo non sarebbe importato granché. Nel peggiore, gli avrebbero dichiarato guerra. È un fatto, che ci piaccia o no. D’altra parte basta guardare qualsiasi sondaggio su quali siano le priorità degli elettori per notare quanto in basso si trovano la protezione del pianeta e la lotta ai cambiamenti climatici (quando ottengono abbastanza risposte da essere menzionati, cosa che non accade sempre).

Anticipo la domanda: davanti a un’iniziativa dai fini così benvenuti e nobili, come è certamente quella di Greta Thunberg, ha senso fare questo genere di osservazioni? Posso sbagliarmi ma la mia risposta è sì, proprio alla luce dell’obiettivo finale. Innanzitutto, la sempre più diffusa descrizione delle classi dirigenti globali come complessivamente e inguaribilmente corrotte e lontane dal «popolo», oltre a non essere fondatissima, ha portato proprio ai successi elettorali delle forze politiche più menefreghiste nei confronti dell’ambiente: andrebbe disinnescata invece che foraggiata. Inoltre, nell’elenco delle «idee sbagliate che ci hanno messo in questo casino», per usare le parole di Greta Thunberg, c’è anche l’atteggiamento autoassolutorio di chi pensa che la colpa sia solo e soltanto «dei governi», e che se fosse per noi avremmo già risolto il problema. È falso. Ma falso che più falso non si può. Da un certo punto di vista è persino sorprendente che si sia fatto qualcosa (poco) in questi anni sul clima nonostante il vasto disinteresse delle grandi masse popolari. E la cosa più bella e confortante dell’attivismo di Thunberg è proprio aver innescato finalmente una vasta mobilitazione popolare attorno a una cosa che fin qui non aveva certo smosso le grandi masse, anzi. Non era mai successo prima, qualcosa vorrà pur dire. Greta Thunberg ha ragione, ma dovrebbe prendersela proprio con noi: col popolo.