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–339 giorni alle elezioni statunitensi

–339 giorni alle elezioni statunitensi
–58 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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Mercoledì a San Bernardino, in California, un uomo e una donna hanno ucciso 14 persone in un centro per disabili. La settimana prima a Colorado Springs, in Colorado, un uomo ha ucciso tre persone in una clinica privata. Sono due storie molto diverse – la prima somiglia sempre di più a un attentato terroristico organizzato da due estremisti islamici, la seconda all’attacco di un uomo con gravi problemi mentali – ma insieme hanno contribuito a riportare la faccenda delle armi nel dibattito politico. Avevo scritto qualche mese fa che non credo che si possa arrivare da nessuna parte, almeno nel breve termine.

I sondaggi mostrano che l’opinione pubblica statunitense sarebbe anche d’accordo a introdurre qualche piccola (e sottolineo piccola) concreta restrizione all’acquisto di armi, ma i parlamentari del Congresso non lo sono. Obama non ci è riuscito nel 2012, quando il Senato era a maggioranza Democratica ed erano appena stati uccisi 20 bambini in una scuola, e non ci riuscirà ora che lo controllano i Repubblicani.

Le posizioni dei candidati alle primarie rafforzano questa tesi: lo spazio per un compromesso non esiste. Dando una rapida occhiata ai programmi che i candidati hanno pubblicato online, notiamo che tutti i Repubblicani – persino John Kasich, il più moderato – si oppongono a qualsiasi anche tiepidissima restrizione dei controlli su chi compra armi, e si vantano anzi di quelle che hanno fermato. Alcuni – come Trump e Rubio – si spingono al massimo nel suggerire maggiori investimenti sulla cura delle malattie mentali, dicendo che quello è il vero problema; altri – come Bush e Cruz– enfatizzano il loro impegno nel ridurre i controlli e rendere ancora più facile comprare un’arma negli Stati Uniti.

Sull’altro fronte, invece, Clinton insiste molto sulla necessità di fare qualcosa, mentre Sanders ha qualche imbarazzo in più, e abbiamo detto in passato di come questo sia uno dei pochi temi su cui è vulnerabile da sinistra perché in passato ha avuto posizioni piuttosto caute – se non apertamente contrarie – sull’introduzione di nuovi controlli. Oggi Sanders ha ricalibrato il suo programma in funzione delle idee dei suoi elettori, ma sul suo sito una sezione dedicata alle armiancora non c’è. Il massimo che ci si può aspettare nei prossimi mesi è che il controllo delle armi diventi un tema di discussione tra i candidati che si contenderanno la Casa Bianca, soprattutto tra agosto e novembre del prossimo anno. Perché si arrivi a qualcosa di concreto bisognerà però aspettare molto, come minimo.

5 cose che si stanno muovendo tra i Repubblicani
(più una, per tenere i piedi per terra)

1. Si comincia a discutere con più frequenza del ruolo dei finanziatori anonimi in questa campagna elettorale. Il tema riguarda tutti ma soprattutto Bush e Rubio. Una storica e controversa sentenza della Corte Suprema (la cosiddetta “Citizens United”) permette dal 2010 la formazione di comitati politici (i cosiddetti SuperPAC) che possono raccogliere fondi senza i limiti a cui sono soggetti i candidati, purché agiscano in modo formalmente indipendente e senza coordinarsi con i candidati stessi. Ovviamente provare la presenza di un “coordinamento” è difficile, dal momento che questi comitati sono spesso guidati da alleati e collaboratori dei candidati, ed esistono mille forme di comunicazione “indiretta” – le pagine dei giornali, per fare l’esempio più banale – che i comitati indipendenti e i comitati ufficiali possono usare per parlarsi.

Un esempio: come fa il SuperPAC di Ted Cruz a produrre spot che contengano immagini di Cruz, interviste ai suoi amici e parenti, senza coordinarsi con Cruz stesso? Beh, forse c’entrano qualcosa questi strani video caricati pochi mesi fa su un vecchio account di Cruz: ben sedici ore di immagini, goffe interviste alla sua famiglia, abbracci ripetuti a comando, tutto molto raw e non montato. Il SuperPAC di Cruz potrà usare quelle immagini nei suoi spot dicendo di averle trovate su internet, quindi senza coordinarsi direttamente con la campagna elettorale di Cruz.

La stessa sentenza permette anche a una certa tipologia di associazioni non profit di raccogliere fondi e spenderli in spot che non siano direttamente collegati alle elezioni presidenziali. Ovviamente anche qui c’è un’ampia zona grigia: guardate questo spot realizzato a favore di Marco Rubio da uno di questi gruppi, il “Conservative Solutions Project”.

Lo spot non invita mai a votare Marco Rubio e nemmeno menziona che c’è una campagna elettorale in corso, ma il suo obiettivo è abbastanza chiaro, no? Spot simili possono essere anche fatti per criticare altri candidati. Il problema è che tracciare la provenienza dei fondi raccolti da questi gruppi è impossibile – di fatto potrebbero accettare soldi anche dall’estero, nonostante sia vietato dalla legge. Non c’è modo di saperlo.

2. Ben Carson continua a precipitare nei sondaggi. Questa settimana, inoltre, ha partecipato a un importante convegno sulla politica estera – argomento di cui non sa praticamente niente – e per evitare gaffe ha deciso di leggere il suo discorso, invece che pronunciarlo a braccio o con un gobbo. Non è servito a evitare guai, visto che più di una volta ha sbagliato a pronunciare la parola “Hamas” dicendo invece “hummus”.

3. Sul piano nazionale, il crollo di Carson ha permesso a Trump di interrompere una piccola discesa nei sondaggi e anzi recuperare e invertire la tendenza: in questo momento ha la percentuale massima mai raggiunta in questi mesi di campagna elettorale. I segnali di movimento che si sono visti nelle ultime settimane però non sono stati smentiti: Rubio e Cruz continuano a crescere; Cruz in particolare va sempre più forte, soprattutto in Iowa.

4. Il New Hampshire è il secondo stato in cui si vota alle primarie e storicamente, rispetto all’Iowa, tende a premiare i candidati un po’ più centristi e moderati. Lo Union Leader, il principale quotidiano locale, ha deciso di sostenere Chris Christie. L’endorsement di per sé non gli porterà molti voti ma attirerà per un po’ l’attenzione della stampa locale e degli elettori. Nei sondaggi statali è ancora molto indietro ma in risalita, e l’arrivo del terrorismo e della sicurezza tra i temi di discussione lo favorisce, grazie al suo passato da procuratore generale in New Jersey.

Christie è un candidato talentuoso che ha mancato il momento giusto per candidarsi – il 2012 – e dopo si è messo nei guai da solo con l’assurda storia del ponte. Ma ha buone qualità e idee che piacciono agli elettori Repubblicani: se riuscirà a recuperare credibilità e se andrà bene in New Hampshire potrà avere un qualche ruolo nella competizione.

5. Jeb Bush ha alluso esplicitamente al fatto che se dovesse vincere le primarie sceglierebbe una donna come vicepresidente. È un tentativo di far scrivere ai giornali qualcosa sulla sua campagna elettorale che non sia catastrofico. Il reboot della sua candidatura è ancora in corso, dopo i sondaggi inclementi e i fallimenti ai dibattiti televisivi, e presto sarà arricchito dalla diffusione televisiva di un mini-documentario lungo 15 minuti sulla sua storia, per “ri-presentarlo” all’opinione pubblica statunitense. È una strategia simile a quella utilizzata da Hillary Clinton dopo alcune brutte settimane estive. Il risultato per lei è stato positivo – il suo gradimento tra gli elettori Democratici continua a crescere – ma Bush compete in una campagna ben più ricca di candidati alternativi, e sembra avere molto meno talento di Clinton.

Occhio però
Per mettere un po’ le cose in prospettiva, vi ricordo che:

– nel 2004 a questo punto della campagna elettorale Howard Dean e Wesley Clark erano in testa ai sondaggi sulle primarie dei Democratici, che poi furono vinte da John Kerry;

– nel 2008 a questo punto della campagna elettorale Hillary Clinton era in testa ai sondaggi sulle primarie dei Democratici, che poi furono vinte da Barack Obama; Rudolph Giuliani invece era in testa ai sondaggi tra i Repubblicani, ma poi vinse John McCain;

– nel 2012 a questo punto della campagna elettorale Newt Gingrich era in testa ai sondaggi sulle primarie dei Repubblicani, che poi furono vinte da Mitt Romney.

Ok? I sondaggi li guardiamo, li studiamo e cerchiamo di capire cosa dicono, perché qualcosa dicono e perché orientano le scelte dei candidati, dei loro sostenitori e della stampa. Ma le cose possono ancora cambiare molto.

Cose da leggere
The GOP at breaking point, di Juan Williams su The Hill
Why the 2016 Election Will Be One of the Most Pivotal Moments of Our Time, di Sean Wilentz su Rolling Stone
Donald Trump and Ted Cruz: second coming of Barry Goldwater?, di Linda Feldmann sul Christian Science Monitor

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–346 giorni alle elezioni statunitensi

–346 giorni alle elezioni statunitensi
–65 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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Un po’ per come gli attentati di Parigi hanno scombinato – almeno momentaneamente – l’agenda delle priorità degli elettori statunitensi, un po’ perché si avvicina l’inizio delle primarie, cominciano a vedersi un po’ di movimenti interessanti tra i candidati Repubblicani. La settimana scorsa abbiamo discusso di quali idee hanno i candidati sulla politica estera e sulla lotta al terrorismo: in questa vediamo invece come questa discussione sta cambiando gli equilibri nei sondaggi. È come se il ghiaccio si stesse lentamente sciogliendo: tutto sta diventando un po’ più fluido e mutevole, e non è ancora chiaro quale sarà la forma che le cose assumeranno alla fine di questo processo. Il contesto lo conoscete: Donald Trump è in testa ai sondaggi da quattro mesi, alternando momenti buoni ad altri meno buoni. A volte scende e sembra sul punto di cedere, poi si tira su di nuovo. Dietro di lui ci sono tre candidati apparentemente in salute e che in diversi momenti sono sembrati poterlo minacciare davvero: Ben Carson, Ted Cruz e Marco Rubio.

Ben Carson sta crollando
Il neurochirurgo nero dall’appeal elettorale quasi inspiegabile è stato fin qui il candidato più danneggiato dalle nuove preoccupazioni degli elettori Repubblicani per il terrorismo internazionale. Come racconta questo articolo di Politico, la lampante inadeguatezza di Carson ogni volta che risponde a una domanda di politica estera sta portando i suoi elettori – soprattutto in Iowa, il primo stato in cui si vota – a ricalibrare le loro preferenze, visto che le alternative non mancano. La candidatura di Carson è stata in grado di andare avanti fin qui perché la politica estera e la sicurezza internazionale erano temi di secondo piano, oggetto di una o due domande per evento elettorale, neppure particolarmente centrali, ma davvero non è in grado di sostenere una discussione sul Medioriente. Nel migliore dei casi le sue risposte sono vaghe e confuse, nel peggiore sono completamente assurde e disinformate.

Un esempio: questa è una risposta di Carson sulla recente crisi tra Russia e Turchia e il ruolo della NATO. Dura un minuto, è meglio di qualsiasi spiegazione.

Nella media nazionale dei sondaggi, Carson ha perso 5 punti in due settimane; soltanto in Iowa dall’inizio di novembre ha perso 9 punti.

Ted Cruz sta crescendo
Tra i candidati Repubblicani estremisti, Ted Cruz è sicuramente il più preparato e presentabile: per questo da mesi gli analisti lo descrivono come quello che più facilmente degli altri potrebbe ereditare la gran parte dei consensi di Trump e Carson, qualora questi dovessero crollare. In Iowa sta accadendo esattamente questo, anche perché è uno stato in cui tra i Repubblicani contano molto i gruppi evangelici e religiosi, e quello è un segmento in cui Cruz va molto forte. Se a novembre Carson in Iowa ha perso 9 punti, Cruz ne ha guadagnati quasi 8. Se invece della media si guardano i singoli recenti sondaggi, Cruz in Iowa sembra aver praticamente raggiunto Trump. Questa tendenza conferma per il momento lo scenario considerato da qualche mese come il più probabile: che a un certo punto la scelta per gli elettori Repubblicani si limiterà a due candidati, l’estremista più presentabile (Ted Cruz) e l’uomo dell’establishment che piace di più agli estremisti (Marco Rubio).

Bonus
Come probabilmente sapete, giovedì negli Stati Uniti è stato il Giorno del Ringraziamento: famiglie che si riuniscono, grandi pranzi e quindi anche qualche chiacchiera di politica a tavola. Moltissimi giornali americani hanno pubblicato una guida per sopravvivere alle discussioni di politica con i parenti: questa è quella di Vox, qui il New York Times, qui il Washington Post, la CNN, Quartz

Donald Trump barcolla, o forse no
Da quando Trump si è candidato, è successo più volte che a un certo punto dicesse una cosa così grossa, così aggressiva, così violenta, che la gran parte dei giornalisti e degli osservatori dicesse: ecco, si è fregato con le sue mani, la sua campagna non sopravviverà alla cazzata che ha appena detto. Invece Trump è sempre sopravvissuto. Ha irriso eroi di guerra, ha detto cose sessiste, razziste, violente, apertamente false; si è contraddetto un milione di volte ed è sempre sopravvissuto, dimostrando che la rabbia di un pezzo degli elettori Repubblicani è così forte da mettere in secondo piano tutto il resto. In molti casi Trump è sembrato persino avvantaggiarsi da episodi che avrebbero affondato qualsiasi altra campagna elettorale: siccome la sua forza è essere Trump – arrogante, sopra le righe, eccetera – alla fine episodi del genere lo premiano invece che danneggiarlo. Questa settimana ne è successa un’altra, forse la peggiore di tutte fin qui.

C’è una storia che Trump continua a ripetere fin dagli attentati di Parigi: che la sera dell’11 settembre 2001 migliaia di musulmani furono visti festeggiare in New Jersey. È una specie di leggenda metropolitana, non c’è nessuna prova che sia successo, e d’altra parte ce ne saremmo accorti: ma l’origine di questa storia è un articolo del Washington Post che all’epoca segnalò in tre righe un intervento della polizia a Jersey City perché secondo alcuni residenti c’erano dei musulmani che festeggiavano sul tetto di una casa. Non si sa nulla di cosa accadde dopo, perché probabilmente la cosa finì in niente. Decine di giornalisti americani da giorni cercano di scoprire qualcosa in più su quell’episodio e non trovano nulla. Naturalmente alcuni sono andati dal giornalista che scrisse quell’articolo, che si chiama Serge Kovaleski e oggi lavora al New York Times. Kovaleski ha detto di non ricordare molto di quella storia a parte quello che ne scrisse – d’altra parte sono passati quindici anni, erano tre righe in un articolo che parlava d’altro, non ci fu nessun seguito.

Kovaleski ha l’artrogriposi, una malattia genetica che provoca rigidità alle articolazioni. Trump lo ha criticato facendogli il verso in questo modo odioso.

Esiste una logica cinica e polarizzante che spiega gli insulti contro gli immigrati e contro gli omosessuali, per fare qualche esempio, ma non esiste una logica per quanto cinica che possa spiegare politicamente la decisione di irridere una persona disabile. Non è una questione di politicamente corretto: questa è una cosa che fa incazzare i Repubblicani quanto i Democratici. In certi stati – soprattutto quelli con un elettorato molto religioso, come l’Iowa – rischia di far incazzare persino più i Repubblicani dei Democratici. Trump ovviamente si è difeso come fa sempre, dicendo che non conosceva la disabilità del giornalista (è un trucco che usa spesso, quando è in difficoltà: dice che non ricorda). Ieri è uscito un sondaggio di Reuters e Ipsos secondo cui Trump sul piano nazionale ha perso 12 punti in meno di una settimana: sarebbe un’enormità, se fosse vero, ma serviranno le conferme di altri dati e istituti prima di poterne parlare sul serio.

Cose da leggere
How Ted Cruz could win the GOP nomination, di Benji Sarlin su MSNBC
The Opportunist, di Evan Osnos sul New Yorker (ritrattone di Marco Rubio)
Why one political scientist thinks Donald Trump might actually win, di Ezra Klein su Vox

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–353 giorni alle elezioni statunitensi

–353 giorni alle elezioni statunitensi
–72 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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Una delle più famose espressioni gergali della politica americana è “october surprise”. Dato che negli Stati Uniti si vota per le presidenziali sempre il primo martedì di novembre, l'”october surprise” è un fatto molto grosso e inaspettato che accade il mese prima delle elezioni e ne condiziona il corso e il risultato, spiazzando i candidati e scuotendo le opinioni degli elettori. Un esempio recente: l’uragano Sandy nel 2012. Gli attentati di Parigi, Saint-Denis e Bamako possono avere un simile impatto? Probabilmente no. Siamo ancora troppo lontani dalle elezioni del prossimo 8 novembre 2016. Inoltre, il peso della politica estera e della lotta al terrorismo viene sempre sopravvalutato dagli osservatori esterni della politica statunitense: persino nel 2004 contò fino a un certo punto nella rielezione di George W. Bush, ed è noto il motto che guidò Bill Clinton alla vittoria nel 1992 contro George H. W. Bush, allora molto popolare per la guerra del Golfo – It’s the economy, stupid.

Siamo però molto vicini all’inizio delle primarie. Gli attentati e il dibattito che ne è seguito possono condizionare moltoquella campagna elettorale, almeno nel breve periodo. Inoltre, nessuno può essere certo che attentati del genere non avvengano ancora da qui a un anno – anzi, possiamo dare tristemente per scontato il contrario. Quindi è interessante ragionarci un po’, e capire cosa hanno cambiato i fatti degli ultimi giorni.

Chi volete che risponda al telefono della Casa Bianca alle tre del mattino?
In circostanze del genere gli elettori possono avere molte reazioni diverse. La prima è affidarsi ai candidati che considerano più solidi e preparati, quelli con più esperienza e che li fanno sentire più protetti. La seconda è affidarsi ai candidati più estremisti, quelli che le dicono più grosse degli altri e quindi soddisfano sfoghi e frustrazioni di chi è più spaventato e arrabbiato. La terza è affidarsi ai loro attuali leader, se li riconoscono come simboli della nazione e del suo spirito – quello che successe a George W. Bush dopo l’11 settembre 2001, quello che non sembra stia succedendo a François Hollande dopo il 13 novembre 2015. Una quarta reazione possibile è rigettare quegli stessi leader, considerandoli responsabili della situazione corrente, e affidarsi alle alternative politiche qualunque queste siano. Cambiare e basta. È ancora presto per capire che tipo di direzione prevalente prenderà l’elettorato statunitense nelle prossime settimane. Ma possiamo già vedere quali tra questi sentimenti i singoli candidati stanno cercando di sollecitare.

Un primo esempio ci è stato dato dal dibattito di sabato scorso tra i candidati Democratici, che si è tenuto proprio poche ore dopo gli attentati di Parigi. Hillary Clinton – che è stata segretario di stato della prima amministrazione Obama, quindi tutt’altro che un’osservatrice esterna sui fatti del mondo di questi anni – mi è sembrata un po’ in difficoltà: le sue risposte sulla politica estera e la lotta al terrorismo erano razionali ma vaghe, a volte persino contraddittorie. Il punto è che la politica estera è complicata, gli interessi confliggenti sono decine, la ragione e il torto sono molto distribuite: parlarne seriamente implica rinunciare agli slogan e dare risposte contorte e prive di soluzioni semplici. Ma un dibattito televisivo non è un convegno in cui professori universitari ed esperti confrontano le loro tesi: è una performance, i candidati devono mostrarsi abili e sicuri di sé, e dare in pochi secondi risposte convincenti su ogni tema possibile, mentre gli avversari possono colpirli con critiche molto dirette e poco argomentate. Guardando il dibattito dei Democratici e ascoltando certe risposte di Hillary Clinton, ho pensato più volte: su questo i Repubblicani la massacreranno. David Axelrod, il venerato stratega elettorale di Obama, l’ha messa così: «Hillary Clinton sembra intrappolata tra essere un candidato ed essere una responsabile potenziale presidente. Le sue risposte sono solide, ma non sempre vincenti».

Clinton ha ancora tempo per limare le sue risposte e far sì che il suo pragmatismo – al di là che si possa essere d’accordo o no con le sue idee – non la esponga agli attacchi semplificatori dei suoi avversari. È possibile che cominci a descriversi come la persona giusta per gestire le crisi internazionali, il candidato di esperienza a cui potersi affidare, come tentò di fare contro Obama nel 2008 anche attraverso questo famoso spot: quello della “3am call”. Chi volete che risponda alla telefonata di emergenza che arriva alla Casa Bianca alle tre del mattino?

Per i Repubblicani è una partita in discesa
Gli avversari dei Democratici hanno una partita molto più semplice da giocare. Innanzitutto stanno attaccando Clinton e i Democratici per via del loro rifiuto di associare esplicitamente gli attentati all'”Islam radicale”, parlando solo di “jihadismo” ed “estremismo violento”. Clinton dice: “Si può parlare di islamisti, ma non credo che questo ci aiuti a trovare una soluzione al problema”. Si può discutere di quanto abbia senso oggi questa posizione, e si possono anche capire le ragioni di prudenza di un leader mondiale o potenziale tale nell’associare al terrorismo una religione praticata da più di un miliardo e mezzo di persone. Ma il punto è che questo tipo di complessità può essere facilmente travolta durante una campagna elettorale. Prendete questo spot di Jeb Bush; così è fin troppo semplice.

Poi c’è il tema della competenza. Per quanto sia facile attaccare l’amministrazione Obama e i Democratici per come le loro politiche in questi anni non hanno risolto il problema del terrorismo o né portato stabilit il Medioriente, è difficile dire quale strategia invece avrebbe funzionato. In Iraq, in Libia e in Siria gli Stati Uniti hanno adottato tre approcci radicalmente diversi – intervenire direttamente, intervenire ma senza truppe di terra e con una vera coalizione internazionale, non intervenire se non molto tardi e indirettamente – e si può dire che nessuno di questi ha davvero funzionato. I candidati Repubblicani che hanno più dimestichezza con la politica estera stanno tentando di descrivere piani e strategie alternative, ma sono tutte difficilmente praticabili. Se volete farvi un’idea, qui c’è per esempio un articolo di Marco Rubio sui suoi piani per la lotta all’ISIS; potete confrontarlo con questo di Hillary Clinton. È stato più abile Barack Obama, nello spiegare perché mandare i soldati a combattere in Siria sarebbe un errore: ma oggi le posizioni più realistiche e pragmatiche mi sembrano le più difficili da vendere agli elettori.

Il tema della competenza è invece una minaccia esistenziale per i candidati con meno preparazione, su tutti Trump e Carson. Trump riesce solo a fare la faccia cattiva – ha proposto di chiudere le moschee e schedare tutti i musulmani negli Stati Uniti – e dire cose vaghissime in termini di strategie diplomatiche e militari. Carson ogni volta che viene interpellato sulla politica estera mostra di non avere davvero idea di cosa si stia parlando: lo hanno ammesso persino i suoi consulenti. Anche per questo motivo, i candidati meno a loro agio con la politica estera cercheranno di spostare la discussione sulla politica interna. Quindi sulla questione dei rifugiati siriani.

L’amministrazione Obama nei mesi scorsi si è impegnata ad accogliere negli Stati Uniti almeno 10.000 rifugiati di guerra siriani. Dagli attentati di Parigi ci sono ben 26 governatori che hanno detto di non voler accogliere nessunrifugiato siriano nei loro stati perché è impossibile identificarli con certezza ed essere sicuri che non siano terroristi. La gran parte dei candidati Repubblicani è d’accordo con loro, da Rubio a Carson. Per alcuni è proprio una posizione di principio: Chris Christie, candidato Repubblicano alle primarie e governatore del New Jersey, ha detto che non accoglierebbe nemmeno i bambini orfani; Trump ha detto che caccerebbe anche i siriani che sono già negli Stati Uniti. Altri – come Jeb Bush e Ted Cruz – hanno detto che accoglierebbero solo i rifugiati siriani di religione cristiana, suggerendo una discriminazione per il diritto di asilo su base religiosa che avrebbe pochi precedenti e che sarebbe una clamorosa negazione dei principi della Costituzione statunitense (oltre che dei diritti umani, se lo chiedete a me). Altri ancora chiedono di interrompere i programmi di accoglienza e riprenderli solo dopo aver messo in piedi un sistema di identificazione e intelligence più rigido e severo di quello esistente oggi.

I governatori non possono fare molto per impedire agli Stati Uniti di accogliere i rifugiati e mandarli nei loro stati, ma possono rendere il processo molto più lungo e complicato; il Congresso, invece, può effettivamente impedirlo – ed è a maggioranza Repubblicana. Anche per questo ho la sensazione che si possa finire a parlare più dei rifugiati che dei terroristi, almeno nel breve periodo: è un tema più facile per i Repubblicani ed è anche uno sul quale possono ottenere qualche risultato immediato. Anche su questo, secondo me, le cose migliori le ha dette Barack Obama. Consiglio: trovate sei minuti e guardate questo video.

In breve
Jeb Bush sta iniziando a dare qualche segnale di risveglio, almeno nell’efficacia delle sue apparizioni pubbliche. Bobby Jindal si è ritirato ed era ora. John Kasich sta investendo una grande quantità di denaro in spot pubblicitari contro Donald Trump. La campagna elettorale di Martin O’Malley traballa parecchio: presto tra i Democratici potrebbero restare in corsa solo Clinton e Sanders.

Cose da leggere
Two Clintons. 41 years. $3 billions, di Matea Gold, Tom Hamburger and Anu Narayanswamy sul Washington Post (articolone ricchissimo e interattivo sui finanziatori di Bill e Hillary Clinton)
How Ted Cruz is locking up the evangelical vote, di Katie Glueck su Politico
President Obama and Bill Simmons: The GQ Interview (Obama intervistato da Bill Simmons, l’ex fondatore e direttore di Grantland: non ve la perdete)
How Bernie Sanders has already won, di David Axelrod su CNN

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–360 giorni alle elezioni statunitensi

–360 giorni alle elezioni statunitensi
–79 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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Se siete tra quelli che appena si svegliano aprono la posta elettronica, il mio consiglio è chiudere la newsletter per ora e andare a leggere di quello che è successo venerdì notte a Parigi. Sul Post trovate un resoconto, approfondimenti e aggiornamenti minuto per minuto. Arriverà anche il momento in cui discutere che tipo di impatto e conseguenze questi attentati potranno avere sulla campagna elettorale statunitense, ma quel momento non è oggi. Questa newsletter ha iscritti in molti paesi del mondo: spero che stiate tutti bene, voi e chi avete caro.

Stanotte c’è un dibattito dei Democratici
Quando in Italia saranno le tre del mattino di domenica 15 novembre, CBS trasmetterà un confronto televisivo fra i tre principali candidati Democratici ancora in corsa: Hillary Clinton, Bernie Sanders e Martin O’Malley. Anche il dibattito ovviamente risentirà di quello che è successo a Parigi: il network ha già fatto sapere che le domande e la scaletta saranno cambiate in corsa perché sia dedicato un tempo adeguato a discutere di terrorismo, sicurezza nazionale e politica estera.

Per il resto, la cosa più interessante da vedere sarà se Sanders deciderà di criticare direttamente Clinton. Al primo dibattito non lo ha fatto, rivendicando con orgoglio questa strategia; ma nelle settimane seguenti i suoi toni contro Clinton si sono fatti sempre più diretti e decisi, anche sulla storia delle email (su cui al primo confronto era stato particolarmente leggero, con quel “the American people are sick and tired of hearing about your damn emails!”).

E quello dei Repubblicani?
I candidati Repubblicani invece si sono confrontati in tv la notte tra martedì e mercoledì su Fox Business. Trovate un mio resoconto completo sul Post, ma in sintesi: è stato il miglior dibattito fin qui. Dopo il buon primo confronto – e dopo i due successivi, uno peggio dell’altro – i giornalisti di Fox si sono dimostrati di nuovo i migliori nell’organizzare eventi come questo, riuscendo finalmente a far discutere i candidati di programmi, idee e proposte concrete, andando al di là degli slogan. Certo, non tutti ci sono riusciti, e alcuni hanno evitato di rispondere su certe questioni, ma finalmente mercoledì notte abbiamo visto una discussione vera sui due grossi temi che dividono i Repubblicani in questo momento politico.

Il primo è la spesa pubblica. C’è un pezzo del partito che pensa che si debba ridurre il debito del paese innanzitutto tagliando le tasse, sperando che questo faccia crescere il gettito invece che deprimerlo; e che qualora le entrate fiscali dovessero diminuire, bisognerebbe compensare tagliando la spesa pubblica con oculatezza. Sono i più moderati – quelli come il governatore dell’Ohio, John Kasich, per capirci – e sono in gran minoranza nel partito. C’è un altro pezzo che pensa che si debba tagliare la spesa pubblica aggressivamente soprattutto in alcuni settori, su tutti la sanità: sono quelli nella fascia più o meno centrale del partito, come Jeb Bush e Marco Rubio. Poi c’è un altro pezzo che pensa che si debba tagliare radicalmente tutta la spesa pubblica: sono quelli più di destra, come Donald Trump (che ha detto addirittura che gli stipendi dei lavoratori americani sono troppo alti), Ted Cruz e Rand Paul (che ha detto di volere “un governo così piccolo da essere quasi invisibile”).

Durante il dibattito, a un certo punto Paul ha detto che Rubio non può definirsi un vero conservatore dal momento che propone di aumentare le spese militari. Rubio si è difeso dicendo che l’America ha bisogno di un esercito forte se vuole avere un ruolo forte nel mondo, e se l’è cavata con un po’ di applausi, ma questo tema ritornerà: da anni al Congresso i Repubblicani si dividono tra chi chiede tagli su tutto e chi solo sui capitoli di spesa storicamente più cari ai Democratici, come le infrastrutture, l’istruzione e la sanità.

Il secondo tema è l’immigrazione. Donald Trump ha rilanciato la più famosa delle sue proposte: deportare fuori dal paese gli 11 milioni di immigrati irregolari e costruire un muro al confine col Messico. John Kasich, il più moderato tra i candidati, ha detto che si tratta di una scemenza: che oltre a essere una proposta disumana – i figli di moltissimi immigrati irregolari sono cittadini americani – è un’idea impraticabile economicamente e logisticamente. Jeb Bush ha detto lo stesso. Ted Cruz invece si è schierato con Trump, e dopo il dibattito ha criticato Rubio – rimasto zitto nel corso della discussione – accusandolo di voler approvare una sanatoria. Questa è una storia che comincia da lontano ed è probabile che diventi sempre più rilevante nel corso della campagna elettorale, soprattutto se col passare delle settimane – come molti prevedono – saranno Marco Rubio e Ted Cruz a contendersi davvero la vittoria delle primarie.

Nel 2013 un gruppo di otto senatori – quattro democratici e quattro repubblicani, noti come the Gang of Eight, “la banda degli otto” – scrisse una riforma dell’immigrazione che fu approvata dal Senato e rigettata dalla Camera. Uno dei quattro Repubblicani era Marco Rubio, all’epoca molto apprezzato dai Tea Party e dall’ala più estrema del partito, che per questo però fu accusato di tradimento. La riforma prevedeva due cose fondamentali, una che piace alla destra e una che piace alla sinistra. Quella che piace alla destra, e la sinistra avrebbe tollerato, è il rafforzamento militare del confine tra Stati Uniti e Messico, con lo schieramento di 20.000 soldati e la costruzione di recinzioni per oltre 1.000 chilometri. Quella che piace alla sinistra, e la destra avrebbe tollerato, è una specie di sanatoria: gli 11 milioni di immigrati irregolari negli Stati Uniti avrebbero potuto ottenere la cittadinanza attraverso un processo graduale.

Questa riforma, poi affondata, secondo tutte le persone di buon senso – di destra o di sinistra – è l’unica plausibile, perché la deportazione di 11 milioni di persone – che lavorano, che hanno delle famiglie, dei figli minorenni con nazionalità statunitense – è una prospettiva semplicemente ridicola. Si tratta peraltro di una riforma che sta molto a cuore agli statunitensi di origini latinoamericane, che molto spesso hanno parenti o amici senza documenti; e non c’è analisi sulle elezioni del 2008 e del 2012 che non abbia detto che il Partito Repubblicano non ha un futuro se non riesce a recuperare consensi almeno in un pezzo dell’elettorato latinoamericano, un gruppo demografico particolarmente in crescita, che negli ultimi anni è stato decisivo nel far vincere i Democratici in stati storicamente Repubblicani come il Colorado o il Nevada.

Sarà interessante vedere come si evolverà questa discussione nel corso della campagna elettorale, soprattutto se davvero i principali litiganti saranno Rubio e Cruz: due politici di origini latinoamericane, figli di immigrati cubani.

Per il resto
Ben Carson e Donald Trump si sono ignorati durante il dibattito ma stanno continuando a litigare a distanza. Soprattutto Trump sta attaccando Carson per via delle cose false o inverosimili raccontate nei suoi libri. La faccenda ha dei risvolti surreali, in certi casi persino comici, quindi facciamo che ne parliamo un’altra volta.

Correzioni
Nella scorsa newsletter ho scritto che Bill Clinton ha vinto le primarie in New Hampshire nel 2000, mannaggia: ovviamente era il 1992.

Cose da leggere
Jeb Bush Is 2016’s John Kerry, di Bill Scher su Politico
Do the G.O.P. Debates Really Matter?, di John Cassidy sul New Yorker

La sinistra italiana non ha bisogno di un nuovo partito ma di un nuovo leader

Le cose che sono successe negli ultimi mesi alla sinistra del Partito Democratico non suscitano alzate di spalle solo per come contraddicono il dato di realtà emerso a ogni elezione nazionale dal 2008 in poi, cioè che non esiste uno spazio a sinistra del PD – né quello di Veltroni, né quello di Bersani, né quello di Renzi – che valga più del 5-6 per cento. Nemmeno per come questi soggetti politici vecchi e nuovi – SEL, Sinistra Italiana, Possibile, la cosiddetta “Coalizione Sociale”, quello che resta delle liste Tsipras e Ingroia – appaiano allo stesso tempo sovrapponibili e litigiosi tra loro. E ancora, nemmeno per come le istanze di questi soggetti appaiano oggi schiacciate dalla povera concretezza della speculazione immediata – tutto viene detto o fatto in reazione a cosa dice o fa da Renzi – e da un astrattismo identitario da due soldi che difficilmente sarà in grado di attrarre elettori che oggi votano altrove.

Questi problemi esistono e sembrano oggi difficilmente superabili, ma il vero punto riguarda secondo me l’idea che la costruzione di un’alternativa politica di sinistra a Matteo Renzi – obiettivo certamente legittimo e democraticamente sano, al di là delle opinioni di ciascuno – possa passare per la nascita di un altro ennesimo partito, peraltro nelle aule parlamentari e nei teatri. Chi vuole ancora impiegare il suo tempo a discutere di “uomo forte”, “regime” e “leaderismo” faccia pure, ma dimostra di aver capito poco della politica internazionale degli ultimi vent’anni: la prevalenza dei leader sui partiti è un fenomeno storico, che ha ragioni certe e fondate, e non è più un tema di dibattito. Come spesso accade, non è un fenomeno buono o cattivo in sé: ogni caso è diverso dall’altro. La sinistra greca era un tappeto di gruppuscoli più o meno insignificanti, prima che Alexis Tsipras non la mettesse insieme e non riuscisse – col suo talento politico, il suo carisma, eccetera – a rendere quel progetto interessante e credibile per un pezzo significativo dell’elettorato greco. Senza Tsipras non esiste Syriza al 25 per cento. Dall’altro lato, i successi dei conservatori tedeschi quanto sono ascrivibili alla CDU e quanto personalmente ad Angela Merkel? È “leaderismo”? È “uomo forte”? O è soltanto il modo in cui – senza che sia necessariamente l’apocalisse – funziona la politica nel 2015? I partiti non sono morti né sono diventati tutti soggetti inutili, ma le loro funzioni sono cambiate.

L’idea che per indebolire il Partito Democratico di Renzi basti costruire qualcosa alla sua sinistra, qualsiasi cosa, e che i “delusi da Renzi” finiranno per esserne attratti naturalmente, come per magnetismo, è così velleitaria e fuori dalla realtà da dare ragione a chi descrive cose come “Sinistra Italiana” come banale trasformismo parlamentare di un pezzo di classe politica: operazioni che spostano qualche soldo di rimborsi ai gruppi parlamentari ma non muovono un voto. Gli unici che sembrano aver capito un po’ questa lezione sono quelli di Possibile, anche se pure da quelle parti è difficile trovare iniziative politiche che non siano reazioni a cose dette o fatte dal governo; negli scorsi anni l’unico potenziale credibile leader di quell’area è stato Nichi Vendola, ma in un momento politico dal quale oggi sembra trascorso un secolo e che non appare replicabile. L’indebolimento del governo Renzi non passerà per la costruzione di un nuovo partito, quale che sia, ma solo per l’emersione eventuale di un nuovo leader che si possa credibilmente immaginare a governare il paese: a un certo punto arriverà, ma al momento non se ne vedono. Salvo che lo scopo non sia proprio tenersi stretto quel 5-6 per cento, e con quello il solo fatto politico che ne deriva: un certificato di esistenza in vita, finché dura.

Rimonte tentate, riuscite, subite

Ciao, una comunicazione di servizio: manca un anno alle elezioni statunitensi e questa è l’ultima newsletter che pubblicherò anche sul blog. Questi articoli esistono in quanto newsletter – li scrivo con in testa quei lettori, quel mezzo, da quando ho deciso di provare a usarlo – ed è ridondante duplicare i contenuti. Ci si iscrive qui, sempre ovviamente gratis; si va avanti almeno fino all’8 novembre 2016.

–367 giorni alle elezioni statunitensi
–86 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

presidential seal

Quando tutti, persino i tuoi alleati, sostenitori e finanziatori, dicono che la tua campagna elettorale è un disastro, e i sondaggi lo confermano, è inutile continuare a negare, dire che va tutto bene e che gli-elettori-capiranno, mentre vai a schiantarti contro un muro: tanto vale usare il momento come leva, ammettere le difficoltà nel breve periodo e cercare di costruire nel medio-lungo periodo una narrazione della rimonta e del riscatto. Alla prima vittoria, anche piccola, sarà così possibile vendere ai giornalisti e agli elettori la storia del “comeback kid”, dell’eroe ferito che affronta le difficoltà e torna in piedi più forte di prima, come fecero Bill Clinton nel 1992 e John McCain nel 2008. Questo approccio è l’ultima carta a disposizione di Jeb Bush.

I suoi consulenti hanno parlato molto con i giornalisti, spiegando che dopo i risultati molto deludenti nei sondaggi e l’ultimo deprimente dibattito la campagna elettorale è stata resettata: non nei principi che la ispirano ma nelle tattiche e nelle strategie. Bush si è dato un nuovo slogan – “Jeb Can Fix It”, “Jeb può aggiustarlo” – per cercare di inquadrare positivamente le sue scarse abilità oratorie: per descriversi come un tipo concreto, pragmatico, uno che preferisce fare invece che dire (al contrario dei suoi avversari). Successivamente ha diffuso un ebook che contiene la storia dei suoi anni da governatore della Florida (1999-2006) raccontata attraverso le email che ha inviato e ricevuto, e ha pronunciato un discorso programmatico come piattaforma del nuovo inizio. Il discorso si può leggere qui, commentato. È buono, anche se in più di un’occasione – come spesso gli accade – Bush dà l’impressione di “crederci troppo”, di descriversi in modo innaturale, di esagerare nel voler piacere al punto da risultare ancora più goffo.

Uno dei funzionari della sua campagna ha scritto su Twitter: “Comunicazione alla stampa: Jeb avrà qualche settimana di pessimi sondaggi. Le rimonte richiedono tempo, noi siamo pronti”. Bush ha riconosciuto pubblicamente che i dibattiti televisivi sono più performance che veri dibattiti, e ha ingaggiato un nuovo coach con molti anni di esperienza televisiva. Il prossimo dibattito è il 10 novembre a Milwaukee. Le rimonte richiedono tempo, ma Bush deve riuscire a dare segni di vita.

Bonus
Questo è il discorso che Jeb Bush pronunciò durante la festa per l’elezione al Senato di Marco Rubio. Guardarlo vi permetterà di farvi un’idea sul tipo di rapporto che avevano, sulla devozione di Rubio per Bush e sull’ammirazione di Bush per Rubio. Bush a un certo punto dice: “Marco Rubio mi fa piangere di gioia”.

Bernie Sanders si toglie i guanti
Un’altra storia importante di queste settimane riguarda Bernie Sanders, il principale sfidante di Hillary Clinton alle primarie dei Democratici, che ha deciso di cambiare approccio: la sua rimonta nei sondaggi è finita insieme all’estate e nei sondaggi Clinton ha ricominciato a guadagnare terreno. Se fin qui Sanders aveva sempre rivendicato di non voler criticare Clinton bensì di voler parlare solo delle sue proposte, negli ultimi tempi questo approccio è cambiato: già alla Jefferson-Jackson Dinner di qualche settimana fa aveva attaccato duramente Clinton, seppure senza citarla esplicitamente; questa settimana ha svoltato del tutto.

Durante un giro in New Hampshire un sostenitore gli ha urlato: «Sei pronto a prendere a calci in culo qualche Repubblicano, Bernie?». Lui ha risposto, scherzando: «C’è qualche altro culo da prendere a calci prima». Parlando alBoston Globe Sanders poi ha detto di essere «virtualmente in disaccordo con Hillary Clinton su qualsiasi cosa»; il giorno prima ha detto al Wall Street Journal che la famosa frase sulle email di Clinton pronunciata nel dibattito – «The American people are sick and tired of hearing about your damn emails!» – non andava intesa proprio in modo letterale, e ha detto che l’FBI fa benissimo a indagare su quanto è successo.

Sanders passerà questo weekend nei due stati in cui va peggio nei sondaggi, tra quelli in cui si vota prima: in South Carolina (molti elettori neri) e in Nevada (molti elettori latinoamericani). Anche lui deve cercare una svolta nei prossimi due mesi, se non vuole condizionare solo l’agenda politica ma anche e davvero la selezione del candidato.

Bonus
Bernie Sanders in campagna elettorale non prende in braccio i bambini e non si ferma a parlare con gli elettori. È un problema? Un articolo del New York Times (raccontato in italiano dal Post).

Trump vs Carson è solo un po’ meno forte di Batman vs. Superman
Dopo 107 giorni consecutivi, Donald Trump non è più in testa alla media dei sondaggi nazionali dei Repubblicani. Bùm.

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Ora in testa c’è Ben Carson, l’ex neurochirurgo nero senza nessuna esperienza politica e che dice cose dell’altro mondo (da queste parti ne avete letto a settembre, che sarebbe potuta finire così). Carson divenne famoso in tutto il mondo nel 1987 quando fu il primo medico a riuscire a separare due gemelli siamesi attaccati per le teste, e negli Stati Uniti diventò una specie di eroe soprattutto per i neri: la dimostrazione vivente che si può avere successo anche venendo da un contesto sociale complicato. Da quando è andato in pensione, Carson è diventato anche un idolo dei conservatori: di recente ha dato a Obama dello “psicopatico” e ha detto che la sua riforma sanitaria è stata “la peggior cosa capitata in questo paese dai tempi della schiavitù”; due anni fa disse che il matrimonio gay era paragonabile alla zoofilia e alla pedofilia; di recente ha detto che se gli ebrei avessero avuto più armi l’Olocausto sarebbe stato evitato.

Questa settimana Carson ha detto che secondo lui le piramidi furono costruite da Giuseppe – il personaggio biblico – per metterci dentro le riserve di grano. Ma sono venute fuori anche cose più serie e preoccupanti. È emerso infatti che almeno due cose raccontate nella sua biografia – e che lui ripete continuamente in campagna elettorale – sono state probabilmente inventate di sana pianta: che una volta da ragazzino cercò di accoltellare un compagno di classe ma la lama fu fermata dalla fibbia della cintura e che poi più grande, cambiato vita, gli fu offerta una borsa di studio dalla prestigiosa accademia militare di West Point. Questa delle balle va avanti da un pezzo: durante il primo confronto tv si disse contrario agli esperimenti scientifici sui feti abortiti, poi venne fuori che aveva fatto personalmente esperimenti scientifici su feti abortiti; durante l’ultimo ha negato di avere avuto rapporti con una controversa casa farmaceutica quando invece ne era ufficialmente il testimonial.

Cosa sta facendo Carson? Uno così vuole davvero fare il presidente? Consiglio la lettura di questo articolo di Jonathan Chait sul New York Magazine. La risposta è no. Lo dicono i numeri – Carson spende quasi il 70 per cento dei soldi che riceve dalle donazioni per mettere in piedi altre operazioni di raccolta fondi – e lo dice la logica. Carson sta approfittando della campagna elettorale per aumentare la sua notorietà, per farsi gratuitamente pubblicità in tv, presentare libri, costruirsi un grosso indirizzario email e in ultima istanza fare una barca di soldi.

Bonus
Nel frattempo Chris Christie e Mike Huckabee sono scesi ulteriormente nei sondaggi, motivo per cui non saranno nel palco dei “grandi” al dibattito televisivo del 10 novembre.

Come poteva non andare a finire così?
Vi ricordate di Lawrence Lessig, lo stimato docente universitario statunitense esperto di internet che si era candidato alle primarie del Partito Democratico in quel modo bizzarro? Il suo programma consisteva in un solo punto, la riforma complessiva del sistema elettorale statunitense, e aveva detto che una volta fatto quello si sarebbe dimesso da presidente. Questa settimana Lessig si è ritirato. Dice che i Democratici hanno cambiato in corsa le regole per “qualificarsi” al prossimo dibattito televisivo, allo scopo di farlo fuori, ma al momento su questo presunto cambio di regole non c’è niente di ufficiale. In ogni caso si parla eventualmente dell’introduzione di un requisito: aver ottenuto almeno l’1 per cento in tre sondaggi tenuti nelle sei settimane precedenti al confronto. Lessig non ci è arrivato. I motivi per cui questo tentativo sarebbe stato un buco nell’acqua li avevo spiegati al momento della candidatura: la politica non funziona così, per fortuna.

Cose da leggere
The GOP’s Primary Rules Might Doom Carson, Cruz And Trump, di David Wassermann su FiveThirtyEight
What Changed While Jeb Was Gone, di Ben Smith su BuzzFeed
How Democrats Could Win the House. Really., di Kyle Klondik su Politico

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–374 giorni alle elezioni statunitensi

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–374 giorni alle elezioni statunitensi
–93 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

presidential seal

Questa settimana tutta la campagna elettorale negli Stati Uniti ha girato attorno ai Repubblicani e al loro confronto televisivo di mercoledì notte, che molti descrivono come un punto di svolta; e siamo vicini a un altro passaggio importante, perché tra poco mancherà un anno esatto alle elezioni presidenziali e mancano già meno di 100 giorni all’inizio delle primarie in Iowa. Quindi è il momento giusto per fare un piccolo punto della situazione su:

1. Questa newsletter, ma ci mettiamo poco
2. Cosa dicono i sondaggi a questo punto

Parliamo di noi
Due cose cambieranno da qui in poi. La prima è che la prossima newsletter sarà l’ultima che pubblicherò anche sul mio blog, oltre a inviarla a chi si è iscritto su Tinyletter. La duplicazione dei contenuti è ridondante e superflua, e il blog in questo momento è diventato una specie di archivio delle newsletter: non è necessario. La seconda è che il calendario dei dibattiti televisivi diventerà presto piuttosto fitto e quindi non manderò ogni volta di mattina un’edizione speciale della newsletter; anche perché a un certo punto l’anno prossimo cominceranno effettivamente le primarie, e sarà il caso di usare le edizioni speciali per raccontare i risultati del voto. Questo è il piano: se a un dibattito succederanno cose molto grosse, l’edizione speciale arriverà; altrimenti potrete leggerne la mattina dopo sul Post oppure nella newsletter del sabato. Ogni vostro commento e feedback è sempre molto gradito, comunque: basta rispondere a questa email per farmi sapere cosa vi convince e cosa no, a cosa vorreste fosse dedicato più spazio e a cosa meno. Ok? Dai.

Parliamo di quegli altri
Sapete che fin qui non abbiamo parlato moltissimo di sondaggi – praticamente quasi mai fino a un mese fa – ma ormai ci tocca: le cose possono ancora cambiare molto, ma stanno iniziando a prendere una direzione interessante da osservare e discutere.

Questa è la situazione nazionale per i Repubblicani secondo una media dei sondaggi delle ultime due settimane:

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L’evoluzione del dato nazionale non è un indicatore perfetto per valutare chi sta andando bene e chi no – tenete sempre presente che si vota stato per stato e in momenti diversi – ma è utile per capire che aria tira. Trump e Carson rimangono nettamente in testa ai sondaggi, ma è un equilibrio che nasconde qualche smottamento, come vedremo tra poco. E dato che la grandissima parte degli analisti e degli osservatori prevede che Trump e Carson crollino tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, è interessante capire cosa sta succedendo dietro di loro: sta continuando a crescere Rubio ed avanzare lentamente Cruz, mentre Bush e Fiorina scendono.

Andiamo a vedere cosa succede in Iowa, allora: il primo stato in cui si vota.

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Bum! Negli ultimi dieci giorni Carson ha rimontato e superato Trump, che era in larghissimo vantaggio da mesi. Trump non l’ha presa benissimo, durante certi recenti comizi in Iowa ha persino sarcasticamente sgridato gli elettori. Il fatto che questo sorpasso sia avvenuto in assenza di fatti particolarmente eclatanti indica che un pezzo di elettorato Repubblicano si sta semplicemente stufando di Trump e sta cercando delle alternative. Per ora ha puntato su Carson, che è estremista quanto Trump ma meno rumoroso e scoppiettante. Chi sarà il successivo? Subito dietro ci sono di nuovo Rubio e Cruz, che sono oggi i candidati più accreditati nel lungo periodo: potrebbero essere i due veri sfidanti nel 2016, specie se Bush resterà bloccato lì sotto.

Storicamente gli elettori dell’Iowa premiano i candidati più populisti e conservatori, motivo per cui bisogna tenere particolarmente d’occhio Cruz e fino alla fine non si potranno liquidare con certezza né Trump né Carson. L’orientamento degli elettori dell’Iowa viene bilanciato da quello degli elettori del New Hampshire, dove si vota pochi giorni dopo, che di solito preferiscono invece i candidati “eleggibili”, quelli che hanno una vera chance di battere il candidato dei Democratici a novembre. 

E come sono messe le cose in New Hampshire per i Repubblicani?

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Dietro Trump e Carson la situazione qui è molto meno definita. C’è Bush, che sta investendo moltissimo tempo e moltissime risorse da quelle parti, ma è stato raggiunto da Rubio; ci sono Fiorina e Kasich, le cui uniche possibili strade verso la nomination passano per un gran risultato in New Hampshire. Tra qualche giorno avremo un quadro più preciso della situazione, perché i sondaggi devono ancora assorbire le conseguenze del dibattito di mercoledì, che è stato ottimo per Rubio e Cruz ma pessimo per Bush.

La direzione verso cui andiamo, oggi, sembra indicare Cruz e Rubio come potenziali punti di riferimento, uno per gli elettori più estremisti del partito e l’altro per i più pragmatici. Trump e Carson punteranno tutto sull’Iowa per evitarlo; Bush, Kasich e Fiorina invece cercheranno di tenersi vivi puntando tutto sul New Hampshire. Poi non è che le cose finiscono a febbraio, naturalmente si voterà in molti altri posti: ma i risultati in Iowa e New Hampshire daranno una direzione alle cose.

E i Democratici? La situazione è molto più facile da leggere, da quelle parti: ci sono solo tre candidati e uno (una!) è nettamente in vantaggio. Questa è la situazione sul piano nazionale nelle ultime due settimane:

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La popolarità di Hillary Clinton ha smesso di scendere e ha cominciato a risalire, d’altra parte abbiamo detto di quanto siano state buone per lei queste ultime due settimane. Tenete conto anche che i voti qui sopra attribuiti ancora a Biden presto spariranno, e a giudicare dalle rilevazioni degli ultimi giorni quegli elettori andranno in gran parte a Clinton. Dall’altra parte, però, non mi aspetto di vedere un crollo di Sanders, anzi: tantissimi elettori hanno iniziato a conoscerlo solo in queste settimane e la dinamica della campagna lo renderà a un certo punto semplicemente il candidato anti-Clinton, preferito da tutti quelli che per una qualsiasi ragione non vogliono sostenere la favorita.

Vediamo anche qui come cambiano le cose stato per stato. Questi sono i dati sulle ultime due settimane in Iowa.

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È un esempio di quello che dicevamo prima: Hillary cresce, soprattutto da quando Biden si è tirato fuori, Sanders viene ridimensionato ma non crolla (è sempre abbondantemente sopra il 30 per cento). Alla Jefferson-Jackson Dinner di sabato scorso, uno degli appuntamenti più attesi della campagna elettorale in Iowa, Sanders ha attaccato duramente Hillary Clinton: pur senza mai nominarla, ha parlato moltissimo di quattro temi – la guerra in Iraq, gli accordi sul commercio, l’oleodotto Keystone XL e i diritti dei gay – su cui Clinton ha cambiato posizione in questi anni. Altra mossa interessante di Sanders: dopo aver passato mesi a criticare i candidati che si affidano troppo ai sondaggi (indovinate a chi si riferiva), ha assunto un sondaggista: Ben Tulchin, che aveva lavorato con Howard Dean nel 2004.

Veniamo al New Hampshire, dove sono successe le cose più interessanti nei sondaggi dei Democratici in queste settimane. Da quelle parti Sanders è stato in largo vantaggio per settimane, ma ora l’aria sta cambiando:

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Clinton ha ripreso Sanders, ora sono praticamente appaiati: e anche qui ci sono ancora un po’ di elettori che preferivano Biden e che stanno cambiando cavallo.

Il New Hampshire ha una storia particolare per Hillary Clinton: è il posto in cui nel 1992 suo marito Bill, dopo essere andato malissimo nei sondaggi e poi nel voto in Iowa, ottenne un miracoloso secondo posto col 24,7 per cento, tanto da guadagnarsi il soprannome di “comeback kid” e rilanciare le sue possibilità di ottenere la nomination (sapete come andò a finire); è il posto in cui nel 2008 contro tutti i pronostici e i sondaggi Hillary sconfisse Obama, fresco di travolgente vittoria in Iowa, e mise in chiaro che le primarie sarebbero andate avanti molto a lungo.

Insomma, tra i Democratici stiamo assistendo a un consolidamento della campagna di Hillary Clinton, che ora non sembra più in grossa difficoltà, mentre Sanders si sta assestando attorno a un 30 per cento dei voti che lo rende un importante e soprattutto molto influente protagonista della campagna elettorale, ma non un potenziale vincitore. Niente che non possa ancora cambiare, ovviamente, ma è una direzione tutto sommato credibile.

Una cosa che ho sbagliato
Lo sapevo che non avrei dovuto mettere un piede fuori dalla politica americana. La settimana scorsa ho scritto che i New York Mets di baseball erano arrivati alle World Series battendo i Los Angeles Dodgers, invece erano i Chicago Cubs. Grazie ad Andrea che me lo ha fatto notare.

Cose da leggere
Could America Elect a Mentally Ill President?, di Alex Thompson (se avete tempo per leggerne uno solo, scegliete questo)
The agony of Jeb Bush, di Chris Cillizza sul Washington Post
The 24 Hours That (Maybe) Sank Chris Christie, di Matt Katz su Politico (una specie di romanzo, molto avvincente)

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It’s Hillary time

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–381 giorni alle elezioni statunitensi
–100 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

presidential seal

Barack Obama dice spesso che la cosa più intelligente che ha fatto in politica è stata scegliere Joe Biden come suo vice; più volte lo ha definito “mio fratello”. Quando mercoledì scorso è stato annunciato un discorso a sorpresa di Biden dal Giardino delle Rose della Casa Bianca, con la moglie Jill e Obama al suo fianco, era già chiaro cosa il vicepresidente stesse per dire: non avrebbe mai potuto annunciare la candidatura dalla Casa Bianca, con accanto il presidente uscente.

Il discorso di Biden è stato struggente, in qualche modo. Ha spiegato che la sua famiglia oggi sarebbe pronta per affrontare una campagna elettorale, anche nonostante il lutto per la morte del figlio Beau, ma ormai è troppo tardi. «Non c’è il tempo necessario per mettere in piedi una campagna vincente, la finestra si è chiusa. Ma anche se non sarò un candidato, non starò zitto». Quindi ha parlato delle difficoltà della classe media negli Stati Uniti, del molto lavoro che c’è ancora da fare per consolidare la ripresa economica e dare speranze a chi le ha perse durante la crisi; a un certo punto ha detto che il paese ha bisogno di darsi una grande e ambiziosa missione, come fu la Luna negli anni Sessanta, e quell’obiettivo potrebbe essere trovare una cura contro il cancro. Era il discorso che avrebbe voluto fare per annunciare la sua candidatura, ha deciso di pronunciarlo comunque.

Joe Biden ha sempre sognato di fare il presidente degli Stati Uniti ed è uno dei politici più popolari e competenti del paese, ma salvo sorprese clamorose non avrà altre opportunità presidenziali. Quando ha finito il suo discorso, si è voltato, è tornato dentro la Casa Bianca e Obama gli ha messo una mano sulla spalla.

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Il discorso di Joe Biden è qui, se volete vederlo o rivederlo. Non è il caso di ricapitolare le ragioni per cui Biden non si è candidato: se avete letto le newsletter delle ultime settimane – ma anche quelle di quando si cominciò a parlare di una sua possibile candidatura – conoscete tutti gli enormi ostacoli logistici, economici e politici che una decisione del genere avrebbe comportato. La decisione di Biden è naturalmente una buona notizia soprattutto per Hillary Clinton, che da quando si è candidata non è mai sembrata ben messa come oggi.

It’s Hillary time
Prima ha vinto il dibattito tv con i suoi avversari delle primarie, mostrandosi superbamente preparata e segnando punti anche quando si è parlato dei suoi problemi, come la storia delle email. Poi ha visto rinunciare alla candidatura quello che sarebbe stato sicuramente il suo più pericoloso sfidante. Infine, giovedì, ha affrontato una testimonianza lunga undici ore davanti alla commissione della Camera che i Repubblicani hanno messo in piedi per indagare sugli attentati di Bengasi nel 2012 e – ormai è praticamente ufficiale – per affossare la sua candidatura. Ora parliamo un po’ di com’è andata – ne ho scritto sul Post, se volete approfondire ulteriormente – ma questa GIF è già un buon riassunto.

Praticamente tutti gli osservatori della campagna elettorale hanno detto che questi sono stati i dieci giorni migliori degli ultimi due anni per Hillary Clinton, politicamente parlando. La rinuncia di Joe Biden si deve anche a quanto è sembrata inscalfibile durante il dibattito, ma per gli impallinati di politica il vero capolavoro è stata la testimonianza su Bengasi.

Parlando per undici ore – otto e mezza, sottraendo le pause – davanti a una commissione messa in piedi dai più estremisti tra i Repubblicani, dovendo rispondere a braccio su questioni complicate e dolorose, Clinton è riuscita a non fare un singolo errore: a non dire una frase fuori posto, a non incorrere in lapsus e formulazioni sbrigative e sciatte, a non regalare ai suoi avversari niente a cui appigliarsi. Clinton ha parlato con atteggiamento da statista nella prima fase della testimonianza, evidenziando la differenza di livello politico e serietà tra lei e i deputati che battibeccavano tra loro; col passare delle ore ha aggiunto qua e là del sarcasmo, soprattutto davanti alle domande più assurde; si è incazzata quando era opportuno, mostrandosi in grado di tenere testa ai suoi avversari, ma allo stesso tempo non è mai stata evasiva, rispondendo con precisione alle domande su quanto accadde in Libia l’11 settembre del 2012, quando un attacco al consolato americano portò alla morte di quattro persone tra cui l’ambasciatore Christopher Stevens (decine di inchieste giornalistiche indipendenti hanno comunque escluso da tempo sue dirette responsabilità negli attacchi).

Alla fine della fiera, Clinton ha applicato la lezione di The West Wing. Nella più famosa e venerata serie tv sulla politica americana, a un certo punto bisogna mettere in piedi una commissione d’inchiesta sul presidente (niente spoiler, non dico altro). Lo staff del presidente all’inizio si chiede come far sì che il capo di questa commissione sia un deputato ragionevole, onesto, equilibrato, disposto a condurre i lavori con serietà e imparzialità, ma poi la portavoce C.J. ha un’illuminazione geniale. Il modo migliore per uscire vincitori da questa commissione è spingere il Congresso a scegliere come capo della commissione d’inchiesta il deputato più irresponsabile e fazioso in circolazione.

Infine: sia Webb che Chafee hanno ritirato la loro candidatura alle primarie dei Democratici; nei sondaggi Clinton ha esteso il suo vantaggio in Iowa e ha raggiunto Sanders in New Hampshire; l’ora successiva alla testimonianza su Bengasi è stata quella in cui Hillary Clinton ha ricevuto in assoluto più donazioni dall’inizio della campagna elettorale. Stasera c’è la Jefferson-Jackson Dinner in Iowa, uno dei più importanti appuntamenti in vista dei primi caucus: può mettere la ciliegina sulla torta.

P.S.: Sì, anche la cosa di Biden sulla cura per il cancro viene da The West Wing.

Bonus
David Axelrod, il leggendario stratega politico delle due campagne elettorali di Obama, ha raccontato di quando parlò con lo stesso Obama della possibilità di lavorare con lui alla Casa Bianca dopo la vittoria alle elezioni del 2008. Axelrod gli disse: «Durante la mia vita ho accettato un incarico di lavoro solo se sapevo che quando avrei voluto avrei potuto mandare a fanculo il capo e andarmene. Ma non potrei mai farlo col presidente degli Stati Uniti». Obama gli rispose elencando le ragioni per cui la sua presenza alla Casa Bianca sarebbe stata utile e preziosa, e poi gli disse: «Potrai mandarmi a fanculo quando vuoi. Solo non farlo davanti a tutti».

Jeb Bush sta crollando?
È messo sempre peggio nei sondaggi: e per quanto sia ancora troppo presto per trarne conclusioni definitive, non ha mostrato nemmeno i piccoli segni di vitalità che stanno aumentando le speranze di candidati come Rubio o Fiorina. Ha speso troppi soldi, come abbiamo detto la settimana scorsa, e ha appena deciso di tagliare molto le spese della campagna elettorale, risparmiando sugli stipendi dei funzionari e sulla logistica. Insomma, Jeb Bush oggi sembra messo molto male: se riuscirà a tirarsene fuori – cosa comunque possibile, eh – sarà una gran resurrezione. Il problema è che, al di là delle situazioni contingenti e dei problemi politici creati dall’ascesa di candidati estremisti come Trump e Carson, fin qui Bush non è stato quasi mai convincente come candidato.

Non è un caso se Trump nelle ultime settimane lo ha scelto come avversario preferito da insultare e prendere in giro. Prima lo ha definito “low-energy” – moscio, in sintesi – e poi lo ha attirato in una trappola dicendo che suo fratello George ha delle responsabilità per non aver saputo proteggere adeguatamente gli Stati Uniti evitando gli attacchi dell’11 settembre 2001. È un argomento scivoloso, perché George W. Bush a quel tempo si era insediato da appena otto mesi, e tra l’altro è una tesi che flirta un po’ con le teorie complottiste sull’11 settembre. Inoltre, per quanto abbia qualche fondatezza, è difficile che di quest’accusa debba risponderne suo fratello Jeb, che all’epoca faceva – pure con un certo successo – il governatore della Florida. Ma Jeb Bush ha deciso comunque di impiegare molto tempo per rispondere a Trump sull’11 settembre, permettendogli così di fatto di dettare l’agenda della sua campagna elettorale, e poi ha avuto un grosso inciampo.

Durante un’intervista con la CNN, il bravo giornalista Jake Tapper gli ha chiesto: lei dice che suo fratello non ha responsabilità negli attacchi dell’11 settembre, e che dev’essere giudicato semmai da come ha risposto a quegli attacchi. Ma allora perché dite che Obama e Clinton hanno responsabilità negli attacchi di Bengasi del 2012? Bush ha risposto come se non avesse sentito la domanda, ripetendo la solita tiritera su Bengasi, Tapper ha fatto notare di nuovo la contraddizione: non è stato un bello spettacolo (ed è stato un altro favore a Hillary).

E quindi tocca rassegnarsi a Trump?
Beh, rassegnarsi mica tanto, almeno dal punto di vista di noi osservatori esterni: io muoio dalla voglia di vedere un dibattito televisivo Clinton-Trump. Continuo a pensare però che sia molto improbabile, e che tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 il vantaggio di Trump si ridurrà molto e che alla fine non vincerà le primarie.

Per il momento nei sondaggi Trump ha arginato la piccola discesa delle ultime settimane, sul piano nazionale, ma in Iowa è stato sorpassato da Carson e da quelle parti sta crescendo anche Cruz. Rubio, Fiorina, Kasich e Bush restano molto dietro, ma credo che il candidato Repubblicano alla fine sarà uno di loro (e se proprio dovessi metterci dei soldi, come sapete, direi Rubio).

Un bel video, per finire
Non c’entra con la campagna elettorale, ma l’ho visto stamattina leggendo in giro e lo metto qui. Adam Schiff, deputato Democratico eletto in California, ha perso una scommessa sul baseball col collega Steve Israel di New York, visto che i New York Mets hanno battuto i Los Angeles Dodgers e giocheranno le World Series. Quindi ha preso la parola alla Camera e ha intonato un coro dei tifosi dei Mets.

Cose da leggere
What Would Jeb Do?, di Ryan Lizza sul New Yorker (non fatevi ingannare dal titolo: è un pezzone sulle idee di politica estera dei candidati Repubblicani, ricchissimo di storie e informazioni)
The stealthy, Eric Schmidt-backed startup that’s working to put Hillary Clinton in the White House, di Adam Pasick e Tim Fernholz su Quartz
The Trump Poll Numbers Lie, di Mark K. Updegrove su Politico

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–388 giorni alle elezioni statunitensi

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–388 giorni alle elezioni statunitensi
–107 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

presidential seal

Questa settimana ci siamo messi alle spalle il primo dibattito dei Democratici, che non ha lasciato grandi scorie tanto il risultato è stato netto, ma sta aprendo qualche domanda preoccupante su Joe Biden; e ci siamo messi finalmente alle spalle anche i dati sulla raccolta fondi dei candidati nell’ultimo trimestre, che contengono due o tre cose molto interessanti e di cui fin qui non avevamo parlato. Ah, alla fine della newsletter ci sono un po’ di vostre domande e risposte. Insomma, stavolta ritmo meno frenetico e qualche riflessione in più.

Di cosa parleremo:
– C’è ancora spazio per Joe Biden?
– Gli Stati Uniti sono pronti per un presidente con gli occhiali?
– Un dato interessante: chi ha più soldi in banca
– Mica male la vita dei figli di Scott Walker
– I candidati Democratici del 2020 o del 2024
– Perché Sanders piace poco ai neri, per ora

C’è ancora spazio per Joe Biden?
Archiviata la vittoria di Clinton nel dibattito televisivo di mercoledì tra i Democratici, questa è la cosa di cui si è discusso di più. Durante il confronto Clinton è riuscita a ottenere ottimi risultati sulle cose su cui è più forte e persino su quelle su cui non lo è: grazie a Sanders ha ottenuto una vittoria perfino quando si è parlato dello scandalo delle email. Come ha detto David Axelrod, lo stratega politico delle due campagne elettorali di Obama, «sia Clinton che Sanders sono usciti rafforzati dal dibattito, e questo complica la logica di una nuova candidatura a questo punto della campagna elettorale». Dal giro di Biden sono cominciate allora a circolare delle nuove voci sul fatto che la decisione non sia ancora stata presa e che anzi lo stesso Biden sia sempre più propenso a candidarsi, ma ho la sensazione che sia la stampa che in parte gli elettori stiano cominciando a stancarsi di un tira e molla che va avanti da quest’estate.

Bonus
Gli Stati Uniti sono pronti per un presidente con gli occhiali? Alcuni consulenti di Jeb Bush vogliono convincerlo a toglierli.

Un dato interessante: chi ha più soldi in banca
Finalmente abbiamo tutti i dati sulle raccolte fondi dei candidati negli ultimi tre mesi. Questa tabella di Bloomberg è una buona sintesi: spieghiamola.

“Raised in Q3″ indica i soldi raccolti nell’ultimo trimestre. “Spent in Q3″ indica i soldi spesi nello stesso trimestre. “Cash on Hand” indica i soldi in banca: quelli che possono essere spesi senza indebitarsi. “Total Raised by Candidate” è il totale dei soldi raccolti dall’inizio della campagna elettorale. “Raised by SuperPACs/527s” sono i soldi raccolti – in modo poco trasparente e molto contestato – dai comitati politici indipendenti.

soldi

Il primo dato che salta all’occhio è che i candidati ad aver raccolto più soldi sono i due Democratici, che è una cosa in qualche modo eccezionale – di solito i candidati del partito che viene da due mandati alla Casa Bianca soffrono parecchio, mentre gli altri vanno col vento in poppa – e si spiega con il loro grande appeal su pezzi diversi del partito e anche col largo numero dei candidati Repubblicani, che costringe gli elettori di destra a vedere diluito l’effetto delle loro donazioni. Ma c’è un altro dato interessante di cui si discute poco: al di là di chi raccoglie più soldi, chi è che ne spende di più?

Nel gergo della politica americana si chiama “burn rate” la percentuale di soldi spesi da ogni candidato sul totale di quelli incassati, mentre il “cash on hand” è visto come il vero indice per misurare la forza economica di un candidato. Analizzando questi dati scopriamo quindi che:

– Sanders sta spendendo relativamente poco e ha parecchi soldi in banca;
– Clinton questa complicata estate ha speso parecchio ma resta in assoluto la candidata con più soldi in banca;
– Bush, che si pensava potesse avere una potenza di fuoco paragonabile a quella di Clinton, sta raccogliendo poco e spendendo molto, ed è sempre più dipendente dai SuperPAC;
– Trump è diventato paradossalmente la dimostrazione vivente che nelle campagne elettorali americane si possono fare moltissime cose senza spendere molti soldi (se sei una mega-celebrità, certo);
– Carson e Cruz stanno andando molto bene e questo soprattutto in Iowa potrebbe avere delle conseguenze;
– Rubio e Kasich non possono permettersi altri tre mesi così di raccolta fondi, anche se dovessero nel frattempo crescere nei sondaggi.

Doppio bonus
Scott Walker si è ritirato quando ha praticamente finito i soldi, come mostra la tabella: i suoi consulenti prendevano stipendi astronomici e persino i due suoi figli ventenni venivano pagati dalla campagna elettorale. Per uno che propone tagli a tutto spiano non è una bella storia. Altra cosa: dopo i ricchissimi fratelli Koch, anche il mega-riccone dei casinò Sheldon Adelson sembra vicino a sostenere Marco Rubio.

Un po’ di domande e risposte

Secondo te, pesati tutti i fattori quale sarebbe alla fine il miglior candidato democratico? Il fatto che Biden sia prima di tutto un uomo di partito non potrebbe penalizzarlo quando dovrà confrontarsi con la totalità degli elettori, dem e non? (Francesco M.)
Alla fine della fiera, credo che Hillary sia molto vulnerabile (soprattutto se il candidato dei Repubblicani dovesse essere Rubio, o Kasich) ma che sia comunque meno vulnerabile di Biden, e che Biden non abbia grandissimi spazi per differenziarsi da lei. Il Partito Democratico ha altri politici con idee e talento che sarebbero stati dei validi e più giovani candidati – Cory Booker, Mark Warner, Kirsten Gillibrand, per dirne tre – ma hanno deciso di aspettare il prossimo giro. Ne sentiremo parlare nel 2020 o nel 2024.

Come mai l’elettorato nero non vede di buon occhio la candidatura di Sanders, che pure ha combattuto sempre per i suoi diritti fin dai tempi di Martin Luther King, e soprattutto perché dovrebbe preferire la Clinton a Sanders? (Mirko B.)
Innanzitutto non è detto che questo dato – Sanders al momento fatica con gli elettori neri – sia irreversibile. Tutt’altro, secondo me. C’entra molto, per esempio, il fatto che Sanders sia ancora poco noto sul piano nazionale e la sua candidatura sia al momento forte soprattutto in ambienti un po’ upper-class di sinistra, diciamo, economicamente o culturalmente, prevalentemente bianchi; ma Sanders ci sta lavorando e qualcosa si sta muovendo. Poi c’entra anche che Sanders ha fatto tutta la vita il politico in uno degli stati più bianchi d’America ed è abituato a rivolgersi soprattutto a una certa fascia di elettori. Dall’altra parte Clinton ha una notorietà mostruosa, ha alle spalle trent’anni di carriera e lavoro con i Democratici – cioè nel partito di gran lunga preferito dai neri fin dai tempi di Johnson – ed è la moglie dell’uomo che fu definito da Toni Morrison “il primo presidente nero” (politicamente, ovvio).

Bonus
Barack Obama nel 2008 risponde alla domanda se davvero Clinton è stato il primo presidente nero.

Cosa pensi dello scandalo Planned Parenthood? Che peso potrebbe avere sulle primarie? (Monica B.)
Di cosa parliamo, per capirci: gruppi di attivisti di estrema destra e associazioni anti-abortiste hanno diffuso online video registrati di nascosto che mostrano impiegati di Planned Parenthood – una organizzazione non profit che coordina e gestisce centinaia di cliniche statunitensi per la salute delle donne, soprattutto sul piano riproduttivo, e pratica le interruzioni di gravidanza – discutere in modo piuttosto rozzo della vendita di feti abortiti a società che fanno ricerca scientifica. I video in gran parte dei casi sono stati tagliati e montati ad arte; alcuni di cui si è parlato non esistono nemmeno; altri ritraggono persone che non lavorano per Planned Parenthood, che comunque non risulta aver fatto niente di illegale. Io penso che lo scandalo esista solo per l’estrema destra anti-abortista e che i candidati Repubblicani che oggi strillano su Planned Parenthood per corteggiarla potrebbero pentirsene molto qualora dovessero vincere le primarie (e penso che non le vinceranno per questo, eventualmente).

Si parla molto delle primarie per le presidenziali ma… a gennaio partono anche quelle per i vari governatori/senatori/deputati, no? O si fanno dopo? Credi che ci sia qualche sfida interessante o da tenere d’occhio? E credi, realisticamente, che la maggioranza repubblicana nelle due aule possa essere in qualche modo scalfita dai democratici? (Luca C.)
Sfide interessanti ce ne sono diverse, ma ne parliamo un’altra volta con più spazio. Credo che i Democratici potrebbero riprendersi il Senato (anche se è difficile) mentre considero quasi impossibile che possano riprendersi la Camera, dove a causa del gerrymandering – l’alterazione furbetta dei confini dei collegi – già nel 2012 avevano ottenuto la maggioranza dei voti e la minoranza dei seggi. Chi è esperto di statistiche e dati sul Congresso dice che i Democratici non potranno riprendersi la Camera prima del 2020.

Che dicono i Rep di “Iran deal” e di Obama che tratta coi russi in Siria? C’è qualcuno che articola una politica estera diversa e credibile? (Giancarlo L.)
Ne dicono ogni male, come probabilmente avrai letto; ma per il momento sono tutti in modalità “dire ogni male di qualsiasi cosa che riguarda Obama”. Intendo che credo direbbero comunque ogni male anche di decisioni opposte a quelle che ha preso, almeno finché non finiscono le primarie. I candidati Repubblicani più preparati in politica estera comunque sono Rubio e Bush; quello con le idee più coraggiose è sicuramente Rubio, almeno per come le ha descritte.Molto idealismo neoconservatore e un po’ di smart power.

Cose da leggere
The Families Funding the 2016 Election, di Nicholas Confessore, Sarah Cohen e Karen Yourish sul New York Times
Ted Cruz. Ted Cruz? Ted Cruz!, di Harry Enten su FiveThirtyEight
How to Beat Hillary Clinton, di Ryan Lizza sul New Yorker

Hai una domanda?
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7 cose sul dibattito americano di stanotte

Cosa
Stanotte si terrà a Las Vegas il primo dibattito tv tra i candidati alle primarie dei Democratici statunitensi.

Quando
Il dibattito si terrà quando in Italia saranno le 2.30 della notte tra martedì 13 e mercoledì 14 ottobre.

Chi
Ci saranno Hillary Clinton, Bernie Sanders, Lincoln Chafee, Martin O’Malley e Jim Webb. Non ci sarà Joe Biden, perché non si è ancora ufficialmente candidato; non ci sarà Lawrence Lessig, perché si è ufficialmente candidato ma non ha ottenuto almeno l’1 per cento dei consensi in tre diversi sondaggi da agosto al 10 ottobre.

Come vederlo
Il dibattito è organizzato e trasmesso dalla CNN. Se siete abbonati al pacchetto News di Sky, trovate la CNN sul canale 526. Se no dovrete arrangiarvi con uno streaming. Questo e questo di solito funzionano. Se pensate di fare nottata, mi trovate a commentarlo su Twitter.

Cosa aspettarsi
Le attenzioni della grandissima parte degli addetti ai lavori e degli elettori saranno rivolte a Hillary Clinton e Bernie Sanders, che oggi sono nettamente davanti agli altri nei sondaggi. Difficilmente i due si attaccheranno direttamente. Siamo ancora nelle prime fasi della campagna elettorale e nessuno vuole inimicarsi i sostenitori dell’altro. Clinton ci tiene ad apparire diversa dal 2008, quindi umile, “umana” e con idee progressiste e di sinistra; Sanders ci tiene ad apparire come diverso dai soliti politici di Washington e interessato a parlare di temi e proposte. È anzi plausibile che i due si facciano goffi e ossequiosi complimenti, soprattutto Clinton verso Sanders.

Quindi niente imprevisti?
Tutt’altro. Per restare a Clinton e Sanders: la prima ha avuto in questi anni la tendenza ad apparire ostile e spazientita quando deve uscire dalle canoniche domande sui programmi politici e replicare ad accuse su vicende personali o delicate, cosa che potrebbe accadere quando le sarà chiesto – dai giornalisti o dai suoi avversari – di cose come la storia delle email o la giravolta sul trattato commerciale con l’Asia. Sanders invece non ha praticamente nessuna esperienza con dibattiti televisivi di questo livello e secondo i giornali non si è nemmeno preparato moltissimo. Poi ci sono gli altri tre candidati, quelli che probabilmente non avete mai sentito nominare: Chafee, O’Malley e Webb. Questo dibattito è la loro prima – e potenzialmente anche ultima – occasione per farsi conoscere, farsi notare e smuovere un po’ la situazione: qualcuno quindi – soprattutto O’Malley – potrebbe andare aggressivamente all’attacco.

Ho sonno.
Ti capisco. Se sei iscritto alla newsletter sulle elezioni americane, domani mattina tra le 7 e le 8 riceverai un piccolo resoconto di quello che è successo.