IlPost

Cosa leggo

Una delle rubriche che leggevo più volentieri fino a qualche tempo fa era “What I Read“, su The Wire, uno spinoff del sito dell’Atlantic: senza particolare frequenza un personaggio più o meno famoso raccontava come si informava e cosa leggeva nel corso di una sua tipica giornata o settimana. La leggevo volentieri per ragioni personali e professionali insieme: per curiosità innata (sono sempre curioso di conoscere abitudini e giornate-tipo di persone diverse da me, non so bene da dove venga questa cosa) e poi perché leggere notizie è una delle cose che faccio più spesso per interesse e per mestiere, e sono sempre alla ricerca di metodi e fonti e strumenti per rendere questa attività più efficace e proficua.

Il problema è che The Wire è stato praticamente chiuso e la rubrica in questione non è aggiornata da quasi un anno: però a me continua a interessare e vorrei leggere altri articoli come quelli, magari anche scritti da persone italiane, e allora ho pensato: comincio io, anche se non sono certo famoso, e magari a qualcuno viene voglia di fare lo stesso. E quindi quella che segue è la mia media diet: quelli a cui comprensibilmente non interessa possono chiudere la pagina, quelli che penseranno che sono un alienato si ricordino che è in grandissima parte un lavoro.

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“Con quella squadra vincevo pure io”

È interessante che un paese ossessionato dal calcio come questo, dove la prima cosa che si fa con i bambini appena camminano è mettergli un pallone davanti, abbia prodotto una comunità di tifosi tanto vasta quanto mediamente incompetente. Forse c’entra il fatto che guardiamo il calcio più come tifosi che come appassionati, forse c’entra uno stile narrativo da parte della stampa e delle telecronache concentrato più sulla narrazione emotiva – “CCEZIONALE!”, “PROPRIO LUI!”, eccetera – che sulla spiegazione tecnica. Nel tempo si è diffusa moltissimo in Italia la figura dell’appassionato di calcio che non capisce niente di calcio e la finale di Champions League di sabato mi ha fatto individuare il suo tratto distintivo: quello che permette di riconoscerlo tra un milione. L’appassionato di calcio che non capisce niente di calcio è quello che dice, con l’aria di chi la sa lunghissima: “Con quella squadra lì vincevo pure io”.

Il più delle volte, questo esemplare di tifoso dice quello che dice per sminuire il lavoro di allenatori che non gli piacciono (non gli piacciono perché hanno allenato squadre rivali o perché non ne apprezzano lo stile e il carattere, anche qui la tecnica c’entra poco) o che hanno vinto qualcosa di grosso dopo essere stati trattati da brocchi, e quindi creano una dissonanza cognitiva da ricomporre. Per esempio: quelli che insultavano Massimiliano Allegri all’inizio della stagione, e profetizzavano un anno di disgrazie per la Juventus, oggi dicono che “con quella squadra vincevo pure io”. Oppure: quelli che tre anni fa a Roma sfottevano Luis Enrique, oggi dicono che “con quella squadra vincevo pure io”. Sicuramente nessuno dei lettori di questo blog ha mai detto niente di così sconcio, ma ho pensato che potesse essere utile mettere per iscritto tre argomenti razionali che potete girare al vostro amico che cade nella categoria. Prima di elencare le argomentazioni, ecco una foto scattata tre anni fa a quello che oggi è probabilmente un esemplare del tifoso di cui sopra.

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1. Il tifoso che la sa lunga pensa che con una squadra piena di grandissimi campioni in ogni reparto, allestita con una montagna di soldi, anche lui potrebbe vincere scudetti e Champions League. Benché sia spesso uno di quelli per cui “i soldi hanno rovinato il calcio”, teorizza di fatto che i soldi fanno la differenza sopra qualsiasi cosa: e quindi gli allenatori non contano, è inutile che stiate lì a dire “che bravo” a gente come Allegri, Luis Enrique, Mourinho, eccetera, perché con quella squadra lì, dice, vincerebbe pure lui. Ora: queste sono le ultime dieci squadre che hanno vinto la Champions League.

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Ognuna di queste squadre, quando ha vinto la Champions League, era piena di grandissimi campioni in ogni reparto e allestita con una montagna di soldi. Se ne deduce che, secondo il tifoso che la sa lunga, chi fosse l’allenatore di queste squadre formidabili sia irrilevante: con fenomeni e budget del genere lui avrebbe vinto dieci Champions League. Consecutive.

2. La tesi del tifoso che la sa lunga contiene un’implicazione evidente ma mai davvero esplorata: che ci sia ogni anno soltanto una squadra così nettamente più forte delle altre dal punto di vista tecnico ed economico che potrebbe vincere anche se la allenasse lui, e quindi questo ineluttabilmente non può che accadere. È ovvio che non è così.

Per restare a questa stagione appena conclusa, la definizione “squadra piena di grandissimi campioni, allestita con una montagna di soldi” si può ragionevolmente applicare alle seguenti squadre: Barcellona, Real Madrid, Paris Saint-Germain, Manchester United, Manchester City, Chelsea, Arsenal, Bayern Monaco. Probabilmente il tifoso di cui sopra avrebbe detto “con quella squadra vincevo pure io” se qualunque di queste otto avesse vinto la Champions League: probabilmente lo dice per il Barcellona quest’anno, lo diceva per il Barcellona di Guardiola, lo dice per il Chelsea di Mourinho, lo diceva per l’Inter e il Real Madrid di Mourinho, lo diceva per il City di Mancini, eccetera. Eppure la Champions League ogni anno la vince una soltanto; quattro di queste squadre addirittura in questa stagione non hanno vinto niente; tre di queste negli ultimi dieci anni la Champions League non l’hanno vinta mai. La differenza la fanno molte cose: una di queste, una tra le più importanti, sono gli allenatori.

3. Qualche domanda. Se basta avere grandi campioni e tanti soldi per vincere, perché le società si svenano e si scervellano per accaparrarsi i migliori allenatori sul mercato? Perché non affidano le squadre non dico al nostro amico tifoso, ma a un umile e sconosciuto coach delle squadre giovanili? Perché non le allenano i proprietari stessi? E il tifoso che la sa lunga, e che solo un sistema ingiusto e corrotto tiene lontano dai trofei che altrimenti collezionerebbe, perché non si è consolato diventando ricco con le scommesse sul calcio? Perché lo diceva già a luglio che Luis Enrique e Allegri avrebbero sbancato, no?

Trafficanti internazionali di bufale

Le grosse inchieste sulla FIFA che hanno portato fin qui all’arresto di un mucchio di dirigenti sportivi e alle dimissioni di Sepp Blatter fino a questo momento riguardano sponsor, attività di marketing e l’organizzazione di grandi eventi sportivi come i Mondiali di calcio. Fino a questo momento nessuno – né l’FBI, né la magistratura svizzera, né i maggiori giornali internazionali – ha suggerito che ci siano in mezzo arbitri venduti e partite truccate. Non è detto che queste cose non possano venir fuori anche domani, naturalmente: ma per il momento, che si sappia, non ci sono. Nonostante questo, il Corriere dello Sport il 29 maggio è uscito con questa prima pagina.

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Un titolone, con tanto di punto esclamativo, dice che i dirigenti della FIFA “pilotavano i Mondiali”. La foto è quella di una partita di calcio entrata nella storia come La Clamorosa Ingiustizia, l’ottavo di finale tra Italia e Corea del Sud dei Mondiali del 2002. A rendere il tutto ancora più esplicito c’è un sommario: “Ricordate l’arbitro Moreno? Confermati i sospetti sui favori alla Corea nel 2002″. Messa così, è uno scoop mondiale. Molto più scoop degli articoli del New York Times, che fin qui sulla faccenda FIFA ha dato una pista a tutti gli altri giornali del mondo. Se non fosse che non si capisce da dove venga questa informazione, di cui peraltro non parla nessuno. Il Corriere dello Sport ha visto carte che altri non hanno visto? Ha parlato con persone e testimoni che gli altri non hanno trovato? Dentro il giornale si fa riferimento ai Mondiali del 2002 solo in queste poche righe, nascoste in un piccolo articolo pubblicato a metà di pagina 3.

Per ora l’Fbi dice che il Sudafrica ha avuto il Mondiale 2010 versando una tangente di 10 milioni di dollari a Warner. Un giorno, magari, scopriremo anche qualche tangente per la Coppa del Mondo 2002. E il pensiero corre a Byron Moreno, l’arbitro ecuadoregno – poi finito in carcere per droga – che fermò la nostra corsa, guarda un po’, proprio contro la Corea del Sud, con un mix di cartellini rossi, falli non visti e gol annullati agli azzurri.

A queste righe si sommano alcune dichiarazioni di Raffaele Ranucci, senatore del PD che nel 2002 era il capo delegazione della Nazionale ai Mondiali.

«L’inchiesta dimostra che i nostri sospetti erano veri. Qui c’è una commistione tra economia, calcio e politica. Noi fummo mandati a casa, la Corea aveva il presidente federale candidato anche alla guida del Paese. Spesso la Fifa ha influenzato anche la politica. E di sicuro, se porta un mondiale in certi paesi, ha interesse che la squadra locale abbia un buon successo e che vada avanti il più possibile, per le tv, per gli sponsor… E ricordiamoci anche di Blatter che non ci venne a premiare a Berlino nel 2006»

Non è certo implausibile che alcune partite dei Mondiali del 2002 siano state truccate, anche se nessuna prova del genere è mai emersa; e né il Corriere dello Sport né Ranucci forniscono nuovi elementi al di là dei loro sospetti. Allo stato attuale le inchieste sulla FIFA non dimostrano che «i nostri sospetti erano veri», semmai il contrario, a meno che la presenza di corruzione nella FIFA di per sé non renda automaticamente truccate tutte le partite che qualcuno sospetta siano truccate. Insomma, dietro quel titolone c’è solo la frase: «Un giorno, magari, scopriremo anche qualche tangente per la Coppa del Mondo 2002. E il pensiero corre a Byron Moreno». Non moltissimo, diciamo.

Vista da qui, la scelta del Corriere dello Sport non è particolarmente eclatante. Chi legge e chi fa i giornali in Italia è abituato a vedere con frequenza quotidiana titoloni inconsistenti, notizie false date per vere, formulazioni enfatiche senza sostanza; all’estero però non hanno la nostra stessa dimestichezza con la disinvoltura della stampa italiana, quindi ci prendono sul serio. Come l’ultima volta che è morto Fidel Castro: la notizia la diede il Corriere della Sera e gli andò dietro la stampa di mezzo mondo, sbagliando. Insomma, avete capito dove stiamo arrivando: un po’ per un eccesso di fiducia e un po’ per lo stesso meccanismo spregiudicato che ha probabilmente ispirato in prima istanza il Corriere dello Sport, la notizia “i Mondiali del 2002 sono stati pilotati” è arrivata sui media di mezzo mondo: ne hanno scritto Eurosport, Deadspin, Daily Mail, Sky News, AS, persino l’edizione giapponese di Yahoo. Nessuno ha aggiunto qualcosa al nulla pubblicato dal Corriere, limitandosi a dar conto dei «sospetti» senza spiegare il loro legame con l’inchiesta, proteggendosi con formulazioni come “alleges”, “according to”, “claims”, eccetera. Soltanto il Daily Mail – IL DAILY MAIL! – ha pensato che fosse il caso di suggerire qualcosa ai loro pur credulonissimi lettori.

These latest Corriere reports, however, don’t feature any new information and merely serve to remind their readers of the injustice suffered by Italy 13 years ago.

Questi articoli del Corriere, comunque, non contengono nessuna nuova informazione. Servono solo come promemoria ai lettori dell’ingiustizia subita dall’Italia 13 anni fa.

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Pensa se invece Bersani avesse dato interviste

“Pier Luigi Bersani non rilascia interviste”. Lo scrive oggi Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera in un articolo che occupa quasi un’intera pagina e dal quale, se si tolgono i virgolettati di Bersani, rimane quello che segue.

Pier Luigi Bersani non rilascia interviste. Però nelle conversazioni private tiene il punto nello scontro più duro mai avuto con Matteo Renzi, oltretutto alla vigilia di elezioni che si annunciano decisive.

Bersani però difende anche De Luca.

Ecco il prossimo terreno di scontro tra Bersani e Renzi: la riforma costituzionale.

Le riforme volute dal segretario Pd, nei timori del suo predecessore, possono rappresentare un pericolo per la democrazia:

Lo scontro sugli impresentabili e sulle riforme è tale che torna a profilarsi la scissione. Bersani però non è d’accordo:

A chiedergli se la minoranza del partito avrà Prodi al suo fianco, Bersani risponde che la domanda va rivolta all’interessato. Quanto a Civati,

Un ritiro?

A chiedergli com’è stato ritrovare la sua ex portavoce, Alessandra Moretti, che non votò Marini al Quirinale e ora appoggia Renzi, Bersani sorride amaro:

A ricordargli che l’economia è in ripresa, Bersani sbotta:

Tra l’altro Davide mi fa notare che l’articolo di Cazzullo – quello che in teoria non è un’intervista a Bersani e nel quale si spiega che Bersani non dà interviste – è presentato così dal sito del Corriere della Sera. Tutti furbissimi.

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Se la lista degli “impresentabili” mi fa venire le bolle, sono “impresentabile” anche io?

La commissione parlamentare antimafia ha diffuso una lista di candidati alle prossime elezioni regionali che considera “impresentabili”. La lista non riguarda tutti i candidati alle elezioni amministrative bensì, piuttosto arbitrariamente, solo quelli alle regionali, ed è stata diffusa nell’ultimo giorno di campagna elettorale. Per essere considerato “impresentabile” basta essere indagato e sottoposto a una misura cautelare; oppure non avere nessuna bega giudiziaria ma essere stato in carica in un comune o una provincia poi sciolta per infiltrazioni mafiose, anche all’opposizione. Questi criteri non sono scritti su una legge bensì su un foglio di carta: un “codice etico” soggetto ad “adesione volontaria” e che – si legge – “non dà luogo a sanzioni, semmai comporta una valutazione di carattere strettamente etico e politico”. Non bisogna essere amici di Nicola Cosentino per farsi venire le bolle.

Ogni elettore decide liberamente chi votare sulla base dei suoi principi e delle sue idee: c’è chi non voterebbe mai un condannato o un indagato, anche se tecnicamente innocente; c’è chi non voterebbe mai uno che vuole tagliare il welfare o uno che vuole aumentare la spesa pubblica, anche se con la fedina penale pulitissima, e via dicendo. Poi ci sono delle leggi dello Stato che attribuiscono ai giudici il potere di inibire a una persona di candidarsi o addirittura di votare, sulla base della gravità dei reati che ha commesso; e da qualche anno esiste una legge in particolare, la cosiddetta legge Severino, che stabilisce i criteri in base ai quali alcune persone non possono proprio ricoprire un incarico pubblico, al punto da decadere dalla carica. È abbastanza? Secondo me sì. Non è abbastanza? Bene, cambiamo le leggi, lavoriamo per cambiarle. Nel frattempo ognuno – singoli individui, associazioni, giornali, movimenti – sia libero di valutare “impresentabile” questo o quel candidato in base ai suoi principi: si chiama libera espressione, democrazia, eccetera.

Ma ecco: se una persona è “impresentabile” o no, se una persona ha diritto o no a candidarsi alle elezioni, mi piacerebbe che continuasse a deciderlo lo Stato. Rosy Bindi ha piena facoltà, come tutti, di valutare e indicare personalmente come “impresentabili” i candidati che ritiene tali, di fare campagna elettorale contro di loro, di girare per le città coi loro nomi scritti su un cartello, di perseguire i suoi obiettivi politici come meglio crede. Ma la commissione parlamentare antimafia è un organo dello Stato, che è quella cosa che fa le leggi: vorrei fossero ancora le leggi – e i giudici che le applicano – a decidere chi si può candidare alle elezioni, e non Rosy Bindi; vorrei che fossero ancora i cittadini, i movimenti, i sindacati e la stampa a giudicare i candidati dal punto di vista “etico”, e non lo Stato.

Aggiornamento. Anche perché poi succedono pasticci come questo. Complimenti.

ROMA – Il nominativo dell’on. Biagio Iacolare – candidato Udc, Napoli – presente nella sezione degli ‘impresentabili’ relativa ai «casi di prescrizione per reati rientranti nel codice di autoregolamentazione con giudizio ancora pendente» va cancellato. Lo afferma in una nota la Commissione Antimafia. I nominativi emersi dalla verifica sono pertanto 16.

«È finito un incubo». Biagio Iacolare, vicepresidente uscente del Consiglio regionale della Campania, ricandidato nelle liste dell’Udc, commenta così la sua cancellazione dalla lista della commissione Antimafia dei cosiddetti «impresentabili» dove era stato inserito per errore.

Ehi Twitter, chi massacriamo oggi?

Sono uno di quelli che aspetta di avere dei soldi da ISBN Edizioni. Ho pensato all’opportunità di fare questa premessa, prima di dire quello che vorrei dire, e avrei preferito non farla: ma è necessaria sia come full disclosure, dato che nel mio piccolissimo sono parte in causa, sia per evitare l’obiezione più facile: “vorrei vedere te al posto loro”. I soldi che aspetto sono spiccioli e sono fortunato abbastanza da non averne bisogno per pagarmi l’affitto o le bollette: ho mandato una volta un’email di sollecito, mi è stato detto che la casa editrice era in grosse difficoltà economiche e che avrei potuto scrivere al direttore Massimo Coppola per ulteriori informazioni e solleciti. Non l’ho mai fatto: non mi andava di chiedere ancora i miei spiccioli a qualcuno che stava licenziando tutte le persone con cui lavorava da anni, che non mi risultava ci fosse diventato ricco e che mi aveva dato l’opportunità tutt’altro che scontata di partecipare a una cosa bella. Ovviamente la mia posizione è particolare e diversa da molte delle altre: se stessi aspettando un pagamento più sostanzioso, o se vivessi di traduzioni o libri, mi sarei fatto vivo eccome, avrei fatto causa, etc. E ovviamente non voglio dire che tutti i creditori avrebbero dovuto fare come me: chiedere il rispetto degli accordi presi prima di un lavoro è sempre sacrosanto. Fine della premessa.

Quello che volevo dire è che tra molte richieste educate e legittime, il linciaggio in corso sui social network – operato in grandissima parte da persone che non sono creditrici di ISBN, tra l’altro – è uno schema tristemente già visto: un tweet su una questione controversa, una battuta infelice o un ruolo in una storia complicata generano una montagna di messaggi disinformati, aggressivi, offensivi, brutali, a volte apertamente intimidatori. Per chi lo scrive è un messaggio scritto senza pensarci troppo, in cinque secondi, che sarà mai, oppure un modo per sfogarsi livorosamente durante una giornata faticosa; per chi li legge sono centinaia di cose violente e personali da leggere una dopo l’altra, per ore o per giorni. Tutti contro uno, a torto o a ragione: ci si diverte e nella folla ognuno pensa che il suo sassolino valga meno, che passi inosservato. Invece ogni sassolino pesa, fa star male e – se si ha una qualche microscopica rilevanza pubblica o qualche decina di migliaia di follower su Twitter – porta alla lunga alla decisione di non leggere più (non per snobismo: per sopravvivenza) o di non scrivere più, evitando di esprimersi su qualsiasi questione che possa procurare rogne, siano questi gli immigrati, l’indulto o i guai di una piccola casa editrice. Che poi è quello che ho pensato mentre scrivevo questo post, e stavo per cancellarlo.

Il “Partito della Nazione”, il nuovo bau-bau

Ogni momento politico ha il suo bau-bau: un astratto spauracchio, spesso definito da una formula ombrello non immediatissima sotto cui far ricadere tutto, da evocare con aria solenne e contrita durante dibattiti parlamentari, agitati talk show e conversazioni al bar. Nel 2012-2013 il bau-bau era il “neoliberismo selvaggio”, con l’ironica aggravante che in Italia il liberismo normale – figuriamoci quello selvaggio – nessuno lo ha mai visto nemmeno col binocolo. Quello della stagione 2014-2015 è il “Partito della Nazione”. E che cos’è? L’espressione ha una storia interessante.

A mia memoria, in tempi recenti il primo a usarla è stato Pierferdinando Casini quando nel 2009 voleva trasformare l’UdC in un nuovo partito. Se ne parlò anche in eventi pubblici, in un seminario a Todi, in un “laboratorio” a Chianciano: e lo stesso Casini usava l’espressione praticamente in ogni intervista. Fecero addirittura la tessera numero uno.

Non si tratterà di un restyling dell’Udc, che da sola non basta a rappresentare questa novità, ma di una nuova formazione politica aperta a laici e cattolici, credenti e non credenti. Le porte sono aperte a tutti, l’importante è che non sia un’adunata di reduci e generali senza esercito, ma un insieme di popolo. […] Il Partito della Nazione nasce per riconciliare l’Italia, perché questo è un Paese che si sta drammaticamente rompendo. Il Nord contro il Sud, la politica contro la società civile, i magistrati contro la politica, la destra contro la sinistra. Così non si può andare avanti. Intanto, questa estate, molte famiglie non hanno potuto fare le vacanze. Non sono state fortunate come noi. Ricostruiamo l’unità del Paese.

“Così non si può andare avanti” eppure così si andò avanti, anche perché alla fine del 2011 arrivò Mario Monti e cambiò tutto: l’UdC accantonò i suoi progetti di cambiamento concretizzandoli – in modo un po’ diverso – entrando in Scelta Civica prima delle elezioni del 2013. Nel frattempo l’espressione “Partito della Nazione” aveva cambiato completamente identità: la resuscitò nientemeno che Alfredo Reichlin, già parlamentare e intellettuale del PCI, sull’Unità. Siamo nel 2012, il segretario del PD è Pier Luigi Bersani e Reichlin si complimenta per il suo progetto di fare il “Partito della Nazione”.

La posta in gioco è molto alta, senza precedenti. Non è riducibile a un tradizionale scontro tra destra e sinistra all’interno di un assetto politico-istituzionale tranquillamente condiviso. Il ritorno in campo di Berlusconi non è una triste buffonata. […] Sento invece il peso (e l’orgoglio) delle responsabilità che a questo punto gravano sulle spalle del Pd. E chiedo scusa se penso per un momento ai sarcasmi di autorevoli amici per avere, anche in tanti articoli, sostenuto lo sforzo del Pd di costruirsi come un «partito della nazione» che andava oltre i vecchi confini della sinistra storica. Avevamo ragione.

Insomma, sono passati pochi mesi ed è cambiato tutto: ora da un pulpito molto distante da Casini e molto vicino all’ortodossia di sinistra si dice a Bersani “bravo, hai fatto il Partito della Nazione”. Poi si va a votare, Bersani dimostra che tanto bravo non era stato, Letta va addirittura al governo con Berlusconi e questo fa resuscitare lo storico bau-bau dell'”inciucio”, che trova una nuova breve popolarità. Di “Partito della Nazione” non si parla per un po’. Poi ne riscrive di nuovo Alfredo Reichlin, di nuovo sull’Unità: ma stavolta a proposito di Matteo Renzi, che ha preso una barca di voti alle Europee.

Non c’è nessuna esagerazione nel dire che il risultato del 25 maggio è un evento di grande portata che oltrepassa i limiti della cronaca politica. Esso fa molto riflettere su questo passaggio cruciale della vicenda italiana ed europea. […] A me è sembrato il voto per una forza che è apparsa agli occhi di tanti italiani (anche non di sinistra) come un argine, una garanzia. Contro che cosa? Ecco ciò che ha commosso e colpito un vecchio militante della sinistra come io sono. L’aver sentito che il Partito democratico veniva percepito come la garanzia che il Paese resti in piedi, che non si sfasci, che abbia la forza e la possibilità di cambiare se stesso cambiando il mondo. Un Paese che si europeizza ponendosi il grande compito di cambiare l’Europa. Si è trattato di una parola d’ordine molto alta e molto difficile che è gran merito di Renzi aver posto con tanta semplicità e chiarezza. […] Il suo straordinario successo personale non è separabile dal fatto che Renzi si è presentato come il segretario di quel «partito della nazione» di cui discutemmo a lungo ma senza successo anni fa con Pietro Scoppola al momento della fondazione del Pd.

Insomma, dice l’intellettuale del PCI: che figata il “partito della Nazione”. E che bravo Renzi – si legge fra le righe – a fare quello che non era riuscito a fare Bersani.

Passa qualche mese e arriva Renzi a mettere il carico: durante una direzione del PD cita l’espressione “Partito della Nazione” attribuendola proprio a Reichlin e spiegandola con l’allargamento del PD sia a destra che a sinistra.

Il PD deve essere un partito che si allarga, Reichlin lo ha chiamato il partito della nazione, deve contenere realtà diverse. Io spero che da Migliore con Led fino ad Andrea Romano che con quella parte di Scelta Civica che vuole stare a sinistra ci sia spazio di cittadinanza piena.

Alfredo Reichlin si risente un po’ e puntualizza su Repubblica:

Vedo che Matteo Renzi parlando del partito che ha in mente si richiama alla espressione “partito della nazione” che io cominciai a usare discutendo con Pietro Scoppola sul fondamento identitario da dare al PD, quando già si intravedeva la dimensione storica della crisi italiana. Non mi pare però che pensiamo le stesse cose e vorrei chiarirlo. Io parto dalla necessità che sento, acutissima, di dare al Paese uno strumento politico forte capace di arrestare la decadenza non solo della sua economia ma del suo organismo statale, della sua tenuta sociale, della sua identità civile e morale. Parto, insomma, dalla crisi della nazione come maggiore danno per tutti ma in specie delle classi lavoratrici. E penso, quindi, che sta qui la funzione “nazionale” del Pd, il suo essere l’opposto di un partito “pigliatutto” e delle avventure personali che da anni ci affliggono.

La distinzione non è immediatissima – Renzi pensa di fare quello che dice Reichlin, probabilmente – ma da quel momento, più o meno, l’espressione diventa il bau-bau: la formula con cui si descrive un progetto post-democristiano e consociativista con cui si vorrebbe creare un unico partitone centrista, inamovibile dal governo, con dentro tutto e il contrario di tutto. Chiamiamo le cose col loro nome: la nuova Democrazia Cristiana (paura!). «La mutazione genetica del PD nell’era del renzismo dilagante», scrive il Fatto. «Nelle democrazie mature non vi può essere un Partito della Nazione», dice Romano Prodi (Prodi quello vero, non un omonimo di quello che si è inventato l’Ulivo e le coalizioni con dentro Mastella, Turigliatto, Bertinotti e Dini). «Verdini pronto a lasciare Fi per il Partito della Nazione», titola un ardito retroscena della Stampa. Roberto Speranza dice accigliato che «sarebbe un errore cadere in un indistinto Partito della Nazione». «Non mi piace vincere con il Partito della Nazione», dice Rosy Bindi, «per prendere tutto ripropone il consociativismo e le larghe intese degli interessi al proprio interno».

Quindi Renzi è stato smascherato: vuole fare la nuova DC e restare al potere in eterno con un partito – il Partito della Nazione – che ha dentro di tutto. Questo è il momento in cui il bau-bau entra in conflitto con la realtà: se Renzi vuole fare un partitone indistinto che perpetua le larghe intese all’infinito, perché tiene così tanto – al punto da «minacciare la democrazia»! – al fatto che l’Italicum venga approvato? E perché gli autoproclamatisi avversari del consociativismo difendono l’unica legge elettorale, il Porcellum modificato dalla Corte Costituzionale, che è semplicemente perfetta per rifare la Democrazia Cristiana? A meno di risultati elettorali clamorosi, un proporzionale senza premio di maggioranza – il sistema elettorale con cui ha prosperato la vera DC, d’altra parte – renderebbe eternamente inevitabili le larghe intese. E parliamo delle larghe intese quelle vere: quelle con Berlusconi, quelle che hanno fatto Bersani e Letta nel 2013. A meno di non doverle fare con Salvini o con Grillo: uno scenario da incubo che l’attuale legge renderebbe realistico. L’Italicum potrà avere mille difetti, ma di una cosa non può essere accusato: col ballottaggio e il premio di maggioranza alla lista più votata impedisce la formazione di un unico partitone centrale e favorisce il bipolarismo. È un fatto. Lo sanno anche i suoi avversari, molti dei quali infatti nei giorni pari accusano Renzi di voler fare il “Partito della Nazione” e nei giorni dispari di voler imporre il bipartitismo a un panorama politico frastagliato e tripolare.

Il “Partito della Nazione”, per come lo ha descritto Reichlin e per come fin qui lo sta facendo Renzi, è semplicemente quello che in un’altra era politica avremmo definito “un partito a vocazione maggioritaria”: un’idea che peraltro, in quell’epoca remota, era sostenuta anche da Bersani, da D’Alema, da Fassina – rileggere il Fassina del 2008 è un’esperienza mistica – e compagnia bella. Non che ci credessero davvero, certo: è che a quel giro toccava stare con Veltroni. La cosa interessante però è che al giro successivo fare il PD è toccato a loro: e hanno fatto effettivamente il partito piccolo, tradizionale, identitario, vicino ai sindacati ma pronto ad allearsi con Monti, che non parla a tutto il paese ma solo a una parte. È finita che quella parte ha votato altrove, il PD ha ottenuto il peggior risultato della sua storia, ha mandato al governo Berlusconi e per poco non ci mandava Grillo. L’ultima frase non è un’iperbole: ha mandato al governo Berlusconi e per poco non ci mandava Grillo. Ripensarci prima di pontificare, ogni tanto.

In qualunque modo si parli di immigrazione, si beve

Io non lo so se è vera la frase che un articolo pubblicato ieri sul Corriere della Sera ha attribuito a Matteo Renzi – probabilmente non lo è, considerata l’affidabilità media del retroscenismo politico italiano – ma è una frase eloquente, e chiunque l’abbia pensata e raccontata al Corriere ha centrato il punto, anche nella sua sgradevole metafora: «Sull’immigrazione devi capire che in qualunque modo se ne parli, si beve».

A meno di non volerlo fare usando solo frasi fatte e proponendo soluzioni che non lo sono, parlare davvero di immigrazione in Italia è impossibile. Un’enorme e ventennale migrazione di massa, una cosa da libri di storia, viene trattata come una questione da stadio. Qualsiasi risposta più lunga di dieci parole e più complessa di uno slogan da Baci Perugina viene sommersa – sia online che offline – da una quantità di obiezioni che vanno dal retorico (“perché non te ne prendi un paio a casa?”, come se chi rivolge questa domanda ne avesse “un paio a casa”) al disinformato (chiunque parli di “invasione“), dall’illogico (quelli che chiedono il rispetto di “diritti e doveri”, quando le persone di cui si parla sono in gran maggioranza rifugiati politici e agli immigrati regolari che lavorano in Italia rubiamo i contributi INPS, per dirne una tra tante) fino all’odioso e razzista. È impossibile anche spostare la discussione dal piano umanitario a quello concreto e logistico, cioè decidere di limitarsi a discutere delle soluzioni per risolvere il problema qui e ora: perché queste soluzioni non esistono.

Per questo quelli come Matteo Salvini quando si parla di immigrazione vincono sempre: consapevoli del fatto che non tocca a loro occuparsi davvero della faccenda, e consci che qualora dovessero avere voce in capitolo si limiterebbero a fallire e incassare i dividendi del loro fallimento, possono permettersi di dare solo risposte da dieci parole, imbrogliare sul presente e sul passato e uscire vincitori da qualsiasi discussione, perché chi è interessato a parlare davvero di immigrazione in Italia non può dare risposte da dieci parole. Siccome una “soluzione al problema dell’immigrazione in Italia” non esiste – almeno nel senso in cui la desidererebbero molti italiani, cioè farla sparire da un momento all’altro – il dibattito si divide tra quelli che spacciano per soluzioni cose che non lo sono e quelli che si barcamenano, che cercano di dire che le cose non sono così semplici e nel frattempo vengono presi a martellate. In qualunque modo se ne parli, si beve.

Chi non è obbligato a esprimere una posizione definitiva su tutto, e magari neanche ad averla, può decidere di rinunciare a discutere di immigrazione: è una scelta un po’ egoista ma spesso necessaria per evitare di rovinarsi le giornate al lavoro, i pranzi con gli amici e le cene con i parenti. I politici però non possono permettersi di evitare di discutere sull’immigrazione: e come si fa a parlarne se non si vogliono usare risposte da dieci parole ma non si vuole neanche “bere”? Matteo Renzi si è scelto un nemico: gli scafisti. Brutta gente, cattiva e senza una faccia, perfetta per essere odiata sia da destra che da sinistra e soprattutto per evitare di discutere davvero della questione. Gli scafisti lucrano su persone che sono nate per puro caso dalla parte sbagliata del mare – come noi siamo nati per puro caso dalla parte giusta: non ci siamo meritati o guadagnati niente – e desiderano lasciarla con tutte se stesse: sanno che forse moriranno e quel forse è la ragione per cui ci provano. Senza farsi scrupoli, e non certo per filantropia e umanitarismo, gli scafisti le aiutano a fare quello che vogliono. Senza gli scafisti arriverebbero in un altro modo, e d’altra parte storicamente i migranti che arrivano in Italia via mare sono molti meno di quelli che arrivano via terra o con un aereo. Di tutti i modi per non parlare di immigrazione in Italia, prendersela con gli scafisti è forse il meno dannoso: ma rimane una palla buttata affannosamente in tribuna.

Ricapitoliamo. I politici malintenzionati dicono cose da fare accapponare la pelle. Quelli benintenzionati vengono sbriciolati prima della pubblicità. Il governo non vuole spendere il suo capitale politico su una faccenda così complicata e impopolare e si appiattisce sul muro, mentre cerca di ottenere dall’Europa qualche spicciolo e nel migliore dei casi una revisione degli accordi. I giornalisti sono in grado di fare cose come questa ma anche come questa. In generale dire sconcezze sull’immigrazione paga così tanto e così bene – in termini di voti, di applausi, di lettori, di ascolti, di carriera, eccetera – che difficilmente la cosa passerà di moda presto. E quindi cosa rimane? Perdonate la gramellinata, ma da qualche tempo mi sono convinto che con gli adulti sia tempo perso: rimangono solo la scuola e i bambini. Almeno nelle grandi città, sta crescendo la prima generazione di bambini col compagno di banco figlio di egiziani, la migliore amica eritrea, il vicino di casa pakistano e l’amichetto degli scout albanese. Speriamo che sia migliore della nostra.

L’elefante nell’Italicum

Davanti all’ennesima discussione sulla possibilità di portare a casa una legge elettorale imperfetta oppure continuare a farla rimbalzare tra Camera e Senato, una cosa che si può fare è rispondere con l’argomento razionale del progressismo, se non addirittura con quello della riduzione del danno. Francesco Piccolo l’ha messa così pochi giorni fa, intervistato da Nicola Mirenzi:

L’altro giorno alla radio discutevano la riforma del codice stradale. Un esperto ha commentato: «È un passo avanti, ma è insufficiente». Ecco cos’è un governo riformista: un governo che fa dei passi avanti, probabilmente insufficienti. È così che sono progrediti tutti i paesi democratici europei. L’Italia invece no. Perché qui c’è gente che dice: “Questa legge elettorale non è perfetta”. Dunque meglio non fare nulla. Mentre un paese riformista è un paese che fa un sacco di cose insufficienti, anziché un paese che non fa niente perché tutto è insufficiente.

Tutto molto sensato, secondo me, persino banale. Si può obiettare che qui non si chiede di inseguire la perfezione ma di migliorare una legge, e che l’impossibilità di raggiungere la perfezione in politica non può diventare l’alibi per giustificare l’approvazione di una legge migliorabile. Questa però non è affatto una legge come le altre. In questo caso bisognerebbe armarsi di pazienza, prendersi un grosso rischio e decidere che:

– benché da dieci anni l’Italia abbia una legge elettorale che è a detta di tutti una barzelletta
– benché quella legge-barzelletta abbia fatto danni inenarrabili tutte le volte che ha reso impraticabile l’ipotesi delle elezioni anticipate oppure che ha reso ingovernabile un Parlamento eletto
– benché quella legge-barzelletta sia vista da tutti come l’esempio supremo del modo in cui la politica ha allontanato da sé gli elettori
– benché una sentenza della Corte Costituzionale abbia due anni fa giustamente mutilato la legge-barzelletta facendo restare in vigore un rottame pressoché inutilizzabile
– benché per la prima volta in dieci anni l’Italia sia oggi davvero a un passo dall’avere una nuova legge elettorale imperfetta ma che non sia una barzelletta
– benché quella legge elettorale imperfetta sia già stata esaminata, votata ed emendata sia dalla Camera che dal Senato, sia dalla maggioranza che dall’opposizione
– benché questa situazione sia frutto di una lunga serie di fattori politici, alcuni non replicabili all’infinito, specie con un Parlamento come questo in cui la legge elettorale si era già impantanata una volta

benché tutto questo, insomma, la Camera non dovrebbe cogliere questa opportunità storica. Dopo aver cambiato la legge già una volta alla Camera (venendo incontro ad alcune obiezioni della minoranza del PD) e averla cambiata anche al Senato (venendo incontro ad alcune altre obiezioni della minoranza del PD), bisognerebbe oggi cambiarla di nuovo alla Camera (venendo incontro ad alcune altre nuove obiezioni della minoranza del PD) e farla tornare al Senato. Una volta al Senato forse qualcuno suggerirà di ritoccare ancora qualcosina, oppure di aspettare la nuova lettura della riforma costituzionale, oppure di aspettare le elezioni amministrative. E se poi tornata alla Camera qualcuno sollevasse delle altre sensate obiezioni per correggere qualcos’altro e rendere la legge ancora meno imperfetta? Come dire di no? Se vale il criterio del “facciamo presto”, vale anche adesso; se vale l’argomento “abbiamo aspettato dieci anni, facciamola ancora meglio”, vale al prossimo giro e anche a quello dopo ancora.

L’ipotesi “andiamo avanti finché non troviamo una legge che metta d’accordo tutti tutti”, come se il PD non avesse fatto un congresso, come se il Parlamento non avesse la legittimità di decidere a maggioranza, è già piuttosto temeraria, sia politicamente che ideologicamente. Lo diventa ancora di più, però, se si tiene conto che alcune delle obiezioni attuali all’Italicum contraddicono le obiezioni di sei mesi fa, e le obiezioni di sei mesi fa contraddicevano quelle di un anno fa; se si tiene conto che quelle parti dell’Italicum che oggi vengono descritte come storture inaccettabili erano accettate tranquillamente poco tempo fa (per esempio quando il PD di Bersani impose addirittura 120 candidati bloccati); oppure se si vanno a rileggere interviste come questa dello stesso Bersani nel 2012: a favore del premio di maggioranza e del doppio turno, contro le preferenze, per “conoscere il nome del vincitore la sera delle elezioni”.

L’impressione, insomma, è che dietro la richiesta di rimbalzare di nuovo la legge elettorale al Senato non ci sia né un infantile desiderio di purezza ideologica né una pulsione assemblearista incapace di prendere decisioni, bensì un umanissimo e determinato tentativo di fottere Renzi. Di “assestare un colpo che lasci il segno” – quale più di questo! – per citare un intento apertamente dichiarato pochi giorni fa proprio all’assemblea degli avversari di Renzi nel PD: un gruppo politico variegatissimo e litigiosissimo che peraltro ha davvero in comune solo il rigetto politico e persino umano dell’attuale segretario.

L’arroganza delle maggioranze in democrazia può essere pericolosa e odiosa, ma a me sembra che il lunghissimo lavoro parlamentare fatto fin qui – oltre che la vittoria del congresso del PD e il consenso del Parlamento – dia a Renzi il mandato politico per portare a casa la legge elettorale. Eventualmente anche senza il consenso di un pezzo del suo partito: detto con rispetto, pazienza. La legge elettorale non è per sempre: quelli onestamente interessati a migliorare l’Italicum potranno ricominciare a lavorarci il giorno dopo, e senza rischiare che i loro sforzi benintenzionati facciano saltare l’intera baracca. Quelli che vogliono cambiarlo del tutto possono provare a vincere il congresso e ottenere la fiducia degli elettori e del Parlamento, e magari non fare come l’ultima volta.

Barack Obama ha intervistato il creatore di The Wire

Se a un certo punto della tua vita arrivi a intervistare il presidente degli Stati Uniti, vuol dire che probabilmente sei molto bravo. Se invece è il presidente degli Stati Uniti a chiamarti alla Casa Bianca e intervistarti, vuol dire che sei davvero molto bravo. Qui c’è una conversazione tra Barack Obama e David Simon, il giornalista che ha creato The Wire, che Obama definisce non solo la sua serie tv preferita ma «una delle più importanti opere d’arte degli ultimi vent’anni». Io concordo, nel mio piccolissimo, e sono in ottima compagnia. L’intervista è molto bella: si parla di polizia, carcere e di lotta alla droga. Poi sarebbe interessante chiedersi: perché, senza un motivo né un gancio preciso, la Casa Bianca diffonde un video come questo? Ma la risposta sta tra le righe delle cose che dice Obama.

Chi ha visto la serie riconoscerà nelle cose che dice David Simon una delle scene più famose di The Wire: il discorsone di Colvin.