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Il M5S è un partito fallito

Ci sono partiti conservatori e partiti progressisti, partiti forti e partiti deboli, partiti innovativi e partiti subalterni, partiti furbi e partiti rigorosi, partiti che guidano e partiti che seguono: ma un partito come il M5S, per quel che sta dimostrando nella discussione sul ddl Cirinnà, è semplicemente un partito fallito.

La posizione del M5S sulle unioni civili è passata da “vogliamo i matrimoni gay” a “votiamo la legge Cirinnà solo se non la toccate” a “lasceremo libertà di coscienza” a “in fondo vedrete che la voteremo quasi tutti” a “ci va bene l’ostruzionismo di chi vuole affondare la legge”. Più posizioni di una banderuola, accomunate dalla pavida incapacità di fare una scelta politica, una qualsiasi, e dal timore di perdere un consenso politico fragile, basato soltanto su un infantile atteggiamento anti-sistema.

Alla prima occasione in cui non si è potuto sottrarre alla responsabilità di una decisione complicata – di nuovo: una qualsiasi! – il M5S è imploso. L’alibi delle consultazioni della base, che avrebbe dovuto risolvere ogni problema, non ha impedito la creazione di un pastrocchio politicista degno, quello sì, di essere associato alla “nuova DC”; e si è risolto con il ricorso al più superficiale e vuoto dei riflessi condizionati – nel dubbio, freghiamo il PD. Il tutto mentre negli stessi giorni, a Roma, il M5S portava i suoi candidati dal notaio perché si impegnassero a obbedire agli ordini di due signori, pena il pagamento di una corposa somma in denaro.

Una roba che funziona così non sarà mai buona a nulla, per quanto benintenzionati possano essere certi suoi elettori: produce caos e insofferenza, tradisce speranze e – incidentalmente – compromette l’approvazione di leggi importanti e necessarie. Diventa semplicemente una parte come un’altra dei problemi della politica italiana, e fa un danno al paese superiore ai presunti ed eventuali cambiamenti positivi che innesca: quello che è successo oggi ne sarà la prova finale, se non arriverà un improbabile ripensamento.

Forse negli ultimi anni i partiti italiani hanno esagerato ad affidarsi al senso di responsabilità degli elettori, a suggerire loro che esistesse un voto “utile”, in tempi di crisi e sofferenze straordinarie; quel che è certo però, con oggi, è che il voto al M5S è un voto all’inconcludenza, all’opportunismo, al prender tempo: un voto inutile.

–269 giorni alle elezioni statunitensi

–269 giorni alle elezioni statunitensi
–7 giorni alle primarie in South Carolina (R) e in Nevada (D)

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Le primarie in Iowa e New Hampshire sono state una specie di primo tempo. Questa settimana possiamo considerarla l’intervallo. La settimana prossima comincia invece il secondo tempo: Nevada, South Carolina e poi il Super-Tuesday del primo marzo. Ora: di norma il primo e il secondo tempo bastano per capire chi vincerà la partita. Sulla base di quel poco che abbiamo visto fin qui, però, potrebbero servire i tempi supplementari.

Visto come siamo stati presi dai risultati elettorali nelle ultime due settimane, ho pensato di dedicare la newsletter di questa settimana – l’intervallo – per fare un po’ un punto della situazione e cercare di capire com’è cambiata la corsa dopo Iowa e New Hampshire. In coda agli aggiornamenti sulla campagna elettorale trovate una comunicazione su di noi, su questa newsletter.

Bernie Sanders, Hillary Clinton

In Iowa ha vinto Hillary Clinton per un pelo, in New Hampshire invece ha stravinto Bernie Sanders. La vittoria di Clinton in Iowa era attesa, ma con un margine più ampio; quella di Sanders in New Hampshire pure, ma con un margine più piccolo. Il piano insomma si è inclinato leggermente a favore di Sanders, ma veniamo subito a un punto importante: sul fronte dei delegati eletti con le primarie, Sanders è in vantaggio 36-32; se si contano i cosiddetti “superdelegati” – quelli non eletti, espressione della classe dirigente locale del partito, che decidono autonomamente chi sostenere – Clinton è avanti 394 a 44. Lo so, è un dato assurdo, ma secondo me non dovreste darci troppo peso.

Primo: i “superdelegati” possono cambiare idea in ogni momento (mentre quelli eletti con le primarie no). Secondo: Obama a questo punto nel 2008 si trovava nella stessa situazione di Sanders, ma col passare dei mesi molti “superdelegati” passarono con lui; alla fine ebbe il sostegno della maggioranza dei “superdelegati”, a cui importa solo di stare con chi vince. Se e quando Sanders diventerà un vincitore credibile, i “superdelegati” passeranno con lui. Terzo: il voto dei “superdelegati” in ogni caso non ribalterà il voto popolare. Tecnicamente sarebbe possibile, ma sarebbe assurdo e autolesionista. Quindi: non fatevi distrarre dalle chiacchiere sui “superdelegati”. Contano i delegati eletti con le primarie.

Un altro grande spot di Bernie Sanders.

Dimenticavo: per ottenere la nomination bisogna avere il sostegno di 2.382 delegati su un totale di 4.763. Capite da soli che la strada davanti è ancora molto lunga. I risultati di Iowa e New Hampshire sono significativi non tanto per i delegati che hanno distribuito, ma per come hanno messo in evidenza alcuni grossi problemi della candidatura Clinton e alcuni altrettanto grandi punti di forza di quella di Sanders: cose potenzialmente significative sul lungo termine e che forse sapevamo già, ma che per la prima volta abbiamo visto confermate dal voto degli elettori.

Clinton ha perso i voti di molti dei suoi elettori del 2008, soprattutto tra i giovani, che in Iowa e New Hampshire hanno votato a stragrande maggioranza per Sanders; il messaggio di Sanders sulle diseguaglianze economiche si è mostrato particolarmente efficace, per ragioni diverse, con tutti i segmenti demografici del Partito Democratico; la maggioranza degli elettori Democratici ha detto durante gli exit poll di considerare Clinton una candidata forte ed espertissima ma inaffidabile, e lei continua a non avere una risposta efficace per chi la accusa di essere troppo vicina a Wall Street. Ma è anche peggio di così.

La grande differenza di entusiasmo tra i sostenitori delle due campagne ha permesso a Sanders di raccogliere 5,2 milioni di dollari in donazioni soltanto nelle 18 ore successive alla vittoria in New Hampshire. Oggi Sanders è quindi in vantaggio sul piano economico, tanto che in Nevada sta investendo più di Clinton in spot televisivi. E nel frattempo il Dipartimento di Stato vuole ascoltare le testimonianze di Bill, Hillary e Chelsea Clinton per le donazioni ricevute dalla loro fondazione benefica durante il mandato di Hillary da segretario di stato. Sarà sentita anche Huma Abedin, la storica assistente di Hillary, che per sei mesi nel 2012 fu contemporaneamente a libro paga del Dipartimento di Stato, della fondazione Clinton, dell’ufficio personale di Hillary Clinton e di una società di consulenza vicina ai Clinton. Hillary a me piace molto, e penso che sarebbe una presidente più che capace: ma come si fa a fare pastrocchi simili – oppure fare l’amicona con Goldman Sachs per due spicci – se vuoi candidarti alla presidenza degli Stati Uniti? Non me lo spiego.

Poi c’è un più generale problema di messaggio, che riguarda anche Sanders. Guardate questo video, un momento del dibattito televisivo di questa settimana.

In questi mesi da una parte la forza della candidatura di Sanders ha attirato Clinton a sinistra; dall’altra parte l’enorme popolarità di Obama tra i Democratici ha portato Sanders a doversi allineare il più possibile alla Casa Bianca. Queste due spinte hanno prodotto un messaggio che rischia di risultare ambiguo, confusionario e in fin dei conti perdente,come ha scritto bene Michael Grunwald su Politico.

Nell’ottavo anno della presidenza Obama, non è una sorpresa che i Repubblicani dipingano l’America come una discarica di sogni mai realizzati. Ma al dibattito tra i Democratici dell’altra sera i candidati hanno parlato del paese in termini altrettanto cupi. Sanders ha detto tra le altre cose che “quasi tutti sono diventati più poveri”, che gli americani “sono preoccupati a morte per il futuro dei loro figli”, che c’è “grande disperazione in tutto il paese”, che “gli anziani tagliano a metà le pillole per tirare avanti” e “non possono riscaldare le loro case in inverno” […]. Hillary Clinton non ha respinto questa visione distopica di una nazione in sofferenza. Anzi ha detto più volte di essere d’accordo con Sanders e che “sì, l’economia è truccata per favorire i ricchi”. Poi ha parlato del “razzismo sistematico” contro i neri, delle “famiglie di immigrati onesti che vivono nel terrore”, dei diritti delle donne “sotto durissimo attacco”. […] Ma la cosa veramente impressionante è stata vedere Sanders e Clinton interrompere i loro scambi deprimenti sullo stato del paese per coprire di complimenti il suo attuale leader.

Ci sono ragioni che spiegano questo fenomeno. La radicalizzazione politica di questi anni – in entrambi i partiti – è un fenomeno che ha riguardato trasversalmente ceti sociali e culturali, e quindi non si può associare direttamente alla sofferenza degli elettori: ci sono elettori che sono diventati più radicali anche se le loro personali condizioni di vita sono migliorate. Allo stesso modo, tra i Democratici Barack Obama non è visto come un “traditore della sinistra” – salvo che da qualche sciroccato – bensì come un presidente che ha ottenuto moltissimo, forse il massimo, da una situazione complicatissima, mettendo finalmente le cose su una strada giusta. Se questo strabismo alle primarie può permettere a Clinton e Sanders di tenere insieme capra e cavoli, a novembre non credo sarà possibile. Delle due l’una: o si rivendica di essere stati sempre d’accordo con Obama in questi otto anni, o ci si presenta come i candidati del cambiamento (addirittura “rivoluzionari”, come fa Sanders).

Republican Presidential Candidates Debate In Iowa Days Before State's Caucus

Tra i Repubblicani, invece, Iowa e New Hampshire hanno ridotto il numero dei candidati a sei: Donald Trump, Ted Cruz, Marco Rubio, John Kasich, Ben Carson e Jeb Bush. Si dividono in due categorie: quelli anti-establishment (Cruz, Trump e Carson) e quelli pro-establishment (Rubio, Bush e Kasich). Bush e Carson sono praticamente con un piede fuori: non è detto nemmeno che arrivino al Super-Tuesday del primo marzo. È difficile dire cosa succederà adesso, ma ci sono un po’ di cose che possiamo mettere sul tavolo per cercare di farci un’idea.

Forse ricordate una cosa che avevo scritto nella guida ai caucus dell’Iowa, e cioè che da quelle parti conta moltissimo la cosiddetta “retail politics”: battere contea per contea, bottega per bottega, fare un evento in ogni bar. Ted Cruz, che ha vinto i caucus in Iowa, è stato l’unico candidato a visitare nell’arco della campagna elettorale tutte le contee dello stato. Il New Hampshire è molto simile all’Iowa, da questo punto di vista, e la “retail politics” funziona anche lì: John Kasich negli ultimi mesi aveva organizzato da quelle parti ben 106 incontri con gli elettori, e ha ottenuto un gran secondo posto. Ecco, da qui in poi la “retail politics” non varrà più molto: Nevada e South Carolina sono due stati molto più grandi di Iowa e New Hampshire; il primo marzo, poi, si vota nello stesso giorno in tanti stati, grandi e lontani tra loro. Quindi conterà soprattutto la capacità di dominare i media. Questo dovrebbe favorire Trump, che sa usare i giornali a suo vantaggio come nessuno e gode già della rendita di posizione del candidato in testa ai sondaggi.

Ma ci sono altre indicazioni, in qualche modo contraddittorie. Nelle prossime settimane, per esempio, i Repubblicani voteranno in diversi stati del sud: posti come Alabama, Arkansas, Georgia, Oklahoma, Tennessee, dove sulla carta un conservatore come Ted Cruz può ottenere molti più consensi di Donald Trump, soprattutto se manterrà tra gli elettori evangelici il vantaggio che ha mostrato di avere in Iowa. Uno col profilo di Marco Rubio, invece, dovrebbe andare molto bene in posti come il Colorado o il Nevada, dove vivono folte comunità latinoamericanee e l’elettorato Repubblicano non è così radicale: ma bisognerà vedere se saprà riprendersi dallo svarione nel dibattito televisivo della settimana scorsa e dalla successiva scoppola subita in New Hampshire. La situazione di Rubio è notevole: era lanciato verso il secondo posto in New Hampshire, in grande ascesa in tutti i sondaggi, ma si è messo così nei guai che se non arriva sopra Kasich e Bush in Nevada e in South Carolina rischia seriamente di finire presto fuori dai giochi. Lo stesso Kasich con il secondo posto in New Hampshire si è garantito appena qualche settimana di sopravvivenza: se non si mostrerà competitivo da qui al primo marzo – e gli stati in cui si vota non sono proprio ideali per lui, moderato e centrista – sarà fuori. Di sicuro i primi risultati mostrano che c’è spazio per uno solo tra Rubio, Bush e Kasich.

Infine, a questo punto ci si aspetta da Cruz e dagli altri un vero attacco contro Trump, che fin qui ha attraversato i dibattiti televisivi senza essere quasi mai sfiorato. L’unico che fin qui ha alzato la voce contro Trump è stato Bush, finendone ogni volta massacrato e deriso; ma non resta molto tempo per cercare di fermare Trump. Dovesse superare il Super-Tuesday ancora da vincitore e favorito, la forza attrattiva che eserciterebbe sull’establishment del partito e sui suoi elettori sarebbe probabilmente irresistibile.

Cosa succederebbe a quel punto, sinceramente non lo so.

La mossa della disperazione: uno spot di George W. Bush per Jeb Bush.

Una cosa su di noi
Quando lo scorso giugno ho deciso di aprire una newsletter, e usarla per fare una volta la settimana un punto della situazione sulla campagna elettorale in vista delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, l’ho fatto principalmente per me. Travolto dalle mille cose da fare al Post, da qualche tempo mi ero reso conto di aver perso il filo di una cosa che mi interessa da molti anni – la politica americana – e di aver trascurato letture, approfondimenti e cose nuove da imparare: ho pensato allora di prendermi un impegno pubblico, per costringermi a ricominciare a occuparmene più seriamente. Per ragioni simili ho deciso di scrivere questi aggiornamenti su una newsletter, e non per esempio sul mio blog: avevo voglia di fare qualcosa di diverso e imparare una cosa nuova. Non avevo idea di quanto questa si sarebbe rivelata, al di là delle mie motivazioni personali, una buona idea.

Ho ricominciato a leggere e studiare un sacco di cose sulla politica americana, che era l’obiettivo iniziale, e sto seguendo questa campagna con un’attenzione sicuramente superiore alle ultime due, che pure mi avevano molto coinvolto. Ma soprattutto ho trovato un modo nuovo e stimolante per fare quello che faccio. Per ogni newsletter che mando, ricevo ogni settimana decine di risposte: dentro ci trovo soprattutto domande, ma anche segnalazioni e consigli. Rispondo a tutti, sempre. La newsletter è diventata una specie di lavoro: mi richiede più o meno un’ora al giorno – tra lettura dei giornali e risposta alle email – e poi tre o quattro ore il sabato mattina per mettere tutto insieme, recuperare quello che va recuperato e scrivere. Non metto in conto le notti insonni perché quelle le farei comunque per il Post. Il risultato è che il numero degli iscritti è salito costantemente, all’inizio anche con una certa mia incredulità, e ora è diventato un piccolo problema. Mi spiego.

Questa newsletter arriva con un servizio gratuito che si chiama Tinyletter. Dato che è un servizio gratuito, ha qualche limite: per esempio ogni newsletter non può avere più di 5.000 iscritti. Noi siamo più di 5.000 ormai da qualche tempo (e oltre il 70 per cento di voi apre la newsletter ogni settimana: sono numeroni, per questo mezzo, per giunta usato per parlare di una cosa non proprio popolare). Quando ci stavamo avvicinando ai 5.000 iscritti, preso un po’ dal panico, ho scritto un’email di informazioni a quelli di Tinyletter: e loro sono stati così gentili da fare un’eccezione e alzare un po’ il limite degli iscritti. Solo che di questo passo raggiungeremo presto il nuovo limite, anche perché con l’inizio delle primarie le nuove iscrizioni settimanali sono ulteriormente aumentate. Quindi tocca passare a un altro servizio.

Ce ne sono tanti: alcuni gratuiti, ma con limiti di affidabilità e di “capienza” che prima o poi si farebbero sentire, oppure complicate configurazioni tecniche che non ho il tempo e la voglia di studiare. La maggior parte sono a pagamento. Io sono convinto di passare a MailChimp, per due ragioni. Primo: è la società proprietaria di Tinyletter, quindi la transizione da un servizio all’altro dovrebbe essere semplice e indolore sia per me che per i vostri indirizzi email (farò tutto io, non vi accorgerete di niente). Secondo: è considerata uno dei migliori – se non il migliore – servizio di newsletter in circolazione. Il punto è che costa. Quanto costa? Dipende dal numero degli iscritti. Per quelli che siamo adesso, circa 70 euro al mese. Se gli iscritti dovessero crescere ancora, come probabilmente accadrà, si può arrivare a 135 euro al mese (la cifra sale ancora se si superano i 25.000 iscritti, ma credo proprio che non ci arriveremo).

Ora, mettiamo in chiaro da subito una cosa su cui non ho mai avuto il minimo dubbio: la newsletter è e rimane gratuita per tutti. Lo ripeto: iscriversi e ricevere questa newsletter è gratuito dall’inizio e rimarrà gratuito fino alla fine. Rimane però che molto presto per produrre la newsletter – oltre alle mie ore di lavoro– serviranno dei soldi, da pagare ogni mese per nove mesi: facendo una stima conservativa, cioè supponendo di pagare da qui a novembre in media 90 euro al mese, si arriva a 810 euro. Che sono una bella cifretta, se tenete conto che questo è un lavoro che già ora faccio gratis. Quindi ho pensato di fare così: la newsletter rimane gratuita, ma se qualcuno vuole contribuire a coprire i costi, può farmi un versamento su Paypal. Qualsiasi cifra è utile. Si può donare anche più di una volta, ovviamente.

Io i soldi ce li metterò in ogni caso di tasca mia fino a novembre 2016, anche se non doveste dare niente; se invece i vostri soldi copriranno una parte delle spese, l’altra parte ce la metterò io; se poi i vostri soldi dovessero addirittura superare quella quota, userò la parte eccedente a parziale copertura dei costi non indifferenti che affronterò in agosto per andare alle convention dei Democratici e dei Repubblicani negli Stati Uniti. In questi mesi molti si sono offerti di pagare in qualche modo per questa newsletter, che comunque ha avuto dei costi non economici ogni settimana fin qui: questo è il momento di mostrare che dicevate sul serio. Naturalmente, dall’altra parte, non sentitevi in colpa se non potete o non volete donare niente: alcuni di voi sono iscritti solo da poche settimane e giustamente vogliono prima capire se ne vale la pena o no, altri sono studenti squattrinati, altri vogliono solo curiosare, altri ancora avranno i loro ottimi motivi. State tranquilli. La newsletter arriva comunque, gratis, ogni sabato, come dal 14 giugno a oggi, feste comprese.

Donazione+Paypal

Un video, per finire
Come se non mi infliggessi già abbastanza notti insonni, la settimana scorsa sono andato a vedere il Super Bowl in un locale a Milano con alcuni amici. Ho visto Lady Gaga cantare l’inno nazionale statunitense e ho pensato all’inno più straordinario che abbia ascoltato, cantato da Beyoncé al secondo insediamento di Obama nel 2013. Prendetevi due minuti e guardatelo. Cose eccezionali di questo video, in ordine sparso:

– la bravura di un altro pianeta (era in playback, sì, ma chissenefrega)
– il momento in cui si toglie l’auricolare
– la bellezza di un altro pianeta
– il mall di Washington pieno di gente
– il povero Beau Biden esattamente dietro di lei

Cose da leggere
Meet the Man Who Helps Trump Be Trump, di Monica Langley sul Wall Street Journal
– Jon Favreau, il leggendario speechwriter di Obama, ha scritto un ipotetico e credibile discorso della vittoria di Donald Trump: fa paura
Chris Christie’s bridge to nowhere: How his 2016 bid went wrong, di Daniel Strauss su Politico

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–272 giorni alle elezioni statunitensi

–272 giorni alle elezioni statunitensi
–10 giorni alle primarie in South Carolina (R) e in Nevada (D)

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Un minuto dopo la chiusura dei seggi in New Hampshire, tutte le testate e le tv statunitensi hanno dato Bernie Sanders e Donald Trump vincitori delle primarie: soltanto sulla base dei primissimi risultati dello spoglio, delle proiezioni e degli exit poll. Lo scrutinio ha poi confermato queste previsioni. Ora, le vittorie di Sanders e Trump erano in qualche modo attese: i sondaggi le avevano previste, seppure dopo l’Iowa non ci si potesse fidare molto. Ma il distacco che Sanders ha dato a Clinton e gli equilibri tra gli altri candidati Repubblicani sono sorprendenti e saranno la cosa di cui più si parlerà nei prossimi dieci giorni.

I risultati, intanto:

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Cosa cambia per i Democratici?
Il contesto di partenza lo sapete, se avete letto l’ultima newsletter: tutti davano per scontata una vittoria di Sanders. Ma Clinton per salvare la serata avrebbe dovuto tenere il distacco sotto i dieci punti, e invece sono stati più di venti. Clinton ha davanti dieci giorni molto complicati: i giornali non faranno altro che parlare di quanto Sanders va forte tra i giovani e di quanto la sua campagna elettorale sia compromessa. Se la seconda preoccupazione è forse un po’ esagerata – è noto da mesi che Sanders sarebbe andato forte in Iowa e New Hampshire, per lui il difficile comincia adesso – la prima invece è fondatissima: per questo motivo è saggio aspettarsi qualche cambiamento nello staff della sua campagna elettorale (lo ha anticipato Politico due giorni fa) e una Hillary Clinton un po’ diversa nel prossimo futuro. Lo stesso discorso che ha pronunciato stanotte dopo la sconfitta è stato particolare: molto concentrato sulle diseguaglianze economiche, sul ruolo pericoloso dei soldi in politica, sui diritti umani. Vi ricorda qualcuno?

Nella parte finale del discorso, però, il tono di Hillary da convinto e appassionato si è fatto quasi rabbioso, forse anche a causa della voce roca. Con le dovute proporzioni, è una scena che a diversi giornalisti ha ricordato da lontano il famigerato “Dean’s scream“, il discorso esaltato e sopra le righe con cui nel 2004 Howard Dean festeggiò un deludente terzo posto in Iowa e allo stesso tempo si rovinò l’immagine e la carriera. Il discorso di Sanders invece è stato tutta un’altra storia: concreto, capace di cambiare registro (a un certo punto ha detto anche «YUGE!»), più disinvolto del solito, e in un clima di esaltazione generale da concerto di Bruce Springsteen.

Cosa cambia per i Repubblicani?

Eh, mica la so questa. Stavolta i sondaggi hanno previsto bene il vantaggio di Trump, che ha vinto nettamente; e ha trovato conferme anche il trend che si vedeva degli ultimi giorni, con Marco Rubio fermo dopo il brutto dibattito di sabato notte e John Kasich in crescita (di lui scriverò più ampiamente nella newsletter di sabato). Ted Cruz è arrivato terzo, e per lui in New Hampshire è grasso che cola. Jeb Bush è arrivato quarto: ha superato Rubio, scivolato addirittura quinto, ma non dovrebbe guadagnarne grande spinta. E ora? Ora si va in stati molto diversi da Iowa e New Hampshire, quindi le cose possono cambiare di nuovo. Di fatto in questo momento esistono argomenti razionali per sostenere che Trump, Cruz, Rubio e Kasich possono vincere la nomination. Forse pure qualcun altro. Davvero resta solo da stare a vedere.

C’è un movimento interessante però da continuare a tenere d’occhio: le interazioni e gli equilibri di forza tra Marco Rubio, John Kasich, Jeb Bush e Chris Christie. Se Trump e Cruz si contendono i voti degli elettori più radicali, infatti, questi quattro si contendono quelli più “istituzionali”: fin qui però si stanno togliendo aria e spazio a vicenda, rendendo tutto un po’ più facile a Trump e Cruz. L’esempio perfetto di questa dinamica è avvenuto al dibattito televisivo di sabato scorso. Christie ha preso di mira Rubio, accusandolo di saper dire solo frasette a memoria e mandandolo nel pallone: tanto che Rubio come ha risposto? Con la stessa frasetta di prima imparata a memoria. È stato un grosso guaio e da quel momento Rubio ha smesso di crescere nei sondaggi. I risultati in New Hampshire ci dicono però che se Rubio ha sofferto le conseguenze di quel colpo – lo ha ammesso lui stesso stanotte, scusandosi con i suoi elettori – mentre Christie non ne ha tratto vantaggi. Di fatto quindi Christie attaccando Rubio ha fatto il lavoro sporco per Trump. E qualora dovesse ritirarsi, dopo il risultato deludente di oggi, alla fine favorirebbe tra gli altri proprio Rubio. Un bel casino.

Cosa succede adesso?
L’11 febbraio c’è un dibattito tra i Democratici, il 13 invece un dibattito tra i Repubblicani. Poi si ricomincia a votare: il 20 febbraio votano i Democratici in Nevada e i Repubblicani in South Carolina, poi il 23 votano in Nevada anche i Repubblicani e il 27 toccherà ai Democratici in South Carolina. In mezzo ci sarà un altro dibattito tra i Repubblicani, il 25 febbraio. Poi, il primo marzo, il Super-Tuesday: e l’inizio del mese che potrebbe darci i candidati alla presidenza degli Stati Uniti.

Noi ci risentiamo sabato. Ciao!

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Fare le cose bene

Il 19 dicembre ho partecipato al TEDx organizzato dalla Scuola Superiore dell’università di Catania. Il tema del TEDx era “Nonostante” e io ho cercato di raccontare come abbiamo fatto a fare il Post nel 2010 e tenerlo in piedi con soddisfazione fin qui in un’epoca di crisi dei giornali e del giornalismo. Gli altri speech della giornata sono qui.

Per cosa vogliamo finire sui libri di storia?

La cosiddetta “adozione del figliastro”, cioè la possibilità per una persona di adottare il figlio biologico del suo partner, è una norma che esiste in Italia dal 1983 per le coppie eterosessuali sposate e dal 2007 per quelle anche solo conviventi. Serve a proteggere i bambini, prima di tutto. Dal 1983 a oggi non si è segnalata in Italia nessuna patologica esplosione di fenomeni di sfruttamento delle donne e cose del genere: e quella legge fu accolta da sollievo e approvazione, non da proteste di piazza né citazioni dell’Apocalisse.

La gestazione per altri – quella cosa che con malsana complicità della stampa oggi chiamiamo “utero in affitto” – in Italia è illegale e proibita, e così resterà dopo l’approvazione della legge Cirinnà: non cambierà niente rispetto a oggi. Semplicemente avranno diritto ad accedere all'”adozione del figliastro” le coppie gay conviventi e i loro figli (esistono già, che piaccia o no). Nei paesi dove norme del genere o persino più avanzate esistono da anni non sono emersi problemi nello sviluppo dei bambini cresciuti da coppie gay: e quei paesi sono ormai tantissimi. Lo stesso dicono gli studi scientifici.

Insomma, la stepchild adoption e i-nostri-bambini non hanno niente a che fare con l’opposizione alla legge Cirinnà.

Chi dice che “vanno bene i diritti alle coppie conviventi ma la stepchild adoption no”, infatti, dice probabilmente una bugia. Il primo “Family Day”, che portò in piazza molte più persone di quello di qualche settimana fa, fu indetto infatti contro una proposta di legge moderatissima che non prevedeva la stepchild adoption. Se non fosse una questione seria – una di quelle che si possono definire davvero di vita o di morte – ci sarebbe da stralciare la stepchild adoption e andare a vedere il loro bluff.

Qual è il problema, allora, se non la stepchild adoption? È il caso di affrontare l’elefante nella stanza: per una fetta significativa dell’opinione pubblica italiana e dei suoi rappresentanti politici, il problema sono le persone omosessuali. La loro esistenza, innanzitutto, e quindi la loro legittima richiesta di parità di diritti a fronte della parità di doveri a cui sono già sottoposti.

È lo stesso motivo per cui oggi discutiamo di una legge costruita come la legge Cirinnà, quando in realtà i conservatori – al netto dell’omofobia – dovrebbero preferire i matrimoni gay alle unioni civili. Nel campo dei diritti civili e sociali, la difesa della famiglia fondata sul matrimonio e del matrimonio come pilastro fondante della società è stata per decenni una battaglia dei conservatori. Forse la battaglia centrale dei conservatori sui temi sociali. Al contrario, i progressisti si sono sempre battuti per un’organizzazione sociale più fluida, più libera e soprattutto meno imperniata sul matrimonio e sulla sua indissolubilità, vista come reazionaria, costrittiva, ipocritamente riparatrice di sottomissioni e violenze, che invece giustificava: lo hanno fatto prima lottando per il divorzio, poi lottando per accorciare il più possibile i tempi per il divorzio, poi battendosi per l’allargamento dei diritti alle coppie di fatto, tra le molte altre cose. Per dirla come l’ha detta David Cameron: «Io non sono a favore del matrimonio gay nonostante sia un conservatore; io sono a favore del matrimonio gay perché sono un conservatore».

Perché allora i matrimoni gay in Italia sono fuori dalla discussione? Perché il problema per molti sono ancora semplicemente le persone omosessuali: una minoranza per secoli perseguitata, uccisa, maltrattata e discriminata per via di una condizione innata e innocua quanto essere neri o alti o con gli occhi blu. E questo è il motivo più importante e profondo per cui è necessario che il disegno di legge Cirinnà diventi legge dello Stato, e che il Parlamento per una volta pensi alle conseguenze politiche che questa scelta avrà non nelle prossime settimane bensì nei prossimi anni, nei prossimi decenni.

Sappiamo ormai per certo che i parlamentari della Repubblica italiana tra poche settimane faranno parlare di sé in tutto il mondo e passeranno alla storia di questo paese: devono solo decidere per cosa.

–276 giorni alle elezioni statunitensi

–276 giorni alle elezioni statunitensi
–3 giorni alle primarie in New Hampshire

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Prima di venire al dunque, un ringraziamento ai molti iscritti alla newsletter che sono venuti martedì a Torino e un nuovo appuntamento, il 29 febbraio a Roma. Seguiranno dettagli, anche perché ora che si fa sul serio non ci si ferma più: siamo ancora qui che parliamo dei risultati dell’Iowa ma tra un attimo si vota già in New Hampshire. Come ormai sapete benissimo, quelle dell’Iowa non erano primarie ma caucus: per questo quelli del New Hampshire vanno molto fieri del fatto che le loro primarie sono “first in the nation”.

Cos’è il New Hampshire
2000px-New_Hampshire_in_United_States.svgÈ uno stato americano del New England, quello colorato nella foto accanto. Confina col Massachusetts a sud, col Vermont a ovest, col Maine e con l’oceano a est, col Canada a nord. È il quinto stato americano più piccolo: in termini di superficie è grande quanto la Sicilia, solo che la Sicilia ha 5 milioni di abitanti mentre il New Hampshire ne ha 1,5.

I suoi abitanti sono bianchi per il 92,3 per cento, di origini asiatiche per il 2,2 per cento, di origini ispaniche per l’1,6 per cento, neri per l’1,1 per cento; dal punto di vista religioso sono cristiani per il 63 per cento, mormoni per l’1 per cento, ebrei per l’1 per cento, buddhisti per l’1 per cento, musulmani per lo 0,5 per cento, induisti per lo 0,5 per cento. Il 26 per cento degli abitanti del New Hampshire sono non credenti: uno dei tassi più alti in tutti gli Stati Uniti.

La capitale è Concord, che però non è la città più grande né la più popolosa: quella è Manchester, che ha 190.000 abitanti mentre Concord ne ha 42mila. Un’altra città importante è Nashua, 86.000 abitanti. La parte costiera e che confina col Massachusetts è il posto in cui i Repubblicani moderati sono più forti; la parte occidentale, quella più vicina al Vermont, è quella invece dove sono più forti i Democratici. La contea più settentrionale, Coös County, è quella invece dove vanno meglio i Repubblicani più tradizionalmente conservatori. Il clima in questi giorni è simile a quello dell’Iowa (cioè un freddo maledetto); dal punto di vista del clima politico, però, le cose sono un po’ diverse.

Il New Hampshire è uno stato che ha votato Repubblicano per gran parte del Novecento ma si è avvicinato molto ai Democratici a partire dagli anni Novanta. Alle presidenziali il New Hampshire ha votato Bill Clinton nel 1992 e nel 1996, John Kerry nel 2004 e Barack Obama nel 2008 e nel 2012. Nel 2000 ha votato George W. Bush ma quattro anni dopo fu l’unico stato vinto da Bush a passare con John Kerry (che viene dal Massachusetts, e questo ebbe un certo peso). Oggi il New Hampshire è considerato uno stato in bilico. In questo momento ha una governatrice Democratica, due parlamentari Democratici e due Repubblicani.

Ma c’è una cosa più importante da sapere per capire la politica in New Hampshire.

I libertari
Il motto dello stato del New Hampshire è “Live Free Or Die”, ed è una buona sintesi di cosa pensa una parte molto significativa dei suoi elettori. Per capire qualche ricaduta concreta di questo orientamento può essere utile sapere che il New Hampshire è l’unico stato americano nel quale non è obbligatorio indossare il casco in moto o le cinture di sicurezza in macchina (in certi casi da quelle parti non è obbligatorio nemmeno avere un’assicurazione per la responsabilità civile); che è stato il primo posto in America a legalizzare i matrimoni gay con una decisione del Congresso locale e non di un giudice; che non prevede tasse sul reddito né la sales tax, una specie di IVA. Insomma, gli elettori del New Hampshire vogliono che il governo gli dica il meno possibile cosa fare: e hanno molto più a cuore – anche tra i Repubblicani – il fatto che le tasse siano basse e l’economia funzioni bene, piuttosto che se i gay possono sposarsi o meno o se le donne possono abortire.

I Repubblicani del New Hampshire sono considerati tra i più moderati del paese, sono piuttosto benestanti e soprattutto nella parte meridionale dello stato risentono molto dell’influenza di Boston (ci sono molti pendolari che fanno avanti e indietro). Gli elettori Democratici invece sono più di sinistra di quanto sono altrove, come accade in generale anche negli altri stati della regione: pensate per esempio al Massachusetts e al Vermont.

Come funzionano le primarie in New Hampshire
Sono primarie aperte, quindi funzionano in modo molto semplice: i seggi sono aperti tutto il giorno, il voto è segreto, alla chiusura dei seggi si contano i voti. Si può votare alle primarie di un partito anche senza essere preventivamente registrati come elettori di quel partito, ma bisognerà farlo al seggio (dopo il voto si può annullare la registrazione, se uno proprio ci tiene molto a restare indipendente). I Repubblicani eleggono 20 delegati, i Democratici 24, entrambi su base proporzionale. Lo spoglio è più complesso che con i caucus e quindi i risultati arriveranno più lentamente che in Iowa. Le primarie Repubblicane del 2012 le vinse Mitt Romney col 39,4 per cento. Nel 2008 tra i Democratici vinse a sorpresa Hillary Clinton, nonostante fosse stata battuta clamorosamente pochi giorni prima da Barack Obama in Iowa; dall’altra parte invece vinse John McCain, un Repubblicano decisamente poco ortodosso.

https://www.youtube.com/watch?v=6qgWH89qWks
Il momento lacrimevole che nel 2008 giro la campagna elettorale in New Hampshire in favore di Hillary Clinton.

Quanto vale il voto in New Hampshire
Storicamente il primo mese di primarie serve soprattutto a selezionare i candidati: quelli che restano in piedi si giocano la vittoria al Super-Tuesday o poco dopo. Quest’anno un meccanismo del genere avverrà soprattutto tra i Repubblicani, tra cui questa settimana si sono ritirati Rick Santorum (che ha dato il suo sostegno a Marco Rubio), Rand Paul e Mike Huckabee: il voto in New Hampshire servirà soprattutto a vedere quali candidati riusciranno a consolidare il loro sostegno politico. Tra i Democratici i candidati sono diventati soltanto due, dopo il ritiro di Martin O’Malley, e il risultato del New Hampshire servirà soprattutto a raccogliere qualche indicazione in più su quanto potrà essere lunga la corsa tra Hillary Clinton e Bernie Sanders.

Come stanno i Democratici
Cominciamo dai sondaggi. Bernie Sanders in New Hampshire è in vantaggio da mesi e questo vantaggio è cresciuto molto nelle ultime settimane. L’algoritmo del giornalista e statistico Nate Silver dice che Sanders ha oltre il 99 per cento di possibilità di vincere le primarie in New Hampshire. Insomma, niente da vedere?

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Il risultato di queste primarie sembra effettivamente scontato da tempo. Il New Hampshire ha caratteristiche persino più favorevoli dell’Iowa, per Sanders: è uno stato piccolo, abitato quasi esclusivamente da bianchi (e Sanders piace oggi soprattutto ai bianchi), decisamente più di sinistra della media nazionale e confinante con il suo stato, il Vermont, per cui praticamente gioca in casa. Clinton in Iowa ha battuto Sanders di 23 punti tra gli elettori Democratici che si definiscono “moderati” e ha perso di 19 punti tra quelli che si definiscono “very liberal”: in New Hampshire ci sono soprattutto “very liberal”. Non sarà così altrove: i prossimi due stati in cui si vota, Nevada e South Carolina, sono demograficamente e politicamente molto più rappresentativi degli Stati Uniti d’America.

Per questo motivo Sanders in New Hampshire deve ottenere una vittoria larga, di almeno dieci punti percentuali, per restare davvero in corsa: in questo modo potrà arrivare alle prossime settimane – quando comincia la strada in salita – col vento in poppa. Hillary Clinton invece cercherà di ridurre il divario a meno di dieci punti, ma comunque potrebbe gestire una netta sconfitta: è quello che ci si aspetta, d’altra parte, e le prossime votazioni in Nevada e in South Carolina offrono per lei un contesto di partenza decisamente migliore.

Non sono i numeri e i voti, quindi, che in questo momento dovrebbero preoccupare Hillary Clinton: era noto da mesi che Sanders sarebbe andato forte in Iowa e in New Hampshire, e anzi in Iowa è andato persino peggio di come sarebbe dovuto andare per imporsi come una vera minaccia (Obama nel 2008 in Iowa stravinse). La prima cosa preoccupante per Clinton è la grande differenza di entusiasmo tra gli elettori di Sanders e i suoi, soprattutto tra i più giovani: questo è un trend che può avere conseguenze pesanti, se Clinton non riuscirà a correggerlo. L’enfasi che Sanders mette su temi come il debito degli studenti universitari e l’influenza dei ricchi sul Congresso sta ottenendo sempre più risultati tra gli elettori Democratici. La seconda cosa preoccupante sono i punti deboli della sua candidatura che Sanders sta facendo venire a galla e sta sfruttando con abilità. Questa settimana, per esempio, durante un’intervista Clinton ha dato una risposta così terribile sui suoi rapporti con Wall Street che i Repubblicani si sono limitati a ritagliarne il video e metterlo su YouTube, senza nemmeno aggiungere commenti e slogan. Basta ascoltarla.

Parafrasi mia: “Ho preso un sacco di soldi da Goldman Sachs perché me li volevano dare e perché lo fanno tutti”. Cosa?!

Come stanno i Repubblicani
Qui le cose invece sono ben più confuse. Il risultato dell’Iowa ha confermato quello che sapevamo sugli elettori dello stato (la vittoria di Cruz è stata trainata dalla grande partecipazione dei gruppi conservatori evangelici) e ha messo in discussione il supporto attribuito dai sondaggi a Donald Trump. Quindi bisogna guardare ai dati con un surplus di scetticismo e cautela. In questo momento nei sondaggi Trump è nettamente avanti, ma dopo l’ottimo risultato in Iowa c’è Marco Rubio in grande ripresa. Nate Silver dice che Trump ha il 63 per cento di probabilità di vincere, contro il 21 per cento di Rubio, il 7 di Kasich e il 5 di Cruz.

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Da una parte gli elettori che hanno dato la vittoria a Cruz in Iowa – gli stessi molto conservatori e religiosi che fecero vincere Huckabee nel 2008 – non dovrebbero dargli una mano in New Hampshire. Dall’altra parte, il risicato secondo posto di Trump in Iowa ha messo in discussione una parte centrale del suo appeal: la retorica spaccona di chi insiste continuamente sull’importanza di vincere e far fuori gli avversari. Per questo motivo Trump va considerato secondo me leggermente favorito, ma Rubio potrebbe ottenere qualcosa in più di un lontano secondo posto: il suo profilo – relativamente più ragionevole, razionale e presidenziabile – è molto più adatto agli elettori locali di quanto fosse in Iowa. Un secondo posto consoliderebbe molto la sua posizione: abbiamo detto più volte che il suo obiettivo è fare 3-2-1 (arrivare terzo in Iowa, come è riuscito a fare, secondo in New Hampshire e primo in Nevada e/o in South Carolina).

Il voto in New Hampshire servirà tra i Repubblicani soprattutto a sfoltire il numero dei candidati veri. Gente come Jeb Bush, John Kasich e Chris Christie – candidati dalle posizioni relativamente moderate fin qui schiacciati dalla radicalizzazione dell’elettorato – da mesi puntano tutto sul New Hampshire: hanno bisogno di arrivare almeno terzi per conservare una vera chance di vittoria. Chi non ci riuscirà magari resterà in ballo ancora un po’, diciamo fino al Super-Tuesday del primo marzo, ma sarà già con un piede fuori dalle primarie.

Povero Bush. Si ferma, l’applauso non arriva e si trova costretto a dire, sconfitto dalla vita: “Please clap”. E questi erano i suoi sostenitori!

Stanotte c’è un dibattito televisivo tra i candidati Repubblicani. Noi ci risentiamo mercoledì 10 novembre, di mattina presto, con un’edizione speciale della newsletter sui risultati delle primarie in New Hampshire.

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–280 giorni alle elezioni statunitensi

–280 giorni alle elezioni statunitensi
–7 giorni alle primarie in New Hampshire

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È stata una gran nottata, che ci ha dato quattro notizie.

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1. Hillary Clinton e Bernie Sanders tra i Democratici sono arrivati praticamente pari. In questo momento Clinton ha uno zero virgola qualcosa di vantaggio, lo scrutinio non è ancora finito e nessuno tra i grandi network si è sbilanciato: né Clinton né Sanders si sono dichiarati vincitori, seguiranno riconteggi e verifiche. Con dati del genere, però, nessuno dei due può davvero dirsi pienamente vincitore dell’elezione: e questo fa di Bernie Sanders il vincitore dal punto di vista politico e mediatico. Questo dovrebbe dargli una spinta in New Hampshire, dove si vota tra una settimana e dove già era in vantaggio nei sondaggi, ma occhio a trarre conclusioni affrettate. Primo: c’è un dibattito televisivo il 4 febbraio, stavolta con Clinton e Sanders da soli (O’Malley è stato un disastro e si è ritirato). Secondo: nel 2008 dopo essere arrivata terza in Iowa e in piena Obama-mania Hillary Clinton ribaltò i sondaggi e vinse in New Hampshire. Questa corsa dopo stanotte è diventata ancora più incerta e appassionante.

Il discorso di Bernie Sanders dopo i risultati.

2. Tra i Repubblicani ha vinto Ted Cruz, che era dato pochi punti dietro Trump dagli ultimi sondaggi, dopo un periodo passato in testa. Da una parte sembrerebbe la conferma di qualcosa che ci diciamo fin dall’inizio, sull’Iowa: vanno forte i candidati che hanno il sostegno dei gruppi religiosi conservatori, soprattutto gli evangelici. Era successo sia nel 2012 con Rick Santorum che nel 2008 con Mike Huckabee. Dall’altra parte, però, si tratta della prima volta dal 1980 che un candidato Repubblicano vince i caucus dell’Iowa senza essere un grande sostenitore dell’industria dell’etanolo – anzi, trovandosi osteggiato dalla lobby più potente dello stato. Questo dice qualcosa della forza di Cruz e del suo messaggio – che è di destra radicale, persino più di quello di Trump, seppure espresso in modi più istituzionali – tra gli elettori conservatori. Anche qui, però, tenete tutto in prospettiva: primo, è ancora solo l’Iowa; secondo: Cruz ha preso comunque solo il 27 per cento dei voti.

Il discorso di Ted Cruz dopo i risultati.

3. Considerate le condizioni di partenza, tra cui i mesi passati in testa ai sondaggi, Donald Trump doveva vincere: e invece non solo non ha vinto, ma è arrivato secondo a pochi passi da un terzo posto che sarebbe stato un vero disastro. Capiremo meglio nei prossimi giorni cosa è successo, ma di certo il problema non è stato la bassa affluenza: l’affluenza è stata altissima, record storico per i Repubblicani in Iowa. Una risposta possibile è che molti sono andati a votare per non votare lui. Un’altra risposta possibile è che non tutte le persone che si dichiaravano dalla sua parte nei sondaggi telefonici hanno deciso di uscire di casa per partecipare ai caucus, uno scenario che da tempo era considerato plausibile, ne avete letto più volte qui. Il discorso di Trump successivo ai risultati è stato straordinariamente sobrio e pacato, probabilmente nel tentativo di gestire la serata e prendersi qualche momento di riflessione prima di capire cosa fare. Ci sarà un dibattito televisivo il 6 febbraio, vedremo se arriveranno fuochi d’artificio; Trump in New Hampshire è ancora in vantaggio ma questa serata potrebbe cambiare moltissime cose.

Il discorso di Donald Trump dopo i risultati.

4. Sapete anche perché questa serata potrebbe cambiare moltissime cose? Perché Marco Rubio è andato sorprendentemente bene, conquistando un terzo posto solidissimo che a un certo punto sembrava quasi potesse diventare un secondo posto. Chi è iscritto alla newsletter da un po’ sa che Rubio è forse il più “presidenziabile” in campo tra i Repubblicani e che la sua strategia è la cosiddetta “3-2-1″: negli stati in cui si vota a febbraio, il piano è arrivare terzo in Iowa, secondo in New Hampshire e primo in Nevada e/o South Carolina. La solidità di questo terzo posto, in uno stato che non gli era congeniale, è una buona promessa per il futuro: anche perché nel frattempo stanotte sono andati molto male sia John Kasich che Jeb Bush e Chris Christie.

Il discorso di Marco Rubio dopo i risultati.

Facciamo sedimentare un po’ i risultati di questa notte, vediamo cosa decidono di cambiare i candidati nei prossimi giorni, seguiamo i due dibattiti televisivi di questa settimana. Ci risentiamo sabato prossimo, con la guida alle primarie del New Hampshire. Ma anche stasera a Torino, se siete nei paraggi. Ciao!

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–283 giorni alle elezioni statunitensi

–283 giorni alle elezioni statunitensi
–2 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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Tre promemoria prima di venire al sodo: la notte tra 1 e 2 febbraio mi trovate su Twitter e sul Post a seguire live i risultati dei caucus in Iowa; la mattina del 2 febbraio riceverete ovviamente un’edizione speciale della newsletter con le cose fondamentali da sapere su com’è andata; la sera del 2 febbraio sarò a Torino al Circolo dei lettori a parlare delle elezioni americane in un incontro organizzato da YouTrend. Mancavano ben 232 giorni al voto in Iowa quando abbiamo cominciato a sentirci, come-passa-il-tempo.

I Repubblicani a 2 giorni dai caucus
Vediamo i sondaggi, innanzitutto. Sappiamo ormai da settimane che tra i Repubblicani secondo i dati sarà una lotta tra l’imprenditore Donald Trump e il senatore Ted Cruz, due candidati molto di destra e anti-establishment. Trump è stato in testa ai sondaggi per settimane, poi Cruz ha rimontato e lo ha sorpassato due settimane fa; da quel momento però Trump non è crollato e ora sembra persino essere tornato avanti. Nate Silver – il giornalista e statistico che con i suoi modelli ci prende sempre, o quasi – dice che Trump ha il 46 per cento di possibilità di vincere, contro il 43 per cento di Cruz. Siamo lì.

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Ricordiamoci che bisogna fidarsi dei sondaggi fino a un certo punto: quelli dell’Iowa sono caucus e non tradizionali primarie, e quindi richiedono agli elettori uno sforzo di partecipazione superiore al normale – di sicuro superiore all’espressione verbale di una preferenza durante un’intervista telefonica. Il dato sull’affluenza può cambiare moltissimo gli equilibri: dato che Trump attrae molti elettori nuovi alla politica, gli analisti statunitensi sono convinti che un’affluenza particolarmente alta lo avvantaggerebbe mentre una più bassa sarebbe buona per Cruz.

https://www.youtube.com/watch?v=vt-vG_TdOT4

Qualcuno ha messo su YouTube questo video in cui un Ted Cruz diciottenne dice di volere diventar ricco e dominare il mondo.

L’altra cosa da ricordare è che, veri o no, i dati dei sondaggi sono anche quelli in base ai quali i candidati stessi decidono come muoversi. Ed è interessante che Cruz negli ultimi giorni abbia passato più tempo ad attaccare Marco Rubio che Donald Trump, almeno negli spot televisivi: se guardate le traiettorie delle linee sul grafico qui sopra potete capire perché.

In queste settimane a Cruz è accaduto un po’ quello che scrivevamo nella newsletter del 9 gennaio: la posizione da favorito in Iowa gli è risultata scomoda, e gli attacchi della lobby dell’etanolo – che in Iowa conta molto – sembrano averlo indebolito. Poi è arrivato il dibattito televisivo del 28 gennaio e Donald Trump ha sparigliato: non si è presentato. Bùm.

Soltanto i risultati dei caucus diranno con certezza se ha fatto bene o male. Oggi questa mossa però è descritta dai giornali americani come una specie di colpo di genio. Trump ha evitato domande delicate dai giornalisti di FOX News– sempre molto agguerriti – e attacchi dagli altri candidati, ma ha anche rischiato molto: agli elettori americani non piacciono i quitters, per quanto sia difficile accusare uno con la retorica spaccona di Trump di essere intimidito dai suoi avversari. Gli altri candidati potevano passare l’intera serata a criticarlo senza che lui avesse la possibilità di difendersi, ma invece cos’hanno fatto? Al posto suo, hanno massacrato Ted Cruz. Un resoconto più esteso del dibattito è qui, e ripeto: aspettiamo di vedere i voti veri in Iowa per prendere posizioni definitive. Se restiamo al dibattito, però, Trump è riuscito a vincere senza presentarsi.

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Povero Jeb Bush. In una newsletter di ottobre avevamo parlato del fatto che alcuni suoi consulenti volevano convincerlo a togliersi gli occhiali. Lui aveva risposto “giammai!”. Questo è Jeb Bush domenica scorsa in tv. Povero Jeb Bush.

Ah, ultima cosa sui Repubblicani. Vi ricordate di Ben Sasse? Il docente universitario e senatore Repubblicano del Nebraska che avevo scoperto per caso con un video e che vi avevo scritto di tenere d’occhio nella newsletter del 12 dicembre. Questa settimana è andato in Iowa, ma non per partecipare alla campagna elettorale di uno dei candidati,bensì per fare comizi contro Donald Trump. Ribadisco: tenerlo d’occhio dopo queste presidenziali.

I Democratici a 2 giorni dai caucus
Partiamo anche qui dai sondaggi. Bernie Sanders, senatore del Vermont, si è avvicinato moltissimo a Hillary Clinton: oggi i due sono praticamente dentro il margine di errore. Nate Silver dice però che Clinton ha il 79 per cento di possibilità di vincere i caucus: è un dato calcolato pesando i diversi sondaggi secondo la loro affidabilità storica, e tiene conto anche dei molti endorsement per Clinton da parte dei politici locali. Anche qui conterà molto l’affluenza: una fetta rilevante del sostegno per Sanders viene da elettori relativamente nuovi alla politica. Un’affluenza alta dovrebbe premiarlo, mentre una più bassa dovrebbe favorire Clinton.

democratsSul fronte della campagna elettorale, le cose tra i Democratici sono state comunque un po’ più tranquille. Lo scontro tra Clinton e Sanders in questo momento è quasi filosofico: la prima propone un tipo di cambiamento incrementale, che costruisca a piccoli passi su quanto fatto di buono dall’amministrazione Obama negli ultimi sette anni; il secondo propone un cambiamento più netto e radicale, anche a costo di ricominciare da capo su questioni come la sanità e il welfare, su cui Obama ha ottenuto alcuni dei suoi più celebrati successi, e senza spiegare davvero come ottenere questi stravolgimenti con un Congresso a maggioranza Repubblicana. Per farla breve, Clinton parla alla testa degli elettori mentre Sanders parla al loro cuore. In Iowa gli elettori Democratici di solito ascoltano di più il secondo.

Nel frattempo è arrivata però una cattiva notizia per Hillary Clinton. L’FBI ha concluso l’esame delle email di lavoro che ha ricevuto e inviato dal suo account privato durante gli anni da segretario di stato, e ha trovato 22 email contenenti materiali “top secret”. Non è ancora chiaro se queste email sono state classificate come “top secret” dopo il loro passaggio dalla casella di posta di Clinton, ed è una distinzione fondamentale: in primo luogo perché Clinton ha sempre detto perentoriamente di non aver mai maneggiato via email documenti classificati come “top secret”, e di certo sarebbe un guaio se l’FBI la smentisse; in secondo luogo perché in caso contrario questa vicenda potrebbe avere nuovi e più gravi strascichi legali. Questa storia secondo me non avrà un grande impatto sul voto dell’Iowa, ma potrebbe averlo nei mesi a venire.

Questo è un spot prodotto e diffuso da un comitato Repubblicano. Sembra uno spot anti-Sanders, ma guardatelo bene: è uno spot anti-Clinton. Serve a sedurre i Democratici indecisi e farli passare dalla parte del senatore del Vermont.

Il terzo incomodo
Veniamo quindi alla notizia uscita sabato scorso due ore dopo l’invio della newsletter (che noia). Il New York Times ha scritto che Michael Bloomberg, imprenditore ed ex sindaco di New York, sta pensando di candidarsi come indipendente qualora da una parte Trump o Cruz e dall’altra Sanders diventassero evidentemente i grandi favoriti per la vittoria delle primarie. Questo aprirebbe uno spazio al centro e lui si farebbe eleggere dai moderati di entrambi i partiti. Io ci credo poco.

Bloomberg mise in giro voci simili già nel 2008 e nel 2012: non sembra proprio un uomo guidato da un ardente desiderio di spendersi per il paese. Inoltre: un paese che scegliesse Trump e Sanders come candidati alla presidenza vorrebbe in realtà eleggere un ricchissimo e moderatissimo uomo d’affari il cui nome tutti associano a Wall Street? Bloomberg tra le altre cose è favorevole alla libertà di scelta per le donne sull’aborto, favorevole ai matrimoni gay, favorevole all’introduzione di nuovi controlli sull’acquisto di armi, favorevole a riformare le leggi sull’immigrazione: per l’elettorato Repubblicano non sembrerebbe una candidatura interessante. Credo che su questo abbia ragione Paul Krugman: un’eventuale candidatura di Bloomberg sarebbe perfetta solo per spaccare i Democratici e mandare Donald Trump alla Casa Bianca. Infine, questa è la lista di tutti i presidenti americani della storia. Trovate voi quelli eletti da indipendenti.

Non vi si è ancora stancato il pollice?
Questa settimana ho passato cinque ore su Reddit a rispondere a qualsiasi domanda, comprese moltissime sulle elezioni americane. Trovate l’intera conversazione qui.

Cose da leggere
The Way to Stop Trump, di Ross Douthat sul New York Times
Hillary Clinton Wants To Talk To You About Love And Kindness, di Ruby Cramer su BuzzFeed
The Duel, di Ryan Lizza sul New Yorker
Contested Republican Convention Is Possible, di Reid J. Epstein sul Wall Street Journal

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–290 giorni alle elezioni statunitensi

–290 giorni alle elezioni statunitensi
–9 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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Siamo all’ultima curva del giro di riscaldamento, quindi due piccole comunicazioni e poi passiamo subito alle notizie. Il 28 gennaio faccio un AMA (Ask Me Anything) su Reddit: per i profani, vuol dire che dalle 15 sarò su r/italy a rispondere a più o meno qualsiasi domanda, dalla politica americana al Post a tutto il resto (anche la Roma, volendo, ma siate buoni). Il 2 febbraio, invece, alle 21 sarò al Circolo dei Lettori di Torino per parlare di elezioni americane: l’ingresso è gratuito. Sarà il giorno successivo ai caucus dell’Iowa, quindi: 1) io sarò morto di sonno 2) avremo un sacco di cose di cui parlare.

I due improbabili front-runner in Iowa
Democratici e Repubblicani hanno due cose in comune, relativamente ai caucus dell’Iowa. La prima è che sembra saranno affare tra due candidati, e non più di due: Clinton e Sanders tra i Democratici, Trump e Cruz tra i Repubblicani. La seconda è che negli ultimi dieci giorni i candidati in ascesa tra questi sono stati i più improbabili: Sanders tra i Democratici, Cruz tra i Repubblicani. Le medie dei sondaggi non aiutano a farsi un’idea finale sullo stato della corsa: in entrambi i partiti i candidati sono vicinissimi e i loro distacchi dentro il margine di errore. Ma per Cruz e Sanders trovarsi lì in alto ed essere considerati “favoriti” è una condizione nuova, e sta avendo delle conseguenze.

Tra le conseguenze positive c’è, banalmente, essere l’uomo del momento. Sanders è andato molto bene nella prima ora del dibattito tv di questa settimana (qui un resoconto completo), Clinton non ha ancora trovato una risposta davvero convincente alle critiche sui suoi legami con le banche di Wall Street e soprattutto un modo per smontare la dinamica candidata-pragmatica-razionale-sfida-candidato-idealista-radicale, che rischia di metterla in un angolo. Il gap di entusiasmo tra i sostenitori di Sanders e quelli di Clinton non è mai stato così alto, i suoi collaboratori fanno capire che la raccolta fondi sta andando meravigliosamente. Infine la campagna di Sanders ieri ha diffuso questo spot, il più bello dell’intera campagna elettorale fin qui, che cattura perfettamente l’atmosfera di questi giorni.

Se siete come me, vi è venuto un brividino.

Quando un candidato può fare uno spot così efficace senza dire una parola, usando solo l’atmosfera, vuol dire che in questi mesi ha fatto davvero un buon lavoro. Ragionandoci da un più arido punto di vista tecnico, poi, questo spot è fatto su misura per questa campagna elettorale – è un richiamo ai cuori degli elettori, più che alle loro teste – e soprattutto per quelli di Iowa e New Hampshire: è pieno di neve, paesaggi agricoli e soprattutto un sacco di gente bianchissima.

Questo ci porta alla seconda parte del nostro discorso: la trasformazione da candidato di bandiera a candidato potenzialmente vincitore è molto delicata e complicata. Un esempio rende bene l’idea: durante il dibattito televisivo di questa settimana si è discusso di una legge sulle armi su cui Sanders aveva cambiato idea due giorni prima del dibattito stesso, e di una proposta di riforma sanitaria di Sanders presentata letteralmente due ore prima. In questi giorni sulla stampa statunitense sono usciti diversi articoli che dicono, in sostanza: Sanders è stato un candidato di bandiera perfetto, ha dato alla campagna elettorale un tono e un taglio che altrimenti non avrebbe avuto, ha interpretato un sentimento cruciale per comprendere l’elettorato; nessuno gli ha mai chiesto di essere specifico, perché finché era un candidato di bandiera non ne aveva bisogno, ma oggi deve. Matthew Yglesias su Vox ha fatto notare che gli slogan di Sanders dicono poco di quali sarebbero i suoi piani concreti su molte questioni, Jessica Valenti sul Guardian ha scrittoche il fatto che Sanders stia genericamente dalla parte giusta sui temi dei diritti riproduttivi non è abbastanza per considerare convincenti le sue posizioni in materia. Ma la critica più significativa in questo senso – per il suo pulpito, diciamo – è arrivata da Paul Krugman, premio Nobel per l’economia e idolo della sinistra americana.

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L’ultima email di richiesta fondi della campagna Clinton paragona Bernie Sanders a Karl Rove. Nervosetti.

Anche Ted Cruz tra i Repubblicani sta iniziando a capire cosa comporta il nuovo status di candidato favorito ai caucus del primo febbraio. Il governatore dell’Iowa, Terry Branstad, è un personaggio moooolto influente: è Repubblicano ed è in carica da sei mandati, il periodo più lungo per un governatore nella storia degli Stati Uniti. Questa settimana Branstad ha detto che i cittadini dell’Iowa farebbero un errore a sostenere Cruz ai caucus per via delle sue posizioni contrarie ai sussidi all’industria dell’etanolo – ne avevamo parlato due newsletter fa – e ha ricordato i forti legami di Cruz con l’industria texana del petrolio: «Quando gli elettori se ne renderanno conto, capiranno che Cruz potrebbe davvero fare dei danni al nostro stato». Ouch.

Doppio ouch: questo spot di Donald Trump sull’immigrazione gli farà malissimo.

Triplo ouch: questa settimana Donald Trump ha ottenuto l’endorsement ufficiale di Sarah Palin.

(fate un respiro profondo)

Ora, diciamo subito due cose. Primo: anni e anni di elezioni e successive analisi hanno dimostrato come i media tendano regolarmente a sopravvalutare il peso degli endorsement politici, che salvo poche eccezioni non hanno un grande impatto sulle campagne elettorali. Questo vale in generale, non solo per Sarah Palin. Secondo: Sarah Palin è ormai un personaggio folkloristico, screditata e irrisa dalla grandissima parte degli elettori statunitensi, Repubblicani compresi. Ha una retorica comicamente estremista, una situazione familiare piena di storie non eccezionali, qualche scheletro nell’armadio e un campionario imbarazzante di errori e gaffe alle spalle.

Detto questo, in uno stato piccolo e particolare come Iowa l’endorsement di Sarah Palin può pesare un pochino perché colpisce Ted Cruz in un segmento importante: gli elettori molto politicizzati, molto conservatori e molto religiosi. In Iowa più che altrove, infatti, il meccanismo del voto tende a premiare chi ha sostenitori più motivati e radicali: votare ai caucus richiede circa due ore di tempo e la voglia di uscire tra la neve per partecipare a un dibattito politico in una fredda palestra o in un posto del genere. Il seguito di Sarah Palin è microscopico sul piano nazionale ma consistente in una fetta di Repubblicani estremisti che, specialmente in una corsa così equilibrata, può fare la differenza. Tutto questo, naturalmente, a meno che una nuova stupidaggine di Palin – scenario sempre dietro l’angolo – non ritorca tutto questo contro Trump: e forse è questo il motivo per cui – a sorpresa – dopo l’endorsement ufficiale Palin non è rimasta a fare campagna elettorale in Iowa e non si è più fatta vedere in giro.

3-2-1
Gli altri candidati Repubblicani sono aggrappati a una strategia che qualche giornale americano ha chiamato “3-2-1″: perché l’unico modo per infilarsi nella lotta tra Trump e Cruz oggi sembra sia arrivare terzi in Iowa, secondi in New Hampshire e primi in Nevada e/o in South Carolina, dove la composizione dell’elettorato cambia radicalmente includendo una grossa fetta di cittadini latinoamericani e afroamericani. Come va quindi la lotta per queste tre posizioni?

In Iowa il terzo posto dovrebbe essere un affare tra Marco Rubio e Ben Carson, anche se entrambi stanno faticando a muovere i loro numeri e Carson è in discesa da settimane. In New Hampshire stanno avvenendo i movimenti più interessanti: ben sei sondaggi questo mese hanno dato al secondo posto John Kasich, governatore dell’Ohio pragmatico e moderato, che sta battendo lo stato chilometro per chilometro consapevole di giocarsi tutto da quelle parti. Ma a due punti di distanza ci sono Cruz, Rubio, Bush e Christie, quindi si tratta di una partita ancora molto aperta. In South Carolina e in Nevada i numeri assomigliano ancora molto a quelli nazionali – Trump e Cruz davanti a tutti – ma bisogna tener conto che da quelle parti sono stati fatti ancora pochi sondaggi e i risultati di Iowa e New Hampshire li condizioneranno: sono dati che vanno presi con un surplus di cautela.

Uno spot di John Kasich propone uno scenario in cui il candidato vice di Donald Trump è Vladimir Putin.

In other news
– la Corte Suprema si esprimerà a giugno sulla costituzionalità degli ordini esecutivi con cui Barack Obama ha fermato la deportazione fuori dagli Stati Uniti di quattro milioni di immigrati irregolari i cui figli hanno la cittadinanza americana. Sarà una grossa notizia anche per la campagna elettorale, a pochi mesi dall’8 novembre.

– sembra che alcune delle email che Hillary Clinton conservò sul suo server privato durante gli anni da segretario di stato contenessero effettivamente materiale top secret. Il 29 gennaio sarà diffuso l’ultimo blocco di email, poi vedremo che piega prenderanno le indagini del governo.

Cose da leggere
What Does a Latino Electorate That’s Half Millennial Mean for the 2016 Election?, di Mathew Rodriguez su Mic
– The One Weird Trait That Predicts Whether You’re a Trump Supporter, di Matthew MacWilliams su Politico (“It’s authoritarianism”)
– The High Cost of a Bad Reputation, di Peggy Noonan sul Wall Street Journal (sul fatto che tutti-tutti a Washington detestano Ted Cruz)
– Ready for Julián?, di Edward-Isaac Dovere su Politico (un potenziale vicepresidenziabile da tenere d’occhio)
Meet the 20 Tech Insiders Defining the 2016 Campaign, di Wired
– 
How Donald Trump defeats Hillary Clinton, di Ben Schreckinger su Politico

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–297 giorni alle elezioni statunitensi

–297 giorni alle elezioni statunitensi
–16 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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Hillary Clinton è ancora la candidata favorita per la vittoria delle primarie tra i Democratici. Ma nell’ultima settimana sono stati diffusi i risultati di alcuni sondaggi che mettono in discussione le sue potenzialità di vittoria nei primi due stati in cui si vota, Iowa e New Hampshire, e descrivono una corsa ben più incerta di quanto si potesse immaginare fin qui.

Il vantaggio di Clinton nella media nazionale dei sondaggi di cui parlavo la settimana scorsa è ancora consistente, ma si è ridotto moltissimo: siamo passati dal +19,5 per cento di sabato scorso al +8,6 per cento di oggi. In Iowa nello stesso periodo – e sempre in media – Clinton è passata dal +12,5 per cento di sabato scorso al +4 per cento di oggi. In una settimana. Questo stravolgimento si deve a un’infornata di nuovi sondaggi: uno vede Clinton a +3, uno Sanders a +5, uno Sanders a +3, uno Clinton a +6, uno Clinton a +21 (ma è di un istituto piuttosto inaffidabile) e soprattutto un ultimo vede Clinton a +2. Dico soprattutto perché quest’ultimo è quello commissionato dal Des Moines Register, il più importante quotidiano dell’Iowa, solitamente affidabile. Tenete conto anche che ognuno di questi sondaggi ha un margine di errore di circa 4 punti percentuali, in un senso o nell’altro. Insomma, improvvisamente la partita in Iowa si è fatta molto equilibrata.

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Cos’è successo negli ultimi giorni ai sondaggi in Iowa.

Aggiungiamo qualche altro pezzo di contesto. Chi ha letto la newsletter della settimana scorsa sa che quelle dell’Iowa non sono primarie tradizionali bensì caucus, operazioni politiche che richiedono agli elettori un impegno molto più gravoso del semplice andare al seggio e votare. Per questo bisogna cominciare a leggere anche un altro tipo di sondaggi: quelli che chiedono agli elettori non solo chi è il loro candidato preferito ma anche se intendono partecipare ai caucus o no. Sempre secondo il Des Moines Register, chi è “sicuro” di andare dice per il 45 per cento che voterà Clinton e per il 36 per cento che voterà Sanders; chi dice che andrà “probabilmente” a votare, invece, dice che voterà Sanders per il 47 per cento e Clinton per il 37 per cento. Tenete a mente ovviamente che dire che tra un mese si andrà a votare è molto diverso da andare a votare, e che comunque in 15 giorni possono ancora cambiare molte cose, ma questo è lo stato dell’arte.

Un’altra cosa, prima di cercare di capire perché sta succedendo tutto questo. Ne ho scritto più volte in questi mesi: sia Iowa che New Hampshire hanno un elettorato particolarmente congeniale a Sanders – elettori quasi esclusivamente bianchi e più di sinistra del resto del paese – ma Clinton fin qui in Iowa aveva retto bene nei sondaggi, mentre Sanders da tempo sta andando meglio in New Hampshire. Questo riavvicinarsi in Iowa comporta quantomeno la possibilità che Sanders alla fine vinca sia in Iowa che in New Hampshire. Il resto della corsa poi per Sanders si farebbe molto più impervio: in South Carolina, dove un elettorato demograficamente molto più variegato voterà il 27 febbraio, Clinton ha oggi un vantaggio di 40 punti. Ma abbiamo appena avuto una conferma di quanto i sondaggi possano cambiare a ridosso del voto, e quindi di quanto vadano guardati con distacco quando manca ancora troppo tempo; e una vittoria di Sanders in Iowa e in New Hampshire rimescolerebbe moltissimo le carte. Sanders non è Obama, ma nel 2008 accadde più o meno lo stesso.

Come siamo arrivati fin qui? Eviterei per il momento di trarre conclusioni su quello che pensano gli elettori di Clinton e Sanders: col senno di poi siamo tutti bravissimi ed è meglio aspettare di discutere dei voti veri, altrimenti rischiamo di trovarci oggi a spiegare perché Clinton non-poteva-che-perdere e poi magari va a finire in un altro modo. Ma c’è innanzitutto un problema politico, che i lettori di lunga data della newsletter conoscono: l’Iowa ha un elettorato particolarmente sensibile ai messaggi politici più radicali. Poi c’è indubbiamente l’abilità di Bernie Sanders, che sta facendo una campagna molto disciplinata evitando errori e gaffe. Infine c’è una faccenda economica: Clinton ha più soldi di Sanders ma li sta investendo in moltissimi stati, in previsione dell’intero calendario delle primarie e soprattutto delle elezioni di novembre; Sanders invece sa che la sua unica speranza di farcela passa attraverso un ottimo risultato in Iowa e in New Hampshire, e quindi sta investendo quasi tutto lì. Risultato: nelle ultime tre settimane la campagna di Sanders ha speso 4,7 milioni di dollari in spot televisivi, contro i 3,7 milioni della campagna Clinton. La campagna Clinton ha inviato ai suoi sostenitori nuove nervose richieste di fondi, come questa. I toni drammatici sono normali in questo genere di richieste, ma è un fatto che Sanders in questo momento sta spendendo molto più di Clinton in Iowa e New Hampshire.

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Clinton sta reagendo a questi dati facendo notare le differenze tra lei e Sanders in modo sempre più aggressivo. Si è schierata con decisione a favore delle recenti decisioni di Obama sul controllo delle armi, consapevole che si tratta di uno dei pochi temi su cui può attaccare Sanders da sinistra. Ha criticato Sanders perché le sue idee in termini di politica sanitaria porterebbero a un aumento delle tasse e alla cancellazione dei programmi Medicare e Medicaid (è vero, tecnicamente: ma bisogna dire che Sanders promette di sostituirli con un modello migliore, simile a quello europeo,quindi questo attacco è scorretto e autolesionista). Ha proposto una nuova sovrattassa del 4 per cento sui cittadini americani più ricchi.

Qualcuno ha detto “voto utile”?

Sanders non sta restando con le mani in mano, e per esempio ha diffuso uno spot che – senza nominarla mai, ma facendo evidentemente riferimento a lei – accusa Clinton di voler contemporaneamente “accettare i soldi delle grandi banche di Wall Street, e poi dire alle grandi banche che cosa dovrebbero fare”.

Ora, avete presente Nate Silver? È il famoso giornalista-statistico americano che con un complesso modello matematico – che combina i dati dei sondaggi, pesandoli secondo la loro affidabilità nel tempo, con altri dati demografici, economici, politici – ha predetto sia nel 2008 che nel 2012 chi avrebbe vinto stato per stato alle elezioni presidenziali. Il suo sito, FiveThirtyEight, sta cominciando a pubblicare dati del genere sulle primarie. E cosa dicono sull’Iowa per i Democratici? Il sito di Nate Silver fornisce due rating diversi. Il primo, che chiamano “polls-plus forecast”, tiene conto dei sondaggi statali ma anche in misura diversa di quelli nazionali e degli endorsement politici ricevuti: vede Clinton con l’82 per cento di possibilità di vincere in Iowa. Il secondo, che chiamano “polls-only forecast”, tiene conto solo dei sondaggi statali e riduce le possibilità di vittoria di Clinton al 66 per cento. In entrambi i casi c’è un distacco notevole, ma in entrambi i casi la traiettoria di Clinton è discendente.

Ci aspetta uno showdown molto interessante nelle prossime due settimane. La prima puntata andrà in onda domenica notte, quando si terrà l’ultimo dibattito televisivo tra Clinton e Sanders prima dei caucus in Iowa.

Bonus
A giudicare dai vostri feedback – che mi interessano sempre molto: rispondete a questa email! – vi è piaciuta parecchio la storia di qualche settimana fa su Martin O’Malley, il terzo candidato alle primarie dei Democratici: a un suo comizio in Iowa durante una tempesta di neve si era presentata una sola persona, e per giunta non l’aveva convinta a votare per lui. Al povero O’Malley ne è successa un’altra, questa settimana: una sera è entrato in un ristorante di Des Moines per parlare con gli elettori e ci ha trovato dentro un affollato raduno di sostenitori di Ben Carson. Hanno fatto amicizia, almeno.

Tra i Repubblicani, nel frattempo
Giovedì c’è stato un dibattito televisivo. Un altro, direte voi, e non avete tutti i torti: ma questo è stato abbastanza importante. È diventata evidente, infatti, la divisione di cui parlavamo la settimana scorsa: da una parte Donald Trump e Ted Cruz, in lotta per il predominio tra gli elettori più estremisti e per la vittoria in Iowa; dall’altra parte Marco Rubio, Chris Christie, John Kasich e Jeb Bush, in lotta per il predominio tra gli elettori un po’ più ragionevoli e per un buon piazzamento in New Hampshire.

Il mio resoconto del dibattito lo trovate sul Post, ma la cosa principale è che la tregua fra Trump e Cruz è finita. I due si sono ignorati per mesi, a volte facendosi addirittura dei complimenti: dato che competono per lo stesso elettorato, hanno sperato che il crollo dell’uno potesse avvantaggiare l’altro e quindi non volevano alienarsi i rispettivi elettori. A due settimane dai caucus in Iowa nessuno dei due è ancora crollato, anzi: quindi si sono tolti i guanti. Trump ha ritirato fuori la storia della presunta ineleggibilità di Cruz per via del fatto che è nato in Canada, che Cruz ha respinto con gran facilità (è figlio di americani quindi è americano dalla nascita, come prescrive la Costituzione); Cruz ha criticato Trump accusandolo di avere «i valori di New York» – ricordate che stiamo parlando di una discussione tra fuori di testa – e Trump ha segnato un rigore a porta vuota.

Se sei costretto ad applaudire la risposta del tuo avversario alle tue critiche, vuol dire che hai fatto una cazzata.

La risposta di Trump non è interessante solo perché demolisce Cruz, ma per come lo fa: senza un insulto, senza spararla ancora più grossa, senza alzare la voce. È esemplare di una cosa che molti giornalisti americani hanno notato nelle ultime settimane: Trump sta diventando sempre più abile come candidato. Sta aggiungendo sfumature e registri diversi alla sua dialettica, mostrando una capacità di apprendimento e adattamento che nessuno tre mesi fa immaginava che potesse avere.

Guardate quest’altro video. Si parla di tossicodipendenza: è un grosso tema in New Hampshire, dove negli ultimi anni i casi di morti per overdose di eroina si sono moltiplicati (nel 2015 sono stati il doppio del 2013). Trump risponde a un uomo che ha perso un figlio tossicodipendente e lo fa ricordando la sua proposta politica più famosa – costruire un muro al confine col Messico per fermare immigrati e narcotraffico – ma con un tono intimo, personale e molto empatico. Anche questo è un Trump che non avevamo mai visto fin qui.

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Altri aggiornamenti sui Repubblicani:

– strategie opposte: Marco Rubio ha comprato la trasmissione di 7.000 spot elettorali in Iowa fino al primo febbraio, più di metà del totale dei candidati Repubblicani, ma sta passando da quelle parti meno tempo degli altri; Ted Cruz è molto presente in Iowa e ha comprato per lo stesso periodo la trasmissione di appena 33 spot elettorali (almeno fin qui);

– sempre in tv Bush e Rubio si stanno massacrando a vicenda: qui c’è un recente spot di Bush e qui la risposta di Rubio. Ma Bush continua a riservare i suoi attacchi più duri a Donald Trump, come lo spot che segue. Bush probabilmente perderà le primarie, ma lo farà sparando all’impazzata.

– questa settimana Barack Obama ha rivolto al paese il suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione (resoconto qui). Come da tradizione, il partito di opposizione ha organizzato una “risposta” al discorso del presidente, trasmessa dai network televisivi poco dopo la fine del discorso al Congresso. È un modo per catalizzare l’attenzione dei media ma storicamente non è uno strumento di grande efficacia: non si ricordano grandi e storiche risposte ai discorsi presidenziali, mentre invece sentire un discorso normale da un luogo normale da parte di un politico normale, spesso sconosciuto ai più, poco dopo la massima solennità del discorso del presidente al Congresso, finisce spesso per mettere in imbarazzo e ridimensionare l’opposizione stessa, piuttosto che giovarle. La notizia è che quest’anno la risposta dei Repubblicani al discorso di Obama è stata invece particolarmente buona: l’ha pronunciata Nikki Haley, governatrice del South Carolina. Tenetela d’occhio, quando si dovrà assegnare il posto da candidato vicepresidente per i Repubblicani.

P.S. Non vorrei lasciarvi con l’impressione che Donald Trump sia diventato improvvisamente un candidato normale e di cui non bisogna preoccuparsi, quindi allego l’inquietante spettacolino messo in piedi da tre ragazzine – imbeccate da qualche adulto, ovviamente – prima di un suo comizio in Florida. Alla settimana prossima!

Cose da leggere
Why Nevada Matters in 2016, di Jon Ralston su USA Today
What Happens If Bernie Wins Iowa and New Hampshire?, di Josh Voorhees su Slate

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