The Honourable Woman è Homeland al cubo

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The Honourable Woman è una serie tv britannica prodotta da BBC: è stata trasmessa la scorsa estate nel Regno Unito e negli Stati Uniti ed è una bomba. È Homeland ma senza le assurde acrobazie e le povertà di idee delle ultime stagioni; è House of Cards ma senza un protagonista fichissimo i cui avversari sono uno più stupido e banale dell’altro. Ci sono le spie, ci sono i politici, c’è la diplomazia, c’è la geopolitica; non ci sono i cliché che abbiamo visto mille volte nelle serie su questi temi. The Honourable Woman parla di una questione attualissima rinunciando a semplificarla, e riuscendo anzi a dare un’idea della sua enorme complessità: soprattutto di quella umana, oltre che di quella politica. Più di una volta si smette di respirare dalla tensione. Non c’è una sola donna che faccia un canonico ruolo “da donna”. Ci sono almeno due attori formidabili, Maggie Gyllenhaal e Stephen Rea. Sono in tutto otto episodi. Il 17 febbraio comincia anche in Italia, su Sky Atlantic. Vale la pena.

I tre paradossi su Romano Prodi

Come è ormai notoe com’era persino prevedibile, anche se non scontato – il Partito Democratico ha deciso di votare scheda bianca alle prime tre votazioni del nuovo presidente della Repubblica, per evitare che il quorum molto alto richiesto dai primi scrutini possa mettere in difficoltà un eventuale candidato e quindi chi lo propone. Questo genererà una situazione piuttosto singolare.

Nei primi tre scrutini, quelli in cui tutti sanno che non ci sono i numeri per eleggere nessuno, un pezzo del PD più SEL più forse il M5S più sicuramente un pezzo di Forza Italia e della Lega – quando c’è da far casino e sabotare non si tirano indietro mai – voteranno probabilmente un candidato comune, Romano Prodi, tutti sostanzialmente con un legittimo obiettivo politico comune di fondo: fregare Renzi e il PD. Dal quarto scrutinio, un pezzo del PD più NCD più un pezzo di Forza Italia voteranno un candidato comune – di cui non sappiamo ancora il nome – con un altrettanto legittimo obiettivo politico comune di fondo, opposto: tenere in piedi la legislatura di Renzi e il PD.

Primo paradosso, quindi: non ci saranno un candidato votato “della sinistra” contro uno votato “dalla destra e dalla sinistra”, bensì due candidati votati “dalla destra e dalla sinistra”. Secondo paradosso: a Romano Prodi basteranno 350 voti nei primi scrutini – quelli in cui ne servono 672! – per considerarsi in ballo e preoccupare molto Renzi, mentre al candidato di Renzi per restare vivo – cioè vincere, non ci sono altre strade – serviranno necessariamente molti più voti (505 almeno) dal quarto scrutinio in poi, cioè da quando ce ne vogliono meno. Terzo paradosso: il presidente fondatore e ispiratore del PD rischia di ritrovarsi usato da un pezzo del PD, unito agli avversari del PD, allo scopo di fottere il PD.

American Sniper è un torto alle storie

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La storia pazzesca di Chris Kyle, il soldato di American Sniper, l’avevo letta sul New Yorker nel giugno del 2013; poi l’avevamo raccontata sul Post, descrivendola appunto come “una storia da film”: ora il film l’hanno fatto, è uscito ed è un’occasione persa.

Se non avete visto il film o se non conoscete la storia di Chris Kyle,
da qui in poi ci sono spoiler.

Al contrario di quello che racconta American Sniper, la storia di Chris Kyle non è la storia di Topolino: è la storia di un uomo con qualità militari formidabili e un carisma fuori dal comune che ha passato tre anni in guerra a fare cose dell’altro mondo che lo hanno distrutto. Avete presente quelle storie in cui non si capisce fino in fondo chi sono i buoni e chi sono i cattivi, in cui il protagonista non è un eroe-senza-macchia ma un essere umano? Quella è la storia di Chris Kyle. Per questo il primo trailer di American Sniper prometteva così bene: perché descriveva il tipo di irrisolvibile dilemma morale a cui è sottoposto un cecchino in guerra, e lasciava immaginare che tipo di conseguenze potesse avere su un essere umano passare tre anni così.

Chris Kyle non era uno che tornato dalla guerra sistemò tutti i suoi problemi con una visita di 7 secondi dallo psichiatra. E i suoi problemi non erano semplicemente aver paura dei rumori improvvisi: una notte nel sonno stava per spezzare il braccio a sua moglie, per dirne una. Beveva, per dirne un’altra. Era stato arrestato diverse volte, tornato dall’Iraq: una volta per aver sfondato il recinto di una casa in macchina, ubriaco; una volta per aver menato un tipo che aveva dato uno schiaffo a una donna in un locale; un’altra volta per aver fatto a botte in un bar. Diceva di essere andato a New Orleans durante Katrina e di aver sparato a quelli che saccheggiavano le case abbandonate. Diceva di aver ammazzato due che volevano rubargli il pick-up. Diceva in generale parecchie balle, per una di queste la sua famiglia deve un sacco di soldi a un ex politico. Queste balle stanno nell’autobiografia di Kyle, da cui è tratto American Sniper: un libro vendutissimo che è un pezzo della storia di Chris Kyle, ma non la storia di Chris Kyle. Anche il modo in cui Kyle riuscì a un certo punto a raddrizzarsi la vita dando una mano ai veterani in difficoltà come lui era un pezzo della storia; anche la vita complicata di Eddie Routh, il ragazzo che lo ha ucciso, era un pezzo della storia.

Il problema non è che “Clint Eastwood ha fatto un film di propaganda militarista“, come sostengono alcuni; e la risposta non è semplicemente che “Clint Eastwood ha solo raccontato una storia”. La storia di Kyle era un’altra. Il problema non è nemmeno che il film non sia fedele alla vera storia, non è che American Sniper dovesse essere un documentario: ma prendere la storia di Chris Kyle e raccontarla così è un torto alle storie in generale. Qui ce n’era una, gigantesca, complicata e piena di sfumature, ma non è stata raccontata.

Come uscire vivi dal voto sul Quirinale

Facciamo che siamo Renzi (ci abbiamo già provato una volta, a rileggerla adesso non è andata malissimo). Tra dieci giorni il Parlamento si riunirà per eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Se sei Renzi, a questo giro ti giochi molto: non tutto, ma è una di quelle circostanze in cui se si mette proprio male può finire anche che ti giochi tutto. L’ultima volta che abbiamo provato a eleggere un presidente della Repubblica è stato un disastro tale da umiliare il più grande partito del paese, costringere il suo segretario alle dimissioni e il presidente della Repubblica uscente a fare quello che nessun altro prima di lui aveva fatto nella storia della Repubblica. Il Parlamento che si riunirà tra dieci giorni per eleggere il nuovo presidente della Repubblica è lo stesso di allora. Se avessimo il privilegio di occuparci di questa vicenda da osservatori esterni, senza le concretissime ansie legate al nostro concretissimo futuro, sarebbe un romanzo politico appassionante: un film.

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Un gran discorso di Mario Cuomo, smontato

Chi vuole sapere chi era Mario Cuomo, il leggendario politico americano che è morto stanotte, può leggere un sacco di cose: le cose essenziali sono nell’articolo del Washington Post che sul Post abbiamo tradotto in italiano. Ma agli appassionati di discorsi politici, retorica e arte oratoria io consiglio di impiegare meno di otto minuti del loro tempo per guardare questa sintesi del discorso più famoso di Mario Cuomo, quello che tenne alla convention dei democratici nel 1984.

Questo discorso è stato considerato quasi un discorso fondativo per la sinistra americana degli ultimi trent’anni, per come ha affrontato e centrato il tema delle diseguaglianze economiche: e di questo si legge molto sui giornali americani di oggi, specie per come quei temi sono tornati attuali con la crisi economica, i movimenti di Occupy, la rielezione di Obama nel 2012; ma questo discorso è considerato un caposaldo anche dal punto di vista tecnico, proprio in quanto discorso, ed è effettivamente retoricamente eccezionale. Il testo integrale si può leggere qui.

Intanto è – salvo alcuni incisi – un discorso centrato su un tema preciso, che evidentemente si considera essere il tema su cui far girare l’intera campagna elettorale: le diseguaglianze. Non c’è nessuna lunga prolusione e soprattutto non c’è la struttura circolare a cui siamo abituati: quella per cui ogni discorso, anche quello che annuncia l’elezione del nuovo segretario di circolo, debba partire dalla crisi dei mutui sub-prime e dalla situazione mediorientale per poi andare a stringere fino ad arrivare alla Garbatella (true story).

Poi: la sintesi del discorso nel video sopra ne raccoglie i passaggi più importanti e praticamente è tutto l’inizio del discorso. Questo per un fatto banale nella sua semplicità, e cioè che l’inizio del discorso è il momento in cui le persone sono più attente e perché l’attenzione di qualsiasi essere umano dopo 20 minuti inizia a scendere. Un buon discorso è il più delle volte un discorso che affronta da più lati e in più modi quasi esclusivamente una sola grande questione e che arriva subito al sodo, alla sua parte migliore, per poi elaborare concetti e argomenti nella parte centrale e riprendere di nuovo il succo nella sua conclusione. Un discorso che annuncia quello che deve annunciare dopo 15 minuti, se non addirittura nella conclusione, è un discorso che poteva essere molto più efficace.

Altra cosa. Il discorso è scritto così bene e Cuomo è così bravo a pronunciarlo che non ha bisogno di ricorrere a uno dei trucchi più usati e abusati dagli oratori per creare pathos e riconquistare o mantenere l’attenzione del pubblico, o per chiamare un applauso: alzare il tono della voce. È una scena che avete presente tutti, immagino: il politico che senza nessun motivo particolare durante un discorso si infervora, diventa paonazzo in volto e inizia a urlare. Nella politica americana il simbolo di questo tipo di discorso è quello che fece Howard Dean su un palco dopo essere arrivato terzo nelle primarie in Iowa. Questo minuto nella politica americana è rimasto famoso come “Dean’s scream” – l’urlo di Dean – ed è considerato una delle ragioni per cui la sua candidatura precipitò di lì a poco.

Un esempio italiano: dal minuto 5:30 e poi dal minuto 6:30 ma soprattutto dal minuto 7:45.

Ora riascoltate il tono di Cuomo, anche nella conclusione. Oppure riascoltate uno dei discorsi più famosi della storia mentre viene pronunciato con la voce più calma e pacata possibile. Se Martin Luther King può parlare di diritti civili e schiavitù e dire “I have a dream” senza urlare, perché non può farlo Epifani mentre parla del governo Letta?

Se un discorso è ben scritto e ben pronunciato, non serve urlare o diventare paonazzi per mantenere l’attenzione del pubblico o emozionarlo o chiamare un applauso. Come insegna tra gli altri proprio “I have a dream”, uno dei metodi migliori per far funzionare un discorso è scriverlo come fosse una canzone: mettere le parole una accanto all’altra facendo attenzione al loro suono, al loro ritmo, e pronunciarle facendo attenzione al loro suono, al loro ritmo. Ascoltate di nuovo il video di Martin Luther King mettendo play al minuto 1:45: non sembra che stia cantando?

Queste sono alcune delle frasi del discorso di Cuomo: fate attenzione ai suoni che si assomigliano, ci sono quasi delle rime. Guardando il video noterete anche le pause, mai casuali.

There are elderly people who tremble in the basements of the houses there. And there are people who sleep in the city streets, in the gutter, where the glitter doesn’t show.

There is despair, Mr. President, in the faces that you don’t see, in the places that you don’t visit in your shining city.

Maybe, maybe, Mr. President, if you visited some more places; maybe if you went to Appalachia where some people still live in sheds; maybe if you went to Lackawanna where thousands of unemployed steel workers wonder why we subsidized foreign steel. Maybe — Maybe, Mr. President, if you stopped in at a shelter in Chicago and spoke to the homeless there; maybe, Mr. President, if you asked a woman who had been denied the help she needed to feed her children because you said you needed the money for a tax break for a millionaire or for a missile we couldn’t afford to use.

That struggle to live with dignity is the real story of the shining city.

Now, it will happen. It will happen if we make it happen; if you and I make it happen.

La penuria di buoni discorsi nella politica italiana – ci sono eh, ci sono: ma sono rari – non è solo una questione estetica, una cosa da nerd della politica: è il sintomo di qualcosa di più grande.

Avete presente il discorso di Pierluigi Bersani all’ultima assemblea del Pd? Vi ricordate che cosa disse Susanna Camusso allo sciopero generale di un anno fa? E Silvio Berlusconi nel suo ultimo discorso da presidente del Consiglio? Ve lo dico io: no che non ve lo ricordate. E questo perché la classe dirigente italiana, benché ami apparire in pubblico, ha un grosso problema con i discorsi.

Si dirà, vista l’aria che tira, che non è un grave problema: che gli italiani sono stanchi di parole, prediche e sermoni e preferirebbero sentire meno discorsi e vedere più azioni, più riforme. L’argomento è malposto, e non solo perché di riforme in questi anni in Italia ne sono state approvate decine, quasi tutte inefficaci, incomplete o tra loro incoerenti, come spiega Marco Simoni nel suo bel libro Senza alibi (Marsilio, 2012). Paradossalmente infatti, proprio vista l’aria che tira, gli italiani avrebbero bisogno di più discorsi politici. Discorsi politici veri, però, alti: concisi, retorici il giusto, intellettualmente onesti, ricchi di argomenti e dati a sostegno della loro tesi. Anglosassoni, il più possibile.

Un buon discorso politico, infatti, migliora la società: arricchisce di informazioni l’elettorato, gli chiarisce le idee, lo aiuta a farsi un’opinione informata, educa al confronto dialettico civile. Un discorso ben scritto e ben esposto può cambiare la carriera di un politico e la sorte di un movimento. Può essere un mezzo straordinariamente efficace per influenzare il dibattito pubblico e l’agenda politica, per creare consenso attorno a un tema o a se stessi, per generare attenzione duratura da parte dei mezzi di comunicazione, per stimolare la raccolta di fondi a favore di una campagna.

Due tra le persone più potenti del mondo, Barack Obama e David Cameron, hanno cambiato la loro carriera politica grazie a un discorso, passando in pochi anni da essere dei politici semi-sconosciuti a essere leader dei propri Paesi. Ronald Reagan nel 1964 fece un discorso a cui ancora oggi negli Stati Uniti si fa riferimento come a “The Speech”, “Il Discorso”: tre anni dopo si ritrovò governatore della California, il resto lo sapete. Quasi non c’è presidente americano del Novecento di cui non ci si ricordi una frase. Dei politici italiani degli ultimi vent’anni, invece, fuori dalla nicchia degli addetti ai lavori ci si ricorda pochissimi discorsi. Quello di Berlusconi nel 1994, l’Italia-è-il-paese-che-amo, peraltro registrato. Il discorso di Veltroni al Lingotto nel 2007. Stop.

Di norma la classe dirigente italiana preferisce occasioni meno solenni e impegnative per rivolgersi agli elettori, meglio se mediate dai giornalisti: interviste, conferenze stampa, ospitate in tv, convegni con più ospiti. Nelle occasioni potenzialmente solenni – una manifestazione di piazza, un congresso di partito – i politici italiani si limitano al compitino: un lunghissimo sermone dall’invariabile struttura circolare (si parte sempre dalla situazione internazionale, fateci caso, anche per parlare dello sciopero dei tram), qualche slogan, attenzione maniacale a toccare tutti i temi possibili per non deludere nessuno. Persino nelle occasioni obbligatoriamente solenni, come in Parlamento, il politico italiano medio semplicemente non è all’altezza: legge male discorsi fatti per lo più di banalità retoriche e battute da due soldi, spesso pieni di errori grammaticali.

Esiste poi, soprattutto a sinistra, una qualche resistenza rispetto all’idea di farsi aiutare da professionisti. Che non vuol dire farsi scrivere un discorso da un’agenzia pubblicitaria sulla base dei risultati dei sondaggi ma ricorrere all’aiuto di persone competenti per mettere per iscritto i concetti nel modo più efficace possibile, trovando le metafore giuste, le pause giuste, le parole giuste. Siamo arrivati quindi a quello che forse, in fondo, è l’ostacolo fondamentale, il punto ineludibile, banale come sono solo certe cose vere: per essere in grado di fare un bel discorso, uno di quelli che passano alla Storia, bisogna avere qualcosa di importante da dire.

P. S. : Un’ultima cosa, di nuovo su Cuomo: era figlio di immigrati italiani arrivati da Salerno. Un immigrato di seconda generazione, tecnicamente. E divenne un leader politico nazionale e un potenziale presidente degli Stati Uniti. Immaginate un politico italiano figlio di tunisini e con nome tunisino che arringhi le folle parlando di “noi italiani”. Ecco: tra tante cose che non vanno, questo è un pezzo della grandezza dell’America.

Buon Natale

Per l’ottavo anno con lo stesso video: i riti sono importanti.

Il video viene da Studio 60 on the Sunset Strip, una fantastica serie tv scritta da Aaron Sorkin e andata in onda per una sola stagione tra il 2006 e il 2007. La canzone che sentite è O Holy Night, un classico, per me è il più bel canto di Natale che ci sia e questa è la miglior versione che ci sia. La suonano Troy Andrews (cioè Trombone Shorty) e un’orchestra di musicisti di New Orleans, a poco più di un anno dal devastante passaggio dell’uragano Katrina sulla Louisiana. In mezzo c’è una dichiarazione d’amore che fa diventare piccolissima la gran parte delle dichiarazioni d’amore che abbiate mai visto (ma aver visto la serie aiuta a capire il contesto, in questo senso). Auguri.

10 cose che ho pensato quando ho visto Cuba

Quando mercoledì scorso Barack Obama e Raul Castro hanno annunciato la storica svolta nei rapporti tra Stati Uniti e Cuba, una parte di me ha pensato: peccato esserselo perso per così poco. Sono stato a Cuba un anno fa: un anno non è una settimana, certo, ma in confronto ai tempi della Storia è una cosa da niente, una bazzecola. Forse i miei figli un giorno studieranno la svolta del 2014 e mi chiederanno: quand’è che sei stato tu a Cuba, proprio nel 2014? E io: no, nel 2013. “Ah, ok”. Certo, potrò dire di aver visto l’Avana poco prima di un cambiamento storico, ma queste cose comunque non cambiano dall’oggi al domani: per dire, il regime di Cuba ha annunciato un anno fa la fine della doppia moneta e la doppia moneta è ancora lì. Sarebbe stato bello proprio essere lì adesso, in questi giorni, per parlare con le persone e sentire un po’ l’atmosfera.

Comunque. Ho un amico molto caro e molto comunista che ha visto tanti posti del mondo ma non Cuba, e quando sono tornato mi ha chiesto impressioni e pareri sapendo che io sono molto non comunista. Complice il fatto che a Cuba tra le altre cose ho preso la dengue (niente di grave eh, tranquilli) gli scrissi una lunga email da una camera dell’ospedale Niguarda di Milano, quando la febbre era scesa e non avevo veramente nulla da fare. Oggi che la situazione di Cuba è tornata improvvisamente attuale, la pubblico di seguito con qualche minima variazione. Lo so che Cuba è una di quelle cose di cui allo stesso tempo non si può discutere e di cui si discute da decenni senza arrivare da nessuna parte, lo so che è un simbolo e tutto quanto. Lo so che sono stato poco e ho visto poco, è sempre poco; ma ne ho anche letto molto, prima e dopo. In ogni caso questa non è una voce enciclopedica su Cuba, non è un editoriale, non è un articolo, non è un’analisi di un centro studi. Sono le cose parziali e incomplete che io ho pensato quando sono andato a Cuba e che ho messo in un’email per un amico – e ora in un post sul mio blog.

Premessa uno: io sono molto non comunista ma penso che la storia della rivoluzione cubana – parlo proprio della lotta contro Batista e della sua deposizione – sia una magnifica storia popolare di liberazione, una roba da farci romanzi, film, quadri, di tutto. Premessa due: ho visto soprattutto la parte dell’isola che versa nelle condizioni migliori, la parte meno arretrata. Premessa tre: Cuba va ovviamente valutata nel suo contesto. Non ha senso paragonare i servizi, i pregi e difetti dell’Avana con quelli delle grandi città europee (siamo lontani anni luce, per la cronaca) ma semmai con quelli dell’Uruguay, del Venezuela, del Messico, di Haiti. Premessa quattro: queste mie impressioni non sono esaustive e non sono una guida turistica. Non ho scritto che il mare è quello favoloso dei Caraibi, che i cubani sono chiacchieroni e amichevoli, che il tempo è quasi sempre spettacolarmente bello, che la natura è incredibile. Sono alcune cose che ho pensato, sparse, scritte a un amico.

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La cosa più intelligente che ci sia oggi in tv

Si chiama Black Mirror. Qualcuno forse se lo ricorda, ne scrissi qui quasi due anni fa. Qualcuno sicuramente nel frattempo lo ha visto, un po’ perché Sky è stata brava abbastanza da comprarlo e trasmetterlo in Italia, un po’ perché è una cosa di cui è impossibile non discutere con amici, coniugi e colleghi dopo che la si è vista. È una serie tv inglese scritta e prodotta da Charlie Brooker, ma non è una normale serie tv: la prima stagione è composta da tre episodi, la seconda da altri tre, e sono tutti slegati uno dall’altro. Ognuno è un piccolo film, attori diversi, contesti diversi, persino epoche diverse. In attesa della terza stagione, Channel 4 ha trasmesso pochi giorni fa una puntata speciale che in una sola ora ha dentro più idee di quante ne abbiano decine e decine di serie intere messe insieme. È indubbiamente la cosa più intelligente che ci sia in tv in questi anni. E per quanto sembri una serie sul futuro, è una serie sul presente.

Un diario sul tennis – 1

Il momento di maggior divertimento e minor autostima della settimana

Una foto pubblicata da Francesco Costa (@francescocosta21) in data:

Due mesi fa ho cominciato a giocare a tennis. Giocare e tennis per adesso sono parole grosse, ma ci siamo capiti. Volevo farlo da tempo ma probabilmente non mi sarei mai dato una mossa se a un certo punto la persona migliore che c’è non mi avesse regalato una racchetta e un corso. Mi piace molto. Vorrei farlo più spesso invece che una sola volta la settimana e ogni volta che mi alleno mi vengono dei pensieri nuovi: ho deciso di scriverli qui, senza nessuna particolare frequenza. Un po’ perché ho pensato che potrei avere voglia di rileggerli in futuro, un po’ perché mi incuriosisce da tempo l’idea di scrivere una specie di diario: sui fatti miei non lo farei, almeno non qui, ma sul tennis sì. Poi sono sempre fatti miei ma cercherò di non fregarmi da solo.

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Vado al corso di tennis con un amico, ci siamo iscritti insieme. Anche lui come me non aveva mai toccato una racchetta prima. La lezione di prova serviva soprattutto ai maestri per dividere il gruppone dei nuovi iscritti secondo il rispettivo punto di partenza. C’era chi aveva già giocato e poi aveva smesso, chi non aveva mai smesso e aveva solo cambiato circolo, chi era bravino e chi era più che bravino. Il nostro punto di partenza era zero, non è che servisse provare, ma il capo dei maestri ci ha detto: “provate a palleggiare, magari uno di voi è un fenomeno”. Ora, chiunque segua lo sport, uno sport, almeno una volta nella vita ha sognato di essere un fenomeno. Come sarebbe segnare un gol ai Mondiali? Vincere una medaglia alle Olimpiadi? Rotolarsi sulla terra del Roland Garros? Eccetera. Io a volte penso a un’altra cosa, collegata a questa: e se il più grande pilota di Formula 1 di sempre non ha mai guidato una Formula 1? E se il più grande violinista del mondo non sa cos’è un violino? Ovviamente non funziona così, non è che prendi la racchetta in mano e scopri di essere un fenomeno: sì, serve una dotazione genetica speciale, che già è una cosa rarissima, ma soprattutto serve fare la stessa cosa per almeno 10.000 ore. Poi forse possiamo parlarne. Ma ecco, tu non hai MAI toccato una racchetta da tennis e lì c’è il maestro di tennis che te lo dice: “prova, magari sei un fenomeno”. E tu pensi: provo, magari sono un fenomeno.

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Ovviamente lo scambio di 10 minuti tra me e il mio amico è stata una cosa tipo Benny Hill Show. Decisamente non siamo fenomeni. Poi ho pensato: se scopri a trent’anni di essere un fenomeno a tennis non è una bella notizia, è un dramma. Che è un po’ come la volpe e l’uva però è vero. Diciamo che sarebbe stato bello essere bravini.

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Era da tempo che per un’ora qualcuno non mi dava un comando tutto sommato così semplice: colpisci la pallina. Certo, non devi colpirla a caso. Però passo le giornate della settimana a lavorare con la testa, quasi immobile non fosse per le dita, e il venerdì sera invece mi viene detto: corri e colpisci la pallina. Uno potrebbe pensare: è rilassante, stacchi la spina. Invece non è una cosa che fai per sgombrare la mente, non è come andare a correre. È una cosa che richiede l’attenzione e la concentrazione di quando lavori, solo impiegata in un modo che non potrebbe essere più diverso. Forse a un certo punto diventerà tutto più immediato e naturale, ma per il momento prima di ogni colpo ho bisogno di pensare a tutto: il tempo di arrivo sulla palla, l’impugnatura giusta da mantenere, la rotazione del braccio, l’inclinazione del polso. Mi capita di concentrarmi troppo su una di queste cose e quindi fare male le altre. Poi mi concentro su una delle altre e faccio di nuovo male la prima.

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Io sono mediamente allenato da un punto di vista fisico: vado in palestra, corro, ho giocato per anni a pallavolo, a un certo punto ho fatto persino l’arbitro di calcio. Di recente ho fatto anche qualche lezione di spinning, per vedere com’era, e sono sopravvissuto senza problemi anche alla sessione massacrante. Il tennis però è una fatica diversa, fatta solo di scatti e arresti improvvisi, che non avevo mai sperimentato. E in fondo per me è solo un’ora, spesso passata a provare e riprovare singoli colpi: prima solo il dritto, poi solo il rovescio, poi solo il servizio. I giocatori veri, non solo i mostri, passano tre o quattro o cinque ore a correre da una parte all’altra del campo. Sarà banale ma la prima cosa che ti chiedi è come diavolo fanno. All’inizio è faticoso anche raccogliere le palle da terra tra un esercizio e l’altro. Anche perché sono tipo trenta, quaranta palle a testa ogni volta, sparpagliate un po’ ovunque: e vuoi fare in fretta perché non vuoi togliere tempo alla lezione. Il mio amico dice che vuole inventare un aggeggio per raccoglierle più velocemente e senza spezzarsi la schiena. Esiste già, gli ho detto, ma lui dice che il suo sarebbe meglio. Lui è uno sveglio e io non lo escluderei.

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Una volta sono andato a lezione di tennis il giorno dopo aver fatto spinning. A metà lezione non mi riusciva più niente. Non era una questione fisica, non è che boccheggiassi col fiatone: però non ero più concentrato, sbagliavo le cose facili. La prima cosa che la stanchezza fisica aveva intaccato, prima che il fisico, era la lucidità mentale. Un’altra di quelle cose che dicono nelle telecronache.

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Una cosa che ho imparato: a tennis, almeno per me, il modo migliore per fare una cosa è il modo più innaturale. Se hai una racchetta in mano e vuoi colpire una pallina, c’è un modo istintivo per farlo, un modo naturale: ed è il modo per sbagliare. Il maestro allora ti spiega come devi mettere le gambe, come devi muovere le spalle, cosa devi fare con l’avambraccio, col polso, eccetera, ed è un disastro. Ti sembra di fare una cosa contro natura, di essere sgraziato e legnoso come Pinocchio. Poi a un certo punto il colpo ti riesce una, due, tre volte, e capisci che il modo migliore per fare quella cosa – colpire la pallina – era effettivamente il più complicato. Forse vale solo per me, però, perché anche questa è una cosa con cui sono fissato. L’unica strada breve è quella lunga.

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Ogni tanto mi riesce un bel servizio – bello per il mio livello rudimentale, eh, però bello. Forse è perché ho giocato tanto a pallavolo e mi è rimasto un po’ di occhio sul lancio della palla. Però in generale uso troppo il polso e anche questo forse si deve al fatto che ho giocato tanti anni a pallavolo.

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Usciti da una lezione, tornando a casa, mentre parlavamo il mio amico mi ha detto: «Dai non deprimiamoci, dimmi una cosa bella». Stavamo parlando di due cose diverse contemporaneamente, in quel momento lui si riferiva alla politica mentre io pensavo che stesse parlando dei nostri piccoli progressi a tennis. Quindi gli ho detto: «Tra sei mesi ci facciamo una partita di tennis». Lui si aspettava qualcosa su Beppe Grillo e quindi ha fatto una faccia strana.

Cose che catipano quando fai un giornale

Per uno di quei guai di fretta, caso, distrazione e coincidenze che chiunque abbia lavorato in un giornale conosce bene, ieri è capitato disgraziatamente che il Post avesse per circa cinque ore un refuso nel titolo di apertura della sua homepage.

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Sono cose molto antipatiche, di quelle che fanno dire un sacco di parolacce quando te ne accorgi, per quanto siano tutto sommato minuscole rispetto agli errori che può fare un giornale. Sono anche errori che sfuggono facilmente nella frenesia con cui si lavora a un giornale, specie online (“espluso”, tra l’altro, è un refuso comunissimo). Internazionale è sicuramente la rivista italiana più attenta alla scrittura e ai refusi, eppure anche lì ogni tanto qualche refuso scappa; al Post abbiamo un formidabile correttore di refusi ma ogni tanto anche lui mangia, dorme o fa cose diverse da leggere e scandagliare il Post. In questo caso particolare per una serie di circostanze e coincidenze il refuso è rimasto lì, mentre la redazione continuava a lavorare. Quando ce ne siamo accorti – un amico del Post ha mandato un SMS notturno allarmato, “occhio al titolo di apertura!” – il giornalista che è andato a metterci una pezza non lo ha trovato subito. A volte coi refusi succede questa cosa: sono invisibili. Ha a che fare col modo in cui leggiamo. Io ne so qualcosa.

Quando lavoravo all’Unità, per quanto mi occupassi soprattutto del sito, a un certo punto toccò anche a me “fare la notte”: che vuol dire fare quel turno per cui si segue il giornale di carta finché non va in stampa. Si rilegge tutto in cerca di imprecisioni e refusi, si mettono toppe dove servono, si chiudono le pagine, si stampano le pagine, si rileggono di nuovo e si mandano in tipografia. Se poi arriva una notizia, si fa la cosiddetta ribattuta: si smonta un pezzo di giornale e lo si rimonta, durante la stampa. Per le notizie grosse si fa con la prima pagina, che è una cosa piuttosto acrobatica per la delicatezza e allo stesso tempo la rapidità richiesta. Questo è il motivo per cui a volte due città diverse hanno due prime pagine leggermente diverse dello stesso giornale, per esempio: perché a un certo punto in redazione hanno cambiato la prima pagina ma alcune copie erano già partite – quelle che vanno più lontane dai centri stampa e dalle grandi città, di solito.

Insomma a un certo punto toccò a me fare la notte, per la prima volta, e in redazione c’era un po’ un clima affettuoso da rito iniziatorio: i colleghi più esperti mi spiegarono cosa avrei dovuto fare e mi diedero una mano. Non arrivarono grosse notizie dopo la chiusura del giornale, non fu necessario fare nessuna ribattuta, insomma andò tutto liscio, così almeno pensavo: intorno alle 2 del mattino uscii dalla redazione e tornai a casa. La mattina dopo arrivai in redazione tutto allegro ma la faccia del primo collega che incrociai mi fece capire che qualcosa era andato storto. C’era un refuso. C’era un refuso nelle pagine che avevo letto e riletto. Peggio: c’era un refuso in prima pagina. Io mi ricoprii di insulti, immagino che qualcuno si arrabbiò molto ma furono tutti così ammirevolmente bravi e buoni da non farlo notare e alleggerire simpaticamente. Non ve lo dico dov’è, il refuso: trovatevelo da soli, io ancora mi maledico.

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