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–262 giorni alle elezioni statunitensi

–262 giorni alle elezioni statunitensi
oggi le primarie in South Carolina (R) e in Nevada (D)

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Le cose da dirci oggi sono un milione, perché è giornata di primarie e per giunta in due stati. Prima di cominciare devo però necessariamente ringraziarvi per la risposta straordinaria alla richiesta di sostegno della precedente newsletter.

Avevo scritto che da marzo tenere in piedi questa newsletter sarebbe costato a spanne 90 euro al mese, quindi 810 euro fino a novembre, e vi avevo chiesto una mano per raccogliere questa cifra da qui ad allora. Gli 810 euro sono arrivati in due ore, e poi ne sono arrivati degli altri e degli altri ancora. Persino dopo aver raccontato sul mio blog quanto fossi felice per l’esito di questa raccolta fondi, e quanto non fosse più necessario donare per coprire le spese della newsletter, avete continuato a farlo: accompagnando a ogni donazione messaggi di supporto e incoraggiamento. Il risultato è che riuscirò a coprire anche l’intero costo del viaggio per seguire le convention di quest’estate: i cinque voli, le quindici notti, i taxi, eccetera. Non posso disattivare il mio conto Paypal, ma la raccolta fondi evidentemente finisce oggi. Nei prossimi giorni farò un po’ di conti e la settimana prossima avrete un resoconto di quanto abbiamo raccolto. Non ho altre parole se non grazie, di cuore. Mi avete reso felice.

Altra comunicazione di servizio: il 29 febbraio alle 20 ci vediamo al Caffè Letterario a Roma per discutere della campagna elettorale americana insieme a Lorenzo Pregliasco e Giovanni Diamanti di YouTrend; il 2 marzo facciamo la stessa cosa da oTTo, a Milano. Saranno rispettivamente il giorno prima e il giorno dopo il Super-Tuesday, quindi avremo un sacco di cose di cui parlare. Ma ora occupiamoci di oggi.

Cos’è il Nevada
nevadaIl Nevada è uno stato dell’ovest, il settimo più grande degli Stati Uniti: è poco più piccolo dell’Italia ma ha solo 2,8 milioni di abitanti. Sono pochissimi – è uno stato quasi completamente desertico – ma sono in grande aumento: tra il 1990 e il 2000 la popolazione del Nevada è cresciuta del 66 per cento (quella americana in generale del 13). Confina con l’Oregon a nord-ovest, con l’Idaho a nord-est, con la California a ovest, con l’Arizona a sud-est e con lo Utah a est.

Oltre due terzi della popolazione vivono nella contea di Clark, che comprende le due città più grandi: Las Vegas (613.000 abitanti) ed Henderson (277.440). La capitale dello stato però è Carson City (55.000).

I suoi abitanti sono bianchi per il 54,1 per cento, di origini latinoamericane per il 26,5 per cento, neri per l’8,1 per cento, di origini asiatiche per il 7,2 per cento. Las Vegas è una cosiddetta “minority majority city”: un posto in cui le minoranze etniche costituiscono la maggioranza della popolazione (e, tra l’altro, un posto anche molto più complesso e frastagliato della semplice strip con i casinò che vediamo nei film: ci sono stato due anni fa e ho raccontato l’affascinante storia della sua downtown). Nel 2011 il 63,6 per cento dei bambini con meno di un anno in Nevada erano non-bianchi. Questo rende bene l’idea su come stia cambiando il Nevada in questi anni. Dal punto di vista religioso, ci sono un 35 per cento di protestanti, un 25 per cento di cattolici e il 28 per cento di non credenti.

Politicamente, il Nevada è diviso in due. Al nord storicamente ci sono i bianchi e i più ricchi: in grandissima parte Repubblicani, che per anni hanno governato lo stato. Alcune contee del nord del Nevada sono tra le più conservatrici di tutti gli Stati Uniti. Il sud però è molto più popolato e variegato, e negli ultimi anni è diventato sempre più influente. La popolosa contea di Clark – quella che comprende Las Vegas – è la più meridionale dello stato ed è molto Democratica. Alle presidenziali dal 1912 il Nevada vota il candidato che poi vince le elezioni, con l’eccezione del 1976 quando preferì Ford a Carter.

Come funzionano le primarie in Nevada
Sia i Democratici che i Repubblicani in Nevada non fanno primarie ma caucus, come in Iowa. Sono aperti solo a chi è registrato nelle liste elettorali come Democratico o Repubblicano, ma l’iscrizione si può fare anche direttamente al seggio. I Democratici assegnano 35 delegati, i Repubblicani 20, entrambi su base proporzionale.

Che aria tira tra i Democratici
Dal punto di vista generale, Bernie Sanders è in grande ascesa dopo la larga vittoria ottenuta in New Hampshire: negli ultimi giorni sono usciti dei sondaggi che lo danno in rimonta su Hillary Clinton sul piano nazionale e la sensazione è che in Nevada abbia recuperato lo svantaggio che aveva nelle scorse settimane. Il mese scorso il campaign manager di Hillary Clinton aveva detto che Sanders in Nevada era sotto di 25 punti; oggi Clinton e Sanders sono dati praticamente alla pari. Il problema è che il Nevada è considerato un “buco nero” dei sondaggi: ne sono stati realizzati soltanto due questa settimana, e i caucus – per via del loro processo articolato e laborioso – sono particolarmente difficili da prevedere. L’algoritmo del giornalista Nate Silver prevede che Hillary Clinton abbia il 72 per cento di probabilità di vittoria. Questa è la media dei pochi sondaggi realizzati.

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Il Nevada è un test molto importante per i Democratici. Il fatto che la popolazione sia molto più variegata dal punto di vista etnico rispetto a quella di Iowa e New Hampshire dovrebbe favorire Hillary Clinton, che è più apprezzata dai neri e dai latini che dai bianchi: se Clinton dovesse perdere, allora davvero Sanders dimostrerebbe di poter allargare la sua base elettorale e poter vincere la nomination.

Il problema per lei è che i partecipanti ai caucus storicamente sono comunque in maggioranza bianchi – furono il 70 per cento a quelli del 2008 – e che la vittoria di Sanders in New Hampshire ha ulteriormente galvanizzato i suoi sostenitori. Sanders nelle ultime settimane ha investito moltissimo in spot televisivi e risorse logistiche sul campo. Durante la campagna elettorale si è discusso molto di economia, naturalmente, su cui il messaggio radicale di Sanders in questo momento è molto più efficace di quello di Clinton, ma anche di integrazione e razzismo, su cui Clinton invece è più apprezzata e convincente: la riforma dell’immigrazione è un tema che sta molto a cuore agli elettori Democratici del Nevada. È circolato moltissimo questo video, che mostra Hillary Clinton confortare una ragazzina nata in America – quindi americana – da genitori immigrati irregolarmente, che rischiano la deportazione.

«Let me do the worrying»

Che aria tira tra i Repubblicani
Due cose, innanzitutto: la prima è che sul valore dei sondaggi vale la stessa cosa detta per i Democratici; la seconda è che i caucus dei Repubblicani in Nevada si terranno il 23 febbraio, mentre oggi loro votano in South Carolina. Il risultato in South Carolina influenzerà evidentemente quello del Nevada: qualcuno potrebbe addirittura ritirarsi tra una primaria e l’altra. Detto questo: Nate Silver dice che Donald Trump ha il 66 per cento di probabilità di vittoria, contro il 23 per cento di Marco Rubio e l’11 per cento di Ted Cruz. A febbraio sono stati realizzati solo due sondaggi in Nevada tra i Repubblicani, quindi niente grafico: entrambi vedono Trump in testa, seguito da Rubio e Cruz. Tra i pochi dati e il fatto che si voti prima in South Carolina, fare pronostici è impossibile: può succedere più o meno qualsiasi cosa.

Trump in Nevada è molto famoso e apprezzato – possiede diversi casinò a Las Vegas e questa abbacinante torre doratache fotografai sbalordito due anni fa – ma la crescita demografica dei latinoamericani potrebbe avere qualche impatto anche tra i Repubblicani e in teoria dovrebbe favorire più Marco Rubio di Ted Cruz, che sull’immigrazione ha una posizione ultra-radicale. Più in generale, tra i Repubblicani sta crescendo la consapevolezza – basata non solo sulla teoria ma ormai anche su dati e voti – che Trump sia davvero il candidato da battere e che nessuno potrà impensierirlo finché i suoi sfidanti disperderanno le forze. I caucus in Nevada e in South Carolina serviranno quindi soprattutto per fare qualche passo avanti nel trovare l’anti-Trump: escludendo Jeb Bush e Ben Carson, che a meno di miracoli sono fuori dai giochi, la scelta si restringe a Ted Cruz (che però è una specie di super-Trump), Marco Rubio e John Kasich.

Spot di Donald Trump rivolto al Nevada. E di cosa parla? Della torre tamarra.

Cos’è il South Carolina
south-carolinaIl South Carolina è uno stato americano del sud-est: confina a nord con il North Carolina, a sud e a ovest con la Georgia, a est ha l’Oceano Atlantico. È piccolino – ha più o meno la superficie dell’Austria – e ha quasi cinque milioni di abitanti. È uno stato che ha la questione razziale nel suo DNA: all’inizio del Settecento la maggioranza della sua popolazione era composta da schiavi nati in Africa, alla fine del Settecento fu il primo stato a secedere dall’Unione per difendere la schiavitù.

La sua capitale è Columbia, che è anche la città più popolosa (133.000 abitanti) seguita da Charleston (130.000). Oggi la sua economia è basata principalmente sui servizi ma in passato ha avuto un fortissimo settore agricolo, soprattutto nella coltivazione di riso e tabacco.

La sua popolazione è composta per il 63 per cento da bianchi, per il 28 per cento da neri e per il 5 per cento da persone di origini latinoamericane. Dal punto di vista religioso i cristiani evangelici sono la stragrande maggioranza: dieci volte più dei cattolici.

Politicamente, dagli anni Sessanta il South Carolina è uno stato molto Repubblicano: nel 1964 fu uno dei soli sei stati a votare il candidato Repubblicano radicale Barry Goldwater, nel 2012 Romney vinse su Obama con 11 punti percentuali di distacco. Ha due importanti senatori, entrambi Repubblicani: il moderato Lindsey Graham, che è stato candidato a queste primarie ma si è ritirato prestissimo e oggi sostiene Jeb Bush, e il radicale Tim Scott, il primo politico nero eletto dal sud al Senato dal 1881, che oggi sostiene Marco Rubio. Ha una governatrice Repubblicana molto popolare, Nikki Haley, figlia di immigrati indiani: ne abbiamo parlato qualche tempo fa nella newsletter perché fece un apprezzato discorso di risposta allo stato dell’unione di Barack Obama. Anche lei sostiene Rubio: un gran colpo.

Tra i suoi deputati, ce ne sono due degni di nota. Il primo è Trey Gowdy, bianco, molto estremista, capo della commissione d’inchiesta della Camera sugli attentati di Bengasi: anche lui sta con Rubio. Il secondo è Mark Sanford, ex governatore dalla storia notevole: nel 2009, quando era governatore, a un certo punto sparì dalla circolazione. Appuntamenti ufficiali disdetti, cellulari spenti, nessuna risposta agli SMS: sua moglie non sapeva dove fosse e nemmeno gli agenti di polizia che si occupavano della sua sicurezza. Il suo staff cercò di coprirlo per un po’, mentre circolavano le ipotesi più bizzarre e anche una certa preoccupazione, finché uno dei suoi collaboratori disperato dichiarò ufficialmente che Sanford era andato a fare trekking sugli Appalachi, la catena montuosa che attraversa gran parte degli Stati Uniti orientali. Sei giorni dopo venne fuori che Sanford si trovava a Buenos Aires, in Argentina, dalla sua amante. Da quel momento “fare trekking sugli Appalachi” o “andare sugli Appalachi” è diventata una frase ricorrente nella cultura americana, sinonimo di “accampare scuse surreali per coprire infedeltà coniugali”. Oggi Sanford sostiene Ted Cruz.

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Gli influentissimi sostenitori di Rubio in South Carolina. Da sinistra: Trey Gowdy, Tim Scott e Nikki Haley. «Sembriamo una pubblicità di Benetton», ha detto Haley.

Come funzionano le primarie in South Carolina
Sono primarie tradizionali e sono aperte: ognuno può votare alle primarie che vuole, senza registrarsi nelle liste di quel partito (ma non può votare a entrambe). I Democratici assegnano 53 delegati con metodo proporzionale, i Repubblicani ne assegnano 50 col maggioritario: chi ottiene un voto in più degli altri se li porta a casa tutti.

Che aria tira tra i Repubblicani
La vittoria di Donald Trump sembra probabile – Nate Silver dice che ha il 77 per cento di possibilità di vincere – ma la situazione dietro di lui è incerta e interessantissima. Questa è la media dei sondaggi negli ultimi 30 giorni.

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Trump è ancora in largo vantaggio, ma è un vantaggio che si è logorato negli ultimi giorni: e durante un dibattito televisivo della settimana scorsa è stato attaccato dai suoi avversari come mai era successo negli scorsi mesi. Dietro di lui, Marco Rubio sembra aver quasi raggiunto Ted Cruz e se dovesse arrivare secondo otterrebbe un grandissimo risultato: anche perché la strategia di Cruz è basata soprattutto sul vincere negli stati del Sud, dove il gran numero di elettori evangelici dovrebbe dargli lo stesso compatto sostegno che gli ha permesso di vincere in Iowa. Ma il South Carolina sarà uno spartiacque soprattutto per Jeb Bush.

Sia George H. W. Bush che George W. Bush vinsero le primarie in South Carolina quando si candidarono alla Casa Bianca: i Bush da queste parti sono popolarissimi da decenni e non è un caso se in questi giorni George W. Bush si sia impegnato personalmente a fare campagna elettorale per suo fratello. Se nonostante questo, nonostante i solidi rapporti con l’elettorato e con la classe dirigente dello stato, Bush dovesse andare male – diciamo arrivare fuori dal podio – la sua campagna elettorale sarebbe di fatto finita. Probabilmente si ritirerebbe. Anche perché nel dibattito tv di cui sopra Trump ha attaccato frontalmente proprio la famiglia Bush: ha accusato George W. Bush di non aver saputo tenere il paese al sicuro e ha detto che ha mentito sulle armi di distruzione di massa in Iraq. Un tempo dichiarazioni del genere in South Carolina avrebbero significato una sicura sconfitta tra i Repubblicani; oggi le cose sembrano essere cambiate.

Un altro commovente abbraccio di questa campagna elettorale: stavolta di John Kasich, che al contrario di certi suoi avversari sembra proprio un buon esemplare di essere umano. Il suo obiettivo in South Carolina è arrivare sopra Jeb Bush. 

Che aria tira tra i Democratici
Occhio, qui: i Repubblicani in South Carolina votano oggi ma i Democratici votano il 27, tra una settimana, quindi molte cose possono ancora cambiare e l’esito dei caucus in Nevada avrà un qualche impatto. La forte presenza di neri tra gli elettori del South Carolina – e soprattutto tra i Democratici – ha dato fin qui un grande vantaggio a Hillary Clinton. Nate Silver dice che Hillary Clinton ha oltre il 99 per cento di probabilità di vincere in South Carolina. La media dei sondaggi degli ultimi trenta giorni sembra confermarlo.

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Durante la campagna elettorale dei Democratici in South Carolina si è discusso moltissimo della condizione dei neri: delle discriminazioni, dell’atteggiamento della polizia nei loro confronti, del loro accesso a un’istruzione di qualità e a costi contenuti. Anche qui c’è uno scontro tra filosofie politiche: Bernie Sanders ha una proposta radicale ma difficilmente realizzabile (università gratuite per tutti) mentre Hillary Clinton ne ha di più moderate ma raggiungibili: università pubbliche molto economiche o gratuite, sussidi e prestiti a tassi agevolati per chi frequenta università private. Ma c’è un tema più generale di capacità di rappresentanza delle istanze dei neri: Clinton ha alle spalle decenni di lavoro per i diritti delle minoranze ed è stata per due mandati la first lady dell’Arkansas, un altro stato del sud; The Nation, una rivista molto di sinistra che sostiene ufficialmente Sanders, ha raccontato in fila una serie di episodi che mostrano quanto Sanders faccia ancora fatica a rivolgersi con efficacia a quel segmento di elettorato.

Uno spot per Hillary Clinton con voce narrante di Morgan Freeman. Quando dice «…and there are far too many of you» io sobbalzo.

Hillary Clinton in South Carolina deve vincere e con un largo vantaggio. Se darà a Sanders venti punti di distacco, potrà usare con più forza il suo argomento per cui una volta che le primarie si sarebbero spostate negli stati più rappresentativi dell’America, lei sarebbe emersa come la candidata più forte e preparata. Se dovesse vincere con un vantaggio più ridotto, diciamo intorno ai dieci punti, Sanders dimostrerebbe di essere competitivo e poter rimettere in discussione quasi tutto. Tenete conto che al Super-Tuesday si vota in molti stati del sud, tutti in una volta: il South Carolina è praticamente una prova generale.

Quest’elezione è diventata improvvisamente ancora più complicata e importante
Sabato scorso è morto Antonin Scalia, influentissimo giudice conservatore della Corte Suprema. La sua morte mette in moto la procedura di sostituzione affidata al presidente Barack Obama, che può cambiare gli equilibri politici all’interno della Corte: con la morte di Scalia sono rimasti quattro giudici progressisti e quattro conservatori. Il problema è che il giudice scelto da Obama deve essere confermato dal Senato, dove i Repubblicani hanno la maggioranza e hanno già fatto sapere di non voler nemmeno sentire il nome: vogliono che se ne occupi il prossimo presidente. Obama dovrebbe fare il suo nome tra un mese. Se i Repubblicani faranno davvero ostruzionismo, la battaglia campale che ne nascerebbe avrebbe conseguenze sulla campagna elettorale: soprattutto se Obama dovesse scegliere una donna, o un figlio di immigrati, o comunque un candidato in grado di galvanizzare la base dei Democratici. Se poi l’ostruzionismo dei Repubblicani dovesse funzionare, il prossimo presidente avrà il potere immediato di decidere da che parte andrà la Corte Suprema.

Quando ci risentiamo
Ci sentiamo domattina con un’edizione speciale della newsletter con i risultati in Nevada e South Carolina. Sempre domattina, se siete di quelli che si alzano presto, parlerò per qualche minuto dei risultati elettorali a Radio2 durante il programma Ovunque6, intorno alle 7. Le notizie sulle primarie Repubblicane del 23 febbraio in Nevada le troverete di mattina sul Post. Sabato prossimo, 27 febbraio, la guida al Super-Tuesday.

Hai una domanda?
Scrivimi a costa@ilpost.it oppure rispondi a questa email, che poi è la stessa cosa.

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Storia di una newsletter

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Quando lo scorso giugno ho deciso di aprire una newsletter, e usarla per fare una volta la settimana un punto della situazione sulla campagna elettorale in vista delle presidenziali negli Stati Uniti, l’ho fatto per me. Preso dalle mille cose da fare al Post, da qualche tempo mi ero reso conto di aver perso il filo di una cosa che mi interessa da molti anni – la politica americana – e di aver trascurato letture, approfondimenti e cose nuove da imparare. Ho pensato allora di prendermi un impegno pubblico, per costringermi a ricominciare a occuparmene più seriamente. Per ragioni simili ho deciso di scrivere questi aggiornamenti su una newsletter, e non per esempio qui sul blog: avevo voglia di fare qualcosa di diverso e imparare una cosa nuova. Non avevo idea di quanto, al di là delle mie motivazioni personali, questa si sarebbe rivelata una buona idea.

Prendermi questo impegno, dal punto di vista personale, ha funzionato: ho ricominciato a leggere e studiare un sacco di cose sulla politica americana e sto seguendo questa campagna con un’attenzione e una profondità molto superiore alle ultime due, che pure mi avevano molto coinvolto. Ma soprattutto ho trovato un modo nuovo e stimolante per fare quello che faccio.

Forse avete letto in giro qualcosa sulla rinascita e il nuovo successo delle newsletter. Dal mio piccolissimo punto di vista, posso confermarne le ragioni. Con le newsletter la lettura dei testi avviene in un posto silenzioso, rispetto al rumore delle pagine web e dei social network, senza banner e popup e commenti e urla, e forse persino intimo: la propria casella email. Allo stesso modo, però, ci si sente parte di “qualcosa”, di una comunità: molto più di quanto accada in un non-luogo come Facebook. Le persone che vogliono rispondere e commentare, inoltre, possono farlo senza esporsi necessariamente ai giudizi e alle opinioni dell’universo-mondo: possono dire una cosa a me.

Per ogni newsletter che mando, ricevo ogni settimana decine di risposte: dopo l’ultima, più di novanta. Dentro ci trovo soprattutto domande, ma anche segnalazioni, consigli, racconti, opinioni, critiche. Rispondo a tutti, sempre. Col passare dei mesi la newsletter è diventata quindi una specie di lavoro: mi richiede più o meno un’ora al giorno tra lettura dei giornali e risposta alle email – a volte di più, nelle settimane di notizie più intense – e poi tre o quattro ore il sabato mattina per mettere tutto insieme, recuperare quello che va recuperato e scrivere. La mando ogni sabato, a volte facendo anche delle acrobazie pur di non saltarne mai uno: l’ho mandata anche sabato 15 agosto, sabato 26 dicembre e sabato 2 gennaio. Non metto in conto alla newsletter solo le notti insonni per seguire discorsi e dibattiti, perché quelle le farei comunque con piacere per il Post. Il risultato è che il numero degli iscritti è salito costantemente, con mia grande felicità e incredulità.

Cito da uno dei molti articoli sulla rinascita delle newsletter:

Ottenere anche solo 1.000 iscritti a una newsletter è molto più complicato di ottenere 1.000 followers su Twitter. «Moltissimi autori influenti hanno poche centinaia di iscritti, al massimo qualche migliaio», ha detto Kate Kiefer Lee, editor di MailChimp, la società che possiede TinyLetter. La newsletter media su TinyLetter ha 265 iscritti. Questi numeri apparentemente modesti possono generare però moltissimo traffico verso il contenuto delle newsletter. Quello che gli manca sul fronte dei numeri, lo compensano con la lealtà degli iscritti. La newsletter “5 Intriguing Things” di Alexis Madrigal ha 8.800 iscritti, per esempio: una piccola parte del pubblico che potrebbe raggiungere su Twitter. Il tasso di apertura delle sue newsletter però si aggira intorno al 60 per cento. «Posso raggiungere 5.280 persone ogni giorno, più o meno. Per farlo con Facebook ti serve una pagina con 88.000 “mi piace”».

Per mandare la newsletter uso un popolare servizio che si chiama Tinyletter. Dato che è gratuito, ha qualche limite: per esempio ogni newsletter non può avere più di 5.000 iscritti. Noi siamo più di 5.000 ormai da qualche tempo. Ogni settimana, poi, le mie newsletter sono aperte dal 70-80 per cento degli iscritti: non sono un esperto, ma ho chiesto e letto in giro e ho capito che c’era da essere molto contenti. Specialmente visto che si parla di politica americana, un argomento relativamente esotico, e abbiamo cominciato ben un anno e mezzo prima delle elezioni.

Fermi tutti, lo so: se c’è un limite di 5.000 iscritti, com’è che ne ho di più? Quando ci stavamo avvicinando ai 5.000 iscritti, preso un po’ dal panico, ho scritto un’email a quelli di Tinyletter e loro sono stati così gentili da fare un’eccezione e alzare un po’ il limite degli iscritti (ho letto in giro e ho scoperto che lo fanno di tanto in tanto). Il problema è che di questo passo raggiungeremo presto il nuovo limite, anche perché con l’inizio delle primarie le nuove iscrizioni settimanali sono ulteriormente aumentate. Quindi ci tocca passare a un altro servizio.

Ce ne sono tanti: alcuni gratuiti, ma con limiti di affidabilità e di “capienza” che prima o poi si farebbero sentire, oppure complicate configurazioni tecniche che non ho il tempo e la voglia di studiare e affrontare. La maggior parte sono a pagamento. Ho deciso di passare a MailChimp, per due ragioni. Primo: è la società proprietaria di Tinyletter, quindi la transizione da un servizio all’altro dovrebbe essere semplice e indolore per tutti. Secondo: è considerata uno dei migliori – se non il migliore – servizio di newsletter in circolazione. Il punto è che costa. Quanto costa? Dipende dal numero degli iscritti. Per quelli che siamo adesso, circa 70 euro al mese. Se gli iscritti dovessero crescere ancora, come probabilmente accadrà, si può arrivare a 135 euro al mese (la cifra sale ancora se si superano i 25.000 iscritti, ma non credo ci arriveremo da qui a novembre).

La newsletter è gratuita dall’inizio e ho a cuore che rimanga gratuita fino alle elezioni di novembre. Rimane però che molto presto per produrla – oltre alle mie ore di lavoro – serviranno dei soldi da pagare ogni mese per nove mesi: facendo una stima conservativa, cioè supponendo di pagare da qui a novembre in media 90 euro al mese, si arriva a 810 euro. Quindi ho pensato di raccontare la cosa agli iscritti e dire loro: io mi sto divertendo molto, vorrei continuare e quindi i soldi ce li metterò in ogni caso di tasca mia fino a novembre 2016, ma se volete potete darmi una mano facendo un versamento con Paypal. Qualsiasi cifra va bene: io ci metto la differenza. Obiettivo dichiarato: raccogliere 810 euro in nove mesi. Se poi i soldi degli iscritti avessero superato quella quota, ho scritto, avrei usato la parte eccedente a parziale copertura dei costi necessari per andare quest’estate alle convention dei Democratici e dei Repubblicani negli Stati Uniti (anche questa è una spesa che farei comunque).

È andata che quegli 810 euro – quelli necessari per arrivare tranquilli a novembre – sono arrivati in due ore, sabato pomeriggio. E poi ne sono arrivati altri, e poi degli altri ancora, mentre io facevo i salti di gioia e mandavo messaggi increduli agli amici che chiedevano notizie. Oggi siamo a oltre 3.500 euro: riuscirò a coprire i costi della newsletter e almeno metà delle spese per andare alle convention quest’estate. Sospenderò la raccolta fondi già con la newsletter di sabato: se qualcuno vuole dare ancora qualche spicciolo, rimangono un paio di giorni.

Ora, questa è una storia molto piccola e molto peculiare, ed evidentemente sono stato fortunato abbastanza da incontrare e convincere in questi mesi un certo numero di persone calorose e speciali, il cui senso di comunità, collaborazione e complicità mi ha commosso. Ma è anche una storia simile a molte altre, in un’epoca di crowd-funding utilizzati per finanziare qualsiasi cosa e contemporanea crisi dei modelli di business giornalistici, quindi forse se ne può trarre anche qualche indicazione in più: le persone disposte a pagare per le news esistono anche in Italia. Naturalmente a certe condizioni, in certi contesti, eccetera: però esistono.

Il M5S è un partito fallito

Ci sono partiti conservatori e partiti progressisti, partiti forti e partiti deboli, partiti innovativi e partiti subalterni, partiti furbi e partiti rigorosi, partiti che guidano e partiti che seguono: ma un partito come il M5S, per quel che sta dimostrando nella discussione sul ddl Cirinnà, è semplicemente un partito fallito.

La posizione del M5S sulle unioni civili è passata da “vogliamo i matrimoni gay” a “votiamo la legge Cirinnà solo se non la toccate” a “lasceremo libertà di coscienza” a “in fondo vedrete che la voteremo quasi tutti” a “ci va bene l’ostruzionismo di chi vuole affondare la legge”. Più posizioni di una banderuola, accomunate dalla pavida incapacità di fare una scelta politica, una qualsiasi, e dal timore di perdere un consenso politico fragile, basato soltanto su un infantile atteggiamento anti-sistema.

Alla prima occasione in cui non si è potuto sottrarre alla responsabilità di una decisione complicata – di nuovo: una qualsiasi! – il M5S è imploso. L’alibi delle consultazioni della base, che avrebbe dovuto risolvere ogni problema, non ha impedito la creazione di un pastrocchio politicista degno, quello sì, di essere associato alla “nuova DC”; e si è risolto con il ricorso al più superficiale e vuoto dei riflessi condizionati – nel dubbio, freghiamo il PD. Il tutto mentre negli stessi giorni, a Roma, il M5S portava i suoi candidati dal notaio perché si impegnassero a obbedire agli ordini di due signori, pena il pagamento di una corposa somma in denaro.

Una roba che funziona così non sarà mai buona a nulla, per quanto benintenzionati possano essere certi suoi elettori: produce caos e insofferenza, tradisce speranze e – incidentalmente – compromette l’approvazione di leggi importanti e necessarie. Diventa semplicemente una parte come un’altra dei problemi della politica italiana, e fa un danno al paese superiore ai presunti ed eventuali cambiamenti positivi che innesca: quello che è successo oggi ne sarà la prova finale, se non arriverà un improbabile ripensamento.

Forse negli ultimi anni i partiti italiani hanno esagerato ad affidarsi al senso di responsabilità degli elettori, a suggerire loro che esistesse un voto “utile”, in tempi di crisi e sofferenze straordinarie; quel che è certo però, con oggi, è che il voto al M5S è un voto all’inconcludenza, all’opportunismo, al prender tempo: un voto inutile.

–269 giorni alle elezioni statunitensi

–269 giorni alle elezioni statunitensi
–7 giorni alle primarie in South Carolina (R) e in Nevada (D)

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Le primarie in Iowa e New Hampshire sono state una specie di primo tempo. Questa settimana possiamo considerarla l’intervallo. La settimana prossima comincia invece il secondo tempo: Nevada, South Carolina e poi il Super-Tuesday del primo marzo. Ora: di norma il primo e il secondo tempo bastano per capire chi vincerà la partita. Sulla base di quel poco che abbiamo visto fin qui, però, potrebbero servire i tempi supplementari.

Visto come siamo stati presi dai risultati elettorali nelle ultime due settimane, ho pensato di dedicare la newsletter di questa settimana – l’intervallo – per fare un po’ un punto della situazione e cercare di capire com’è cambiata la corsa dopo Iowa e New Hampshire. In coda agli aggiornamenti sulla campagna elettorale trovate una comunicazione su di noi, su questa newsletter.

Bernie Sanders, Hillary Clinton

In Iowa ha vinto Hillary Clinton per un pelo, in New Hampshire invece ha stravinto Bernie Sanders. La vittoria di Clinton in Iowa era attesa, ma con un margine più ampio; quella di Sanders in New Hampshire pure, ma con un margine più piccolo. Il piano insomma si è inclinato leggermente a favore di Sanders, ma veniamo subito a un punto importante: sul fronte dei delegati eletti con le primarie, Sanders è in vantaggio 36-32; se si contano i cosiddetti “superdelegati” – quelli non eletti, espressione della classe dirigente locale del partito, che decidono autonomamente chi sostenere – Clinton è avanti 394 a 44. Lo so, è un dato assurdo, ma secondo me non dovreste darci troppo peso.

Primo: i “superdelegati” possono cambiare idea in ogni momento (mentre quelli eletti con le primarie no). Secondo: Obama a questo punto nel 2008 si trovava nella stessa situazione di Sanders, ma col passare dei mesi molti “superdelegati” passarono con lui; alla fine ebbe il sostegno della maggioranza dei “superdelegati”, a cui importa solo di stare con chi vince. Se e quando Sanders diventerà un vincitore credibile, i “superdelegati” passeranno con lui. Terzo: il voto dei “superdelegati” in ogni caso non ribalterà il voto popolare. Tecnicamente sarebbe possibile, ma sarebbe assurdo e autolesionista. Quindi: non fatevi distrarre dalle chiacchiere sui “superdelegati”. Contano i delegati eletti con le primarie.

Un altro grande spot di Bernie Sanders.

Dimenticavo: per ottenere la nomination bisogna avere il sostegno di 2.382 delegati su un totale di 4.763. Capite da soli che la strada davanti è ancora molto lunga. I risultati di Iowa e New Hampshire sono significativi non tanto per i delegati che hanno distribuito, ma per come hanno messo in evidenza alcuni grossi problemi della candidatura Clinton e alcuni altrettanto grandi punti di forza di quella di Sanders: cose potenzialmente significative sul lungo termine e che forse sapevamo già, ma che per la prima volta abbiamo visto confermate dal voto degli elettori.

Clinton ha perso i voti di molti dei suoi elettori del 2008, soprattutto tra i giovani, che in Iowa e New Hampshire hanno votato a stragrande maggioranza per Sanders; il messaggio di Sanders sulle diseguaglianze economiche si è mostrato particolarmente efficace, per ragioni diverse, con tutti i segmenti demografici del Partito Democratico; la maggioranza degli elettori Democratici ha detto durante gli exit poll di considerare Clinton una candidata forte ed espertissima ma inaffidabile, e lei continua a non avere una risposta efficace per chi la accusa di essere troppo vicina a Wall Street. Ma è anche peggio di così.

La grande differenza di entusiasmo tra i sostenitori delle due campagne ha permesso a Sanders di raccogliere 5,2 milioni di dollari in donazioni soltanto nelle 18 ore successive alla vittoria in New Hampshire. Oggi Sanders è quindi in vantaggio sul piano economico, tanto che in Nevada sta investendo più di Clinton in spot televisivi. E nel frattempo il Dipartimento di Stato vuole ascoltare le testimonianze di Bill, Hillary e Chelsea Clinton per le donazioni ricevute dalla loro fondazione benefica durante il mandato di Hillary da segretario di stato. Sarà sentita anche Huma Abedin, la storica assistente di Hillary, che per sei mesi nel 2012 fu contemporaneamente a libro paga del Dipartimento di Stato, della fondazione Clinton, dell’ufficio personale di Hillary Clinton e di una società di consulenza vicina ai Clinton. Hillary a me piace molto, e penso che sarebbe una presidente più che capace: ma come si fa a fare pastrocchi simili – oppure fare l’amicona con Goldman Sachs per due spicci – se vuoi candidarti alla presidenza degli Stati Uniti? Non me lo spiego.

Poi c’è un più generale problema di messaggio, che riguarda anche Sanders. Guardate questo video, un momento del dibattito televisivo di questa settimana.

In questi mesi da una parte la forza della candidatura di Sanders ha attirato Clinton a sinistra; dall’altra parte l’enorme popolarità di Obama tra i Democratici ha portato Sanders a doversi allineare il più possibile alla Casa Bianca. Queste due spinte hanno prodotto un messaggio che rischia di risultare ambiguo, confusionario e in fin dei conti perdente,come ha scritto bene Michael Grunwald su Politico.

Nell’ottavo anno della presidenza Obama, non è una sorpresa che i Repubblicani dipingano l’America come una discarica di sogni mai realizzati. Ma al dibattito tra i Democratici dell’altra sera i candidati hanno parlato del paese in termini altrettanto cupi. Sanders ha detto tra le altre cose che “quasi tutti sono diventati più poveri”, che gli americani “sono preoccupati a morte per il futuro dei loro figli”, che c’è “grande disperazione in tutto il paese”, che “gli anziani tagliano a metà le pillole per tirare avanti” e “non possono riscaldare le loro case in inverno” […]. Hillary Clinton non ha respinto questa visione distopica di una nazione in sofferenza. Anzi ha detto più volte di essere d’accordo con Sanders e che “sì, l’economia è truccata per favorire i ricchi”. Poi ha parlato del “razzismo sistematico” contro i neri, delle “famiglie di immigrati onesti che vivono nel terrore”, dei diritti delle donne “sotto durissimo attacco”. […] Ma la cosa veramente impressionante è stata vedere Sanders e Clinton interrompere i loro scambi deprimenti sullo stato del paese per coprire di complimenti il suo attuale leader.

Ci sono ragioni che spiegano questo fenomeno. La radicalizzazione politica di questi anni – in entrambi i partiti – è un fenomeno che ha riguardato trasversalmente ceti sociali e culturali, e quindi non si può associare direttamente alla sofferenza degli elettori: ci sono elettori che sono diventati più radicali anche se le loro personali condizioni di vita sono migliorate. Allo stesso modo, tra i Democratici Barack Obama non è visto come un “traditore della sinistra” – salvo che da qualche sciroccato – bensì come un presidente che ha ottenuto moltissimo, forse il massimo, da una situazione complicatissima, mettendo finalmente le cose su una strada giusta. Se questo strabismo alle primarie può permettere a Clinton e Sanders di tenere insieme capra e cavoli, a novembre non credo sarà possibile. Delle due l’una: o si rivendica di essere stati sempre d’accordo con Obama in questi otto anni, o ci si presenta come i candidati del cambiamento (addirittura “rivoluzionari”, come fa Sanders).

Republican Presidential Candidates Debate In Iowa Days Before State's Caucus

Tra i Repubblicani, invece, Iowa e New Hampshire hanno ridotto il numero dei candidati a sei: Donald Trump, Ted Cruz, Marco Rubio, John Kasich, Ben Carson e Jeb Bush. Si dividono in due categorie: quelli anti-establishment (Cruz, Trump e Carson) e quelli pro-establishment (Rubio, Bush e Kasich). Bush e Carson sono praticamente con un piede fuori: non è detto nemmeno che arrivino al Super-Tuesday del primo marzo. È difficile dire cosa succederà adesso, ma ci sono un po’ di cose che possiamo mettere sul tavolo per cercare di farci un’idea.

Forse ricordate una cosa che avevo scritto nella guida ai caucus dell’Iowa, e cioè che da quelle parti conta moltissimo la cosiddetta “retail politics”: battere contea per contea, bottega per bottega, fare un evento in ogni bar. Ted Cruz, che ha vinto i caucus in Iowa, è stato l’unico candidato a visitare nell’arco della campagna elettorale tutte le contee dello stato. Il New Hampshire è molto simile all’Iowa, da questo punto di vista, e la “retail politics” funziona anche lì: John Kasich negli ultimi mesi aveva organizzato da quelle parti ben 106 incontri con gli elettori, e ha ottenuto un gran secondo posto. Ecco, da qui in poi la “retail politics” non varrà più molto: Nevada e South Carolina sono due stati molto più grandi di Iowa e New Hampshire; il primo marzo, poi, si vota nello stesso giorno in tanti stati, grandi e lontani tra loro. Quindi conterà soprattutto la capacità di dominare i media. Questo dovrebbe favorire Trump, che sa usare i giornali a suo vantaggio come nessuno e gode già della rendita di posizione del candidato in testa ai sondaggi.

Ma ci sono altre indicazioni, in qualche modo contraddittorie. Nelle prossime settimane, per esempio, i Repubblicani voteranno in diversi stati del sud: posti come Alabama, Arkansas, Georgia, Oklahoma, Tennessee, dove sulla carta un conservatore come Ted Cruz può ottenere molti più consensi di Donald Trump, soprattutto se manterrà tra gli elettori evangelici il vantaggio che ha mostrato di avere in Iowa. Uno col profilo di Marco Rubio, invece, dovrebbe andare molto bene in posti come il Colorado o il Nevada, dove vivono folte comunità latinoamericanee e l’elettorato Repubblicano non è così radicale: ma bisognerà vedere se saprà riprendersi dallo svarione nel dibattito televisivo della settimana scorsa e dalla successiva scoppola subita in New Hampshire. La situazione di Rubio è notevole: era lanciato verso il secondo posto in New Hampshire, in grande ascesa in tutti i sondaggi, ma si è messo così nei guai che se non arriva sopra Kasich e Bush in Nevada e in South Carolina rischia seriamente di finire presto fuori dai giochi. Lo stesso Kasich con il secondo posto in New Hampshire si è garantito appena qualche settimana di sopravvivenza: se non si mostrerà competitivo da qui al primo marzo – e gli stati in cui si vota non sono proprio ideali per lui, moderato e centrista – sarà fuori. Di sicuro i primi risultati mostrano che c’è spazio per uno solo tra Rubio, Bush e Kasich.

Infine, a questo punto ci si aspetta da Cruz e dagli altri un vero attacco contro Trump, che fin qui ha attraversato i dibattiti televisivi senza essere quasi mai sfiorato. L’unico che fin qui ha alzato la voce contro Trump è stato Bush, finendone ogni volta massacrato e deriso; ma non resta molto tempo per cercare di fermare Trump. Dovesse superare il Super-Tuesday ancora da vincitore e favorito, la forza attrattiva che eserciterebbe sull’establishment del partito e sui suoi elettori sarebbe probabilmente irresistibile.

Cosa succederebbe a quel punto, sinceramente non lo so.

La mossa della disperazione: uno spot di George W. Bush per Jeb Bush.

Una cosa su di noi
Quando lo scorso giugno ho deciso di aprire una newsletter, e usarla per fare una volta la settimana un punto della situazione sulla campagna elettorale in vista delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, l’ho fatto principalmente per me. Travolto dalle mille cose da fare al Post, da qualche tempo mi ero reso conto di aver perso il filo di una cosa che mi interessa da molti anni – la politica americana – e di aver trascurato letture, approfondimenti e cose nuove da imparare: ho pensato allora di prendermi un impegno pubblico, per costringermi a ricominciare a occuparmene più seriamente. Per ragioni simili ho deciso di scrivere questi aggiornamenti su una newsletter, e non per esempio sul mio blog: avevo voglia di fare qualcosa di diverso e imparare una cosa nuova. Non avevo idea di quanto questa si sarebbe rivelata, al di là delle mie motivazioni personali, una buona idea.

Ho ricominciato a leggere e studiare un sacco di cose sulla politica americana, che era l’obiettivo iniziale, e sto seguendo questa campagna con un’attenzione sicuramente superiore alle ultime due, che pure mi avevano molto coinvolto. Ma soprattutto ho trovato un modo nuovo e stimolante per fare quello che faccio. Per ogni newsletter che mando, ricevo ogni settimana decine di risposte: dentro ci trovo soprattutto domande, ma anche segnalazioni e consigli. Rispondo a tutti, sempre. La newsletter è diventata una specie di lavoro: mi richiede più o meno un’ora al giorno – tra lettura dei giornali e risposta alle email – e poi tre o quattro ore il sabato mattina per mettere tutto insieme, recuperare quello che va recuperato e scrivere. Non metto in conto le notti insonni perché quelle le farei comunque per il Post. Il risultato è che il numero degli iscritti è salito costantemente, all’inizio anche con una certa mia incredulità, e ora è diventato un piccolo problema. Mi spiego.

Questa newsletter arriva con un servizio gratuito che si chiama Tinyletter. Dato che è un servizio gratuito, ha qualche limite: per esempio ogni newsletter non può avere più di 5.000 iscritti. Noi siamo più di 5.000 ormai da qualche tempo (e oltre il 70 per cento di voi apre la newsletter ogni settimana: sono numeroni, per questo mezzo, per giunta usato per parlare di una cosa non proprio popolare). Quando ci stavamo avvicinando ai 5.000 iscritti, preso un po’ dal panico, ho scritto un’email di informazioni a quelli di Tinyletter: e loro sono stati così gentili da fare un’eccezione e alzare un po’ il limite degli iscritti. Solo che di questo passo raggiungeremo presto il nuovo limite, anche perché con l’inizio delle primarie le nuove iscrizioni settimanali sono ulteriormente aumentate. Quindi tocca passare a un altro servizio.

Ce ne sono tanti: alcuni gratuiti, ma con limiti di affidabilità e di “capienza” che prima o poi si farebbero sentire, oppure complicate configurazioni tecniche che non ho il tempo e la voglia di studiare. La maggior parte sono a pagamento. Io sono convinto di passare a MailChimp, per due ragioni. Primo: è la società proprietaria di Tinyletter, quindi la transizione da un servizio all’altro dovrebbe essere semplice e indolore sia per me che per i vostri indirizzi email (farò tutto io, non vi accorgerete di niente). Secondo: è considerata uno dei migliori – se non il migliore – servizio di newsletter in circolazione. Il punto è che costa. Quanto costa? Dipende dal numero degli iscritti. Per quelli che siamo adesso, circa 70 euro al mese. Se gli iscritti dovessero crescere ancora, come probabilmente accadrà, si può arrivare a 135 euro al mese (la cifra sale ancora se si superano i 25.000 iscritti, ma credo proprio che non ci arriveremo).

Ora, mettiamo in chiaro da subito una cosa su cui non ho mai avuto il minimo dubbio: la newsletter è e rimane gratuita per tutti. Lo ripeto: iscriversi e ricevere questa newsletter è gratuito dall’inizio e rimarrà gratuito fino alla fine. Rimane però che molto presto per produrre la newsletter – oltre alle mie ore di lavoro– serviranno dei soldi, da pagare ogni mese per nove mesi: facendo una stima conservativa, cioè supponendo di pagare da qui a novembre in media 90 euro al mese, si arriva a 810 euro. Che sono una bella cifretta, se tenete conto che questo è un lavoro che già ora faccio gratis. Quindi ho pensato di fare così: la newsletter rimane gratuita, ma se qualcuno vuole contribuire a coprire i costi, può farmi un versamento su Paypal. Qualsiasi cifra è utile. Si può donare anche più di una volta, ovviamente.

Io i soldi ce li metterò in ogni caso di tasca mia fino a novembre 2016, anche se non doveste dare niente; se invece i vostri soldi copriranno una parte delle spese, l’altra parte ce la metterò io; se poi i vostri soldi dovessero addirittura superare quella quota, userò la parte eccedente a parziale copertura dei costi non indifferenti che affronterò in agosto per andare alle convention dei Democratici e dei Repubblicani negli Stati Uniti. In questi mesi molti si sono offerti di pagare in qualche modo per questa newsletter, che comunque ha avuto dei costi non economici ogni settimana fin qui: questo è il momento di mostrare che dicevate sul serio. Naturalmente, dall’altra parte, non sentitevi in colpa se non potete o non volete donare niente: alcuni di voi sono iscritti solo da poche settimane e giustamente vogliono prima capire se ne vale la pena o no, altri sono studenti squattrinati, altri vogliono solo curiosare, altri ancora avranno i loro ottimi motivi. State tranquilli. La newsletter arriva comunque, gratis, ogni sabato, come dal 14 giugno a oggi, feste comprese.

Donazione+Paypal

Un video, per finire
Come se non mi infliggessi già abbastanza notti insonni, la settimana scorsa sono andato a vedere il Super Bowl in un locale a Milano con alcuni amici. Ho visto Lady Gaga cantare l’inno nazionale statunitense e ho pensato all’inno più straordinario che abbia ascoltato, cantato da Beyoncé al secondo insediamento di Obama nel 2013. Prendetevi due minuti e guardatelo. Cose eccezionali di questo video, in ordine sparso:

– la bravura di un altro pianeta (era in playback, sì, ma chissenefrega)
– il momento in cui si toglie l’auricolare
– la bellezza di un altro pianeta
– il mall di Washington pieno di gente
– il povero Beau Biden esattamente dietro di lei

Cose da leggere
Meet the Man Who Helps Trump Be Trump, di Monica Langley sul Wall Street Journal
– Jon Favreau, il leggendario speechwriter di Obama, ha scritto un ipotetico e credibile discorso della vittoria di Donald Trump: fa paura
Chris Christie’s bridge to nowhere: How his 2016 bid went wrong, di Daniel Strauss su Politico

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–272 giorni alle elezioni statunitensi

–272 giorni alle elezioni statunitensi
–10 giorni alle primarie in South Carolina (R) e in Nevada (D)

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Un minuto dopo la chiusura dei seggi in New Hampshire, tutte le testate e le tv statunitensi hanno dato Bernie Sanders e Donald Trump vincitori delle primarie: soltanto sulla base dei primissimi risultati dello spoglio, delle proiezioni e degli exit poll. Lo scrutinio ha poi confermato queste previsioni. Ora, le vittorie di Sanders e Trump erano in qualche modo attese: i sondaggi le avevano previste, seppure dopo l’Iowa non ci si potesse fidare molto. Ma il distacco che Sanders ha dato a Clinton e gli equilibri tra gli altri candidati Repubblicani sono sorprendenti e saranno la cosa di cui più si parlerà nei prossimi dieci giorni.

I risultati, intanto:

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Cosa cambia per i Democratici?
Il contesto di partenza lo sapete, se avete letto l’ultima newsletter: tutti davano per scontata una vittoria di Sanders. Ma Clinton per salvare la serata avrebbe dovuto tenere il distacco sotto i dieci punti, e invece sono stati più di venti. Clinton ha davanti dieci giorni molto complicati: i giornali non faranno altro che parlare di quanto Sanders va forte tra i giovani e di quanto la sua campagna elettorale sia compromessa. Se la seconda preoccupazione è forse un po’ esagerata – è noto da mesi che Sanders sarebbe andato forte in Iowa e New Hampshire, per lui il difficile comincia adesso – la prima invece è fondatissima: per questo motivo è saggio aspettarsi qualche cambiamento nello staff della sua campagna elettorale (lo ha anticipato Politico due giorni fa) e una Hillary Clinton un po’ diversa nel prossimo futuro. Lo stesso discorso che ha pronunciato stanotte dopo la sconfitta è stato particolare: molto concentrato sulle diseguaglianze economiche, sul ruolo pericoloso dei soldi in politica, sui diritti umani. Vi ricorda qualcuno?

Nella parte finale del discorso, però, il tono di Hillary da convinto e appassionato si è fatto quasi rabbioso, forse anche a causa della voce roca. Con le dovute proporzioni, è una scena che a diversi giornalisti ha ricordato da lontano il famigerato “Dean’s scream“, il discorso esaltato e sopra le righe con cui nel 2004 Howard Dean festeggiò un deludente terzo posto in Iowa e allo stesso tempo si rovinò l’immagine e la carriera. Il discorso di Sanders invece è stato tutta un’altra storia: concreto, capace di cambiare registro (a un certo punto ha detto anche «YUGE!»), più disinvolto del solito, e in un clima di esaltazione generale da concerto di Bruce Springsteen.

Cosa cambia per i Repubblicani?

Eh, mica la so questa. Stavolta i sondaggi hanno previsto bene il vantaggio di Trump, che ha vinto nettamente; e ha trovato conferme anche il trend che si vedeva degli ultimi giorni, con Marco Rubio fermo dopo il brutto dibattito di sabato notte e John Kasich in crescita (di lui scriverò più ampiamente nella newsletter di sabato). Ted Cruz è arrivato terzo, e per lui in New Hampshire è grasso che cola. Jeb Bush è arrivato quarto: ha superato Rubio, scivolato addirittura quinto, ma non dovrebbe guadagnarne grande spinta. E ora? Ora si va in stati molto diversi da Iowa e New Hampshire, quindi le cose possono cambiare di nuovo. Di fatto in questo momento esistono argomenti razionali per sostenere che Trump, Cruz, Rubio e Kasich possono vincere la nomination. Forse pure qualcun altro. Davvero resta solo da stare a vedere.

C’è un movimento interessante però da continuare a tenere d’occhio: le interazioni e gli equilibri di forza tra Marco Rubio, John Kasich, Jeb Bush e Chris Christie. Se Trump e Cruz si contendono i voti degli elettori più radicali, infatti, questi quattro si contendono quelli più “istituzionali”: fin qui però si stanno togliendo aria e spazio a vicenda, rendendo tutto un po’ più facile a Trump e Cruz. L’esempio perfetto di questa dinamica è avvenuto al dibattito televisivo di sabato scorso. Christie ha preso di mira Rubio, accusandolo di saper dire solo frasette a memoria e mandandolo nel pallone: tanto che Rubio come ha risposto? Con la stessa frasetta di prima imparata a memoria. È stato un grosso guaio e da quel momento Rubio ha smesso di crescere nei sondaggi. I risultati in New Hampshire ci dicono però che se Rubio ha sofferto le conseguenze di quel colpo – lo ha ammesso lui stesso stanotte, scusandosi con i suoi elettori – mentre Christie non ne ha tratto vantaggi. Di fatto quindi Christie attaccando Rubio ha fatto il lavoro sporco per Trump. E qualora dovesse ritirarsi, dopo il risultato deludente di oggi, alla fine favorirebbe tra gli altri proprio Rubio. Un bel casino.

Cosa succede adesso?
L’11 febbraio c’è un dibattito tra i Democratici, il 13 invece un dibattito tra i Repubblicani. Poi si ricomincia a votare: il 20 febbraio votano i Democratici in Nevada e i Repubblicani in South Carolina, poi il 23 votano in Nevada anche i Repubblicani e il 27 toccherà ai Democratici in South Carolina. In mezzo ci sarà un altro dibattito tra i Repubblicani, il 25 febbraio. Poi, il primo marzo, il Super-Tuesday: e l’inizio del mese che potrebbe darci i candidati alla presidenza degli Stati Uniti.

Noi ci risentiamo sabato. Ciao!

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Fare le cose bene

Il 19 dicembre ho partecipato al TEDx organizzato dalla Scuola Superiore dell’università di Catania. Il tema del TEDx era “Nonostante” e io ho cercato di raccontare come abbiamo fatto a fare il Post nel 2010 e tenerlo in piedi con soddisfazione fin qui in un’epoca di crisi dei giornali e del giornalismo. Gli altri speech della giornata sono qui.

Per cosa vogliamo finire sui libri di storia?

La cosiddetta “adozione del figliastro”, cioè la possibilità per una persona di adottare il figlio biologico del suo partner, è una norma che esiste in Italia dal 1983 per le coppie eterosessuali sposate e dal 2007 per quelle anche solo conviventi. Serve a proteggere i bambini, prima di tutto. Dal 1983 a oggi non si è segnalata in Italia nessuna patologica esplosione di fenomeni di sfruttamento delle donne e cose del genere: e quella legge fu accolta da sollievo e approvazione, non da proteste di piazza né citazioni dell’Apocalisse.

La gestazione per altri – quella cosa che con malsana complicità della stampa oggi chiamiamo “utero in affitto” – in Italia è illegale e proibita, e così resterà dopo l’approvazione della legge Cirinnà: non cambierà niente rispetto a oggi. Semplicemente avranno diritto ad accedere all'”adozione del figliastro” le coppie gay conviventi e i loro figli (esistono già, che piaccia o no). Nei paesi dove norme del genere o persino più avanzate esistono da anni non sono emersi problemi nello sviluppo dei bambini cresciuti da coppie gay: e quei paesi sono ormai tantissimi. Lo stesso dicono gli studi scientifici.

Insomma, la stepchild adoption e i-nostri-bambini non hanno niente a che fare con l’opposizione alla legge Cirinnà.

Chi dice che “vanno bene i diritti alle coppie conviventi ma la stepchild adoption no”, infatti, dice probabilmente una bugia. Il primo “Family Day”, che portò in piazza molte più persone di quello di qualche settimana fa, fu indetto infatti contro una proposta di legge moderatissima che non prevedeva la stepchild adoption. Se non fosse una questione seria – una di quelle che si possono definire davvero di vita o di morte – ci sarebbe da stralciare la stepchild adoption e andare a vedere il loro bluff.

Qual è il problema, allora, se non la stepchild adoption? È il caso di affrontare l’elefante nella stanza: per una fetta significativa dell’opinione pubblica italiana e dei suoi rappresentanti politici, il problema sono le persone omosessuali. La loro esistenza, innanzitutto, e quindi la loro legittima richiesta di parità di diritti a fronte della parità di doveri a cui sono già sottoposti.

È lo stesso motivo per cui oggi discutiamo di una legge costruita come la legge Cirinnà, quando in realtà i conservatori – al netto dell’omofobia – dovrebbero preferire i matrimoni gay alle unioni civili. Nel campo dei diritti civili e sociali, la difesa della famiglia fondata sul matrimonio e del matrimonio come pilastro fondante della società è stata per decenni una battaglia dei conservatori. Forse la battaglia centrale dei conservatori sui temi sociali. Al contrario, i progressisti si sono sempre battuti per un’organizzazione sociale più fluida, più libera e soprattutto meno imperniata sul matrimonio e sulla sua indissolubilità, vista come reazionaria, costrittiva, ipocritamente riparatrice di sottomissioni e violenze, che invece giustificava: lo hanno fatto prima lottando per il divorzio, poi lottando per accorciare il più possibile i tempi per il divorzio, poi battendosi per l’allargamento dei diritti alle coppie di fatto, tra le molte altre cose. Per dirla come l’ha detta David Cameron: «Io non sono a favore del matrimonio gay nonostante sia un conservatore; io sono a favore del matrimonio gay perché sono un conservatore».

Perché allora i matrimoni gay in Italia sono fuori dalla discussione? Perché il problema per molti sono ancora semplicemente le persone omosessuali: una minoranza per secoli perseguitata, uccisa, maltrattata e discriminata per via di una condizione innata e innocua quanto essere neri o alti o con gli occhi blu. E questo è il motivo più importante e profondo per cui è necessario che il disegno di legge Cirinnà diventi legge dello Stato, e che il Parlamento per una volta pensi alle conseguenze politiche che questa scelta avrà non nelle prossime settimane bensì nei prossimi anni, nei prossimi decenni.

Sappiamo ormai per certo che i parlamentari della Repubblica italiana tra poche settimane faranno parlare di sé in tutto il mondo e passeranno alla storia di questo paese: devono solo decidere per cosa.

–276 giorni alle elezioni statunitensi

–276 giorni alle elezioni statunitensi
–3 giorni alle primarie in New Hampshire

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Prima di venire al dunque, un ringraziamento ai molti iscritti alla newsletter che sono venuti martedì a Torino e un nuovo appuntamento, il 29 febbraio a Roma. Seguiranno dettagli, anche perché ora che si fa sul serio non ci si ferma più: siamo ancora qui che parliamo dei risultati dell’Iowa ma tra un attimo si vota già in New Hampshire. Come ormai sapete benissimo, quelle dell’Iowa non erano primarie ma caucus: per questo quelli del New Hampshire vanno molto fieri del fatto che le loro primarie sono “first in the nation”.

Cos’è il New Hampshire
2000px-New_Hampshire_in_United_States.svgÈ uno stato americano del New England, quello colorato nella foto accanto. Confina col Massachusetts a sud, col Vermont a ovest, col Maine e con l’oceano a est, col Canada a nord. È il quinto stato americano più piccolo: in termini di superficie è grande quanto la Sicilia, solo che la Sicilia ha 5 milioni di abitanti mentre il New Hampshire ne ha 1,5.

I suoi abitanti sono bianchi per il 92,3 per cento, di origini asiatiche per il 2,2 per cento, di origini ispaniche per l’1,6 per cento, neri per l’1,1 per cento; dal punto di vista religioso sono cristiani per il 63 per cento, mormoni per l’1 per cento, ebrei per l’1 per cento, buddhisti per l’1 per cento, musulmani per lo 0,5 per cento, induisti per lo 0,5 per cento. Il 26 per cento degli abitanti del New Hampshire sono non credenti: uno dei tassi più alti in tutti gli Stati Uniti.

La capitale è Concord, che però non è la città più grande né la più popolosa: quella è Manchester, che ha 190.000 abitanti mentre Concord ne ha 42mila. Un’altra città importante è Nashua, 86.000 abitanti. La parte costiera e che confina col Massachusetts è il posto in cui i Repubblicani moderati sono più forti; la parte occidentale, quella più vicina al Vermont, è quella invece dove sono più forti i Democratici. La contea più settentrionale, Coös County, è quella invece dove vanno meglio i Repubblicani più tradizionalmente conservatori. Il clima in questi giorni è simile a quello dell’Iowa (cioè un freddo maledetto); dal punto di vista del clima politico, però, le cose sono un po’ diverse.

Il New Hampshire è uno stato che ha votato Repubblicano per gran parte del Novecento ma si è avvicinato molto ai Democratici a partire dagli anni Novanta. Alle presidenziali il New Hampshire ha votato Bill Clinton nel 1992 e nel 1996, John Kerry nel 2004 e Barack Obama nel 2008 e nel 2012. Nel 2000 ha votato George W. Bush ma quattro anni dopo fu l’unico stato vinto da Bush a passare con John Kerry (che viene dal Massachusetts, e questo ebbe un certo peso). Oggi il New Hampshire è considerato uno stato in bilico. In questo momento ha una governatrice Democratica, due parlamentari Democratici e due Repubblicani.

Ma c’è una cosa più importante da sapere per capire la politica in New Hampshire.

I libertari
Il motto dello stato del New Hampshire è “Live Free Or Die”, ed è una buona sintesi di cosa pensa una parte molto significativa dei suoi elettori. Per capire qualche ricaduta concreta di questo orientamento può essere utile sapere che il New Hampshire è l’unico stato americano nel quale non è obbligatorio indossare il casco in moto o le cinture di sicurezza in macchina (in certi casi da quelle parti non è obbligatorio nemmeno avere un’assicurazione per la responsabilità civile); che è stato il primo posto in America a legalizzare i matrimoni gay con una decisione del Congresso locale e non di un giudice; che non prevede tasse sul reddito né la sales tax, una specie di IVA. Insomma, gli elettori del New Hampshire vogliono che il governo gli dica il meno possibile cosa fare: e hanno molto più a cuore – anche tra i Repubblicani – il fatto che le tasse siano basse e l’economia funzioni bene, piuttosto che se i gay possono sposarsi o meno o se le donne possono abortire.

I Repubblicani del New Hampshire sono considerati tra i più moderati del paese, sono piuttosto benestanti e soprattutto nella parte meridionale dello stato risentono molto dell’influenza di Boston (ci sono molti pendolari che fanno avanti e indietro). Gli elettori Democratici invece sono più di sinistra di quanto sono altrove, come accade in generale anche negli altri stati della regione: pensate per esempio al Massachusetts e al Vermont.

Come funzionano le primarie in New Hampshire
Sono primarie aperte, quindi funzionano in modo molto semplice: i seggi sono aperti tutto il giorno, il voto è segreto, alla chiusura dei seggi si contano i voti. Si può votare alle primarie di un partito anche senza essere preventivamente registrati come elettori di quel partito, ma bisognerà farlo al seggio (dopo il voto si può annullare la registrazione, se uno proprio ci tiene molto a restare indipendente). I Repubblicani eleggono 20 delegati, i Democratici 24, entrambi su base proporzionale. Lo spoglio è più complesso che con i caucus e quindi i risultati arriveranno più lentamente che in Iowa. Le primarie Repubblicane del 2012 le vinse Mitt Romney col 39,4 per cento. Nel 2008 tra i Democratici vinse a sorpresa Hillary Clinton, nonostante fosse stata battuta clamorosamente pochi giorni prima da Barack Obama in Iowa; dall’altra parte invece vinse John McCain, un Repubblicano decisamente poco ortodosso.

https://www.youtube.com/watch?v=6qgWH89qWks
Il momento lacrimevole che nel 2008 giro la campagna elettorale in New Hampshire in favore di Hillary Clinton.

Quanto vale il voto in New Hampshire
Storicamente il primo mese di primarie serve soprattutto a selezionare i candidati: quelli che restano in piedi si giocano la vittoria al Super-Tuesday o poco dopo. Quest’anno un meccanismo del genere avverrà soprattutto tra i Repubblicani, tra cui questa settimana si sono ritirati Rick Santorum (che ha dato il suo sostegno a Marco Rubio), Rand Paul e Mike Huckabee: il voto in New Hampshire servirà soprattutto a vedere quali candidati riusciranno a consolidare il loro sostegno politico. Tra i Democratici i candidati sono diventati soltanto due, dopo il ritiro di Martin O’Malley, e il risultato del New Hampshire servirà soprattutto a raccogliere qualche indicazione in più su quanto potrà essere lunga la corsa tra Hillary Clinton e Bernie Sanders.

Come stanno i Democratici
Cominciamo dai sondaggi. Bernie Sanders in New Hampshire è in vantaggio da mesi e questo vantaggio è cresciuto molto nelle ultime settimane. L’algoritmo del giornalista e statistico Nate Silver dice che Sanders ha oltre il 99 per cento di possibilità di vincere le primarie in New Hampshire. Insomma, niente da vedere?

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Il risultato di queste primarie sembra effettivamente scontato da tempo. Il New Hampshire ha caratteristiche persino più favorevoli dell’Iowa, per Sanders: è uno stato piccolo, abitato quasi esclusivamente da bianchi (e Sanders piace oggi soprattutto ai bianchi), decisamente più di sinistra della media nazionale e confinante con il suo stato, il Vermont, per cui praticamente gioca in casa. Clinton in Iowa ha battuto Sanders di 23 punti tra gli elettori Democratici che si definiscono “moderati” e ha perso di 19 punti tra quelli che si definiscono “very liberal”: in New Hampshire ci sono soprattutto “very liberal”. Non sarà così altrove: i prossimi due stati in cui si vota, Nevada e South Carolina, sono demograficamente e politicamente molto più rappresentativi degli Stati Uniti d’America.

Per questo motivo Sanders in New Hampshire deve ottenere una vittoria larga, di almeno dieci punti percentuali, per restare davvero in corsa: in questo modo potrà arrivare alle prossime settimane – quando comincia la strada in salita – col vento in poppa. Hillary Clinton invece cercherà di ridurre il divario a meno di dieci punti, ma comunque potrebbe gestire una netta sconfitta: è quello che ci si aspetta, d’altra parte, e le prossime votazioni in Nevada e in South Carolina offrono per lei un contesto di partenza decisamente migliore.

Non sono i numeri e i voti, quindi, che in questo momento dovrebbero preoccupare Hillary Clinton: era noto da mesi che Sanders sarebbe andato forte in Iowa e in New Hampshire, e anzi in Iowa è andato persino peggio di come sarebbe dovuto andare per imporsi come una vera minaccia (Obama nel 2008 in Iowa stravinse). La prima cosa preoccupante per Clinton è la grande differenza di entusiasmo tra gli elettori di Sanders e i suoi, soprattutto tra i più giovani: questo è un trend che può avere conseguenze pesanti, se Clinton non riuscirà a correggerlo. L’enfasi che Sanders mette su temi come il debito degli studenti universitari e l’influenza dei ricchi sul Congresso sta ottenendo sempre più risultati tra gli elettori Democratici. La seconda cosa preoccupante sono i punti deboli della sua candidatura che Sanders sta facendo venire a galla e sta sfruttando con abilità. Questa settimana, per esempio, durante un’intervista Clinton ha dato una risposta così terribile sui suoi rapporti con Wall Street che i Repubblicani si sono limitati a ritagliarne il video e metterlo su YouTube, senza nemmeno aggiungere commenti e slogan. Basta ascoltarla.

Parafrasi mia: “Ho preso un sacco di soldi da Goldman Sachs perché me li volevano dare e perché lo fanno tutti”. Cosa?!

Come stanno i Repubblicani
Qui le cose invece sono ben più confuse. Il risultato dell’Iowa ha confermato quello che sapevamo sugli elettori dello stato (la vittoria di Cruz è stata trainata dalla grande partecipazione dei gruppi conservatori evangelici) e ha messo in discussione il supporto attribuito dai sondaggi a Donald Trump. Quindi bisogna guardare ai dati con un surplus di scetticismo e cautela. In questo momento nei sondaggi Trump è nettamente avanti, ma dopo l’ottimo risultato in Iowa c’è Marco Rubio in grande ripresa. Nate Silver dice che Trump ha il 63 per cento di probabilità di vincere, contro il 21 per cento di Rubio, il 7 di Kasich e il 5 di Cruz.

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Da una parte gli elettori che hanno dato la vittoria a Cruz in Iowa – gli stessi molto conservatori e religiosi che fecero vincere Huckabee nel 2008 – non dovrebbero dargli una mano in New Hampshire. Dall’altra parte, il risicato secondo posto di Trump in Iowa ha messo in discussione una parte centrale del suo appeal: la retorica spaccona di chi insiste continuamente sull’importanza di vincere e far fuori gli avversari. Per questo motivo Trump va considerato secondo me leggermente favorito, ma Rubio potrebbe ottenere qualcosa in più di un lontano secondo posto: il suo profilo – relativamente più ragionevole, razionale e presidenziabile – è molto più adatto agli elettori locali di quanto fosse in Iowa. Un secondo posto consoliderebbe molto la sua posizione: abbiamo detto più volte che il suo obiettivo è fare 3-2-1 (arrivare terzo in Iowa, come è riuscito a fare, secondo in New Hampshire e primo in Nevada e/o in South Carolina).

Il voto in New Hampshire servirà tra i Repubblicani soprattutto a sfoltire il numero dei candidati veri. Gente come Jeb Bush, John Kasich e Chris Christie – candidati dalle posizioni relativamente moderate fin qui schiacciati dalla radicalizzazione dell’elettorato – da mesi puntano tutto sul New Hampshire: hanno bisogno di arrivare almeno terzi per conservare una vera chance di vittoria. Chi non ci riuscirà magari resterà in ballo ancora un po’, diciamo fino al Super-Tuesday del primo marzo, ma sarà già con un piede fuori dalle primarie.

Povero Bush. Si ferma, l’applauso non arriva e si trova costretto a dire, sconfitto dalla vita: “Please clap”. E questi erano i suoi sostenitori!

Stanotte c’è un dibattito televisivo tra i candidati Repubblicani. Noi ci risentiamo mercoledì 10 novembre, di mattina presto, con un’edizione speciale della newsletter sui risultati delle primarie in New Hampshire.

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–280 giorni alle elezioni statunitensi

–280 giorni alle elezioni statunitensi
–7 giorni alle primarie in New Hampshire

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È stata una gran nottata, che ci ha dato quattro notizie.

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1. Hillary Clinton e Bernie Sanders tra i Democratici sono arrivati praticamente pari. In questo momento Clinton ha uno zero virgola qualcosa di vantaggio, lo scrutinio non è ancora finito e nessuno tra i grandi network si è sbilanciato: né Clinton né Sanders si sono dichiarati vincitori, seguiranno riconteggi e verifiche. Con dati del genere, però, nessuno dei due può davvero dirsi pienamente vincitore dell’elezione: e questo fa di Bernie Sanders il vincitore dal punto di vista politico e mediatico. Questo dovrebbe dargli una spinta in New Hampshire, dove si vota tra una settimana e dove già era in vantaggio nei sondaggi, ma occhio a trarre conclusioni affrettate. Primo: c’è un dibattito televisivo il 4 febbraio, stavolta con Clinton e Sanders da soli (O’Malley è stato un disastro e si è ritirato). Secondo: nel 2008 dopo essere arrivata terza in Iowa e in piena Obama-mania Hillary Clinton ribaltò i sondaggi e vinse in New Hampshire. Questa corsa dopo stanotte è diventata ancora più incerta e appassionante.

Il discorso di Bernie Sanders dopo i risultati.

2. Tra i Repubblicani ha vinto Ted Cruz, che era dato pochi punti dietro Trump dagli ultimi sondaggi, dopo un periodo passato in testa. Da una parte sembrerebbe la conferma di qualcosa che ci diciamo fin dall’inizio, sull’Iowa: vanno forte i candidati che hanno il sostegno dei gruppi religiosi conservatori, soprattutto gli evangelici. Era successo sia nel 2012 con Rick Santorum che nel 2008 con Mike Huckabee. Dall’altra parte, però, si tratta della prima volta dal 1980 che un candidato Repubblicano vince i caucus dell’Iowa senza essere un grande sostenitore dell’industria dell’etanolo – anzi, trovandosi osteggiato dalla lobby più potente dello stato. Questo dice qualcosa della forza di Cruz e del suo messaggio – che è di destra radicale, persino più di quello di Trump, seppure espresso in modi più istituzionali – tra gli elettori conservatori. Anche qui, però, tenete tutto in prospettiva: primo, è ancora solo l’Iowa; secondo: Cruz ha preso comunque solo il 27 per cento dei voti.

Il discorso di Ted Cruz dopo i risultati.

3. Considerate le condizioni di partenza, tra cui i mesi passati in testa ai sondaggi, Donald Trump doveva vincere: e invece non solo non ha vinto, ma è arrivato secondo a pochi passi da un terzo posto che sarebbe stato un vero disastro. Capiremo meglio nei prossimi giorni cosa è successo, ma di certo il problema non è stato la bassa affluenza: l’affluenza è stata altissima, record storico per i Repubblicani in Iowa. Una risposta possibile è che molti sono andati a votare per non votare lui. Un’altra risposta possibile è che non tutte le persone che si dichiaravano dalla sua parte nei sondaggi telefonici hanno deciso di uscire di casa per partecipare ai caucus, uno scenario che da tempo era considerato plausibile, ne avete letto più volte qui. Il discorso di Trump successivo ai risultati è stato straordinariamente sobrio e pacato, probabilmente nel tentativo di gestire la serata e prendersi qualche momento di riflessione prima di capire cosa fare. Ci sarà un dibattito televisivo il 6 febbraio, vedremo se arriveranno fuochi d’artificio; Trump in New Hampshire è ancora in vantaggio ma questa serata potrebbe cambiare moltissime cose.

Il discorso di Donald Trump dopo i risultati.

4. Sapete anche perché questa serata potrebbe cambiare moltissime cose? Perché Marco Rubio è andato sorprendentemente bene, conquistando un terzo posto solidissimo che a un certo punto sembrava quasi potesse diventare un secondo posto. Chi è iscritto alla newsletter da un po’ sa che Rubio è forse il più “presidenziabile” in campo tra i Repubblicani e che la sua strategia è la cosiddetta “3-2-1″: negli stati in cui si vota a febbraio, il piano è arrivare terzo in Iowa, secondo in New Hampshire e primo in Nevada e/o South Carolina. La solidità di questo terzo posto, in uno stato che non gli era congeniale, è una buona promessa per il futuro: anche perché nel frattempo stanotte sono andati molto male sia John Kasich che Jeb Bush e Chris Christie.

Il discorso di Marco Rubio dopo i risultati.

Facciamo sedimentare un po’ i risultati di questa notte, vediamo cosa decidono di cambiare i candidati nei prossimi giorni, seguiamo i due dibattiti televisivi di questa settimana. Ci risentiamo sabato prossimo, con la guida alle primarie del New Hampshire. Ma anche stasera a Torino, se siete nei paraggi. Ciao!

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–283 giorni alle elezioni statunitensi

–283 giorni alle elezioni statunitensi
–2 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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Tre promemoria prima di venire al sodo: la notte tra 1 e 2 febbraio mi trovate su Twitter e sul Post a seguire live i risultati dei caucus in Iowa; la mattina del 2 febbraio riceverete ovviamente un’edizione speciale della newsletter con le cose fondamentali da sapere su com’è andata; la sera del 2 febbraio sarò a Torino al Circolo dei lettori a parlare delle elezioni americane in un incontro organizzato da YouTrend. Mancavano ben 232 giorni al voto in Iowa quando abbiamo cominciato a sentirci, come-passa-il-tempo.

I Repubblicani a 2 giorni dai caucus
Vediamo i sondaggi, innanzitutto. Sappiamo ormai da settimane che tra i Repubblicani secondo i dati sarà una lotta tra l’imprenditore Donald Trump e il senatore Ted Cruz, due candidati molto di destra e anti-establishment. Trump è stato in testa ai sondaggi per settimane, poi Cruz ha rimontato e lo ha sorpassato due settimane fa; da quel momento però Trump non è crollato e ora sembra persino essere tornato avanti. Nate Silver – il giornalista e statistico che con i suoi modelli ci prende sempre, o quasi – dice che Trump ha il 46 per cento di possibilità di vincere, contro il 43 per cento di Cruz. Siamo lì.

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Ricordiamoci che bisogna fidarsi dei sondaggi fino a un certo punto: quelli dell’Iowa sono caucus e non tradizionali primarie, e quindi richiedono agli elettori uno sforzo di partecipazione superiore al normale – di sicuro superiore all’espressione verbale di una preferenza durante un’intervista telefonica. Il dato sull’affluenza può cambiare moltissimo gli equilibri: dato che Trump attrae molti elettori nuovi alla politica, gli analisti statunitensi sono convinti che un’affluenza particolarmente alta lo avvantaggerebbe mentre una più bassa sarebbe buona per Cruz.

https://www.youtube.com/watch?v=vt-vG_TdOT4

Qualcuno ha messo su YouTube questo video in cui un Ted Cruz diciottenne dice di volere diventar ricco e dominare il mondo.

L’altra cosa da ricordare è che, veri o no, i dati dei sondaggi sono anche quelli in base ai quali i candidati stessi decidono come muoversi. Ed è interessante che Cruz negli ultimi giorni abbia passato più tempo ad attaccare Marco Rubio che Donald Trump, almeno negli spot televisivi: se guardate le traiettorie delle linee sul grafico qui sopra potete capire perché.

In queste settimane a Cruz è accaduto un po’ quello che scrivevamo nella newsletter del 9 gennaio: la posizione da favorito in Iowa gli è risultata scomoda, e gli attacchi della lobby dell’etanolo – che in Iowa conta molto – sembrano averlo indebolito. Poi è arrivato il dibattito televisivo del 28 gennaio e Donald Trump ha sparigliato: non si è presentato. Bùm.

Soltanto i risultati dei caucus diranno con certezza se ha fatto bene o male. Oggi questa mossa però è descritta dai giornali americani come una specie di colpo di genio. Trump ha evitato domande delicate dai giornalisti di FOX News– sempre molto agguerriti – e attacchi dagli altri candidati, ma ha anche rischiato molto: agli elettori americani non piacciono i quitters, per quanto sia difficile accusare uno con la retorica spaccona di Trump di essere intimidito dai suoi avversari. Gli altri candidati potevano passare l’intera serata a criticarlo senza che lui avesse la possibilità di difendersi, ma invece cos’hanno fatto? Al posto suo, hanno massacrato Ted Cruz. Un resoconto più esteso del dibattito è qui, e ripeto: aspettiamo di vedere i voti veri in Iowa per prendere posizioni definitive. Se restiamo al dibattito, però, Trump è riuscito a vincere senza presentarsi.

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Povero Jeb Bush. In una newsletter di ottobre avevamo parlato del fatto che alcuni suoi consulenti volevano convincerlo a togliersi gli occhiali. Lui aveva risposto “giammai!”. Questo è Jeb Bush domenica scorsa in tv. Povero Jeb Bush.

Ah, ultima cosa sui Repubblicani. Vi ricordate di Ben Sasse? Il docente universitario e senatore Repubblicano del Nebraska che avevo scoperto per caso con un video e che vi avevo scritto di tenere d’occhio nella newsletter del 12 dicembre. Questa settimana è andato in Iowa, ma non per partecipare alla campagna elettorale di uno dei candidati,bensì per fare comizi contro Donald Trump. Ribadisco: tenerlo d’occhio dopo queste presidenziali.

I Democratici a 2 giorni dai caucus
Partiamo anche qui dai sondaggi. Bernie Sanders, senatore del Vermont, si è avvicinato moltissimo a Hillary Clinton: oggi i due sono praticamente dentro il margine di errore. Nate Silver dice però che Clinton ha il 79 per cento di possibilità di vincere i caucus: è un dato calcolato pesando i diversi sondaggi secondo la loro affidabilità storica, e tiene conto anche dei molti endorsement per Clinton da parte dei politici locali. Anche qui conterà molto l’affluenza: una fetta rilevante del sostegno per Sanders viene da elettori relativamente nuovi alla politica. Un’affluenza alta dovrebbe premiarlo, mentre una più bassa dovrebbe favorire Clinton.

democratsSul fronte della campagna elettorale, le cose tra i Democratici sono state comunque un po’ più tranquille. Lo scontro tra Clinton e Sanders in questo momento è quasi filosofico: la prima propone un tipo di cambiamento incrementale, che costruisca a piccoli passi su quanto fatto di buono dall’amministrazione Obama negli ultimi sette anni; il secondo propone un cambiamento più netto e radicale, anche a costo di ricominciare da capo su questioni come la sanità e il welfare, su cui Obama ha ottenuto alcuni dei suoi più celebrati successi, e senza spiegare davvero come ottenere questi stravolgimenti con un Congresso a maggioranza Repubblicana. Per farla breve, Clinton parla alla testa degli elettori mentre Sanders parla al loro cuore. In Iowa gli elettori Democratici di solito ascoltano di più il secondo.

Nel frattempo è arrivata però una cattiva notizia per Hillary Clinton. L’FBI ha concluso l’esame delle email di lavoro che ha ricevuto e inviato dal suo account privato durante gli anni da segretario di stato, e ha trovato 22 email contenenti materiali “top secret”. Non è ancora chiaro se queste email sono state classificate come “top secret” dopo il loro passaggio dalla casella di posta di Clinton, ed è una distinzione fondamentale: in primo luogo perché Clinton ha sempre detto perentoriamente di non aver mai maneggiato via email documenti classificati come “top secret”, e di certo sarebbe un guaio se l’FBI la smentisse; in secondo luogo perché in caso contrario questa vicenda potrebbe avere nuovi e più gravi strascichi legali. Questa storia secondo me non avrà un grande impatto sul voto dell’Iowa, ma potrebbe averlo nei mesi a venire.

Questo è un spot prodotto e diffuso da un comitato Repubblicano. Sembra uno spot anti-Sanders, ma guardatelo bene: è uno spot anti-Clinton. Serve a sedurre i Democratici indecisi e farli passare dalla parte del senatore del Vermont.

Il terzo incomodo
Veniamo quindi alla notizia uscita sabato scorso due ore dopo l’invio della newsletter (che noia). Il New York Times ha scritto che Michael Bloomberg, imprenditore ed ex sindaco di New York, sta pensando di candidarsi come indipendente qualora da una parte Trump o Cruz e dall’altra Sanders diventassero evidentemente i grandi favoriti per la vittoria delle primarie. Questo aprirebbe uno spazio al centro e lui si farebbe eleggere dai moderati di entrambi i partiti. Io ci credo poco.

Bloomberg mise in giro voci simili già nel 2008 e nel 2012: non sembra proprio un uomo guidato da un ardente desiderio di spendersi per il paese. Inoltre: un paese che scegliesse Trump e Sanders come candidati alla presidenza vorrebbe in realtà eleggere un ricchissimo e moderatissimo uomo d’affari il cui nome tutti associano a Wall Street? Bloomberg tra le altre cose è favorevole alla libertà di scelta per le donne sull’aborto, favorevole ai matrimoni gay, favorevole all’introduzione di nuovi controlli sull’acquisto di armi, favorevole a riformare le leggi sull’immigrazione: per l’elettorato Repubblicano non sembrerebbe una candidatura interessante. Credo che su questo abbia ragione Paul Krugman: un’eventuale candidatura di Bloomberg sarebbe perfetta solo per spaccare i Democratici e mandare Donald Trump alla Casa Bianca. Infine, questa è la lista di tutti i presidenti americani della storia. Trovate voi quelli eletti da indipendenti.

Non vi si è ancora stancato il pollice?
Questa settimana ho passato cinque ore su Reddit a rispondere a qualsiasi domanda, comprese moltissime sulle elezioni americane. Trovate l’intera conversazione qui.

Cose da leggere
The Way to Stop Trump, di Ross Douthat sul New York Times
Hillary Clinton Wants To Talk To You About Love And Kindness, di Ruby Cramer su BuzzFeed
The Duel, di Ryan Lizza sul New Yorker
Contested Republican Convention Is Possible, di Reid J. Epstein sul Wall Street Journal

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