Ma Seedorf non era “nato pronto”?

Avendo presentato qualche tempo fa Clarence Seedorf come uno “nato pronto”, uno preparatissimo che studiava da mesi per diventare quello che è adesso – l’allenatore del Milan – mi sento un briciolo chiamato in causa da chi se ne vorrebbe già sbarazzare e lo considera addirittura responsabile dell’attuale disastrosa stagione del Milan o anche solo della sconfitta di ieri. E mi fa sorridere, anche se è deprimente, che ci siano tifosi o sedicenti tali convinti che le responsabilità siano dei calciatori – calciatori che possono sicuramente essere inadeguati, ma che sono professionisti ai più alti livelli e certo non giocano male perché viziati o pigri o ben pagati. E questo non solo perché nessun calciatore ha mai la voglia e nemmeno l’interesse economico di fare figuracce, e nemmeno perché certi ceffi sono come una cartina di tornasole: hanno sempre torto. Ma andate a leggere cosa si diceva l’anno scorso di certi calciatori della Roma o dell’Inter. Cosa si diceva di De Rossi o di Castan. Cosa si diceva di Jonathan o di Alvarez. O cosa si diceva di Barzagli nell’anno di Delneri. O cosa si diceva di Davids nell’anno di Tabarez, per fare un esempio che al Milan conoscono bene. Ma soprattutto andate a leggere la formazione del Milan di questa stagione. Andate a vedere che razza di stagione sta facendo il Parma, che ha un allenatore molto sottovalutato, che ieri ha vinto la quinta partita consecutiva in trasferta e a parità di partite giocate ha più punti della Fiorentina. A me pare che le responsabilità del disastro del Milan non siano di Seedorf, che deve ancora dimostrare tutto, né dei calciatori, che salvo pochissime eccezioni fanno questo mestiere con l’ossessione dei risultati, bensì di chi negli anni, errore dopo errore, ha costruito una squadra che banalmente è debole, anziana, incompleta e molto male assortita, e il tutto con il secondo monte ingaggi più alto della Serie A. Sul come trasformare il Milan in una squadra degna di questo nome, quel c’era da dire l’ha detto Gabriele Marcotti su ESPN: Seedorf può restare benissimo dov’è, ma serve che gli cambino parecchie cose intorno.

Tutto il Partito Democratico in una sola frase

L’11 aprile del 2013 – sette giorni prima che iniziassero le votazioni del nuovo presidente della Repubblica – avevo scritto questa cosa:

calcioni che negli ultimi giorni Rosy Bindi e Dario Franceschini hanno riservato a Pier Luigi Bersani dimostrano quanto in fretta si possano sbriciolare le alleanze basate sulla reciproca sopravvivenza e non sulle idee: quella con Rosy Bindi fu siglata poco prima del congresso del 2009, a fronte di grandi e rilevanti differenze politiche; quella con Dario Franceschini addirittura poco dopo lo stesso congresso in cui proprio Franceschini era stato di Bersani il principale avversario. Il copione è noto, la strada è battutissima: si sta tutti con il leader che dà più garanzie a tutti, si veda quanto accaduto con Veltroni nel 2007 o con Bersani alle primarie del 2012; quando poi le cose vanno male liberi tutti, in cerca del prossimo salvatore della patria, finché dura. Salvo sorprese – che possono esserci, e passano eventualmente dall’elezione del prossimo presidente della Repubblica – le prossime tappe che il copione prevede sono: aumento quotidiano dei calcioni a Bersani da parte di suoi ex alleati, rabbia e impazienza contro Bersani, indebolimento radicale di Bersani, rimozione o dimissioni di Bersani, immediata beatificazione di Bersani, sostituzione o tentata sostituzione con nuovo salvatore della patria, e poi ricominciare il giro.

Quello che accadde dopo lo sapete: Bersani si dimise, abbandonato e tradito da quelli che lo avevano sostenuto; oggi il segretario del PD è Renzi, anche col sostegno politico di molti che stavano con Bersani (compreso Franceschini, ovviamente). Con Renzi ricomincerà il giro, anche se per il momento siamo ancora alla fase “salvatore della patria” e lui cercherà di allungarla il più possibile. Premetto tutto questo per dire una cosa sola, e cioè che ieri il fenomeno politico di cui sopra ha trovato una sintesi spettacolare durante l’intervista di Pier Luigi Bersani a Che tempo che fa. A domanda diretta sul suo sostegno a Renzi, che naturalmente non ci sarà mai se non formalmente, Bersani ha risposto una cosa tipo: «Sosterrò Renzi ma con le mie idee». Magnifico.

Poverini un corno, quelli delle Paralimpiadi

Venerdì, durante l’occupazione russa della Crimea, poche ore prima dell’assalto russo a una base militare ucraina, insomma, avete capito il contesto, sono iniziate le Paralimpiadi a Sochi. Per provare a parlare di sport, in questo angolino: a me è tornato in mente questo fantastico spot che Channel 4 realizzò per promuovere le Paralimpiadi di Londra nel 2012. Un tentativo particolarmente efficace e riuscito di presentare un evento sportivo pieno di atleti incredibili senza puntare sulla pietà e sul “poverini”. Poverini un corno.

«Forget everything you know about strength»

Un governo Letta senza Letta

Forse anche un po’ peggio, per l’ingiusta rimozione di Emma Bonino, per un paio di nomine estemporanee, per la mancanza di qualsiasi guizzo di idee e visione (persino nella composizione del governo Letta ce n’era qualcuno) e perché intorno a Renzi – per merito e responsabilità di Renzi – circolano aspettative molto alte. È sicuramente un giudizio limitato e prematuro, visto che un governo non è un album di figurine, e d’altra parte Renzi è un solista più che un giocatore di squadra; ma qualcosa è. Se questa partita doveva darci un primo indizio sulla capacità di Renzi di fare uno strappo, di fare Renzi, di riuscire nel miracolo di inventarsi qualcosa di nuovo e diverso con la stessa debole maggioranza che sosteneva il governo Letta, il primo indizio è negativo. Che Renzi riesca a smuovere una situazione immobile era e resta tutto da vedere, al netto dei prevedibili primi mesi di slancio, e penso sia saggio e opportuno rimandare un giudizio fondato a tra qualche mese; con oggi è ragionevole però preoccuparsi un po’ di più. Anche perché se le riforme istituzionali richiederanno tempo e fatica – non è colpa di Renzi, ma sarà difficile fare una riforma elettorale che toglie ai partitini il potere di ricatto governando insieme con un partitino che ha potere di ricatto – su tutto il resto ci si attende e ci è stato promesso qualcosa di nuovo: oggi non c’è stato. Comunque auguri, sinceri.

Nella testa di Renzi

Premessa uno. Non mi interessa giustificare Renzi. Non lo so se ha fatto bene. Di certo non mi è piaciuto come lo ha fatto, negando per settimane di voler sostituire Letta e poi dicendo di volerlo sostituire senza spiegare cosa fosse cambiato nel frattempo. Non lo so se ha fatto bene. La risposta più sensata a moltissime delle domande che ci facciamo in queste ore non può che essere “non lo so”: meglio diffidare di chi ha troppe certezze. Ma lo scopo di questo post non vuole essere capire se abbia fatto bene o no: vuole essere cercare di capire perché.

Premessa due. Se alla domanda “perché?” la vostra risposta è senza grandi esitazioni “per il potere” o “perché è uno stronzo” o una variazione sul tema, forse potete fare a meno di leggere questo post. O forse potete provare a farvi qualche domanda in più, perché ci sono delle strane contraddizioni che circolano: chi ieri criticava Renzi per come comodamente bastonava l’incolpevole Letta, vittima di una maggioranza assurda, e oggi lo critica perché ha deciso di mettersi in quell’identica situazione; chi ieri criticava Renzi perché non voleva “mettere la faccia” nelle sorti del governo con un rimpasto e oggi lo critica perché di faccia ci metterà direttamente la sua. Chi lo critica perché “non è stato eletto” e poi difende il parlamentarismo della nostra Costituzione. Chi lo critica perché “assetato di potere” e allo stesso tempo dice che questa mossa lo brucerà. Ripeto una cosa, per evitare obiezioni superflue: chi critica Renzi perché tre settimane fa diceva #enricostaisereno e oggi fa fuori Enrico, invece ha ragione. Punto.

Premessa tre. Questo post è per quelli che pensavano che Renzi volesse sì arrivare a fare il presidente del Consiglio, ma dopo aver fatto la cosa che tutti riconoscono come quella che gli viene meglio: prendere i voti, vincere le elezioni. Perché era giusto così e soprattutto perché per cambiare l’Italia davvero, per trattare con alleati e sindacati e industriali da posizioni di forza, serve la spinta politica che può darti solo un netto successo elettorale. Questo post è per quelli che pensano che Renzi sia caduto in un “trappolone” della politica romana (cosa da non dimenticare: la “staffetta” è innanzitutto una proposta degli avversari di Renzi nel PD). Per quelli che lo hanno votato e non capiscono: e si sentono traditi, e pensano sia scemo, e pensano sia uno sprovveduto, e si chiedono perché. Perché, allora?

Io ci ho provato a mettermi nella testa di Renzi, che non è uno scemo. E mi sono dato questa possibile spiegazione.

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Del parlare di niente

Da parecchio tempo – io su questo blog ne scrivo da cinque anni, e va avanti da prima – l’Italia ha un gigantesco problema con le sue carceri. Sono i luoghi in cui oggi la Costituzione e la democrazia sono davvero sospese, non come negli slogan dei partiti di opposizione a corto di idee: luoghi in cui davvero la negazione dei diritti umani e della legge è la norma. La mossa più concreta sul tema in questi anni è stato un messaggio – questo già dice molto – che il presidente Napolitano ha scritto alle camere dopo decine di dichiarazioni cadute nel vuoto. È successo lo scorso ottobre. Ve lo ricorderete: per tre giorni, tre, si è parlato un po’ di carceri. La gran parte dell’opinione pubblica ha criticato il messaggio di Napolitano e le sue proposte, concentrandosi soprattutto sulle due misure straordinarie (indulto e amnistia) e ignorando le altre. Chi faceva presente la portata del disastro e il livello di emergenza riceveva risposte del tipo: sì, certo, è un disastro, ma non possiamo mica intervenire così. Dopo tre giorni non se n’è parlato più.

Cambio scena. Da più di due anni in Siria è in corso una guerra civile che ha portato alla morte di così tante persone che l’ONU qualche tempo fa ha rinunciato a contarle. In Italia nessun partito e nessun grande gruppo giornalistico-editoriale ha mai mostrato un vero interesse per la questione – l’attacco chimico dello scorso agosto è stato dato dai principali giornali italiani dopo pagina 10 – tranne che per tre giorni. Così come per le carceri, anche per la Siria ci sono stati tre giorni in cui la questione è stata effettivamente al centro delle attenzioni dei mezzi di comunicazione e di chi li frequenta. Sono stati i tre giorni intercorsi tra il momento in cui gli Stati Uniti hanno detto che bisognava occuparsi delle atrocità che stavano accadendo e il momento in cui la prospettiva di un intervento statunitense è stata accantonata. Anche allora, chi faceva presente la portata del disastro e il livello di emergenza riceveva risposte del tipo: sì, certo, è un disastro, ma non possiamo mica intervenire così. Dopo tre giorni non se n’è parlato più.

Gli unici momenti in cui due questioni molto diverse e molto grosse sono state il tema del giorno sono coincise con i momenti in cui qualcuno ha cercato di occuparsene: e una volta che l’ipotesi di fare qualcosa è svanita, è svanito anche quel briciolo di interesse dell’opinione pubblica. Perché in due anni a nessuno è venuto in mente di digiunare per la Siria se non in quei tre giorni? Perché i digiuni per la Siria non sono stati organizzati prima e perché non sono proseguiti dopo, dato che la guerra civile è ancora in corso? Perché la necessità di costruire nuove carceri, ammesso che sia una soluzione praticabile (e non lo è), è stata discussa soltanto in quei tre giorni dopo il messaggio di Napolitano, né prima e né dopo? Ora che è passato un po’ di tempo, e sappiamo cosa è successo e cosa non è successo dopo, possiamo dirci serenamente che il digiuno per la Siria è stato un digiuno perché la guerra continuasse com’era andata avanti fin lì. Che le proteste di ottobre contro Napolitano furono proteste perché le carceri continuassero a trovarsi esattamente nelle condizioni in cui erano. Artifici usati – inconsciamente o no – per rendere presentabile la difesa dello status quo nei casi in cui lo status quo è particolarmente disgustoso; ma artifici che ci dicono qualcosa di come faccende molto grandi e complesse siano masticate e deglutite di questi tempi.

Sono soltanto due esempi, ce ne sono altri: basti pensare ai suicidi degli imprenditori trattati come fenomeno mediatico stagionale, al pari dell’emergenza pitbull e della zanzara tigre. E lo so, sono anche esempi particolarmente fuori tema. Ma è il punto è proprio questo: siamo tutti costantemente fuori tema. Dopo aver passato l’autunno a parlare di una crisi di governo che non c’è stata, ora stiamo passando l’inverno a parlare di una staffetta che non ci sarà; la settimana scorsa eravamo indignati per un dato farlocco sulla corruzione in Italia, tre giorni fa per via della storia dell’arte abolita, ieri era il turno del lancio promozionale di un libro spacciato per scoop e della bufala su Obama e Beyoncé. Da una parte c’è un sistema dell’informazione con l’acqua alla gola che pensa di riuscire a sopravvivere abusando degli stessi strumenti che lo hanno ridotto com’è: sensazionalismo, sciatteria, ignoranza, inaffidabilità totale; spararne una al giorno al mattino, raccogliere le reazioni al pomeriggio, litigarne la sera ai talk show, vedere che succede, il giorno dopo ricominciare daccapo. Dall’altra parte c’è un’opinione pubblica che si muove esclusivamente per riflessi condizionati, cavalcati abilmente da politici e media per i loro rispettivi obiettivi, e passa le giornate a strepitare su una sciocchezza prima di spostarsi come uno sciame alla sciocchezza seguente. Le conseguenze sono distruttive. Il giorno che qualcuno in questo paese farà qualcosa di buono, lo farà probabilmente nonostante noi.

I politici ottusi e opportunisti, cioè noi

Credo che la polemica nel PD sul fatto che Renzi veda tutti i leader politici per discutere di legge elettorale, Berlusconi compreso, sia stata in gran parte montata come la panna dalla stampa – l’altra grande storia di questi giorni riguarda un boxino sul giornale di un partitino che non legge nessuno, per capire il contesto di riferimento – e si basi sostanzialmente sulle dichiarazioni di un (1) parlamentare del Partito Democratico, e con tutto il rispetto non uno particolarmente noto e influente. Non faccio fatica a credere però che quel sentimento – “Renzi non incontri Berlusconi, è un pregiudicato” – trovi una sostanziosa condivisione tra gli elettori del centrosinistra. Non solo: non faccio fatica a credere che trovi qualche condivisione tra le stesse persone che in passato hanno criticato Berlusconi per aver cambiato la legge elettorale senza consultare l’opposizione, che hanno sostenuto l’opportunità di fare un governo con Berlusconi quando questo era già “un pregiudicato”, che addirittura – parlo proprio dei bersaniani – hanno proposto e lottato per settimane allo scopo di coinvolgere Berlusconi, il “pregiudicato”, in una ambiziosissima “commissione costituente”, mica solo sulla legge elettorale. Accadeva meno di un anno fa.

Com’è possibile contraddirsi in modo così palese? Com’è possibile farlo in totale buona fede, come sono certo accada a moltissimi? Potrebbe sembrare una cosa straordinaria ma non lo è: lo raccontava qualche giorno fa il Washington Post notando come due articoli americani che proponevano esattamente la stessa cosa – uno però di autori e con argomenti “di destra” e uno con autori e argomenti “di sinistra” – fossero stati rispettivamente molto contestati dai lettori “di sinistra” e da quelli “di destra” (ed elogiati dagli altri). Due articoli che proponevano la stessa cosa. Gli psicologi lo chiamano motivated reasoning: spesso, quando pensiamo di stare affrontando una discussione politica razionale, ci stiamo in realtà sforzando di razionalizzare la direzione verso la quale ci spingono le nostre “affiliazioni tribali”. Siamo in grado di trovare argomenti convincenti a sostegno di qualsiasi cosa. Ci sono studi e studi che dimostrano come la stessa identica proposta sia valutata molto male o molto bene – trovando ogni volta argomenti diversi, a loro volta spesso contraddittori – secondo la sua provenienza: sappiamo già a chi vogliamo dare ragione, lo sappiamo da sempre, ci sforziamo solo di trovare motivi che lo giustifichino. Sempre dall’articolo del Washington Post:

Il problema è che gli esseri umani sono incredibilmente bravi a razionalizzare un modo per giustificare qualsiasi conclusione il loro “gruppo” ritenga accettabile. La maggior parte delle opinioni politiche può essere sostenuta o contrastata per vari suoi aspetti: dipende tutto da quali si decide di enfatizzare. Non è un processo che avviene cinicamente, ma sinceramente, e per questo è molto potente. Il mondo è complicato e pochissimi di noi hanno il tempo di sviluppare opinioni solide su un vasto numero di questioni. Puoi essere un esperto di sanità, ma le probabilità che tu sia anche un esperto di economia cinese, di Siria e di carceri sono molto poche. Quindi finiamo per affidarci alle opinioni di altri soggetti, leader politici, associazioni, personaggi mediatici, che a loro volta però spesso non hanno come primo interesse la verità bensì i voti, gli ascolti, i clic, i fondi, l’influenza. Anche il loro modo di ragionare è comprensibile, ma i loro seguaci non se ne accorgono. Il risultato: la politica è sempre di più una lotta tribale che una discussione sulle cose.

Perché Ronaldo ha vinto il Pallone d’Oro

Perché è fortissimo, certo. Ma ciò non toglie che fino a qualche anno fa il Pallone d’Oro lo avrebbe vinto Franck Ribery, che col Bayern Monaco ha ottenuto ogni trofeo possibile. Come sa chi segue il calcio, per la grandissima parte della sua storia il Pallone d’Oro non ha premiato il miglior giocatore bensì il miglior giocatore vincente: il più bravo tra quelli che hanno vinto qualcosa nella stagione precedente. Si spiegano così, tra le altre, le vittorie di Rossi nel 1982, di Matthäus nel 1990, di Sammer nel 1996, di Zidane nel 1998, di Cannavaro nel 2006, di Kaka nel 2007, di Cristiano Ronaldo nel 2008, eccetera. Poi nel 2010 qualcosa è cambiato. L’Inter del triplete ha un solo calciatore nei primi dieci del Pallone d’oro, Drogba vince la Champions League da solo e prende il 2 per cento dei voti, ma soprattutto: dal 2010 a oggi la Spagna ha vinto un Europeo e un Mondiale, ha espresso calciatori formidabili, e questo non è bastato perché uno solo di questi vincesse il Pallone d’oro. Perché nel 2010 il Pallone d’Oro cambia? Perché cambia il sistema di voto, come avevo scritto qualche tempo fa sull’Ultimo Uomo. Non votano più solo i giornalisti, bensì capitani e allenatori di tutte le nazionali del mondo.

Nella giuria del Pallone d’oro uno vale uno. Le scelte delle grandi potenze del calcio mondiale, degli allenatori e dei calciatori migliori in circolazione, delle nazioni dove il calcio ha storicamente maggiore incidenza culturale, pesano esattamente quanto le scelte del dilettante capitano della Nazionale di Montserrat, dell’allenatore delle Isole Cook e del giornalista sportivo di Vanuatu. Non importa qui capire se è giusto o sbagliato, bensì se questo ha delle conseguenze. [...] Se una buona parte dei voti decisivi per vincere il Pallone d’oro FIFA arriva da paesi di – come minimo – limitata cultura calcistica e qualità di gioco, di cui nessuno saprebbe citare una sola squadra di club, forse questo sistema favorisce i calciatori che oltre a essere fortissimi sono anche personaggi globali, fenomeni pop: calciatori che sono anche brand internazionali, la cui celebrità e quantità di sponsor sia paragonabile alle star del cinema o della musica.

Se vi interessa la questione, l’articolo ha anche qualche dato sulla distribuzione dei voti nelle tre precedenti edizioni. Detto che Cristiano Ronaldo a me sembra anni luce più forte di Ribery, il punto è che oggi il premio è diventato un’altra cosa: non va più al giocatore che ha vinto di più ma al più bravo e basta, e in questa percezione influisce molto la forza mediatica del singolo personaggio. Per questo Messi e Ronaldo possono vincere il nuovo Pallone d’Oro ma Ribery no e Iniesta forse. Ulteriore dimostrazione di quanto sopra: come ricordava ieri Tancredi Palmeri, se avessero votato soltanto i giornalisti nel 2010 il Pallone d’Oro lo avrebbe vinto Sneijder. E ieri lo avrebbe vinto Ribery. Questa formula ha molti difetti – in realtà non mi capacito del fatto che l’allenatore delle Isole Cook possa votare e io no – ma a me sembra migliore della precedente: come insegnano molti esempi passati, essere un ottimo calciatore in una squadra vincente non ti trasforma automaticamente nel miglior calciatore del mondo.