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Lo sciopero di Scalfarotto riguarda lui o noi?

Forse non sono nella posizione migliore per giudicare lo sciopero della fame del sottosegretario Scalfarotto, dato che Ivan è un amico e la mia prima istintiva reazione quando ho letto della sua iniziativa è stata sperare che ricominci a mangiare domani. E penso che alcuni dubbi sull’uso di uno strumento di protesta così radicale siano legittimi, un po’ per il suo significato intrinsecamente ricattatorio e un po’ per l’inevitabile personalizzazione delle reazioni che genera. Ma nella montagna di sostegno e messaggi che Ivan Scalfarotto sta ricevendo, ci sono due obiezioni che sono secondo me particolarmente infondate.

Con la prima abbiamo tutti ormai una certa familiarità: “i problemi veri sono ben altri”. Detto che bisogna essere particolarmente disinformati e insensibili per giudicare non prioritaria la più che tardiva estensione di alcuni diritti umani e civili fondamentali a una parte consistente degli italiani, prendiamo quest’obiezione sul serio: facciamo finta che non sia un modo per manifestare disaccordo con lo scopo dell’iniziativa senza prendersene piena responsabilità. Ognuno di noi persone normali – figuriamoci un politico o addirittura un organo collegiale come il Parlamento – ha tempo e risorse nella propria vita per dedicarsi a più cose contemporaneamente; tra queste cose, esistono quelle che consideriamo giuste e quelle che consideriamo sbagliate. In base a questo dovremmo giudicarle, e basta.

La seconda obiezione è già più solida, ed è quella di chi dice: “Scalfarotto, avrai pure ragione ma sei al governo: fate una legge no?”. Il problema è che la legge è stata fatta. Anzi, ne sono state fatte due. Una è quella contro l’omofobia, che è stata pure approvata dalla Camera, un’altra è quella sulle unioni civili: tutte e due sono state messe insieme in misura diversa anche grazie al contributo e al lavoro di Scalfarotto (una delle due porta addirittura il suo nome) e tutte e due si sono arenate per via di un ostruzionismo parlamentare che – come ogni ostruzionismo: ricordarselo, in futuro – ha del prepotente e dell’anti-democratico, e viene anche e soprattutto dall’alleato di minoranza del governo.

Quindi va a finire così. Da una parte conservatori e omofobi organizzano piazzate settimanali per descrivere Scalfarotto come l’anti-Cristo e scrivono migliaia di emendamenti pretestuosi per rendere impossibile la discussione di quelle leggi in Parlamento. Dall’altra parte un pezzetto dello storicamente litigioso e improduttivo (non si offendano: è un fatto) associazionismo gay dice enormità come quella secondo cui il ddl Cirinnà – che aggiunge “e le unioni civili” dove nell’ordinamento italiano si parla di matrimonio – non porterà cambiamenti tangibili. In mezzo ci siamo noi, che vorremmo che la legge venisse approvata, che festeggiamo come fossero nostre le vittorie ottenute a un oceano di distanza e speriamo che tutto questo basti per ottenere un cambiamento anche da queste parti. I fatti dicono che non sta bastando.

“Colpa del governo!”. Ma negli Stati Uniti, per fare l’esempio più famoso e recente, non è stato il governo a legalizzare i matrimoni gay per tutti la settimana scorsa. Barack Obama e Hillary Clinton pochi anni fa erano apertamente contrari ai matrimoni gay. Bill Clinton negli anni Novanta promosse una delle leggi più anti-gay della storia recente degli Stati Uniti d’America. In un modo che non è sempre lineare e istantaneo, la politica di un paese e le sue decisioni sono la fotografia di quel paese, lo riflettono. E la storia ci dice che il più delle volte su materie del genere governi e tribunali intervengono per sancire ufficialmente cambiamenti culturali che sono già avvenuti, su stimolo di pressioni politiche diventate troppo forti e diffuse per essere ignorate. Le cose non succedono da sole: succedono perché qualcuno le fa succedere.

Dopo aver fatto quello che poteva in Parlamento e al governo, e aver appurato che non è bastato, Scalfarotto ha deciso di fare un’altra mossa: forse funzionerà, forse no, forse è la mossa giusta, forse no. Ma questa storia non riguarda Scalfarotto o quanto io e voi siamo d’accordo col suo sciopero della fame o se dovrebbe dimettersi: chi se ne importa. Il suo sciopero non impone nemmeno a chi ha a cuore i diritti civili di smettere di mangiare, non è una gara, ma suggerisce che sia arrivato il momento di trovare e scegliere un modo – tra i tanti disponibili – per far affermare quei diritti. Volerlo non è sufficiente.

E quindi com’è ‘sto Megabus?

Ho viaggiato con Megabus due volte in tre giorni, Milano-Roma-Milano. Megabus è una società internazionale di trasporto a lunga distanza via pullman che ha iniziato a operare in Italia il 24 giugno – forse ne avete letto sui giornali nelle ultime settimane – e che di veramente innovativo ha soprattutto il prezzo: io ho fatto andata e ritorno con 2,50 euro. Prima di partire dall’orribile stazione di Lampugnano, a Milano, i commenti dei viaggiatori – quasi tutti venti-trentenni – avevano più o meno lo stesso tenore tra lo sghignazzante e l’incredulo: ma come fanno? Gli autisti avranno la patente? Ci toccherà spingere il pullman sull’A1? Anche voi avete preso i biglietti senza sapere se poi sareste partiti o no, tanto per così poco valeva la pena bloccarli? Eccetera.

Il viaggio di andata è partito puntuale ma è arrivato con quasi due ore di ritardo, perché gli autisti che si sono dati il cambio a Firenze non si erano messi d’accordo su chi avrebbe dovuto fare rifornimento e uno dei due era andato a casa con la chiave del serbatoio o qualcosa del genere, e hanno dovuto svegliare non so chi alle tre del mattino; il viaggio di ritorno è partito con mezz’ora di ritardo ma è arrivato puntuale. L’autista durante il viaggio è da solo e fa tutto, dal caricare e scaricare i bagagli al pronunciare molto goffamente degli annunci al microfono stile assistente di volo; ma la tratta Milano-Roma fa tappa anche a Bologna e a Firenze, e a ogni tappa cambia l’autista. I pullman sono a due piani, pulitissimi e nuovi di pacca: ma sono molto scomodi come ogni altro pullman, se uno ha intenzione di dormire. C’è un wi-fi gratuito: all’andata ha funzionato alla perfezione, al ritorno non ha funzionato mai. Il prezzo è al momento completamente fuori mercato e ricorda la strategia italiana di Ryanair tra il 2008 e il 2009, con i biglietti a 0,99 centesimi di euro – abbastanza da fare la differenza tra partire e non partire, io per esempio ho deciso all’ultimo momento di fare un weekend fuori solo perché sono potuto andare e tornare con 2,50 euro in tutto. I prezzi dei biglietti saliranno un po’, finita la fase di lancio, ma promettono di restare parecchio più bassi di quelli della concorrenza: e ci sono molte tratte sia in Italia che in Europa.

Questo per quanto riguarda un responso generale. Il mio responso personale, invece, è che ho sonno.

Una settimana storica negli Stati Uniti

–500 giorni alle elezioni presidenziali statunitensi
–219 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

presidential seal

Questa appena finita è una settimana che negli Stati Uniti rimarrà nella storia. Due sentenze della Corte Suprema hanno legalizzato i matrimoni gay in tutto il paese e difeso una volta per tutte la riforma sanitaria di Obama. Per quanto le sentenze siano state favorevoli ai Democratici, in realtà probabilmente hanno fatto molto piacere anche ai candidati Repubblicani: almeno a quelli con serie ambizioni presidenziali. Poi sono successe anche altre cose: più piccole, non storiche, ma che potranno incidere nella campagna elettorale verso l’8 novembre 2016.

Di cosa parleremo:
– che impatto avranno le due sentenze della Corte Suprema
– il pasticcio delle email di Hillary Clinton
– due nuovi candidati al momento sbagliato
– un esempio di un sondaggio che non vale niente
– una cosa meravigliosa, infine

La Corte Suprema in fondo ha fatto contenti tutti
Tutte e due le importanti sentenze di questa settimana hanno dato ragione ai Democratici, ma un esito diverso sarebbe stato complicato da gestire per i Repubblicani. Una sentenza diversa sulla riforma sanitaria da un giorno all’altro avrebbe tolto la copertura sanitaria a milioni di americani e fatto salire i prezzi delle polizze agli altri, per colpa dei Repubblicani; mentre i sondaggi dicono che ormai la grande maggioranza degli elettori americani – Democratici e Repubblicani – è favorevole ai matrimoni gay. Le sentenze della Corte Suprema evitano quindi ai candidati Repubblicani di dover giocare due partite col campo in salita durante la campagna elettorale e difendere posizioni molto impopolari. Capiamoci, non è che i Repubblicani diventeranno improvvisamente favorevoli ai matrimoni gay e alla riforma sanitaria di Obama: però le due questioni sono state risolte una volta per tutte e l’agenda dell’opinione pubblica e dei media si concentrerà su altro, per loro fortuna.

Bonus
Le sentenze della Corte Suprema vengono diffuse in un primo momento solo in formato cartaceo. Quindi le grandi testate devono mandare fisicamente qualcuno dentro l’edificio della Corte a prendere i fogli con le sentenze e portarli fuori. L’operazione solitamente viene affidata agli stagisti, che muniti di scarpe da ginnastica partecipano a quella che viene definita “la gara degli stagisti”.

Supreme Court Health Overhaul Subsidies

Il pasticcio delle email di Hillary Clinton
Questa è una storia che va avanti da un po’ e di cui sentiremo parlare ancora. Durante i suoi anni da segretario di Stato, Hillary Clinton non ha usato un indirizzo email governativo ma il suo indirizzo privato, anche per le cose di lavoro; ma le email di lavoro di un segretario di Stato devono essere archiviate dal governo e – passato un po’ di tempo – rese pubbliche. Clinton ha detto di essersi mossa così per comodità: qualche settimana fa ha consegnato al governo le email di lavoro scritte dal suo account privato e ha cancellato quelle personali. Ma come facciamo a sapere che ha consegnato tutto-tutto? E che non ha cancellato cose importanti? Bisogna fidarsi, aveva detto lei in sostanza.

Cosa potrà mai andare storto? Eh. È venuto fuori infatti che ci sono email di lavoro che Hillary Clinton non ha consegnato. In queste email non c’è niente di particolarmente clamoroso, solo consigli non richiesti sulla Libia di un suo amico di vecchia data. Ma è una storia così perfetta che sembra scritta dai rivali più acerrimi di Clinton, perché è la dimostrazione delle cose di cui è accusata più spesso: di essere inaffidabile e poco trasparente, e di avere una cerchia di amici altolocati, potenti e influenti.

Bonus
Hillary Clinton ha assunto nel suo staff elettorale Jeff Berman, uno sconosciuto ma molto abile funzionario che nel 2008 aveva lavorato per Obama e aveva avuto un ruolo importante nel definire la strategia che la fece perdere rovinosamente. If you can’t beat them, join them.

Un esempio di un sondaggio che non vale niente
Questa settimana è stato diffuso un sondaggio del Wall Street Journal e NBC che vede Hillary Clinton battere nettamente tutti i suoi potenziali avversari Repubblicani a livello nazionale. Ma è un sondaggio che vale davvero poco, per due motivi. Del primo avevamo già parlato nelle scorse settimane: a questo punto della campagna i sondaggi sulle preferenze elettorali misurano soprattutto la notorietà dei candidati, e i candidati Repubblicani – salvo Bush – sono ancora quasi tutti sconosciuti a livello nazionale. Alcuni, come Scott Walker, devono ancora annunciare ufficialmente la loro candidatura. Il secondo motivo è che negli Stati Uniti il presidente non si elegge su base nazionale, ma con un sistema maggioritario su base statale: è perfettamente possibile che un candidato prenda più voti dell’altro su base nazionale ma perda le elezioni. Chiedete ad Al Gore. La gara si gioca nei singoli stati. Gli unici sondaggi che vale la pena leggere almeno fino a settembre secondo me sono quelli che interpellano gli elettori sulle qualità dei candidati, perché dicono qualcosa dei loro punti di forza e di debolezza: quelli che chiedono cose come “Pensi che Clinton sia affidabile?”, “Pensi che Rubio abbia abbastanza esperienza?”, “Pensi che Bush abbia buone idee in politica estera?”, eccetera.

Due candidati improbabili
Ci sono due nuovi candidati Repubblicani, e a tutti e due servirebbe un miracolo.

Il primo è Bobby Jindal, governatore della Louisiana di origini indiane che un tempo era considerato un astro-nascente-del-partito. “Era” perché finora ha avuto due grandi occasioni e le ha sprecate: la prima nel 2009, quando pronunciò a reti unificate la risposta ufficiale al primo discorso sullo stato dell’unione di Barack Obama, e se la cavò così male che venne paragonato a Kenneth, lo stagista di 30 Rock (davvero, guardate il video); l’altra nel 2012, quando molti lo consideravano pronto a candidarsi contro Obama e lui preferì aspettare. Oggi ha molti problemi nel suo stato ed è impopolare persino tra i Repubblicani, figuriamoci tra tutti gli altri.

L’altro è Chris Christie, governatore del New Jersey che annuncerà ufficialmente la sua candidatura martedì. Anche lui nel 2012 era apprezzatissimo e considerato potenzialmente in grado di battere Obama, anche lui preferì aspettare: oggi è caduto in disgrazia e lo guardano storto persino i Repubblicani. I suoi guai sono iniziati quando è venuto fuori che il suo staff ha appositamente provocato quattro giorni di ingorghi e traffico infernale per fare un dispetto a un sindaco non collaborativo. Lui dice di non saperne niente ma già prima veniva paragonato a Tony Soprano per la corporatura e i modi da bullo, non gli basterà solo perdere 30 chili per avere una possibilità.

Amazing grace
Barack Obama venerdì ha concluso così l’elogio funebre per le persone uccise nella chiesa di Charleston, in South Carolina.

Cose da leggere:
How Nikki Haley saved the GOP, di Edward Morrissey su The Week
Hillary Will Glide Above It All, di Peggy Noonan sul Wall Street Journal
What’s the Matter With Polling?, di Cliff Zukin sul New York Times

Hai una domanda?
Scrivimi: costa [at] ilpost.it




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–507 giorni alle elezioni statunitensi

–507 giorni alle elezioni presidenziali statunitensi
–226 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

A staff fixes the presidential seal befo

Questa è praticamente la prima newsletter – dopo l’inizio della settimana scorsa – e arriva già a quasi 1.000 iscritti, così, sulla fiducia: grazie.

Di cosa parleremo:
– di Jeb Bush
– del matto nome di Jeb Bush
– di Charleston e del Papa
– di Donald Trump ma in 10 parole: non una di più
– di due piccoli guai di Hillary Clinton

Jeb Bush
È stata innanzitutto la settimana in cui si è candidato Jeb Bush. Nel suo discorso ha fatto promesse economiche impegnative – crescita del 4 per cento l’anno, 18 milioni di nuovi posti di lavoro – e ha puntato sul suo passato di governatore della Florida. È un’idea intelligente, anche perché parliamo del periodo 1999-2007. Questo vuol dire che a) erano anni precedenti alla grande crisi, quando tutti gli Stati Uniti se la passavano meglio che adesso b) moltissimi elettori non ne hanno memoria, e quindi lui può raccontare quello che vuole più o meno liberamente.

Jeb Bush – dimagritissimo – non ha parlato dei suoi punti deboli, per esempio il suo giudizio sulla guerra in Iraq o sulla riforma dell’immigrazione, ha tentato di presentarsi come un outsider (ehm) e ha insistito sul fatto che lui è in grado di «fare le cose», di «sistemare quello che non funziona», con un approccio molto concreto che sottintende: non pensate al fatto che sono un Repubblicano o un Bush, ignorate i più matti tra quelli che mi sostengono, io sono un pragmatico. Questa strategia mi ha ricordato quella di suo fratello George nel 2000, quando spiegava che le differenze tra lui e Al Gore non erano tanto politiche o filosofiche bensì che «I can get it done». Questo è il video famosissimo in cui, durante un dibattito televisivo, George W. Bush ripete questa frase e al povero Gore viene voglia di menarlo. Notate il tempismo perfetto della battuta finale di Bush – «and I believe I can» – che in queste cose era formidabile.

C’è stata un’altra cosa interessante nel discorso di Jeb Bush: ha parlato molto e bene in spagnolo. I Repubblicani nelle ultime due elezioni presidenziali hanno perso – persino in posti come il Colorado – anche perché i latinoamericani votano sempre più a sinistra e sono il gruppo demografico che cresce di più. Attenzione: votano sempre più a sinistra non tanto perché siano di sinistra – sono molto religiosi e socialmente conservatori, 15 anni fa stavano in maggioranza con George W. Bush – ma perché hanno a cuore la riforma dell’immigrazione che i Repubblicani non vogliono nemmeno sentire nominare. Quindi Jeb Bush che parla in spagnolo attirerà certamente la loro attenzione, ma poi i latinoamericani vorranno sapere: la riforma la farai o no? E soprattutto: come? Dare questa risposta per Bush non sarà semplicissimo.

Bonus
Jeb non è un nome bensì l’acronimo di John Ellis Bush. Sembra che abbia iniziato la mamma a chiamarlo così, va’ a sapere perché. È come se in Italia chiamassimo Maria Elena Boschi “Meb”. Poi mi hanno fatto notare che la ministra Boschi su Twitter si chiama effettivamente @meb.

Charleston
Mercoledì sera a Charleston, in South Carolina, un ragazzo di 21 anni è entrato in una storica chiesa della città e ha ucciso 9 persone, tutte afro-americane. Chi conosce il ragazzo, Dylann Roof, racconta che è un razzista e più volte aveva manifestato intenzioni violente. Dal punto di vista politico, fatti come questo aprono ciclicamente la questione delle armi; quella dell’intolleranza razziale invece negli Stati Uniti non si è mai davvero chiusa e nell’ultimo anno – da Ferguson in poi – è stata attuale come non era da tempo.

Sulle armi è inutile aspettarsi passi avanti, meno che mai in campagna elettorale e con entrambi i rami del Congresso in mano ai Repubblicani. Il discorso incazzato e rassegnato di Obama – dal minuto 3 in poi, soprattutto – rende l’idea: niente si muoverà per adesso.

Sulla questione razziale, per i candidati Repubblicani il problema al momento è: dico o no che è stata una strage motivata dall’odio contro i neri? Al momento la risposta che si sono dati è “no”, ma questa non è una storia che si chiuderà questa settimana. Un premio particolare però se lo merita Rick Santorum, secondo cui la strage di Charleston è stata innanzitutto un attacco contro la religione.

Occhio al Papa
A proposito di religione, l’encliclica di Papa Francesco sull’ambiente sta mettendo un po’ in imbarazzo quei candidati Repubblicani cattolici che solitamente sono molto cauti – se non addirittura scettici – quando devono dire se il riscaldamento globale esiste e se è o no causato dall’uomo: per esempio Jeb Bush, Marco Rubio, Bobby Jindal e Rick Santorum. È una cosa che può pesare davvero, per le loro sorti elettorali? No, non da sola. Ma si riparlerà anche di questo, soprattutto durante la stagione dei dibattiti televisivi.

Donald Trump in 10 parole
Non è una cosa seria: fa ridere anche i Repubblicani.

trump

Due piccoli guai per Hillary Clinton
Il primo guaio: uno dei suoi irrilevanti sfidanti alle primarie – Bernie Sanders, senatore del Vermont, un simpatico settantenne che si dichiara socialista – sta ottenendo buoni risultati nei sondaggi in New Hampshire, il secondo stato in cui si vota durante le primarie. I sondaggi a questo punto non valgono niente – nel 2008 tra i Repubblicani davano in testa Rudolph Giuliani, nel 2012 Rick Perry, eccetera – e il New Hampshire è vicino di casa del Vermont, ma è un segnale che Sanders sta sorpassando gli altri irrilevanti candidati Democratici. Non otterrà mai abbastanza voti da vincere ed è probabile che si squagli dopodomani, ma i sondaggi mostrano che può catalizzare soprattutto i consensi dei maschi che non vogliono votare Hillary Clinton (brutto segnale) e diventare, al di là delle sue idee, l’unica alternativa per gli elettori Democratici che non vogliono votare per la grande favorita.

Il secondo guaio è più preoccupante: si tratta sempre di un sondaggio ma di quelli che contano. In Ohio, in Florida e in Pennsylvania, tre degli stati che decidono le elezioni presidenziali a novembre, una maggioranza degli elettori ha detto che non considera Hillary Clinton onesta e affidabile. È un problema noto a lei e al suo staff, e il tempo per invertire questi numeri c’è, ma se tra un anno saremo ancora da queste parti nello staff di Hillary Clinton non saranno affatto tranquilli.

Un video
Una scena di The West Wing, la più bella serie tv mai girata sulla politica americana, di un episodio girato nel 2001. Si parla di armi esattamente come se fosse il 2015.

Cose da leggere
Il testo del discorso di Jeb Bush
Why Marco Rubio scares all other presidential candidates, di John Podhoretz sul New York Post
Charleston and the Age of Obama, di David Remnick sul New Yorker

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Kick-off

513 giorni alle elezioni presidenziali statunitensi
232 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

A staff fixes the presidential seal befo

Da qui all’8 novembre 2016 pubblicherò sul blog ogni settimana un punto della situazione sulle prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti, per chi non ha tempo di seguire tutte le notizie sulla campagna elettorale ma vuole essere sicuro di non perdersi le cose fondamentali. Chi vuole può ricevere questi post sulla sua casella email, iscrivendosi qui: non manderò pubblicità né altre robe, solo un’email la settimana – due in casi eccezionali – riguardo le elezioni americane.

***

Ci sono due buoni motivi per considerare la settimana che sta per cominciare come quella che apre a tutti gli effetti la campagna elettorale per le presidenziali statunitensi del 2016: i candidati oggi considerati più forti – Hillary Clinton tra i Democratici e Jeb Bush tra i Repubblicani – hanno cominciato a fare sul serio.

Di cosa parleremo:
– Clinton e Bush, e ok
– chi sono quelli che possono far fuori Jeb Bush
– panetti di burro fritti
– cosa dicono gli ultimi sondaggi

Democratici
Hillary Clinton ha pronunciato sabato il discorso ufficiale di apertura della sua campagna elettorale. Salvo sorprese sarà il suo primo stump speech: cioè il discorso-base che farà durante i suoi comizi nei prossimi mesi, aggiungendo e modificando qualcosa all’occorrenza. È un buon discorso che ha esplicitamente due obiettivi: ri-presentare Hillary Clinton all’elettorato americano (si parla molto della sua famiglia, soprattutto di sua madre) e creare un po’ di entusiasmo negli elettori e nei militanti democratici, soprattutto giovani (è un discorso di sinistra, che punta parecchio sulla lotta alle diseguaglianze economiche). Dato che alle primarie non avrà avversari alla sua altezza, questi saranno i veri obiettivi di Clinton per il prossimo anno: costruirsi una nuova immagine e un seguito entusiasta. Non sarà facile.

Due link
– una curiosità che mostra il profilo che sta tenendo Hillary in questa campagna fin qui: andate sul suo sito, guardate le foto in homepage.
– un’analisi dello stump speech di Obama nel 2008, per capire anche l’attenzione con cui un discorso del genere è costruito e sviluppato: per esempio, quel discorso di Obama e questo di Clinton hanno esattamente la stessa durata, 45 minuti.

Repubblicani
Jeb Bush si candida ufficialmente lunedì dopo mesi trascorsi da candidato ufficioso, cosa che gli ha permesso di raccogliere fondi senza dover sottostare ai limiti imposti dalla legge ai candidati. Farà un discorso a Miami, poi girerà per i primi stati in cui si vota: Iowa, New Hampshire e South Carolina. È appena stato in giro per l’Europa per discutere di politica estera e rapporti con la Russia, e ha fatto parlare di sé perché è riuscito a non far parlare di sé: nel senso che è riuscito a evitare gaffe e mostrarsi competente e informato. Il New York Times ha titolato: “I leader europei hanno preso nota: Jeb Bush non è suo fratello”. Al contrario di Hillary, Jeb Bush la nomination dovrà sudarsela parecchio: il campo dei candidati Repubblicani – ufficiali o potenziali – è affollato e comprende almeno due persone che possono batterlo, Scott Walker e Marco Rubio.

Chi sono?

GOP Presidential Hopefuls Address Economic Growth Summit In Orlando

Scott Walker è il governatore del Wisconsin, reso famoso qualche anno fa in tutto il paese da una battaglia (vinta) per ridurre potere e influenza dei sindacati. Anche se di recente si è spostato parecchio a destra, non è propriamente un fuori-di-testa: è uno di quelli che potrebbe piacere anche all’elettorato moderato. Non si è ancora candidato ufficialmente, ma lo sarà.

Marco Rubio

Marco Rubio è un senatore della Florida: 43 anni, figlio di immigrati cubani, sposato con una donna di origini colombiane, cattolico. Basterebbe già questo per farne un personaggio da tenere d’occhio, no? È diventato senatore da trentenne battendo il governatore uscente e per anni è stato venerato dall’estrema destra; ultimamente però da quelle parti gli vogliono meno bene per il suo lavoro a favore di una riforma dell’immigrazione condivisa tra Democratici e Repubblicani.

Lo straw poll in Iowa non si fa più
Intanto i Repubblicani hanno finalmente cancellato lo straw poll dell’Iowa, che fino a quattro anni fa era considerato un’importante tappa di avvicinamento alle prime primarie, le più attese. Lo straw poll era una cosa così assurda che è sorprendente che non se ne fossero liberati prima. Concretamente funzionava così: i candidati che decidevano di partecipare dovevano comprare uno spazio nei locali che ospitavano l’evento e gli spazi migliori, più grandi e visibili, costavano di più. Da quello spazio i candidati parlavano agli elettori. Gli stessi candidati, poi, pagavano a loro spese decine di pullman ai propri sostenitori: alla fine questi sostenitori votavano e sceglievano così il vincitore del sondaggione. La vittoria allo straw poll non mostrava quindi la popolarità di un candidato bensì la forza della sua macchina organizzativa a questo punto della campagna elettorale: ma era soprattutto un rischio e uno spreco di risorse, per ottenere quasi nessun guadagno. Quattro anni fa vinse Michele Bachmann, magari nemmeno vi ricordate chi è: appunto.

Bonus
Lo straw poll dell’Iowa si teneva durante una fiera nota soprattutto per i panetti di burro fritti. Proprio panetti di burro, interi.

Sondaggi
La media dei sondaggi sui Repubblicani in Iowa – lo stato in cui cominciano le primarie – in questo momento: Scott Walker 18,2%, Marco Rubio 11%, Rand Paul 8,6%, Mike Huckabee 9,4%, Jeb Bush 9,2%, Ted Cruz 7,6%.

Primo promemoria: è ancora prestissimo perché questi numeri valgano qualcosa.
Secondo promemoria: le primarie dell’Iowa tendono a premiare i candidati più estremisti e populisti.

Un video
Nel discorso di Hillary Clinton a un certo punto c’è questo passaggio:

“Qualche settimana fa ho conosciuto una madre single che si arrangia tra un lavoro e le lezioni dell’università, il tutto mentre sta crescendo tre figli. Lei non pretende una vita facile. Ma mi ha chiesto: possiamo fare qualcosa perché non sia così difficile?”

Mi ha ricordato una famosa scena di The West Wing in cui un padre racconta che sta mandando sua figlia al college e dice: non pretendo che lo Stato mi renda tutto facilissimo, anzi, è giusto che una cosa così importante sia difficile. Dovrebbe esserlo solo un pochino meno. Dentro quel “pochino”, che può fare tutta la differenza del mondo, c’è l’idea del cambiamento progressivo come unico cambiamento possibile, un punto di vista molto americano sul rapporto Stato-cittadini e una critica a quello che oggi chiameremmo benaltrismo.

Cose da leggere
Why Joe Biden Should Run For President, di Amy Davidson sul New Yorker (non accadrà)
Il testo del discorso di Hillary Clinton
Why Hillary Clinton Will Be Hard to Beat — And What Might Sink Her, di Dante Chinni sul Wall Street Journal

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Cosa leggo

Una delle rubriche che leggevo più volentieri fino a qualche tempo fa era “What I Read“, su The Wire, uno spinoff del sito dell’Atlantic: senza particolare frequenza un personaggio più o meno famoso raccontava come si informava e cosa leggeva nel corso di una sua tipica giornata o settimana. La leggevo volentieri per ragioni personali e professionali insieme: per curiosità innata (sono sempre curioso di conoscere abitudini e giornate-tipo di persone diverse da me, non so bene da dove venga questa cosa) e poi perché leggere notizie è una delle cose che faccio più spesso per interesse e per mestiere, e sono sempre alla ricerca di metodi e fonti e strumenti per rendere questa attività più efficace e proficua.

Il problema è che The Wire è stato praticamente chiuso e la rubrica in questione non è aggiornata da quasi un anno: però a me continua a interessare e vorrei leggere altri articoli come quelli, magari anche scritti da persone italiane, e allora ho pensato: comincio io, anche se non sono certo famoso, e magari a qualcuno viene voglia di fare lo stesso. E quindi quella che segue è la mia media diet: quelli a cui comprensibilmente non interessa possono chiudere la pagina, quelli che penseranno che sono un alienato si ricordino che è in grandissima parte un lavoro.

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“Con quella squadra vincevo pure io”

È interessante che un paese ossessionato dal calcio come questo, dove la prima cosa che si fa con i bambini appena camminano è mettergli un pallone davanti, abbia prodotto una comunità di tifosi tanto vasta quanto mediamente incompetente. Forse c’entra il fatto che guardiamo il calcio più come tifosi che come appassionati, forse c’entra uno stile narrativo da parte della stampa e delle telecronache concentrato più sulla narrazione emotiva – “CCEZIONALE!”, “PROPRIO LUI!”, eccetera – che sulla spiegazione tecnica. Nel tempo si è diffusa moltissimo in Italia la figura dell’appassionato di calcio che non capisce niente di calcio e la finale di Champions League di sabato mi ha fatto individuare il suo tratto distintivo: quello che permette di riconoscerlo tra un milione. L’appassionato di calcio che non capisce niente di calcio è quello che dice, con l’aria di chi la sa lunghissima: “Con quella squadra lì vincevo pure io”.

Il più delle volte, questo esemplare di tifoso dice quello che dice per sminuire il lavoro di allenatori che non gli piacciono (non gli piacciono perché hanno allenato squadre rivali o perché non ne apprezzano lo stile e il carattere, anche qui la tecnica c’entra poco) o che hanno vinto qualcosa di grosso dopo essere stati trattati da brocchi, e quindi creano una dissonanza cognitiva da ricomporre. Per esempio: quelli che insultavano Massimiliano Allegri all’inizio della stagione, e profetizzavano un anno di disgrazie per la Juventus, oggi dicono che “con quella squadra vincevo pure io”. Oppure: quelli che tre anni fa a Roma sfottevano Luis Enrique, oggi dicono che “con quella squadra vincevo pure io”. Sicuramente nessuno dei lettori di questo blog ha mai detto niente di così sconcio, ma ho pensato che potesse essere utile mettere per iscritto tre argomenti razionali che potete girare al vostro amico che cade nella categoria. Prima di elencare le argomentazioni, ecco una foto scattata tre anni fa a quello che oggi è probabilmente un esemplare del tifoso di cui sopra.

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1. Il tifoso che la sa lunga pensa che con una squadra piena di grandissimi campioni in ogni reparto, allestita con una montagna di soldi, anche lui potrebbe vincere scudetti e Champions League. Benché sia spesso uno di quelli per cui “i soldi hanno rovinato il calcio”, teorizza di fatto che i soldi fanno la differenza sopra qualsiasi cosa: e quindi gli allenatori non contano, è inutile che stiate lì a dire “che bravo” a gente come Allegri, Luis Enrique, Mourinho, eccetera, perché con quella squadra lì, dice, vincerebbe pure lui. Ora: queste sono le ultime dieci squadre che hanno vinto la Champions League.

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Ognuna di queste squadre, quando ha vinto la Champions League, era piena di grandissimi campioni in ogni reparto e allestita con una montagna di soldi. Se ne deduce che, secondo il tifoso che la sa lunga, chi fosse l’allenatore di queste squadre formidabili sia irrilevante: con fenomeni e budget del genere lui avrebbe vinto dieci Champions League. Consecutive.

2. La tesi del tifoso che la sa lunga contiene un’implicazione evidente ma mai davvero esplorata: che ci sia ogni anno soltanto una squadra così nettamente più forte delle altre dal punto di vista tecnico ed economico che potrebbe vincere anche se la allenasse lui, e quindi questo ineluttabilmente non può che accadere. È ovvio che non è così.

Per restare a questa stagione appena conclusa, la definizione “squadra piena di grandissimi campioni, allestita con una montagna di soldi” si può ragionevolmente applicare alle seguenti squadre: Barcellona, Real Madrid, Paris Saint-Germain, Manchester United, Manchester City, Chelsea, Arsenal, Bayern Monaco. Probabilmente il tifoso di cui sopra avrebbe detto “con quella squadra vincevo pure io” se qualunque di queste otto avesse vinto la Champions League: probabilmente lo dice per il Barcellona quest’anno, lo diceva per il Barcellona di Guardiola, lo dice per il Chelsea di Mourinho, lo diceva per l’Inter e il Real Madrid di Mourinho, lo diceva per il City di Mancini, eccetera. Eppure la Champions League ogni anno la vince una soltanto; quattro di queste squadre addirittura in questa stagione non hanno vinto niente; tre di queste negli ultimi dieci anni la Champions League non l’hanno vinta mai. La differenza la fanno molte cose: una di queste, una tra le più importanti, sono gli allenatori.

3. Qualche domanda. Se basta avere grandi campioni e tanti soldi per vincere, perché le società si svenano e si scervellano per accaparrarsi i migliori allenatori sul mercato? Perché non affidano le squadre non dico al nostro amico tifoso, ma a un umile e sconosciuto coach delle squadre giovanili? Perché non le allenano i proprietari stessi? E il tifoso che la sa lunga, e che solo un sistema ingiusto e corrotto tiene lontano dai trofei che altrimenti collezionerebbe, perché non si è consolato diventando ricco con le scommesse sul calcio? Perché lo diceva già a luglio che Luis Enrique e Allegri avrebbero sbancato, no?

Trafficanti internazionali di bufale

Le grosse inchieste sulla FIFA che hanno portato fin qui all’arresto di un mucchio di dirigenti sportivi e alle dimissioni di Sepp Blatter fino a questo momento riguardano sponsor, attività di marketing e l’organizzazione di grandi eventi sportivi come i Mondiali di calcio. Fino a questo momento nessuno – né l’FBI, né la magistratura svizzera, né i maggiori giornali internazionali – ha suggerito che ci siano in mezzo arbitri venduti e partite truccate. Non è detto che queste cose non possano venir fuori anche domani, naturalmente: ma per il momento, che si sappia, non ci sono. Nonostante questo, il Corriere dello Sport il 29 maggio è uscito con questa prima pagina.

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Un titolone, con tanto di punto esclamativo, dice che i dirigenti della FIFA “pilotavano i Mondiali”. La foto è quella di una partita di calcio entrata nella storia come La Clamorosa Ingiustizia, l’ottavo di finale tra Italia e Corea del Sud dei Mondiali del 2002. A rendere il tutto ancora più esplicito c’è un sommario: “Ricordate l’arbitro Moreno? Confermati i sospetti sui favori alla Corea nel 2002″. Messa così, è uno scoop mondiale. Molto più scoop degli articoli del New York Times, che fin qui sulla faccenda FIFA ha dato una pista a tutti gli altri giornali del mondo. Se non fosse che non si capisce da dove venga questa informazione, di cui peraltro non parla nessuno. Il Corriere dello Sport ha visto carte che altri non hanno visto? Ha parlato con persone e testimoni che gli altri non hanno trovato? Dentro il giornale si fa riferimento ai Mondiali del 2002 solo in queste poche righe, nascoste in un piccolo articolo pubblicato a metà di pagina 3.

Per ora l’Fbi dice che il Sudafrica ha avuto il Mondiale 2010 versando una tangente di 10 milioni di dollari a Warner. Un giorno, magari, scopriremo anche qualche tangente per la Coppa del Mondo 2002. E il pensiero corre a Byron Moreno, l’arbitro ecuadoregno – poi finito in carcere per droga – che fermò la nostra corsa, guarda un po’, proprio contro la Corea del Sud, con un mix di cartellini rossi, falli non visti e gol annullati agli azzurri.

A queste righe si sommano alcune dichiarazioni di Raffaele Ranucci, senatore del PD che nel 2002 era il capo delegazione della Nazionale ai Mondiali.

«L’inchiesta dimostra che i nostri sospetti erano veri. Qui c’è una commistione tra economia, calcio e politica. Noi fummo mandati a casa, la Corea aveva il presidente federale candidato anche alla guida del Paese. Spesso la Fifa ha influenzato anche la politica. E di sicuro, se porta un mondiale in certi paesi, ha interesse che la squadra locale abbia un buon successo e che vada avanti il più possibile, per le tv, per gli sponsor… E ricordiamoci anche di Blatter che non ci venne a premiare a Berlino nel 2006»

Non è certo implausibile che alcune partite dei Mondiali del 2002 siano state truccate, anche se nessuna prova del genere è mai emersa; e né il Corriere dello Sport né Ranucci forniscono nuovi elementi al di là dei loro sospetti. Allo stato attuale le inchieste sulla FIFA non dimostrano che «i nostri sospetti erano veri», semmai il contrario, a meno che la presenza di corruzione nella FIFA di per sé non renda automaticamente truccate tutte le partite che qualcuno sospetta siano truccate. Insomma, dietro quel titolone c’è solo la frase: «Un giorno, magari, scopriremo anche qualche tangente per la Coppa del Mondo 2002. E il pensiero corre a Byron Moreno». Non moltissimo, diciamo.

Vista da qui, la scelta del Corriere dello Sport non è particolarmente eclatante. Chi legge e chi fa i giornali in Italia è abituato a vedere con frequenza quotidiana titoloni inconsistenti, notizie false date per vere, formulazioni enfatiche senza sostanza; all’estero però non hanno la nostra stessa dimestichezza con la disinvoltura della stampa italiana, quindi ci prendono sul serio. Come l’ultima volta che è morto Fidel Castro: la notizia la diede il Corriere della Sera e gli andò dietro la stampa di mezzo mondo, sbagliando. Insomma, avete capito dove stiamo arrivando: un po’ per un eccesso di fiducia e un po’ per lo stesso meccanismo spregiudicato che ha probabilmente ispirato in prima istanza il Corriere dello Sport, la notizia “i Mondiali del 2002 sono stati pilotati” è arrivata sui media di mezzo mondo: ne hanno scritto Eurosport, Deadspin, Daily Mail, Sky News, AS, persino l’edizione giapponese di Yahoo. Nessuno ha aggiunto qualcosa al nulla pubblicato dal Corriere, limitandosi a dar conto dei «sospetti» senza spiegare il loro legame con l’inchiesta, proteggendosi con formulazioni come “alleges”, “according to”, “claims”, eccetera. Soltanto il Daily Mail – IL DAILY MAIL! – ha pensato che fosse il caso di suggerire qualcosa ai loro pur credulonissimi lettori.

These latest Corriere reports, however, don’t feature any new information and merely serve to remind their readers of the injustice suffered by Italy 13 years ago.

Questi articoli del Corriere, comunque, non contengono nessuna nuova informazione. Servono solo come promemoria ai lettori dell’ingiustizia subita dall’Italia 13 anni fa.

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Pensa se invece Bersani avesse dato interviste

“Pier Luigi Bersani non rilascia interviste”. Lo scrive oggi Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera in un articolo che occupa quasi un’intera pagina e dal quale, se si tolgono i virgolettati di Bersani, rimane quello che segue.

Pier Luigi Bersani non rilascia interviste. Però nelle conversazioni private tiene il punto nello scontro più duro mai avuto con Matteo Renzi, oltretutto alla vigilia di elezioni che si annunciano decisive.

Bersani però difende anche De Luca.

Ecco il prossimo terreno di scontro tra Bersani e Renzi: la riforma costituzionale.

Le riforme volute dal segretario Pd, nei timori del suo predecessore, possono rappresentare un pericolo per la democrazia:

Lo scontro sugli impresentabili e sulle riforme è tale che torna a profilarsi la scissione. Bersani però non è d’accordo:

A chiedergli se la minoranza del partito avrà Prodi al suo fianco, Bersani risponde che la domanda va rivolta all’interessato. Quanto a Civati,

Un ritiro?

A chiedergli com’è stato ritrovare la sua ex portavoce, Alessandra Moretti, che non votò Marini al Quirinale e ora appoggia Renzi, Bersani sorride amaro:

A ricordargli che l’economia è in ripresa, Bersani sbotta:

Tra l’altro Davide mi fa notare che l’articolo di Cazzullo – quello che in teoria non è un’intervista a Bersani e nel quale si spiega che Bersani non dà interviste – è presentato così dal sito del Corriere della Sera. Tutti furbissimi.

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Se la lista degli “impresentabili” mi fa venire le bolle, sono “impresentabile” anche io?

La commissione parlamentare antimafia ha diffuso una lista di candidati alle prossime elezioni regionali che considera “impresentabili”. La lista non riguarda tutti i candidati alle elezioni amministrative bensì, piuttosto arbitrariamente, solo quelli alle regionali, ed è stata diffusa nell’ultimo giorno di campagna elettorale. Per essere considerato “impresentabile” basta essere indagato e sottoposto a una misura cautelare; oppure non avere nessuna bega giudiziaria ma essere stato in carica in un comune o una provincia poi sciolta per infiltrazioni mafiose, anche all’opposizione. Questi criteri non sono scritti su una legge bensì su un foglio di carta: un “codice etico” soggetto ad “adesione volontaria” e che – si legge – “non dà luogo a sanzioni, semmai comporta una valutazione di carattere strettamente etico e politico”. Non bisogna essere amici di Nicola Cosentino per farsi venire le bolle.

Ogni elettore decide liberamente chi votare sulla base dei suoi principi e delle sue idee: c’è chi non voterebbe mai un condannato o un indagato, anche se tecnicamente innocente; c’è chi non voterebbe mai uno che vuole tagliare il welfare o uno che vuole aumentare la spesa pubblica, anche se con la fedina penale pulitissima, e via dicendo. Poi ci sono delle leggi dello Stato che attribuiscono ai giudici il potere di inibire a una persona di candidarsi o addirittura di votare, sulla base della gravità dei reati che ha commesso; e da qualche anno esiste una legge in particolare, la cosiddetta legge Severino, che stabilisce i criteri in base ai quali alcune persone non possono proprio ricoprire un incarico pubblico, al punto da decadere dalla carica. È abbastanza? Secondo me sì. Non è abbastanza? Bene, cambiamo le leggi, lavoriamo per cambiarle. Nel frattempo ognuno – singoli individui, associazioni, giornali, movimenti – sia libero di valutare “impresentabile” questo o quel candidato in base ai suoi principi: si chiama libera espressione, democrazia, eccetera.

Ma ecco: se una persona è “impresentabile” o no, se una persona ha diritto o no a candidarsi alle elezioni, mi piacerebbe che continuasse a deciderlo lo Stato. Rosy Bindi ha piena facoltà, come tutti, di valutare e indicare personalmente come “impresentabili” i candidati che ritiene tali, di fare campagna elettorale contro di loro, di girare per le città coi loro nomi scritti su un cartello, di perseguire i suoi obiettivi politici come meglio crede. Ma la commissione parlamentare antimafia è un organo dello Stato, che è quella cosa che fa le leggi: vorrei fossero ancora le leggi – e i giudici che le applicano – a decidere chi si può candidare alle elezioni, e non Rosy Bindi; vorrei che fossero ancora i cittadini, i movimenti, i sindacati e la stampa a giudicare i candidati dal punto di vista “etico”, e non lo Stato.

Aggiornamento. Anche perché poi succedono pasticci come questo. Complimenti.

ROMA – Il nominativo dell’on. Biagio Iacolare – candidato Udc, Napoli – presente nella sezione degli ‘impresentabili’ relativa ai «casi di prescrizione per reati rientranti nel codice di autoregolamentazione con giudizio ancora pendente» va cancellato. Lo afferma in una nota la Commissione Antimafia. I nominativi emersi dalla verifica sono pertanto 16.

«È finito un incubo». Biagio Iacolare, vicepresidente uscente del Consiglio regionale della Campania, ricandidato nelle liste dell’Udc, commenta così la sua cancellazione dalla lista della commissione Antimafia dei cosiddetti «impresentabili» dove era stato inserito per errore.