Questo sito contribuisce alla audience di IlPost

Consigli non richiesti a Matteo Renzi

La vittoria del No al referendum costituzionale del 4 dicembre ha scombinato la situazione politica italiana, comprensibilmente: è finito il governo Renzi, secondo alcuni politicamente è finita anche la legislatura, visto che era iniziata nel 2013 con un impegno tra molti partiti per modificare la Costituzione e la legge elettorale, e per motivi diversi entrambi quei tentativi sono naufragati. Se sei Matteo Renzi, poi, il risultato del referendum ti mette davanti a una faccenda difficile da sbrogliare: hai perso una battaglia importante, e in politica le vittorie e le sconfitte hanno sempre conseguenze; avevi promesso di farti da parte in caso di sconfitta; sei ancora il segretario del tuo partito, che è anche il partito di maggioranza parlamentare; sei ancora molto popolare nella base del tuo partito; hai legittime ambizioni di ritorno al governo. Come fare a conciliare tutte queste cose? Non è semplice, e se vi piacciono la politica e la strategia, pensarci è un bell’esercizio. Mettete da parte il vostro giudizio su Renzi, quale che sia, e provate a pensare a cosa fareste nella sua posizione al fine di guadagnare popolarità, restare un leader politico nazionale e un giorno non troppo lontano tornare al governo. Visto da fuori, con tutto il rispetto, Renzi non sembra avere le idee molto chiare. Queste sono le cose che io consiglierei a Renzi.

1. Sparisci. Dice: ma sono già sparito. No, sparisci sul serio. Capisco sia umanamente difficile passare da tutto a niente, dalle cene con Obama a quelle a Pontassieve, astenersi dal commentare i fatti d’attualità o dal difendere i risultati del tuo governo mentre ogni colpo di tosse di D’Alema nel sistema solare alternativo dei giornalisti romani merita un titolo, ma lascia perdere. Non serve a niente, anzi, fa danni. Immagino tu sia convinto che gli italiani col tempo apprezzeranno di più l’attività del tuo governo, il tentativo di riformare la Costituzione a cui non si era mai andati così vicini, eccetera. Può darsi che sia così, può darsi che no, in ogni caso è naturale che tu lo pensi. Ma perché si creino le condizioni perché una cosa del genere possa accadere, devi smettere di essere un protagonista dell’attualità. Basta dare interviste. Basta parlare con i giornalisti che poi scrivono un retroscena. Basta farci parlare Filippo. Basta scrivere un post al giorno su Facebook. Basta blog (che poi: un blog? Nel 2017? Lanciato il giorno della sentenza sull’Italicum?). Basta mandare messaggini ai presentatori televisivi durante i talk show (chi sei, Berlusconi che telefona in diretta? Vuoi rettificare tutte le cose che non ti piacciono che senti dire in tv?). Se proprio vuoi, cerca di finire sui giornali per altre cose. La foto al supermercato era un tentativo, ok. Ho una proposta più significativa: fai volontariato. Una sera alla settimana va bene, è quello che fanno tante persone normali: alla Caritas, in una scuola di italiano per immigrati, in una comunità per ragazzi in difficoltà, dove vuoi tu. Fallo davvero, non solo per la photo-op: è utile, fa bene, ti centra e ti aiuta a mettere le cose in prospettiva. Poi la photo-op occasionale non guasta.

2. Aspetta. Lo so, la maggioranza delle persone vuole votare subito, ma suggerisco di infischiarsene. Se glielo avessero chiesto, la maggioranza delle persone avrebbe voluto votare subito anche un anno fa o due anni fa. D’altra parte non avevi la maggioranza assoluta dei consensi nemmeno alle trionfali elezioni europee del 2014. La maggioranza delle persone è arrabbiata, è scontenta e oggi non voterebbe per te: come vuoi che rispondano a questa domanda? Lo stesso vale per i capi dell’opposizione, figuriamoci. Non essere subalterno a Grillo e Salvini: i loro appelli al voto subito avranno sempre più peso del tuo, perché il tuo partito sta governando e perché se il punto è cavalcare la rabbia delle persone, loro ci riescono meglio (quindi smettila anche con la storia dei vitalizi, che è una bufala). Tu devi cercare di vincere in un altro modo, non solo perché è giusto ma anche perché è l’unico possibile. Come avevi fatto alle europee. Le legislature hanno una durata. Finché il governo Gentiloni non diventa dannoso in quanto tale, come fu col governo Letta, lascia che governi. Dici: e se faccio la fine di Bersani nel 2013, ora che sembra l’Europa voglia imporci sacrifici e manovre finanziarie dolorose? Beh, dal punto di vista strategico è un motivo in più per stare alla larga. Lascia che se ne occupino Gentiloni e Padoan. Se poi vuoi dargli dei consigli, parlaci in privato. Sei ancora il capo del partito di maggioranza, il tuo governo è rimasto praticamente tutto ancora lì. Ma aspetta e stai alla larga dal governo: che è proprio il contrario di quello che fece Bersani nel 2013. Inoltre, non potrai beneficiare di nessuna “nostalgia del governo Renzi” nelle persone se la campagna elettorale dovesse cominciare fra tre mesi.

3. Hai fatto bene a dare mandato ai gruppi parlamentari del PD di provare a fare la legge elettorale. Probabilmente è un tentativo che non andrà da nessuna parte, ma vale la pena farlo: perché è giusto e per prendere tempo. Tentare di coinvolgere l’opposizione non sarebbe male, anche se Lega e M5S hanno sicuramente più a cuore fotterti che dare al paese una legge elettorale che funzioni e che sia scritta dal Parlamento invece che dalla Corte Costituzionale. Ma dai mandato al PD di insistere: e se quelli non ci stanno, che il PD lo faccia notare. NON TU. Il PD.

4. Indici il congresso del PD nei tempi previsti, e prima delle elezioni politiche. Alle brutte anche solo le primarie, ma io come hai capito consiglierei di prendersi più tempo, lasciare che la legislatura finisca e intanto fare anche il congresso. L’idea di andare a votare presto per disinnescare il congresso del PD è da perdenti e da leader deboli. Hai perso il referendum, è caduto il governo che guidavi: ha senso che prima di ricandidarti alle elezioni tu vinca di nuovo il congresso del PD. Se questo argomento non è abbastanza per convincerti, ne ho un altro: è l’unico modo per vincere davvero. Oggi hai bisogno di una nuova legittimazione politica, hai bisogno che davvero sia un pezzo di popolo a chiederti di tornare, hai bisogno di raccontare agli elettori una storia credibile sul tuo ritorno che non sia “mi sono dimesso, per sei mesi ho fatto come un matto a casa mia e ora finalmente sono di nuovo qua”; e la tua immagine proprio non ha bisogno di un’altra forzatura come quella con cui facesti fuori Letta. Ricandidarti alle elezioni senza passare dal Congresso permette a D’Alema di proseguire il suo delirio e a Bersani di continuare con i suoi tic, le interviste sul “civismo”, eccetera, anche dopo le elezioni politiche. Ce l’hai con loro per come si sono comportati in Parlamento e durante la campagna referendaria? Lo capisco. Un motivo in più per sfidarli al Congresso prima del voto e batterli. Di cosa hai paura, del simulacro di Bersani e di quello delle cozze pelose? Se poi non riesci a batterli, beh, vuol dire che la tua posizione pubblica al momento non è recuperabile nemmeno nel tuo partito: e nell’interesse di tutti è meglio se lo scopriamo prima delle elezioni politiche.

5. Vinci il congresso e poi vinci le elezioni, se ci riesci.

National Assembly of the Democratic Party

La prima settimana del presidente Trump (2/50)

cc_2

Settimana noiosetta, vero? Tutti i presidenti appena insediati sono molto attivi nei loro primi giorni alla Casa Bianca, ma sarà difficile superare la frenesia e la confusione di questi primi giorni del presidente Trump. In questa nuova puntata parliamo di quali sono state le prime decisioni di Trump, che efficacia hanno già adesso e quali saranno le loro conseguenze (una di queste storie ha avuto ulteriori sviluppi nella notte: ne parliamo meglio sabato prossimo); parliamo delle due battaglie campali che l’amministrazione Trump sta cercando attivamente allo scopo di definire se stessa; parliamo dei significati possibili di questo uso spregiudicato delle bugie. E poi: una storia del 1994 che Trump farebbe bene a conoscere, e una del 2016 che può darci una mano a capire perché è diventato presidente.

Il podcast si può ascoltare su Spreaker, cliccando Play qui sotto, oppure su iTunes. Se avete un iPhone o un iPad, lo trovate cercandolo dentro l’app “Podcast”.

Ascolta “La prima settimana del presidente Trump” su Spreaker.

Se quello che avete ascoltato nel podcast e quello che avete letto la settimana scorsa nella newsletter vi è piaciuto, vi invito a prendere in considerazione la possibilità di fare una donazione ricorrente da pochi euro al mese, per sostenere i costi tecnici di questo progetto, quelli del mio lavoro e dei viaggi che farò quest’anno negli Stati Uniti, allo scopo di raccontarveli: due euro al mese vanno benissimo, poi se vorrete essere più generosi buon per voi. Alla fine dell’anno “Da Costa a Costa” finisce davvero, quindi si parla più o meno di un investimento da 24 euro per tutto l’anno, e almeno 50 uscite tra newsletter e podcast. Più fondi raccoglierò, più viaggi potrò fare negli Stati Uniti, più cose potrò raccontarvi come ho fatto fin qui. Potete impostare una donazione ricorrente in completa sicurezza cliccando qui, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Grazie infinite fin da ora.

Ci sentiamo sabato prossimo, con “Da Costa a Costa” in versione newsletter. Per iscriverti alla newsletter, clicca qui. Ciao!

E questo è solo l’inizio (1/50)

cc_2Tra balli, parate, discorsi solenni e folle per strada, la cerimonia di insediamento di un presidente degli Stati Uniti è la cosa più simile a un’incoronazione a cui si possa assistere in una repubblica. Da venerdì 20 gennaio gli Stati Uniti hanno un nuovo presidente: Donald J. Trump, che ha vinto le elezioni lo scorso 8 novembre, ha giurato e si è insediato alla Casa Bianca. Trump è il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, ma i presidenti in tutto sono stati quarantaquattro: Grover Cleveland fece due mandati non consecutivi e quindi viene contato come il ventiduesimo e il ventiquattresimo presidente.

In questa newsletter parleremo di cosa ha detto Trump nel discorso di insediamento, di com’è composto il suo governo e quali saranno le sue prime mosse, delle cose più importanti che succederanno quest’anno nella politica americana e della famosa questione Russia. Poi vi racconterò una storia che ci accompagnerà per tutto il 2017 e anche i piani che ho per questa newsletter e il podcast: cosa penso di fare quest’anno e come penso di finanziarlo, anche col vostro aiuto.

(per continuare a leggere, iscriviti alla newsletter)

Cosa ci aspetta dall’insediamento di Trump

cc_2Stavolta qualche parola in più. La newsletter e il podcast sulla politica americana ritornano: dal 21 gennaio si alterneranno ogni sabato una puntata della newsletter e una puntata del podcast. Sempre gratis, ma con qualche novità, e ci terremo compagnia se volete per tutto il 2017. Io tornerò più volte negli Stati Uniti per raccontarvi il primo anno della presidenza Trump: il primo stato che visiterò sarà il Michigan, uno di quelli decisivi del Midwest, dove Trump ha vinto per appena diecimila voti (su quattro milioni e mezzo).

Intanto c’è la cerimonia di insediamento, venerdì 20. Nella puntata zero della nuova stagione del podcast, che potete ascoltare qui sotto, racconto qualche storia sulle cerimonie di insediamento del passato e cosa aspettarci dal discorso di Trump. È una puntata breve, quasi un trailer: il resto da sabato 21 gennaio. E se volete ne parliamo anche stasera a Torino al Circolo dei lettori. A presto!

Ascolta S02E00. Che cosa ci aspetta?” su Spreaker.

Dove eravamo rimasti?

cc_2Ho una piccola notizia.

Venerdì 20 gennaio Donald Trump diventa presidente degli Stati Uniti. Sabato 21 gennaio ritornano la newsletter e il podcast. Andremo avanti per tutto il 2017, cercando di raccontare storie, notizie e posti di questo primo anno dell’America di Trump.

Le coordinate sono le solite: andate qui per iscrivervi alla newsletter, quiqui per iscriversi al podcast. Se eravate già iscritti non dovete fare niente: vale l’iscrizione precedente. Il resto lo trovate nel trailer qui sotto. A presto!

Ascolta Trailer Stagione 2″ su Spreaker.

Vorrei pensarla come Speranza, ma cosa pensa Speranza?

Nel momento in cui Roberto Giachetti ha detto che «Roberto Speranza ha la faccia come il culo», ha ottenuto due cose in contraddizione tra loro: ha fatto sì che si parlasse ovunque del suo intervento all’assemblea nazionale del PD, che riguarda un punto politico fondamentale per quel partito, ma ha ottenuto anche che quel punto politico venisse liquidato dal giudizio su quella frase sgradevole. L’intervento di Giachetti invece meriterebbe di essere ascoltato per intero.

Il problema è che un argomento pre-politico come quello della «faccia come il culo» nasce proprio dall’impossibilità odierna di fare un discorso politico con un pezzetto del Partito Democratico, che da anni fornisce l’impressione di orientare le proprie posizioni e decisioni in base a un unico impudente desiderio: fottere Renzi. Oppure, per usare una citazione e dirla in modo più urbano, «assestare colpi che lascino il segno». Sia chiaro: non è che Renzi abbia perso il referendum costituzionale per via di questo pezzetto di PD. Non lo dice Giachetti, non lo dice Renzi, non lo dice nessuno che abbia una qualche percezione del consenso popolare di Speranza, D’Alema e Bersani, che non è esattamente trascinante: e se lo dicessero sarebbe un errore grave. Ma è un punto la cui discussione è inevitabile in un partito in cui fino a qualche anno fa si venerava la disciplina in nome del cosiddetto «affetto per la ditta», mentre oggi si vede tirare tutta un’altra aria.

Roberto Speranza nel dicembre 2013 diceva che «superamento del bicameralismo perfetto, riduzione del numero dei parlamentari e nuova legge elettorale sono priorità non più rinviabili», e ad aprile 2014 che «se si andasse alle urne con un Senato che dà ancora la fiducia al governo, e ancora composto da 315 persone, saremmo al fallimento della politica e dei partiti». Nel giugno del 2014 Speranza diceva che «il Senato, con l’elezione indiretta dei 100, mi convince», cosa che ribadiva a marzo 2015 spiegando che «il Senato elettivo o non elettivo poteva essere una scelta, noi abbiamo fatto quella del Senato non elettivo con un modello abbastanza particolare, ma anche grandi paesi come la Germania e la Francia, pur con modelli diversi, hanno scelto un Senato non elettivo». Poi improvvisamente il Senato non elettivo non è andato più bene, il superamento del bicameralismo perfetto e la riduzione dei parlamentari non sono stati più priorità non rinviabili, e tornare a votare con l’attuale Senato è diventato non solo accettabile ma giusto e necessario.

Sul Mattarellum, Speranza nel 2013 fu quello che si diede da fare più di tutti per fermare la mozione di Giachetti: era quello che “guidava la fronda anti-Mattarellum“; oggi dice che il Mattarellum è la sua proposta. Sull’Italicum, poi, quel pezzo del PD ha chiesto e ottenuto, nel tempo, di alzare due volte la soglia necessaria per evitare il ballottaggio (dal 35 al 37 al 40), dicendosi favorevole al premio per chi vince il ballottaggio; di abbassare le soglie di sbarramento per entrare in Parlamento; di introdurre le preferenze per tutte le candidature escluse i capilista; di far valere l’Italicum solo per la Camera e non per il Senato (si chiamava “emendamento D’Attorre“: ora sapete chi ringraziare), legando le due riforme salvo poi parlare di “combinato disposto”; di inserire una norma sull’equità di genere delle candidature; di abolire le candidature multiple (eccetto per i capilista, e solo in 10 collegi su 100). Alla fine non è andato bene neanche questo. Peccato, perché avrebbero potuto vantare diverse vittorie politiche e in altri momenti da quelle parti il pragmatismo non era mancato. Era il 2013.

Ora. La sensazione è che Speranza sia il giovane simulacro di qualcun altro, un’anziana generazione politica, fallita e sconfitta, che ha visto l’ascesa di Renzi come un’usurpazione personale e che ha orientato ogni sua azione in base all’unico scopo di farlo fuori, anche contraddicendosi da un giorno all’altro. È un obiettivo legittimo, ma varrebbe la pena discuterlo per quello che è: questo è. Il problema, insomma, non è che chi la pensa come Speranza non debba trovare posto nel PD. Il problema è: cosa diavolo pensa Speranza? >>>ANSA/PD: SPERANZA E ZANDA CAPIGRUPPO CAMERA E SENATO

Guida per la sopravvivenza ai regali di Natale, edizione 2016

Dopo qualche impaziente sollecitazione ricevuta, ritorna un piccolo rito di questo blog, cioè le dritte e i consigli per superare indenni la stagione dei regali di Natale. Regole d’ingaggio, le solite. La prima è pensarci adesso, subito, proprio in questo momento. La seconda è farlo adesso, subito, dal divano: comprare online permette di evitare le code, risparmiare tempo e farvi spedire i regali dove volete (opzione utile soprattutto per chi a Natale raggiunge parenti e amici da qualche parte). La terza è farvi venire qualche idea, e di seguito ne trovate alcune. Con due bonus finali: uno per gli appassionati di politica americana, e uno con i regali suggeriti l’anno scorso per cui poi ho ricevuto più feedback positivi e ringraziamenti.

UE Megaboom
Questo coso è stato per me l’acquisto dell’anno. È uno speaker Bluetooth come tanti altri, ma a differenza della maggior parte degli altri: si sente davvero benissimo; la durata della batteria è quasi eterna; si abbina istantaneamente e senza difficoltà a qualsiasi dispositivo; è bello; è impermeabile, quindi ve lo portate in spiaggia, in piscina o sotto la doccia. Secondo molti si tratta del miglior speaker bluetooth oggi sul mercato.

ue-megaboom-product-photos-10C’è anche di altri colori eh.

L’arte di ricordare tutto, di Joshua Foer
Questo libro è un piccolo gioiello. Joshua Foer è un giornalista e scrittore. Qualche anno fa la rivista online Slate lo manda a raccontare uno di quei bizzarri campionati della memoria, dove si sfidano persone capaci di imparare in pochissimo tempo e poi snocciolare cose come una sequenza di mille numeri. Foer segue il torneo, fa le sue interviste, scrive il suo articolo per Slate, ma questa storia gli rimane appiccicata addosso e decide di scoprire se può farcela anche lui. Comincia a studiare le tecniche di queste persone e ad allenarsi per partecipare ai campionati dell’anno successivo. Arriverà in finale. In mezzo alla sua storia, e all’affascinante spiegazione delle tecniche di memorizzazione, ci sono molte riflessioni e informazioni sulla memoria e sulle cose che siamo capaci di fare senza saperlo. Esempio: un professore che studia la memoria per un anno scrive su un’agenda i dettagli di ogni sua giornata, cosa ha mangiato, com’era il tempo, cosa ha fatto, chi ha incontrato. A distanza di anni, della grandissima parte di quelle giornate ovviamente non ricorda quasi niente, come tutti: ma scopre che gli basta aprire l’agenda e leggere anche solo un paio di dettagli su un giorno a caso (una conversazione, una cosa che ha mangiato) per ricordarsi dell’intero episodio. Il nostro cervello immagazzina tutto: bisogna solo saper cercare.

Plantronics Backbeat Fit
Altro acquisto dell’anno per me: sono auricolari bluetooth da usare quando fate sport. Non cadono nemmeno dalle orecchie da cui cade qualsiasi auricolare, come le mie; l’abbinamento col telefono va sempre liscissimo; ci potete anche rispondere alle telefonate col fiatone. Sono considerati i migliori auricolari per correre.

Of thee I sing, di Barack Obama
Al vostro amico distrutto dalla nostalgia degli Obama regalate questo libro. È il terzo libro scritto da Obama dopo I sogni di mio padre e L’audacia della speranza, ed è il meno conosciuto: è un libro per ragazzi, tecnicamente, ma ben scritto e meravigliosamente illustrato.

tsol_a-1-440x293

I manuali “School of Life”, diretti da Alain De Botton
Di Alain De Botton, forse avete sentito parlare: per usare le parole del Post, «è un famoso scrittore svizzero che ha pubblicato libri tradotti in tutto il mondo ed è diventato noto come divulgatore – con linguaggi e argomenti efficaci e semplificati – dei temi più diversi: ha scritto libri sulla storia dei giornali, sul rapporto con l’arte, sul ruolo dell’architettura, su Proust, sul viaggiare, e altri ancora». Di recente se n’è parlato in Italia per via del suo nuovo romanzo – quello secondo cui tutti sposano la persona sbagliata – che ha presentato poi a settembre con Luca Sofri a Milano. Tra le molte cose che fa, De Botton dirige “School of Life“, una società che produce materiali culturali di ogni tipo – video, libri, articoli, corsi, eventi – che girano tutti attorno a un tema preciso, per quanto vago: “sviluppare l’intelligenza emotiva attraverso la cultura”. Tra le altre cose “School of Life” pubblica una serie di libri che sembrano dei manuali di auto-aiuto, di quelli che trovate in autogrill, ma con una differenza: sono scritti da importanti filosofi, sociologi, docenti universitari, scrittori, persone che hanno profondità intellettuali e competenze scientifiche.

Se siete tra quelli che non comprerebbero mai un libro intitolato Come invecchiare, avete tutta la mia comprensione e solidarietà; ma un libro intitolato Come invecchiare scritto da Anne Karpf, scrittrice, sociologa e giornalista pluri-premiata, secondo me vi può interessare. Un libro intitolato Come preoccuparsi meno dei soldi farebbe mettere anche a me la mano sulla pistola, ma se lo ha scritto John Armstrong? Come annoiarsi spiegato da Eva Hoffman? Avete presente quella cosa che si dice spesso con insopportabile solennità retorica, cioè che i libri e la filosofia insegnano a vivere e pensare? I libri di “School of Life” tentano di fare esattamente questa cosa. Non forniscono mai soluzioni ma modi per arrovellarsi, pensare alle cose che facciamo e a perché le facciamo. Altri titoli interessanti: How To Stay Sane, How To Develop Emotional Health, How To Deal With Adversity, How To Make A Home, How To Be Alone, How To Think About Exercise, How To Think More About Sex, che ha scritto lo stesso De Botton e che è purtroppo l’unico che trovate in italiano.

NES, Nintendo Classic Mini
Alleggeriamo: questa è l’unica console di videogiochi da regalare quest’anno. È la nuova versione di una delle più amate console di sempre: se la regalate a un trenta-quarantenne, preparatevi a vederlo con gli occhi lucidi.

– Atlas Obscura, di Joshua Foer, Dylan Thuras e Ella Morton
Un formidabile libro scritto e illustrato sui luoghi meravigliosi e sconosciuti del mondo, figlio di questo sito internet di grande successo. Per viaggiatori da divano, o progettatori di viaggi da divano.

– Philips Sonicare DiamondClean
È uno spazzolino da denti elettrico. Ma di quelli pazzeschissimi.

– Tre libri di arte contemporanea
Io sono un completo ignorante in materia, ma di recente sono stato alla Tate Modern di Londra e mi sono bloccato davanti a tre opere: una era di Bridget Riley, una di Gerhard Richter, una di Ed Ruscha.

schermata-2016-11-26-alle-12-50-21

Lo shampoo solido
Per gente che prende molti aerei: sono dei fogli che sotto l’acqua si sciolgono e diventano shampoo. Mai più sacchettini trasparenti e odiose boccettine da tirar fuori ai controlli di sicurezza.

– Cinque libri per andare a colpo sicuro
Sette brevi lezioni di fisica di Carlo Rovelli, il nuovo Harry Potter, Blankets di Craig Thompson, Kobane Calling di Zerocalcare, Eccomi di Jonathan Safran Foer.

Editorial Design: Digital and Print, di Cath Caldwell
Per appassionati di grafica e giornali, di carta e online. O per chi vuole spacciarsi come tale.

– Regali che non si toccano
Un abbonamento a Netflix, oppure a Spotify, oppure al New York Times.

– I regali consigliati l’anno scorso che vi sono piaciuti di più
36 Hours, il librone in italiano con le apprezzate guide turistiche del New York Times per chi vuole passare un singolo weekend in una città europea. Il mio amico termostato, naturalmente, col quale davvero non si sbaglia mai (altre informazioni qui). La batteria portatile definitiva. A sorpresa, i boxer.

– Libri per appassionati di cose americane
Questa fantastica raccolta di poster e manifesti dalle campagne elettorali del passato. Tre libri in inglese per chi vuole conoscere un po’ meglio cosa sta cambiando in America: White Trash di Nancy Isenberg, The Politics of Resentment di Katherine J. Cramer, Strangers in Their Own Land di Arlie Russell Hochschild. La felicità in America di Enrico Deaglio, altro vecchio e sempre valido consiglio di questo blog. E su Amazon ci sono le ultime quattro o cinque copie di Come si fa il presidente, un capolavoro ormai fuori catalogo.

Prego.

Non è un referendum sulla Costituzione

Apprezzo le buone intenzioni di chi ha insistito e insiste perché la campagna elettorale in vista del 4 dicembre si concentri sull’oggetto ufficiale della questione – la riforma costituzionale approvata dal Parlamento – e non sulle guerre personali e gli scenari politici del futuro, ma sono arrivato a una conclusione: il 4 dicembre si vota sulle guerre personali e gli scenari politici del futuro. Non so se questo argomento favorisca il Sì o il No, lo penso a prescindere: ma credo che questo sia il vero punto del voto e quindi che gli elettori debbano tenerlo in grande considerazione nel decidere cosa votare: persino più del contenuto della riforma in sé.

Le persone più ragionevoli a favore del Sì e a favore del No – le vere vittime di questa campagna elettorale – sono d’accordo su una cosa: che dal punto di vista costituzionale non ci saranno rivoluzioni salvifiche in caso di vittoria della propria parte né catastrofi apocalittiche in caso di vittoria della parte opposta. È banalmente vero. La riforma – approvata sei volte in Parlamento col voto favorevole di molti che oggi fanno campagna per il No – non tocca la parte fondamentale della Costituzione e corregge alcuni elementi della seconda parte in modo significativo ma non radicale. Il bicameralismo perfetto sparisce ma il bicameralismo rimane. Il Senato non viene abolito ma cambia un po’. Lo stesso vale per le norme sui referendum e le leggi di iniziativa popolare. Sono cambiamenti positivi o negativi? Ci sono davvero buoni argomenti per sostenere entrambe le tesi. Io sono soddisfatto dai cambiamenti che riguardano referendum e leggi di iniziativa popolare, moderatamente fiducioso sull’abolizione del bicameralismo perfetto, scettico sulla composizione e il funzionamento del nuovo Senato, e penso che l’abolizione del CNEL sia opportuna ma tutto sommato irrilevante. Ma allo stesso tempo mi rendo conto che le mie opinioni sono fondate su una conoscenza inevitabilmente superficiale della materia, per quanto possa aver letto e studiato. Ci sono costituzionalisti e professori di diritto che studiano da una vita questioni del genere, che hanno una competenza infinitamente superiore alla mia, e non sono d’accordo sulle conseguenze che avrà questa riforma. Come posso pensare di arrivare io a una conclusione sicura?

Inoltre, la storia insegna che i meccanismi politici generati da un determinato assetto istituzionale a volte ci mettono anni a realizzarsi, e non sono noti finché non accadono: è successo così con la Costituzione approvata dall’Assemblea Costituente, per esempio. Non ci saranno catastrofi né rivoluzioni, ma a parte questo non sappiamo davvero cosa succederà: con una vittoria del No le cose restano così, con una vittoria del Sì le cose potranno funzionare al massimo un po’ meglio oppure un po’ peggio, e ci sono buoni argomenti per sostenere entrambe le tesi. Chiunque si dica sicuro delle conseguenze che la vittoria del Sì o la vittoria del No potranno avere sulla Repubblica italiana vi prende in giro. Non lo sanno davvero i costituzionalisti, figuriamoci se lo sanno – con tutto il rispetto – i giornalisti, me compreso, i parlamentari o quelli che ne discutono online.

E d’altra parte, vi sembra che una discussione su questo genere di limitate correzioni costituzionali possa giustificare una campagna elettorale così aggressiva e greve? Il bicameralismo paritario e il CNEL vi sembrano una questione su cui valga la pena scannarsi? Certo che no. Si stanno scannando, ci stiamo scannando, perché quello che questo referendum mette davvero in gioco è la direzione da dare alla classe politica di questo paese e la sopravvivenza di una sua importante generazione. Attenzione, perché qui è facile cadere in un equivoco ulteriore: pensare che si tratti di un referendum sul governo, su Renzi. La provenienza di questo argomento è comprensibile: durante la campagna hanno preso forma due schieramenti davvero inediti, con da una parte Renzi e un pezzo del suo partito, dall’altra tutti gli altri, compreso un pezzo del PD. È diventata Renzi contro il Resto del mondo. E quindi votano Sì quelli a cui piace Renzi, votano No quelli a cui non piace Renzi. Ma anche questo argomento è fuorviante.

Una vittoria del No farebbe fuori il governo Renzi, che sarebbe sostituito probabilmente da un governo Franceschini o Delrio o Tizio o Caio sostenuto dalla stessa maggioranza che oggi sostiene il governo Renzi. Se si andasse a votare subito, la legge elettorale garantirebbe con assoluta e matematica certezza la nascita di un altro governicchio di larghe intese, il quarto consecutivo. Se si volesse invece modificare di comune accordo la legge elettorale, servirebbe mettere d’accordo un PD decapitato, le macerie di Forza Italia, il Movimento 5 Stelle e la Lega: buona fortuna. Lo stesso Renzi, poi, non solo resterebbe segretario del PD almeno fino al congresso, ma diventerebbe l’unico rappresentante politico di, quanti, il 45 per cento degli elettori? Il 47 per cento? Non dovrebbe dividere quel risultato con nessuno se non con un pezzo del suo partito, nemmeno con tutto, e ripartirebbe da lì. Diciamo che in politica esistono sconfitte peggiori.

Cos’altro succederebbe con una vittoria del No? Un’intera anziana e vastissima generazione politica si guadagnerebbe il diritto a un ultimo giro di giostra: da Brunetta a D’Alema, da Bersani a Berlusconi, da Maroni a Monti, da Gasparri a Fassina, persone che hanno fatto in modi diversi la storia della Seconda Repubblica e ora sono sul punto di uscirne, come fisiologicamente accade in ogni democrazia, conquisterebbero nuova centralità e vitalità nei loro partiti e quindi nel paese. Lo dico a prescindere dal giudizio nei loro confronti: è un fatto che alle successive elezioni bisognerebbe ancora, di nuovo, fare i conti con loro. Sarebbero quelli che incassano i dividendi politici e quindi poi sarebbero i decisori, i dirigenti, i capilista, i capigruppo. Gli unici vincitori del referendum in grado di potersi presentare alle successive elezioni come vere novità politiche, al di là del fatto che lo siano o no, e in modi e dimensioni molto diverse, sarebbero il Movimento 5 Stelle, la Lega di Matteo Salvini e Possibile di Pippo Civati.

gov-b

Cosa succederebbe in caso di vittoria del Sì, invece? Sarebbe una grande vittoria politica di Renzi, questo è fuori discussione: ed è stato sciocco, peraltro, chi ha permesso che potesse intestarsela quasi da solo dopo un percorso parlamentare così lungo, concertato e collegiale. Ma Renzi non diventerebbe il padrone di niente: tanto che oggi persino i suoi avversari nel PD lo accusano di aver promosso una legge elettorale senza pensare che il suo meccanismo di ballottaggio rischia di favorire il Movimento 5 Stelle. Alle prossime elezioni, poi, tutti sarebbero ovviamente liberi di votare contro Renzi e contro il PD. Cosa sarebbe cambiato, nel frattempo? Che la vittoria del Sì dentro la minoranza del PD e i partiti di opposizione avrebbe accelerato – invece che arrestarli – quei fisiologici percorsi di trasformazione e rinnovamento.

Probabilmente non sarebbero più Berlusconi e Brunetta a dare le carte nel centrodestra, aprendo definitivamente una partita politica che sta avvenendo sotto traccia da mesi e altrimenti sarebbe troncata sul nascere. Probabilmente chi nel PD non è d’accordo con Renzi non sarà costretto al congresso a votare una mozione Speranza-D’Alema-Bersani. Probabilmente chi vuole votare un partito più di sinistra del PD non si troverà impiccato a scegliere tra D’Attorre e Fassina. Ho detto “probabilmente”, non “di sicuro”: ma è sicuro che al contrario quella classe politica resterebbe al suo posto e più forte di prima. Renzi è già oggi la persona attorno a cui ruota la politica italiana, che piaccia o no: in qualche modo potrebbe restarlo anche in caso di sconfitta al referendum. La differenza è che con la vittoria del Sì tutti gli altri, tutti quelli che con il loro passato e le loro inadeguatezze hanno ottenuto, tra le altre cose, che Renzi completasse la sua ascesa politica alla velocità della luce, prenderebbero un gran colpo: in molti casi, potenzialmente, quello decisivo.

Gli anti-Renzi che non sono leghisti né grillini, ma vorrebbero poter votare partiti migliori anche per avere più possibilità di battere Renzi o condizionarlo, dovrebbero votare Sì persino con più entusiasmo di quelli del PD. La brutalità di questa campagna elettorale è la brutalità tipica delle battaglie per la sopravvivenza personale: e questo perché il referendum del 4 dicembre nelle sue conseguenze profonde non riguarda né la Costituzione né il governo Renzi. Riguarda tutti gli altri.

Libri che ho letto

Quest’anno è capitato che sono quasi tutti in inglese. Come al solito c’è anche molta roba vecchia o in ritardo. È anche capitato che sia il 15 agosto e moltissimi di voi avranno già comprato i libri da leggere in vacanza. Quest’anno è capitata una montagna di cose. Pazienza.

Nora Ephron, The Last Interview
È una raccolta di interviste a Nora Ephron, fino all’ultima che diede a Believer prima di morire nel 2012. Nora Ephron ha avuto una vita gigantesca, ha cominciato come giornalista, è diventata saggista, editorialista e poi nel tempo sceneggiatrice e regista, a un certo punto addirittura blogger, e tutto con un’intelligenza, un talento e uno spirito che averne solo un decimo basterebbe a noi persone normali per costruirci una dignitosa carriera. Dentro queste interviste ci sono, tra moltissime altre cose, i consigli migliori che possa ricevere qualcuno che scrive o vuole scrivere per mestiere. Ma non sono la cosa più importante.

– Collected Poems of Dylan Thomas: The Original
Non sono un tipo da poesia. Credo che non lo sarò mai. Non credo nemmeno di invidiare davvero i tipi da poesia, che è la cosa che dovrei dire in teoria a questo punto della frase. Però qualche tempo fa sono inciampato per caso in otto parole in fila, mi sono ritrovato più volte a pensarci e ogni volta a trovarci dentro qualcosa. Ho scoperto che erano il primo verso di una poesia di Dylan Thomas, quindi ho letto tutto su quel verso, e su quella poesia, e sulla vita di Dylan Thomas, mezzo poeta, mezzo conduttore radiofonico, morto alcolizzato a New York, trovandoci dentro ancora più cose: ed è finita che ho letto anche tutto Dylan Thomas, o quasi. Questa è una raccolta delle sue cose migliori. Dall’introduzione:

Dylan Thomas is that rare thing, a poet who has it in him to allow us, particularly those of us who are coming to poetry for the first time, to believe that poetry might not only be vital in itself but also of some value to us in our day-to-day lives. It’s no accident, surely, that Dylan Thomas’s “Do not go gentle into that good night” is a poem which is read at two out of every three funerals. We respond to the sense in that poem, as in so many others, that the verse engine is so turbocharged and the fuel of such high octane that there’s a distinct likelihood of the equivalent of vertical liftoff. Dylan Thomas’s poems allow us to believe that we may be transported, and that belief is itself transporting.

In italiano lo trovate qui, ma le poesie tradotte, ecco, uhm.

Believer, di David Axelrod
È l’autobiografia di David Axelrod, cioè la storia di un giornalista talentuoso dall’infanzia complicata che a un certo punto si stanca di fare il giornalista e decide di provare a fare lo stratega politico con un’anima. Il tutto a Chicago, dove la politica è una roba così scorretta e sporca che negli Stati Uniti la definizione di politica scorretta e sporca è Chicago-style politics. Le cose gli vanno benino, poi bene, poi sempre meglio. Nel 1992 conosce un giovane avvocato e attivista locale, un tale Barack Obama. Glielo presenta un’amica comune dicendogli: siete fatti l’uno per l’altro, dovete conoscervi. Nel 2004 diventa lo stratega della sua campagna elettorale per il Senato. Nel 2008 e nel 2012 è lo stratega delle sue campagne elettorali per la presidenza. Poi ha smesso di fare questo mestiere, perché quali altri clienti puoi cercare dopo Barack Obama? Oggi dirige l’Institute of Politics all’università di Chicago, collabora con CNN e ha un podcast, The Axe Files.

Modern Romance, di Aziz Ansari
Se avete visto Master of None, o i suoi spettacoli, ci sono molte cose che avete già sentito. Ma la parte migliore del libro – che se questa fosse una vera rubrica di libri vedreste a questo punto descritto come “gustoso” – è una grossa ricerca sulle relazioni sentimentali nella nostra epoca, condotta da Eric Klinenberg, sociologo e professore universitario americano, e alla quale hanno collaborato psicologi e antropologi Lui e Ansari hanno raccolto una montagna di dati sulle relazioni sentimentali in diversi posti del mondo e hanno cercato di capirci qualcosa, da quello che comporta per ciascuno di noi la moltiplicazione esponenziale delle scelte possibili alle conseguenze della tecnologia.

Senza filtro, di Alessandro Gazoia
Come a chiunque faccia questo mestiere, in questi anni mi è capitato di leggere moltissimi articoli e saggi e libri sul presente e il futuro del giornalismo, e di partecipare a convegni e panel e dibattiti e discussioni sullo stesso tema, su un palco o davanti a un caffè. Quando questi testi e queste discussioni coinvolgono giornalisti italiani, nella gran parte dei casi sembrano organizzate su un altro pianeta: le uniche cose vere sono poche e banali, e le cose false, fraintese, autoconsolatorie e autocommiseranti, sono tante e tali da costituire una specie di realtà parallela. Il libro di Gazoia non ha niente di tutto questo: è la migliore analisi dello stato dell’arte che mi sia capitato di leggere di recente.

– Tiny Beautiful Things, di Cheryl Strayed
Le advice columns – quelle rubriche in cui qualcuno risponde alle domande dei lettori che chiedono consigli sulla loro vita – sono molto popolari negli Stati Uniti, dove godono di ottima dignità editoriale e sono spesso affidate a giornalisti e autori di grande sensibilità emotiva e abilità letteraria. Tiny Beautiful Things è una raccolta delle cose migliori prodotte dalla rubrica che Cheryl Strayed ha tenuto gratuitamente dal 2010 al 2012 sul sito The Rumpus. Lo avete visto il film Wild, quello uscito due anni fa che prese anche un paio di nomination all’Oscar? Ecco, Cheryl Strayed è quella della storia vera del film Wild. Non ho idea in che forma avverrà, ma gli articoli di Tiny Beautiful Things dovrebbero diventare a un certo punto anche una cosa che sarà trasmessa da HBO, credo una serie tv. L’articolo che ha fatto diventare famosissima la rubrica di Strayed è una risposta a una domanda che qualsiasi altra rubrica di consigli avrebbe scartato, che infrange tutte le regole non scritte delle rubriche di consigli e si conclude con la frase «The fuck is your life», che da quel momento mi sembra la risposta a quasi ogni domanda (al secondo posto della mia personale classifica c’è la frase immediatamente precedente: «Ask better questions»). È stato tradotto in italiano da Piemme.

Il secolo degli Stati Uniti, di Arnaldo Testi
In questo anno abbondante di campagna elettorale statunitense – la newsletter, il podcast, gli eventi in giro per l’Italia, eccetera – tante persone mi hanno chiesto un libro che non fosse un mattone da cui cominciare per conoscere un po’ meglio la storia e la politica degli Stati Uniti. Questo libro è quel libro.

How To Write A Sentence, di Stanley Fish
È bello saper riconoscere una bella canzone, un bel film, un bel libro o una bella frase. La cosa ancora migliore è saper spiegare perché quella canzone, quel film, quel libro o quella frase sono belli. Il titolo di questo libro lo fa sembrare un manuale o una raccolta di aforismi, ma è tutta un’altra cosa: è una raccolta di belle frasi – la vaghezza di questa definizione non aiuta, lo so – e soprattutto una spiegazione tecnica del perché ognuna di queste è particolarmente bella. Non vado matto per la retorica che equipara i mestieri intellettuali a quelli da artigiano – tutta quella solfa autocompiaciuta sugli artigiani-delle-parole e cose del genere – ma è interessante capire i meccanismi che rendono una frase una bella frase. C’entra sia la scrittura giornalistica sia quella letteraria. Il titolo del libro doveva essere il sottotitolo: come leggere una frase.

La separazione del maschio, di Francesco Piccolo
È un romanzetto scritto quasi dieci anni fa da Francesco Piccolo, per cui o lo avete letto all’epoca, e in quel caso queste righe non vi interessano, oppure vi sono piaciute altre cose più recenti di Piccolo e allora potreste esserne incuriositi. La cosa più importante da sapere, in questo caso, è che è molto meglio della sinossi che trovate online o nella quarta di copertina. Scusa, autore o autrice della sinossi. Lo trovate ancora in molte librerie, oltre che su Amazon.

L’amore è eterno finché non risponde, di Ester Viola
È un buon romanzo da spiaggia, e voi state cercando qualcosa da leggere dove? Esatto. È scritto con quello sguardo laterale che chi segue l’autrice su Twitter sa riconoscere, e ognuno ci rivedrà qualcosa che conosce.

Un anno di newsletter

Piccolissimo bilancio dopo un anno di newsletter sulle elezioni americane, compiuto esattamente il 14 giugno.

– edizioni normali inviate: 53 (ogni sabato, compresi il 15 agosto, il 26 dicembre e il 2 gennaio)

– edizioni speciali inviate: 14 (spesso dopo una grossa notizia, un’elezione primaria o un dibattito televisivo)

– totale newsletter inviate: 67

– iscritti in questo momento: 7.451

– tasso medio di apertura delle newsletter: 72,3 per cento

– eventi pubblici sulle elezioni americane tenuti fin qui: 21, in 17 città diverse (anche grazie a YouTrend)

– obiettivo della raccolta fondi tra gli iscritti per pagare le spese tecniche: 800 euro in sei mesi

– cifra effettivamente raccolta: 6390,58 euro in una settimana

– cose finanziate con la raccolta fondi: un viaggio a Cleveland e Philadelphia per seguire le convention, dal 18 al 28 luglio; un altro viaggio a ottobre in uno swing state

– spin-off: ora c’è anche un podcast!

– vite un po’ cambiate: una

Grazie.