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Renzi, basta

C’è una cosa che Matteo Renzi ripete spesso, ormai da quel famoso 4 dicembre del 2016: che lui, al contrario di quello che fanno molti in Italia, dopo aver perso si è dimesso. Due volte, addirittura: prima da presidente del Consiglio dopo la sconfitta al referendum costituzionale, poi da segretario del PD dopo la sconfitta alle elezioni politiche. Le dimissioni, però, non sono semplicemente un atto burocratico. Quello a cui larga parte della classe dirigente italiana è allergica non è la firma di un foglio di carta, ma la decisione consapevole e volontaria, operata senza alcuna costrizione, di rinunciare a visibilità e soprattutto poteri residui e rendite di posizione in nome di un’assunzione di responsabilità.

Credo si possa pacificamente concordare che Matteo Renzi questa seconda cosa non l’abbia mai fatta. Non si è dimesso dopo il 4 dicembre e non si è dimesso dopo il 4 marzo: anzi, dal momento successivo a entrambe le sconfitte ha vistosamente e pervicacemente tentato di riguadagnare quello a cui aveva appena rinunciato, riuscendoci solo parzialmente e alla fine ottenendo – come ampiamente prevedibile – un lento logoramento che lo ha reso a moltissimi insopportabile umanamente prima ancora che politicamente, compresi tanti che per molto tempo lo avevano sostenuto, difeso e investito della propria stima e fiducia. Allo stesso modo, credo si possa pacificamente concordare anche che l’attivismo politico e mediatico seguito alle elezioni politiche – l’intervista in prima serata prima della direzione del PD sull’eventuale alleanza col Movimento 5 Stelle, i post con cui si è preso il merito del fallimento di quella discussione, l’annuncio di oggi per cui aprirà la prossima assemblea del PD per “spiegare” le ragioni della sconfitta e “da dove ripartire” – esulano e molto dal suo attuale mandato di “senatore di Scandicci”, che ama ricordare per descrivere un passo indietro che in realtà non è mai avvenuto.

E non vale difendersi dietro argomenti deboli come “chi può impedirgli di dire quello che pensa” o “è comunque l’unico leader lì in mezzo”: le dimissioni come assunzione di responsabilità e rinuncia volontaria a esercitare il proprio potere residuo sono esattamente la rinuncia all’utilizzo di questi argomenti. Barack Obama non mette bocca ogni giorno nella vita politica interna del Partito Democratico, Tony Blair non lo fa con il Partito Laburista, David Cameron con il Partito Conservatore, eccetera: e non è che se volessero non avrebbero visibilità, credibilità, estimatori, retroscenisti che pendono dalle loro labbra, numeri di telefono e strumenti per farsi sentire. Insistere in questo continuo brigare – ormai peraltro decifrato dall’opinione pubblica in modo trasparente e impietoso – porta dritto dritto in un posto e in uno soltanto: alla trasformazione di Matteo Renzi in Massimo D’Alema.

Tutto questo è un problema per Renzi e la sua credibilità personale, naturalmente, ma sarebbero affari suoi se non fosse un grosso problema anche per tutti noi. Le idee di Renzi sul Partito Democratico hanno una storia importante che non nasce con lui – il discorso del Lingotto, per fare un esempio – e mai come nei prossimi anni l’Italia avrà bisogno di una voce forte e credibile che rappresenti l’europeismo, il liberalismo, il garantismo, la difesa dei diritti civili. La pretesa di Renzi di continuare a occupare la scena come difensore di questi valori, in ultima istanza nuoce proprio a questi valori. Se non vuole farlo per lui, lo faccia per noi.

Libri che ho comprato o ricevuto, e a volte letto – aprile 2018

(se vedi il post incompleto, clicca qui e dovresti vederlo intero)

Quella cosa che su questo blog ho fatto saltuariamente, da oggi cerchiamo di farla ogni mese: questi sono i libri che ho comprato, ricevuto e letto.

L’avversario, di Emmanuel Carrère (comprato, letto)
Ho colmato una grossa lacuna. Racconta la storia vera di un uomo che nel 1993 uccise tutta la sua famiglia – genitori, moglie, figli – dopo aver mentito su tutto nei precedenti diciassette anni della sua vita: niente era vero, su tutto il lavoro che diceva di avere, e aveva paura di essere scoperto. Ma racconta soprattutto la storia di Carrère e di cosa gli succede in testa quando decide di occuparsi di questa storia, anche attraverso una corrispondenza con l’assassino.

La vita come un romanzo russo, di Emmanuel Carrère (comprato, letto)
Ho colmato un’altra grossa lacuna. Racconta due anni particolari della vita di Carrère, mettendo insieme cose molto diverse e riuscendoci benissimo. C’è dentro anche un formidabile racconto erotico pubblicato su Le Monde, e tutto quello che innesca nella vita dell’autore. Alla fine della lettura potrebbe starvi un po’ sulle scatole, Carrère, almeno per me è stato così: ma è un libro magnifico, e una mostruosa dimostrazione di bravura.

American Pain, di John Temple (comprato, non ancora iniziato)
Come due fratelli gemelli della Florida appassionati di steroidi sono diventati ricchissimi vendendo farmaci antidolorifici a base di oppioidi. Storia pazzesca: a un certo punto i medici della Florida prescrivevano più pillole di quelli di tutti gli altri stati americani messi insieme. È considerato uno dei migliori libri in circolazione sull’abuso di farmaci a base di oppioidi negli Stati Uniti, una storia enorme che mi interessa molto. In inglese.

Dreamland: The True Tale of America’s Opiate Epidemic, di Sam Quinones (comprato, non ancora iniziato)
Stesso tema, altre storie. L’ho comprato anche perché di Quinones avevo letto un bellissimo e straconsigliato articolo sulle gang di Los Angeles, prima di partire per la California.

La conoscenza e i suoi nemici, di Tom Nichols (ricevuto, non ancora iniziato)
Tom Nichols è un professore universitario e saggista molto rispettato. Questo libro – di cui un anno fa il mensile IL aveva pubblicato un estratto – racconta come nelle società occidentali l’ignoranza sia diventata una virtù e la competenza un punto debole. Se n’è parlato bene, è un titolo adeguato a questi tempi.

– Contro la democrazia, di Jason Brennan (ricevuto, non ancora iniziato)
Altro testo molto attuale, nell’edizione italiana ha anche una prefazione di Sabino Cassese, sui limiti della nostra forma di governo. Provocatorio e intelligente, per quel che ne ho letto in giro, arriva a proporre una forma di governo alternativa – l’epistocrazia – che sia compatibile con i diritti fondamentali ma “distribuisca il potere politico in proporzione a conoscenza e competenza”. Non credo di essere d’accordo, ma questo è uno dei motivi per cui lo leggerò.

Dragon Ball Super 1, 2, 3, di Akira Toriyama e Toyotaro (comprati, in lettura)
Momento adolescenziale. È tornato Dragon Ball, a fumetti. Sempre pubblicato da Star Comics. La storia è di Toriyama, i disegni no. Riprende da dove era finito Dragon Ball Z. Bomba.

White Trash, di Nancy Isenberg (comprato, non ancora iniziato)
È uno dei titoli più popolari tra quelli che hanno raccontato e spiegato le zone rurali degli Stati Uniti, le storie dei bianchi poveri o della cosiddetta “white trash”, secondo alcuni l’unico insulto razzista ancora largamente accettato da quelle parti. Isenberg è una docente universitaria e storica molto rigorosa. In inglese.

Pagare o non pagare, di Walter Siti (ricevuto, in lettura)
Sul nostro rapporto con i soldi, con il loro valore, e su come sta cambiando. Scritto con qualche eccesso nostalgico, forse, ma anche con grande lucidità: e ha dentro molte storie interessanti.

Il fiume della coscienza, di Oliver Sacks (comprato, non ancora iniziato)
Perché devo colmare un’altra lacuna, non avendo mai letto niente di Oliver Sacks, uno dei più grandi divulgatori scientifici dei nostri tempi, a parte qualche articolo qua e là. Perché mi hanno incuriosito le pagine che ho letto nelle storie di Ilenia Zodiaco su Instagram.

The Populist Explosion, di John B. Judis (comprato, non ancora iniziato)
Come la recessione globale – e solo quella? – ha cambiato la politica sia in Europa che negli Stati Uniti. Il New York Times lo ha consigliato tra i libri più importanti per comprendere l’ascesa di Trump, anche se le cose che ne ho letto in giro non mi hanno molto convinto e quindi per il momento non mi sono ancora deciso a iniziarlo. In inglese.

Princesa e altre regine, di Concita De Gregorio e autrici varie (ricevuto, in lettura)
Le storie delle donne delle canzoni di Fabrizio De Andrè, immaginate, reinventate e scritte, illustrate, disegnate e in certi casi riscattate da venti autrici coordinate e guidate da Concita De Gregorio.

Italian Job, di Marcello Di Fazio (ricevuto, non ancora iniziato)
Storie di lavori e professioni italiane, che vanno dal precario al terribile.

Strangers in Their Own Land, di Arlie Russell Hochschild (comprato, letto)
Altro gran libro sui bianchi delle zone rurali americane e sul loro senso di emarginazione, anche questo scritto prima della vittoria di Donald Trump (per quelli che “giornalisti e studiosi non ci avevano capito niente”: stupidaggini). Ruota attorno alle storie delle persone, soprattutto sei: c’è molta empatia che ogni tanto rischia di diventare paternalismo, ma è utilissimo perché permette di associare nomi e facce e storie a fenomeni che altrimenti rischiano di essere letti come alieni e distanti, e i loro personaggi come macchiette e caricature. In inglese.

Bassa risoluzione, di Massimo Mantellini (comprato, non ancora iniziato)
Comprato a scatola chiusa, e vi consiglio di fare lo stesso: ma se siete scettici vi rimando alla recensione del mio collega Emanuele Menietti.

Gli ultimi giorni di Vladimir P., di Michael Honig (ricevuto, non ancora iniziato)
Romanzo dalla trama curiosa, che immagina Putin ormai ottantenne a Mosca in preda alla demenza senile e in balìa di “allucinazioni, fantasmi, memorie di una gloria passata che si sostituiscono ai fondali e ai personaggi del presente”. Sia il New York Times che il Guardian lo hanno recensito benissimo.

Ora tocca a qualcun altro, al PD e al governo

Tutti i paesi europei fanno i conti con movimenti estremisti, populisti, anti-immigrati, eccetera, ma noi siamo gli unici in cui questi movimenti contano tutti insieme – M5S più Lega più FdI – quasi il 50 per cento dei voti, secondo i sondaggi. Quasi il 50 per cento. Per cui senza dubbio questa è l’offerta politica che ci meritiamo e che avrà la meglio il 4 marzo: e d’altra parte non vedo a sinistra e a destra del PD tutto questo struggersi davanti alla scheda elettorale. Mi sembrano tutti piuttosto entusiasti di votare le opzioni di cui sopra. Gli unici che andranno a votare col mal di pancia sono quelli che andranno a votare l’unico partito normale di questo paese. […]

Questo è un post che prende atto con enorme preoccupazione del fatto che oggi in Italia la democrazia sia mutilata non dai presunti “poteri forti” – semmai dalla loro pavida abdicazione – bensì dall’impossibilità di esercitare una vera scelta tra opzioni politiche anche molto diverse ma che non facciano temere tragedie. Perché di questo si parla, e se non ne avete la percezione forse pensate che un governo Salvini o uno Salvini-Meloni-Di Maio non possano davvero accadere.

Beh, non era uno scenario così difficile da prevedere, no? Chi è stato sorpreso dai risultati elettorali forse prima era stato un po’ distratto.

Chi non ha votato per l’alternativa a Salvini-Di Maio in nome del rifiuto di votare il male minore ha fatto una cosa più che legittima: e otterrà così il male maggiore. Chi percepiva con urgenza la necessità di evitare un governo Salvini o un governo Di Maio-Salvini, i due esiti più probabili sia prima che dopo il voto, anche a costo di fare qualcosa di indigesto, poteva fare la cosa indigesta di votare per il centrosinistra: chi non lo ha fatto perché – ripeto, legittimamente – non poteva tollerare di votare Partito Democratico, dovrebbe avere l’onestà intellettuale e la buona creanza di non suggerire oggi, in nome del male minore, che sia dovere del Partito Democratico fare una cosa indigesta e sostenere un governo del Movimento 5 Stelle o della Lega. L’ennesima cosa indigesta, peraltro, visto che si parla di un partito che ha passato gli ultimi sette anni a governare con alleati impresentabili in nome del male minore e del cosiddetto senso di responsabilità, e per questo è stato scorticato vivo a ogni necessario compromesso.

Chi non ha votato PD per dargli una lezione, o perché legittimamente insoddisfatto della sua linea politica, ha deciso consapevolmente che questa fosse la priorità rispetto a tutte le altre: sapeva cosa c’era in gioco. Magari ha anche fatto bene, eh: però sapeva qual era l’alternativa al “male minore”. Di nuovo: niente che non fosse evidente prima del voto.

Mentre noi decidiamo che la cosa più importante in base a cui orientare il nostro voto a queste elezioni, queste con i matti al 50 per cento dei sondaggi, sia dare una meritata lezione al Partito Democratico, qualcuno nei prossimi anni se la vedrà molto male. Questo è ricattatorio!, mi ha scritto qualcuno. E certo che lo è. Ma non è mica un ricatto che vi sto facendo io. È come quella vecchia storia per cui non si dovrebbe trattare con i terroristi. Certo che non si dovrebbe. Però l’ostaggio c’è. L’ostaggio siamo noi, anzi: soprattutto i più deboli di noi. Qualcuno ci andrà di mezzo, sempre che il PD apprenda la lezione. Siate ben consapevoli del costo di questa scelta “punitiva” contro l’unico partito normale. Se no qualcuno ci andrà di mezzo per niente.

Per cui, ecco, innanzitutto delimitiamo i confini di questa discussione: ci sono circa 7,5 milioni di persone che possono chiedere al centrosinistra di sostenere un governo del Movimento 5 Stelle in nome del “male minore”, e sono quelle che lo hanno votato. Non le altre, che hanno già mostrato di avere legittimamente altre priorità. A quei 7,5 milioni di persone suggerirei però di cogliere il messaggio degli elettori, che non avrebbero potuto dire in modo più chiaro che non vogliono più il centrosinistra al governo, e che c’è un limite oltre il quale contraddire la volontà popolare – anche in nome delle migliori intenzioni – significa disprezzarla, e produce nel lungo periodo danni davvero irreversibili.

Perdere le elezioni dopo sette anni al governo non ha niente di sorprendente e irreparabile, e sette anni al governo con alleati impresentabili sono abbastanza. Oggi il Partito Democratico ha bisogno di mettere un punto, ragionare su questi anni e rinnovarsi profondamente, invece di cristallizzarsi come farebbe restando al governo: questo vale naturalmente anche per il suo segretario Matteo Renzi, che avrebbe dovuto dimettersi subito, interrompere la sua colpevole catena di errori politici – ricandidarsi sarebbe tragicomico – e prendere una Tesla diretta verso Marte. Se il PD tornerà in mano ai “caminetti” o farà scelte politiche autolesioniste, non è più affar suo: e anzi sarebbe saggio se il PD – qualora dovesse ricevere una proposta seria di compromesso da parte del Movimento 5 Stelle: questa non lo è – consultasse i suoi iscritti per decidere cosa fare, prima di aprire una più lunga fase congressuale. Ora tocca a qualcun altro, sia alla guida del PD che alla guida del paese: giusto o sbagliato, le elezioni davvero non avrebbero potuto indicarlo in modo più chiaro, e le elezioni si fanno proprio per questo. Speriamo bene per tutti.

Un po’ di risposte sparse a “Guardiamoci negli occhi”

Raccolgo un po’ delle obiezioni più diffuse e serie al mio post di ieri e cerco di rispondere. La versione brevissima la trovate nelle mie Storie di Instagram, se andate di fretta. La versione testuale di seguito.

Facendo così il PD non imparerà mai a essere migliore
Me lo hanno scritto in molti, la migliore esposizione di questo argomento è quella di Luca Sofri e non solo perché è il mio capo e maestro.

Non votare il Partito Democratico non significa “fare il gioco dei fascisti, o dei grillini”: significa dire “fate le cose meglio e ne riparliamo”; significa dire “il mio voto non è gratis”; significa dire “not in my name”; significa dire “se volevi convincermi candidavi Luigi Manconi invece di Tommaso Cerno” (non ho niente contro Tommaso Cerno, ma ce l’ho con un partito che decide i candidati senza nessuna ragione comprensibile); significa dire “devi smettere di approfittartene, e piantarla con questo ricattino”. Significa dare un valore lungimirante e costruttivo all’astensione, o al voto per candidati dignitosissimi fuori dal PD.
Da zero a dieci tutti gli altri sono partiti tra il 2 e il 4: bocciati senza dubbio. Il PD è tra il 5 e il 6: in questi casi certi professori promuovono “per incoraggiamento”, certi bocciano sperando che impari qualcosa e faccia meglio l’anno prossimo. Hanno buone ragioni entrambi: quando si tratta di ragazzi al liceo io di solito sto coi primi, quando si tratta di gente che ci marcia e destini di tutti quanti sono ogni volta molto indeciso.

È tutto vero ed è questa l’obiezione per me più convincente al mio post, tanto da essere anche io ancora combattuto: e sono sempre aperto a cambiare idea. L’argomento con cui mi rispondo è che mentre noi decidiamo che la cosa più importante in base a cui orientare il nostro voto a queste elezioni, queste con i matti al 50 per cento dei sondaggi, sia dare una meritata lezione al Partito Democratico, qualcuno nei prossimi anni se la vedrà molto male. Questo è ricattatorio!, mi ha scritto qualcuno. E certo che lo è. Ma non è mica un ricatto che vi sto facendo io. È come quella vecchia storia per cui non si dovrebbe trattare con i terroristi. Certo che non si dovrebbe. Però l’ostaggio c’è. L’ostaggio siamo noi, anzi: soprattutto i più deboli di noi. Qualcuno ci andrà di mezzo, sempre che il PD apprenda la lezione. Siate ben consapevoli del costo di questa scelta “punitiva” contro l’unico partito normale. Se no qualcuno ci andrà di mezzo per niente. Ma su questo torno dopo.

Sempre Luca Sofri:

Votare il Partito Democratico – il più presentabile partito che c’è, quello di maggiore qualità politica e umana, indiscutibilmente – oggi significa dire “ci sono una serie di disdicevoli cazzate che avete fatto, e una quota imbarazzante di persone mediocri a cui affidate ruoli importanti, con conseguenze pessime, ma io vi voto lo stesso per allarme sulle alternative e voi continuerete a fare le stesse cazzate, ad affidare ruoli importanti a persone mediocri, con conseguenze pessime”. Sono decenni che si vendono quell’allarme e oggi “il ritorno del fascismo” – fondato o no che sia – è un benvenuto fattore di consenso, al PD. Ma si può costruire un progetto politico sulla speranza che ci siano pericoli da scampare?

Molte cose buone in realtà sono state costruite sulla premessa dei pericoli da scampare: l’Unione Europea e le Nazioni Unite, per dirne di grandissime. Poi ripeto, l’obiezione mi sembra molto razionale: ma prendete Roma. A Roma gli elettori hanno voluto dare una bella lezione al PD alle ultime comunali, col risultato di… far restare il PD romano quello che era prima. I partiti umiliati e sconfitti si rimpiccioliscono: fanno scappare i benintenzionati e fanno restare gli altri.

Il PD ha avuto un congresso pochi mesi fa, quello era il momento di cambiarlo. Renzi, sbagliando, ha voluto ricandidarsi; i suoi avversari erano oggettivamente poca cosa; quelli a cui non piace Renzi non sono stati abbastanza e non sono stati abbastanza bravi. Se ne parla al prossimo congresso, di cambiare il PD: non alle prossime elezioni. Ah, ovviamente tutto questo è possibile solo col PD: gli altri grandi partiti italiani invece hanno un padrone inamovibile. Tutto questo però per dire anche un’altra cosa, e cioè che il PD non può lamentarsi se qualcuno non lo voterà in base agli argomenti sensati che porta Sofri: si è preparato questo piatto, a partire dai propri iscritti e militanti, e ora dovrà mangiarlo.

Voglio votare una vera sinistra!
Eh, mettiti in coda. Anche io. Però, due cose.

Primo: ognuno di noi ha in testa dieci, venti potenziali criteri in base ai quali votare, e dovrà necessariamente fare un compromesso e scegliere quello che conta di più. Chi pensa che oggi la priorità a queste elezioni sia votare una “vera sinistra” fa bene a votare LEU o Potere al Popolo o quello che vuole, se quella è la “vera sinistra” che immagina. Dico sul serio. Nessuna possibilità di governare, in un caso poche possibilità anche di andare in Parlamento, ma col proporzionale ogni seggio conta. Io mi guardo intorno, nel paese che abitiamo, e non penso che questa sia la priorità, onestamente: non quando – di nuovo – esiste la concretissima possibilità di un governo Salvini o Di Maio o addirittura Salvini-Di Maio. Mi posso sbagliare, ovviamente.

Secondo: quale sarebbe questa “vera sinistra”? Io credo che in Grecia, nelle condizioni della Grecia, voterei Syriza. E non solo perché gli altri partiti sono a vario titolo dei truffatori, ma anche perché Syriza è un partito vero, con un leader vero, un progetto vero, e idee politiche legate alla realtà. Ma Potere al Popolo non esiste (mi dispiace ma è così) e LEU non è un partito vero e non ha un leader vero. È un cartello tra più partiti che non hanno messo in comune niente, con un leader scelto da nessuno e per questo privo di qualsiasi potere e mandato, che sarà archiviato il 5 marzo. Non ha nessuna forza rinnovatrice, nessuna “missione”, nessun progetto a parte dire “esistiamo” e marcare un territorio, se non per poche persone già schiacciate da Bersani, D’Alema, Speranza e gli altri maggiorenti (lo dicono loro stessi).

Io vorrei avere un’alternativa al PD, questo era il tema del mio post, ma questa sarebbe la “vera sinistra” che dovrei votare prioritariamente su qualsiasi altro criterio per scegliere chi votare, a queste elezioni qui con i partiti dei matti usciti da Black Mirror? Per me no, poi liberi tutti.

Ma dobbiamo votare il meno peggio per salvare la democrazia tutte le volte?!
Hai ragione. Per vent’anni in Italia la sinistra, il centrosinistra e la destra antiberlusconiana – tipo Marco Travaglio e co – hanno colpevolmente abusato di parole come “regime”, “deriva putiniana”, “dittatura”, “democrazia in pericolo”, eccetera. Era una cazzata. L’ho anche scritto all’epoca, e più volte, per fortuna, se no oggi mi dareste dell’opportunista. A forza di gridare per vent’anni “al lupo, al lupo”, poi arriva il lupo e non ce ne accorgiamo. Questa è la volta in cui siamo nella merda, non le altre. Questa in cui Movimento 5 Stelle, Lega Nord e Fratelli d’Italia hanno il 50 per cento nei sondaggi.

Non è anche colpa del PD se tante persone vogliono votare questi matti?
Sicuramente lo è. Ho scritto anche nel post di ieri che Renzi dal 4 dicembre non ne ha più imbroccata una. Non è il principale responsabile, però, secondo me: il principale è la stampa. Me compreso in quanto parte della categoria. La stampa che per allarmismo e sensazionalismo e due copie o due clic in più racconta ogni giorno, ogni minuto, su giornali e telegiornali, un paese in cui è sempre più pericoloso camminare per strada nonostante i reati scendano di anno in anno. Una stampa a cui non fa gioco dire che siamo ancora messi piuttosto male ma tutti i parametri economici sono in miglioramento costante ormai da un bel po’ di tempo. Una stampa che spara senza verificare, che urla, che disinforma, che in certi casi tifa attivamente caos e baratro.

Sei un orrendo privilegiato, lo ammetti anche tu!
In questi casi si fa riferimento a questo passaggio del mio post:

Io vivo in una delle città più prospere e meglio amministrate d’Italia, sono un uomo, ho la cittadinanza italiana, sono relativamente giovane, sono normodotato, sono autosufficiente, sono eterosessuale, sono bianco, non ho figli, ho un lavoro stabile e che mi piace e uno stipendio che mi permette di vivere serenamente. Sono letteralmente il ritratto del privilegio, in un posto come l’Italia del 2018. Non sono al riparo da tutto – uso le strade e gli ospedali che usiamo tutti, pago le tasse, mi affido alle forze dell’ordine per la mia sicurezza, eccetera – ma comunque vada me la caverò. Posso permettermi di votare per “dare un segnale” o perché Renzi mi sta sul cazzo, posso votare per contestare una sola questione – che sia il caso Regeni o la gestione dei flussi migratori – infischiandomene del fatto che il ministro degli Interni Matteo Salvini e quello degli Esteri Carlo Sibilia proprio su quelle questioni avrebbero fatto e faranno molto peggio. Io lo posso fare, starò bene comunque, anzi, magari mi tolgo pure una soddisfazione. Se però siete donne, studenti, stranieri, genitori, malati, disoccupati, precari, disabili, omosessuali, non bianchi, se non potete vaccinarvi, o se avete a cuore la serenità di almeno una di queste categorie di persone, io ve lo dico, guardiamoci negli occhi: forse non ve lo potete permettere, di giocare col fuoco.

Magari ho torto sull’argomento generale, ma è chiaro cosa intendo dire qui, no? Intendo che in un posto come l’Italia del 2018 sono indubbiamente un privilegiato pur facendo una vita assolutamente normale. Lo sono soltanto per il fatto che ho un lavoro normale e non faccio parte per mia fortuna di un gruppo sociale discriminato o perseguitato o svantaggiato. Per il resto non ho grandi fortune né le erediterò, non ho parenti potenti o famosi, ho un lavoro normale, non possiedo una casa né una macchina. Eccetera. Sono quello in coda dietro di voi al supermercato. Non trattatemi come Flavio Briatore, grazie.

Ti sei schierato, non mi fido più
Tutti i giornalisti hanno delle idee, tutti. La differenza è tra chi le espone, argomentandole e discutendone con i lettori, e chi no; e tra chi quelle idee ce le ha o le cambia per opportunismo. Io cerco di fare la prima cosa. Potete non essere d’accordo con me, potete pensare che stia sbagliando tutto, ma vi garantisco che sbaglio da solo: non datemi del venduto, dai.

Guardiamoci negli occhi

Ogni tanto il post si carica solo per metà: intanto che risolviamo questo problema, se lo vedi monco ricaricalo cliccando qui. Grazie per la pazienza.

La scelta in vista delle elezioni politiche del 4 marzo è purtroppo tanto semplice quanto deprimente. Qualunque analisi delle opzioni a disposizione, infatti, non può prescindere da un triste dato di fatto che non mi sembra evidenziato a sufficienza da opinionisti, esperti e addetti ai lavori, che invece nella grandissima parte dei casi stanno facendo finta di raccontare un’elezione normale, una corsa dei cavalli come tutte le altre. Cosa che non è.

Guardiamoci negli occhi. Che siate di destra o di sinistra, che vi piaccia o non vi piaccia il governo Gentiloni, se siete un minimo seri e informati, e avete un po’ di onestà intellettuale, sapete che oggi in Italia c’è purtroppo un solo grande partito in grado di farsi carico dell’immane responsabilità di governare la settima economia del mondo ed è il Partito Democratico. Lo dico senza nessun orgoglio e anzi con grande amarezza e preoccupazione. Vorrei che non fosse così, sarebbe meglio per tutti PD compreso, ma è così. Il re è nudo. Se avete anche solo un briciolo di percezione di cosa voglia dire governare un paese – prima ancora di capire se governarlo bene o male: governarlo – e farne gli interessi e rappresentarlo nel mondo, se conoscete anche solo un po’ cosa deve e non deve fare un governo, cosa può e cosa non può fare, cosa devono essere in grado di fare le persone che ne fanno parte, lo sapete anche voi: e non è una cosa bella.

Potete detestare Matteo Renzi, potete pensare che l’attuale classe dirigente del Partito Democratico sia troppo centrista oppure schiava dei soliti sindacati (sono diffusissime entrambe queste critiche), che sia troppo dura o troppo morbida con i migranti (sono diffusissime entrambe queste critiche), che gli 80 euro siano stati un modo balordo di spendere i soldi, che la Buona scuola sia un fallimento, eccetera. Non sto dicendo che non abbiate ragione, magari avete ragione, non è questo il punto: non voglio contestare queste idee. Il punto è che meritereste di trovare sulla scheda elettorale delle plausibili opzioni alternative al Partito Democratico: meritereste di avere la possibilità di scegliere un’altra strada, non fosse altro che per il sano principio dell’alternanza, senza per questo temere tragedie. Eppure – guardiamoci negli occhi – sapete anche voi che oggi l’unico governo da paese normale che queste elezioni possano esprimere, l’unica classe dirigente da paese normale che questo paese possieda, sia in questo momento quella del Partito Democratico e dei suoi alleati. Gentiloni, Padoan, Bonino, Calenda, Bellanova, Della Vedova, Boschi, Scalfarotto, Minniti, Delrio, Franceschini, eccetera. Non è la classe dirigente migliore possibile. Orrore, sto allora forse dicendo che è la meno peggio? No, magari. Sto dicendo che è l’unica.

La coalizione di centrodestra non è una coalizione, non ha un leader e non ha progetti comuni a parte qualche vuoto slogan. È enormemente più pericolosa e farsesca di quella che tra il 2008 e il 2013 ha letteralmente trascinato il paese a un passo dalla bancarotta e dal completo commissariamento in stile Grecia, cioè a un passo dal momento in cui forse i soldi che avete in banca non valgono più niente, per capirci. Il tutto mentre il suo capo, che incidentalmente era anche capo del governo dell’Italia, veniva processato per frode fiscale e prostituzione minorile e il Parlamento votava fingendo di credere che una sua giovane amica, diciamo così, fosse la nipote di Hosni Mubarak. È successa veramente quella cosa lì, sapete? Ci si mette un attimo a tornarci. Ci si mette un attimo. E lo ripeto: questa coalizione di centrodestra è enormemente più pericolosa di quella che ha già distrutto il paese una volta. Oggi non ha più quel leader, che è suonato dagli anni e ineleggibile, e non ne ha nessun altro; ed è composta per metà da due partiti di estrema destra la cui linea politica è un miscuglio di razzismo, populismo da bar e teorie del complotto.

L’attuale Lega è vista con preoccupazione e fastidio persino da gente come Roberto Maroni e Luca Zaia, che hanno almeno un’idea di cosa voglia dire la responsabilità di governare qualcosa; quando invece basta ascoltare Matteo Salvini parlare di dazi per rendersi conto che proprio non sa quello che dice. Fratelli d’Italia è una ridicola e inquietante parodia del Movimento Sociale Italiano, perché dopo Fiuggi persino dentro Alleanza Nazionale avrebbero giudicato come uno sciroccato – come minimo – chi avesse aderito a una teoria del complotto sui ricchi banchieri ebrei che vogliono distruggere l’Europa contaminandone la razza o fosse andato a fare sceneggiate da Bagaglino davanti al Museo Egizio di Torino.

Forza Italia non esiste. È un involucro con un leader che non è riconosciuto come tale da nessuno – nemmeno dal gruppetto di fedelissimi che gli fanno da badanti per affetto, per antica stima o per opportunismo – che unisce pezzetti di una logora classe dirigente guidata solo da interessi individuali, pronta a sparpagliarsi il giorno dopo il voto in nome della propria personale sopravvivenza, come già accaduto dopo le elezioni politiche del 2013. Gli unici che dentro Forza Italia hanno un’ambizione politica vera – e in quanto tale rispettabile – sono quelli che vogliono fare le scarpe a Silvio Berlusconi, che saranno quindi i maggiori agenti di caos dal 5 marzo in poi. Ma attenzione, breaking news: non si possono fare le scarpe a Silvio Berlusconi, perché Forza Italia è di sua proprietà. Non è un partito vero. Dopo il voto si atomizzerà.

Poi c’è il Movimento 5 Stelle. Di nuovo, guardiamoci negli occhi. Trattare il Movimento 5 Stelle come un’opzione politica normale e non come una grave e pericolosa minaccia per la collettività è davvero colpevole: ed è tanto più colpevole quanto è alto e illustre ogni singolo pulpito che in questi anni ha contribuito a lisciargli il pelo e giocare col baratro per guadagnare pubblico o togliersi qualche personale sassolino contro Renzi, col risultato di sdoganare una classe dirigente della quale la cosa migliore che si possa dire – la cosa migliore – è che sia tragicamente impreparata, a cominciare dal suo leader che vorrebbe governare l’Italia avendo nel curriculum l’esperienza di webmaster e steward allo stadio. La cosa peggiore: un gruppetto di buoni a nulla – pochi in buona fede, altri in malafede – che mente in continuazione, che usa la completa incompetenza come bandiera, che ottiene consensi soffiando sui nostri peggiori istinti, che sta facendo disastri ovunque governi, che non è riuscito nemmeno a fare delle liste elettorali e un programma senza commettere errori da dilettanti, che non saprebbe amministrare un condominio ed è direttamente comandato da una società di consulenza. Dai, di cosa stiamo parlando.

Non mi dilungo su Liberi e Uguali solo perché, al contrario del centrodestra e del Movimento 5 Stelle, non ha nessuna speranza di arrivare al governo, per quanto possa comunque fare danni. Dentro e fuori Liberi e Uguali anche i pochi benintenzionati sanno che fine farà questo cartello elettorale dal 5 marzo: la fine che ha fatto L’Altra Europa con Tsipras allo scorso giro, e Rivoluzione Civile a quello prima, e la Sinistra Arcobaleno a quello prima ancora. Smetterà di esistere, si sbriciolerà nelle mille sigle che l’hanno costruito allo scopo di farsi riportare in Parlamento. L’avranno sfangata, ora ognuno per sé e dio per tutti, benintenzionati e non: tra cinque anni ne riparliamo. Basterà trovare un altro nome, un altro logo e un altro estemporaneo leader da usare per tre mesi, vedremo quale innocuo ex magistrato ci sarà sulla piazza.

Ora, credetemi. Scrivo tutto questo senza un minimo di soddisfazione. Nessuna. Vorrei che ci fosse in Italia un normale partito di sinistra, come Syriza o come la Linke, e invece ci ritroviamo con questo sgorbietto utile a far fare un ultimo giro di giostra a una classe dirigente arrivata al capolinea più o meno nel 2011. Vorrei che ci fosse in Italia un vero partito conservatore, come la CDU o come il Partido Popular, e invece ci ritroviamo con una cosa a metà tra Moira Orfei e Alba Dorata. Tutti i paesi europei fanno i conti con movimenti estremisti, populisti, anti-immigrati, eccetera, ma noi siamo gli unici in cui questi movimenti contano tutti insieme – M5S più Lega più FdI – quasi il 50 per cento dei voti, secondo i sondaggi. Quasi il 50 per cento. Per cui senza dubbio questa è l’offerta politica che ci meritiamo e che avrà la meglio il 4 marzo: e d’altra parte non vedo a sinistra e a destra del PD tutto questo struggersi davanti alla scheda elettorale. Mi sembrano tutti piuttosto entusiasti di votare le opzioni di cui sopra. Gli unici che andranno a votare col mal di pancia sono quelli che andranno a votare l’unico partito normale di questo paese, che peraltro lo ha reso incontestabilmente migliore di come fosse cinque anni fa nonostante quel risultato elettorale balordo e nonostante Matteo Renzi dal 4 dicembre 2016 a oggi abbia sbagliato tutto quello che poteva sbagliare.

Questo non è un post che invita a votare Partito Democratico. Questo è un post che prende atto con enorme preoccupazione del fatto che oggi in Italia la democrazia sia mutilata non dai presunti “poteri forti” – semmai dalla loro pavida abdicazione – bensì dall’impossibilità di esercitare una vera scelta tra opzioni politiche anche molto diverse ma che non facciano temere tragedie. Perché di questo si parla, e se non ne avete la percezione forse pensate che un governo Salvini o uno Salvini-Meloni-Di Maio non possano davvero accadere (in questo caso chiedete agli americani) oppure siete come me, privilegiati quanto basta da sapere che ve la caverete in ogni caso.

Io vivo in una delle città più prospere e meglio amministrate d’Italia, sono un uomo, ho la cittadinanza italiana, sono relativamente giovane, sono normodotato, sono autosufficiente, sono eterosessuale, sono bianco, non ho figli, ho un lavoro stabile e che mi piace e uno stipendio che mi permette di vivere serenamente. Sono letteralmente il ritratto del privilegio, in un posto come l’Italia del 2018. Non sono al riparo da tutto – uso le strade e gli ospedali che usiamo tutti, pago le tasse, mi affido alle forze dell’ordine per la mia sicurezza, eccetera – ma comunque vada me la caverò. Posso permettermi di votare per “dare un segnale” o perché Renzi mi sta sul cazzo, posso votare per contestare una sola questione – che sia il caso Regeni o la gestione dei flussi migratori – infischiandomene del fatto che il ministro degli Interni Matteo Salvini e quello degli Esteri Carlo Sibilia proprio su quelle questioni avrebbero fatto e faranno molto peggio. Io lo posso fare, starò bene comunque, anzi, magari mi tolgo pure una soddisfazione. Se però siete donne, studenti, stranieri, genitori, malati, disoccupati, precari, disabili, omosessuali, non bianchi, se non potete vaccinarvi, o se avete a cuore la serenità di almeno una di queste categorie di persone, io ve lo dico, guardiamoci negli occhi: forse non ve lo potete permettere, di giocare col fuoco.di-maio-salvini-ac.jpg

Un po’ di mie risposte alle più diffuse obiezioni a questo post
La risposta di Luca Sofri: Cosa non mi convince

Un po’ di conti su un anno di Da Costa a Costa

cc_2Avevo promesso di diffondere un po’ di dati sulla raccolta fondi della seconda stagione di Da Costa a Costa, e quindi eccoli qua.

Le cose essenziali da sapere prima di cominciare: Da Costa a Costa è un progetto giornalistico che ho prodotto dal 14 giugno del 2015 fino al 30 dicembre del 2017, con una pausa di due mesi tra novembre 2016 e gennaio 2017. Si articola in una newsletter e un podcast.

I dati che seguono si riferiscono solo alla seconda stagione di Da Costa a Costa, iniziata il 21 gennaio 2017 e finita lo scorso 30 dicembre. Durante la seconda stagione ho prodotto ogni settimana alternativamente una newsletter e un podcast, per un totale di 25 newsletter e 25 podcast (uno dal vivo). Cinque episodi del podcast sono stati dei reportage basati sui tre viaggi che ho fatto negli Stati Uniti nel 2017, a marzo in Michigan (uno e due), a giugno in Texas (uno e due) e a novembre in California.

Il progetto è sempre stato gratuito per tutti, ma all’inizio dell’anno ho chiesto a iscritti, ascoltatori e lettori di valutare la possibilità di fare una donazione economica – una volta al mese oppure una tantum – per finanziarne le spese e pagare il mio lavoro. Ho suggerito di dare due euro al mese (o 24 euro per tutto l’anno), ma ho lasciato tutti liberi di donare una cifra a loro scelta.

Ecco com’è andata. La metto giù sotto forma di domande e risposte.

A cosa servivano questi soldi?
Innanzitutto e soprattutto a pagare le spese necessarie a produrre i contenuti di cui sopra. Ovviamente sono spese che ho programmato ma anche adattato nel corso dell’anno, sulla base delle donazioni ricevute: i viaggi negli Stati Uniti sono stati tre, come avevo progettato, ma potevano essere anche due o uno, se avessi ricevuto meno soldi; lo stesso vale per la durata di questi viaggi e le loro tappe. Tutto compreso – aerei, taxi, treni, macchine a noleggio, assicurazioni, benzina, attrezzature varie, camere d’albergo, biglietti di musei, pranzi, cene, etc – i viaggi sono costati all’incirca 15.000 euro, più o meno 5.000 euro per ognuno. Durante questi viaggi – che sono durati ognuno 10-12 giorni – ho cercato di fare le cose nel modo più professionale possibile: non ho mai scelto alberghi a quattro stelle, ovviamente, ma nemmeno delle bettole immonde. Scelta ideale: un onesto motel sull’autostrada. Non ho noleggiato Porsche o Maserati, ma dovendo percorrere letteralmente migliaia di chilometri non ho scelto nemmeno delle utilitarie. Ho cercato di spenderli come se fossero stati soldi miei. Ci siamo capiti.

Un’altra importante quota delle spese di Da Costa a Costa è servita a produrre il podcast, e quindi a pagare il lavoro di Piano P per ognuna delle 25 puntate: l’uso di uno studio e delle attrezzature anche quando ero in trasferta, il montaggio e tutta la parte tecnica di pubblicazione e diffusione, la collaborazione e la consulenza sui contenuti, tutto dal primo all’ultimo giorno del 2017. Poi ho pagato circa 1.200 euro per l’abbonamento a Mailchimp, il servizio che uso per inviare la newsletter, e circa 500 euro nell’acquisto di libri e di abbonamenti a giornali e riviste che ho usato per informarmi (New York Times, Washington Post, New Yorker e Political Wire), oltre a quelli disponibili gratis online. Infine, durante quest’anno mi è capitato spesso di andare a parlare di cose americane in giro per l’Italia e non sempre chi mi ha invitato aveva la possibilità di pagarmi le spese di viaggio e alloggio: in questi casi me le sono pagate da me usando i fondi di Da Costa a Costa.

Le donazioni erano l’unica fonte di entrate del progetto?
No. Da Costa a Costa ha avuto anche quattro sponsor, che hanno contribuito per periodi diversi e con entità diverse: Fabi Shoes, American Airlines, Basicomo e Rampi. In tutto gli sponsor hanno contribuito con 11.000 euro IVA esclusa.

Che dimensioni aveva il pubblico di Da Costa a Costa?
Gli iscritti alla newsletter sono circa 11.000, ma ovviamente non tutti leggevano la newsletter ogni settimana. Il tasso di apertura della newsletter durante il 2017 è stato intorno al 60-65 per cento, una percentuale molto alta per questo tipo di mezzo, quindi le newsletter sono state lette in media da 6.500-7.000 persone. Il podcast ha dati diversi, perché era possibile scaricarlo e ascoltarlo anche senza essere iscritti alla newsletter: ogni puntata è stata ascoltata in media da circa 10.000 persone, con picchi di 14-15.000 per l’episodio speciale su JFK e per quello sul Texas.

Veniamo alle donazioni. Quante persone in tutto hanno donato qualcosa?
1.549 persone diverse (ma alcune donazioni erano dichiaratamente a nome di coppie). Quindi una su sette se si considerano tutti gli iscritti alla newsletter o gli ascoltatori medi del podcast, una su cinque se si considerano quelli che la newsletter la leggevano davvero.

Da Costa a Costa quanto ha ricavato in tutto dalle donazioni?
33.353,79 euro al netto delle commissioni di PayPal.

Delle 1.549 persone di cui sopra, quante hanno deciso di fare una donazione mensile ricorrente?
502. Tante lo hanno fatto fin dal primo giorno ma altre si sono aggiunte mese dopo mese (qualcuno ha persino impostato una donazione ricorrente a dicembre, l’ultimo mese del progetto: mattacchioni). Ma vediamo di scomporre un po’ questo dato: due persone hanno donato 1 euro al mese, 425 persone hanno donato 2 euro al mese (l’importo che io avevo suggerito), una persona ha donato 4 euro al mese, 54 persone hanno donato 5 euro al mese, 20 persone hanno donato 7 euro al mese.

Dei 33.353,79 euro ricevuti in tutto dalle donazioni, quanti sono arrivati dalle donazioni ricorrenti?
10.197,35 euro. Il donatore medio che ha scelto questa formula ha dato 20,31 euro per tutto l’anno.

Veniamo ora a chi ha deciso di fare una donazione una tantum. Quanti sono stati?
1.047, ma anche in questo caso alcune donazioni erano fatte per conto di coppie di persone. Inoltre alcuni hanno contribuito più di una volta, e altri hanno fatto una o più donazioni una tantum pur avendo anche attivato una donazione mensile ricorrente.

Dei 33.353,79 euro ricevuti in tutto dalle donazioni, quanti sono arrivati dalle donazioni una tantum?
La restante parte, cioè 23.156,44 euro. Il donatore medio che ha scelto questa formula ha dato 22,11 euro per tutto l’anno.

Qualche altro dato?
La donazione più piccola ricevuta è stata da 0,62 euro. La più grande da 400 euro. La più simpatica da 17,76 euro. In tutto, 221 persone hanno donato da 50 euro in su, mentre 37 hanno donato da 100 euro in su. Ovviamente la gran parte delle donazioni è arrivata dall’Italia, ma ce ne sono state molte da Regno Unito, Stati Uniti, Svizzera, Germania, Francia e molti altri paesi. Qualcuno ha donato anche dalla Cina, dal Canada, dall’Argentina e da Singapore.

Com’è andata, mese dopo mese?
Moltissimi hanno donato subito, appena è iniziata la stagione: d’altra parte Da Costa a Costa andava avanti già dal 2015 e quindi i lettori/ascoltatori sapevano cosa li aspettava, non era un esborso “a scatola chiusa”. Il dato poi si è assestato per crescere decisamente tra giugno e luglio, dopo il successo delle due puntate del podcast sul mio viaggio in Texas. Un altro salto in avanti è stato fatto nell’ultimo mese, per quel che ho potuto vedere soprattutto a titolo di saluto e ringraziamento.

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Al netto di tutte le spese, quanto è rimasto per pagare il tuo lavoro?
Circa 9.000 euro in tutto, cioè circa 750 euro al mese.

E quindi?
Come sapete c’è una grande discussione in corso sui modelli di business del giornalismo contemporaneo, ma io non credo che questi numeri siano particolarmente esemplari, vista la specificità praticamente unica di Da Costa a Costa. Ognuno è libero di leggere quello che vuole in questi dati, peraltro incompleti. Nel giudicarli, tenete conto di almeno un paio di cose.

La prima è che questo lavoro è stato portato avanti da me sempre e soltanto nel tempo libero. La sera, la notte, nei weekend, durante le ferie. Se avessi impiegato in Da Costa a Costa le energie e il tempo che dedico al mio primo e bellissimo lavoro, quello da vicedirettore del Post, avrei potuto produrre e offrire molto di più – un podcast settimanale e non quindicinale, almeno un altro viaggio americano, qualcosa in formato video – e quindi forse sarebbe aumentato anche il pubblico di Da Costa a Costa e quindi anche il denaro raccolto con le donazioni. Quanto di più? Non lo so. Cosa sarebbe successo se avessi suggerito di donare 5 euro al mese, invece che 2? Non lo so.

La seconda cosa da tenere presente è che, anche per questo motivo, non ho impiegato nessuna particolare strategia per raccogliere questi fondi: non ho fatto campagne di comunicazione, non ho fatto annunci pubblicitari su Facebook o su Google volti a sollecitare donazioni, non ho mai mandato avvisi e newsletter speciali col solo scopo di chiedere fondi. Ho semplicemente spiegato come intendevo finanziare questo lavoro alla fine di ogni newsletter, includendo il link per donare. Lo stesso vale per gli sponsor: non mi sono appoggiato a nessuna società di raccolta pubblicitaria e a nessun centro media. È andato avanti tutto grazie al passaparola, di persona e su internet. Cosa sarebbe successo se mi fossi affidato a qualche professionista? Non lo so. Da Costa a Costa avrebbe retto una eventuale presenza più massiccia della pubblicità senza che questo infastidisse lettori e ascoltatori? Non lo so.

Considero questa raccolta fondi una delle più grandi soddisfazioni che Da Costa a Costa mi abbia dato. Mi riempie di orgoglio essere riuscito a fare qualcosa che sia piaciuto abbastanza da trovare un suo pubblico e creare una meravigliosa comunità di persone che ho avuto anche la fortuna di incontrare in giro per l’Italia. Mi riempie di orgoglio averlo fatto da solo o quasi, ma comunque a modo mio. Queste persone hanno pagato perché questo progetto esistesse e potesse arricchirsi di contenuti e di storie, e lo hanno fatto nonostante potessero tranquillamente usufruirne gratis: non hanno ricevuto niente in cambio dei soldi che hanno versato, nessun contenuto speciale, nessun regalo. Lo hanno fatto perché si sentivano parte di quella comunità, per generosità, per passione per il giornalismo, forse anche per affetto nei miei confronti, di sicuro perché sono curiose del mondo. Sono cose speciali, nel loro piccolo, e per questo le ringrazio un’ultima volta.

Io ora sto cercando di fare una vita un po’ più tranquilla e mettere la testa su un altro progetto, ma mi capita ancora di scrivere di cose americane sul Post e di parlarne in giro per l’Italia, alla radio e in tv. Se questa storia ti interessa per ragioni professionali e vuoi sapere qualcosa in più, scrivimi. Se vuoi che venga a raccontarla in un’università o nella tua azienda, scrivimi. Se la scopri solo adesso e vuoi restare in contatto, mi trovi – oltre che qui e sul Post, ovviamente – su Facebook, su Instagram e su Twitter. Ciao! :)

L’anno che verrà (50/50)

cc_2Si dice che la fine di un anno sia per tutti un momento di bilanci. È una convenzione, certo, ma le convenzioni di tanto in tanto a qualcosa servono: ed è utile di tanto in tanto fermarsi e tirare una linea.change-we-can-believe-in-logo

Nella puntata del podcast che trovate qui sotto ragioniamo su quello che non è cambiato durante il 2017 nella politica statunitense – tantissimo, nonostante ci sembra che ne siano successe di tutti i colori – e cerchiamo di capire quella che nel 2018 sarà probabilmente la più importante storia di politica interna negli Stati Uniti, oltre alle elezioni di metà mandato di cui abbiamo parlato due sabati fa. Inoltre, diamo uno sguardo alle presidenziali del 2020 per parlare di cosa servirà al Partito Democratico per battere Donald Trump. Domandona: esiste davvero il dualismo tra “voto di pancia” e “voto di testa”? Ci aiutano due persone che non potrebbero essere più lontane – Barack Obama e Corey Lewandowski, l’ex capo dello staff di Trump – e che eppure indicano la stessa direzione.

Per me, per noi, la sensazione che sia arrivato il momento di tirare una linea è accentuata dal fatto che questa che state per ascoltare è l’ultima puntata di Da Costa a Costa. Come mostra il numerino in alto a destra che ci ha accompagnato per tutta la seconda stagione, questo progetto giornalistico nato una mattina di giugno del 2015 finisce oggi, dopo due anni e mezzo, oltre 150 newsletter e quasi 50 podcast.

Ringrazio tutti voi per l’interesse, l’affetto e il sostegno, che sono stati per me una sorpresa quotidiana. I tanti che hanno generosamente contribuito a pagare le spese di questo progetto e il mio lavoro con una donazione ricorrente tengano presente che saranno tutte interrotte la mattina del primo gennaio; gli altri, se vogliono dare un contributo dell’ultimo minuto, hanno tempo fino alla mezzanotte del 31 dicembre. Le istruzioni sono qui. Più avanti pubblicherò sul mio blog un piccolo rendiconto per raccontare com’è andato questo esperimento giornalistico anche dal punto di vista industriale, diciamo. Chi vuole restare in contatto con me mi trova su Facebook e su Instagram, oltre che naturalmente sul Post, ma non cancellate l’iscrizione alla newsletter: mi farò sentire quando sarò pronto per raccontarvi una storia nuova.

Per ascoltare l’ultima puntata del podcast, se avete un iPhone cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi. Sul sito di Piano P trovate la traduzione in italiano delle parti in inglese.

Ascolta “S2E25. L’anno che verrà” su Spreaker.

Trump ha raddrizzato il suo 2017 (49/50)

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Un’ambiziosa riforma fiscale – la più incisiva degli ultimi trent’anni – è stata approvata questa settimana con il sostegno praticamente unanime di tutto il Partito Repubblicano, compresi i senatori più aspramente critici con il presidente Donald Trump. I tentativi di sostituire la riforma sanitaria di Barack Obama sono falliti, ma la riforma fiscale contiene l’abolizione di una parte molto importante di Obamacare, quella che ne garantiva la stabilità finanziaria: e quindi i Repubblicani hanno fatto un grande passo avanti in vista della sua abolizione completa. Inoltre quest’anno, come ricordate, un giudice molto conservatore è stato nominato alla Corte Suprema, e così tanti altri giudici conservatori sono arrivati nelle corti federali e nelle corti d’appello. Decine di ordini esecutivi approvati dalla precedente amministrazione sono stati annullati o sospesi. Del muro ancora non c’è traccia, ma il numero di immigrati che attraversa clandestinamente il confine tra Messico e Stati Uniti è diminuito. A prescindere da quanto sia merito di Trump, poi, lo Stato Islamico sta perdendo e l’economia statunitense sta crescendo.

Quello che avete appena letto non è un resoconto completo del 2017 di Donald Trump. Manca la sua storica ed estrema impopolarità. Mancano le gravi sconfitte in Virginia e in Alabama. Manca la Russia. Ma quello che avete appena letto non è nemmeno un resoconto falso: e mostra un pezzo importante di quello che è successo nel primo dei quattro anni – almeno – che Trump passerà alla Casa Bianca. Il racconto quotidiano o settimanale delle notizie schiaccia le nostre prospettive, è inevitabile: anche per questo di tanto in tanto è utile fermarsi un momento, scendere, rialzare la testa, cercare con lo sguardo un orizzonte più lontano. Trump ha incontrato moltissime difficoltà quest’anno, che sono gravi specialmente perché il suo partito controlla il Congresso; ma ha comunque già cambiato in molti modi diversi le vite degli americani. E il fatto che il suo partito controlli il Congresso – finché dura – gli permette potenzialmente di invertire la rotta con grande facilità, anche quando le cose vanno male.

È quello che è successo questa settimana.

Trump doveva firmare la riforma fiscale a gennaio. Poi ha acceso la tv e ha sentito i giornalisti chiedersi: “Trump manterrà la promessa di firmare la legge prima di Natale?”. Quindi ha annullato i piani per gennaio e l’ha firmata subito. Parole sue.

Lo avete letto e ascoltato più volte in Da Costa a Costa: l’approvazione della riforma fiscale non è mai stata davvero in discussione. Per i Repubblicani era una materia più semplice su cui trovarsi d’accordo rispetto alla sanità, e il loro fallimento su Obamacare rendeva urgentissimo ottenere almeno una vera grande vittoria legislativa prima dell’inizio della campagna elettorale per le elezioni di metà mandato. Ci sono riusciti.

La riforma fiscale appena approvata taglia moltissimo le tasse sulle grandi aziende – dal 35 al 21 per cento – e le persone più ricche, e un po’ meno per la classe media. In totale l’85 per cento degli americani pagherà meno tasse, ma il taglio è volutamente molto più alto per i più ricchi, sulla base della vecchia convinzione dei Repubblicani per cui tagliando le tasse in cima i benefici in termini di opportunità e prosperità si riversano a cascata verso il basso (una tesi su cui gli economisti hanno moltissimi dubbi, e che nel recente passato si è dimostrata falsa). Il taglio delle tasse verso le grandi aziende e i contribuenti molto ricchi è permanente; quello più piccolo verso la classe media invece durerà fino alla fine del 2025. Dopo quella data quindi moltissimi americani subiranno un aumento delle tasse per complessivi 83 miliardi di dollari, a meno che il Congresso non rinnovi il taglio, che è la cosa più probabile: ma rinnovare quel taglio avrà un costo, e qui veniamo al problema di questa riforma.

Tutti gli analisti indipendenti concordano che la riforma farà pagare meno tasse l’anno prossimo a otto americani su dieci. Questa è una cosa grande e che avrà un grande impatto economico e politico. Diverse grandi aziende, per esempio, stanno distribuendo bonus a pioggia sui loro dipendenti per festeggiarne l’approvazione: mille dollari a testa per tutti i dipendenti di AT&T e Comcast, mentre Wells Fargo ha alzato il suo salario minimo. Però. L’abolizione di quel pezzo di riforma sanitaria farà implodere il mercato assicurativo, provocando un aumento dei prezzi delle polizze – soprattutto per la classe media – e del numero di americani senza assicurazione, con le conseguenze tragiche che immaginate. La crescita economica aggiuntiva dovuta agli effetti della riforma ci sarà, ma non genererà abbastanza gettito da contenere i suoi costi: questa riforma aggiungerà mille miliardi di dollari al debito pubblico statunitense, e nel corso del tempo almeno parte di questi soldi andrà recuperata in qualche modo. Aumentando altre tasse, tagliando sui servizi pubblici, invertendo i tagli appena approvati: lo vedremo. Sospetto che, quando passeranno all’opposizione, i Repubblicani saranno i primi a chiedere tagli e responsabilità sui conti, come hanno fatto nel decennio scorso: prima approvando i grandi tagli fiscali voluti da George W. Bush e poi accusando l’amministrazione Obama di disinteressarsi del debito pubblico.

La riforma contiene altre norme di grande impatto: sarà permesso trivellare in cerca di petrolio e gas nelle riserve naturali dell’Alaska, per esempio, e ci saranno agevolazioni fiscali per chi vorrà costruire nuovi stadi o rinnovare quelli esistenti. E poi, particolare non trascurabile, avvantaggia moltissimo Trump, la sua famiglia e i suoi affari.

È presto per giudicare gli effetti di questa riforma, naturalmente. La sensazione più condivisa a Washington è che saranno effetti complessivamente positivi per l’economia statunitense per qualche anno, e poi inizieranno a provocare guai. Questi guai potrebbero arrivare anche prima: una recessione causata da un qualche evento traumatico potrebbe rendere rapidamente insostenibile il debito pubblico statunitense, per esempio. E la credibilità populista di Trump potrebbe essere danneggiata da una legge – per il momento molto impopolare – che è innanzitutto un grandissimo regalo all’establishment e agli americani più ricchi, tra cui se stesso.

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Ciao ciao?

Posso sbagliarmi, ma l’approvazione della riforma fiscale significa anche che Paul Ryan non resterà a lungo speaker della Camera.

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Cosa cambia il voto in Alabama (parecchio) 48/50

cc_2Questa settimana il Partito Democratico ha ottenuto una vittoria sorprendente e molto importante in Alabama, per il suo futuro ma anche per il presente immediato.

Vi ricordate la storia di Roy Moore, il candidato estremista e accusato di molestie su donne minorenni? Ha perso, a sorpresa. Di norma i Repubblicani in Alabama stravincono anche se candidano «un nome preso a caso dall’elenco del telefono», come si dice, ma stavolta gli è andata male. Con quel seggio, hanno perso anche uno dei due voti di maggioranza che gli restavano al Senato, nonché un altro pezzetto della loro identità. È un risultato che rischia di aggravare la guerra civile interna ai Repubblicani, ma soprattutto è solo l’antipasto di quello che succederà nel 2018: quello che sarà – davvero – l’anno decisivo per Donald Trump e la sua amministrazione. Non è il tema centrale né la cosa più importante oggi, ma se la parola a cui state pensando è “impeachment”, nella nuova puntata del podcast di parliamo anche di impeachment.

Per ascoltare la nuova puntata del podcast, se avete un iPhone cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi. Sul sito di Piano P trovate la traduzione in italiano delle parti in inglese.

Ascolta “S2E24. Cosa cambia il voto in Alabama (parecchio)” su Spreaker.

Se poi non ne avete abbastanza, potete ascoltare anche il podcast della puntata registrata dal vivo lunedì scorso a Milano davanti a più di 150 persone. La puntata extra vale anche come recupero di quella che saltai una settimana a settembre.

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Se siete iscritti a questa newsletter da un po’ di tempo, sapete che questo lavoro ha un costo – servono aerei, macchine, camere d’albergo, attrezzature, telefonate, connessioni internet, abbonamenti a servizi e giornali, e serve soprattutto tempo e lavoro – e il costo è stato ripagato quest’anno grazie ai contributi offerti spontaneamente da voi, oltre che naturalmente dagli sponsor di “Da Costa a Costa”. Alla fine dell’anno pubblicherò sul mio blog un bilancio grossolano – ma spero istruttivo – su com’è andata la raccolta fondi: per il momento posso dirvi che mi ha permesso di pagare i costi di mantenimento della newsletter (quindi innanzitutto l’abbonamento a Mailchimp, circa 120 euro al mese), quelli tecnici e di lavoro necessari alla produzione del podcast, gli abbonamenti ai giornali americani che uso per informarmi e soprattutto tutte le spese dei tre viaggi che ho fatto in Michigan a marzo, in Texas a giugno e in California a ottobre. Ho potuto fare tutto quello che volevo e non ci ho perso dei soldi: già mi sembra un bel risultato. È anche un tentativo di provare un nuovo modello per sostenere un’attività giornalistica: pagano i lettori se e quando vogliono, e vediamo che succede.

Non farò altri viaggi negli Stati Uniti per “Da Costa a Costa” da qui alla fine dell’anno. Gran parte delle donazioni che riceverò da qui al 31 dicembre, quando questo progetto giornalistico si concluderà, servirà quindi a pagare il mio lavoro. Come sapete, quest’anno di “Da Costa a Costa” è stato anche un tentativo di provare un nuovo modello per sostenere un’attività giornalistica in un momento come il 2017: pagano i lettori, se e quando vogliono, e vediamo che succede. Sono successe cose meravigliose, grazie a voi! Se non lo avete già fatto, vi chiedo quindi di valutare la possibilità di fare una donazione per contribuire a questo progetto gratuito. Chi ha fatto una donazione mensile da 2 euro dall’inizio dell’anno ha contribuito in tutto per circa 24 euro, una cifra più che abbordabile; altri sono stati adorabilmente più generosi. Se vi interessa, qui trovate le istruzioni per fare una donazione in completa sicurezza, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Le donazioni mensili ricorrenti naturalmente saranno tutte interrotte il primo gennaio 2018. Grazie, come sempre.

Per ricevere le prossime newsletter, ogni sabato fino alla fine dell’anno, clicca qui.

Tre cose che ho imparato in due anni e mezzo di “Da Costa a Costa”

cc_2Quindi: questa è un’edizione speciale di Da Costa a Costa, perché c’è una puntata speciale del podcast. L’abbiamo registrata lunedì sera a Milano, dal vivo, davanti a molti di voi che non ringrazierò mai abbastanza. Non è l’ultima puntata, ci sentiremo regolarmente ogni sabato fino alla fine dell’anno, ma è stata anche l’occasione per salutarci e stare un po’ insieme alla fine di questi due anni e mezzo – ed è stata per me l’occasione per raccontare nel podcast tre cose che ho imparato, sull’America e sul mio lavoro, facendo “Da Costa a Costa”.

1814b9e7-0ace-4fe1-afa0-bbfa5ca9dfcdEravate tanti!

Per ascoltare la puntata speciale del podcast, se avete un iPhone cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi.

Ascolta “S2E23. Farewell Party LIVE (da OTTO, Milano)” su Spreaker.

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Se siete iscritti a questa newsletter da un po’ di tempo, sapete che questo lavoro ha un costo – servono aerei, macchine, camere d’albergo, attrezzature, telefonate, connessioni internet, abbonamenti a servizi e giornali, e serve soprattutto tempo e lavoro – e il costo è stato ripagato quest’anno grazie ai contributi offerti spontaneamente da voi, oltre che naturalmente dagli sponsor di “Da Costa a Costa”. Alla fine dell’anno pubblicherò sul mio blog un bilancio grossolano – ma spero istruttivo – su com’è andata la raccolta fondi: per il momento posso dirvi che mi ha permesso di pagare i costi di mantenimento della newsletter (quindi innanzitutto l’abbonamento a Mailchimp, circa 120 euro al mese), quelli tecnici e di lavoro necessari alla produzione del podcast, gli abbonamenti ai giornali americani che uso per informarmi e soprattutto tutte le spese dei tre viaggi che ho fatto in Michigan a marzoin Texas a giugno e in California a ottobre. Ho potuto fare tutto quello che volevo e non ci ho perso dei soldi: già mi sembra un bel risultato. È anche un tentativo di provare un nuovo modello per sostenere un’attività giornalistica: pagano i lettori se e quando vogliono, e vediamo che succede.

Non farò altri viaggi negli Stati Uniti per “Da Costa a Costa” da qui alla fine dell’anno. Gran parte delle donazioni che riceverò da qui al 31 dicembre, quando questo progetto giornalistico si concluderà, servirà quindi a pagare il mio lavoro. Come sapete, quest’anno di “Da Costa a Costa” è stato anche un tentativo di provare un nuovo modello per sostenere un’attività giornalistica in un momento come il 2017: pagano i lettori, se e quando vogliono, e vediamo che succede. Sono successe cose meravigliose, grazie a voi! Se non lo avete già fatto, vi chiedo quindi di valutare la possibilità di fare una donazione per contribuire a questo progetto gratuito. Chi ha fatto una donazione mensile da 2 euro dall’inizio dell’anno ha contribuito in tutto per circa 24 euro, una cifra più che abbordabile; altri sono stati adorabilmente più generosi. Se vi interessa, qui trovate le istruzioni per fare una donazione in completa sicurezza, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Le donazioni mensili ricorrenti naturalmente saranno tutte interrotte il primo gennaio 2018. Grazie, come sempre.

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