IlPost

Hai cercato: biden (66 risultati)

Qualcosa si muove sul fronte Biden

Ho scritto e inviato un’edizione speciale della newsletter americana – che di solito arriva il sabato – per parlare un po’ della potenziale candidatura di Joe Biden e rispondere a un po’ di domande che avevo ricevuto. La prima parte, quella che riguarda Biden, è quella che segue; la seconda l’hanno ricevuta solo gli iscritti. Ci iscrive qui, gratis.

–440 giorni alle elezioni statunitensi
–159 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

presidential seal

Quindi Joe Biden si candida? In questa edizione speciale della newsletter la risposta a questa domanda non c’è. Ma nel giro di pochi giorni la stampa statunitense ha tirato fuori una serie di notizie e retroscena affidabili che hanno dato nuova credibilità non solo all’ipotesi che Joe Biden ci stia pensando – quello possiamo darlo ormai per scontato – ma anche che questa possibilità stia diventando ogni giorno più seria e concreta. Ho pensato che valesse la pena fare un punto della situazione, perché una candidatura di Biden cambierebbe radicalmente le primarie dei Democratici per come le abbiamo immaginate fin qui.

Domenica Biden ha avuto un incontro riservato con Elizabeth Warren, influente e popolare senatrice di sinistra del Massachusetts che molti per mesi hanno considerato una potenziale sfidante di Hillary Clinton. Sempre domenica il Wall Street Journal – che normalmente su queste cose è affidabile – ha scritto che Biden si sta convincendo a candidarsi, secondo persone a lui vicine. Lunedì l’ufficio di Biden ha annunciato la nomina di una nuova responsabile della comunicazione, si chiama Kate Bedingfeld ed è una funzionaria con esperienza elettorale: era la portavoce di John Edwards ai tempi delle primarie del 2008.

Sempre lunedì il comitato politico che propone la candidatura di Biden – ufficialmente senza il suo consenso – ha inviato un documento di due pagine ai dirigenti del Partito Democratico per spiegare il senso dell’eventuale operazione. In serata poi la CNN – che è meno affidabile del Wall Street Journal ma resta la CNN – ha pubblicato un retroscena secondo cui Obama avrebbe dato a Biden una specie di amichevole via libera: non un’autorizzazione a candidarsi né la promessa di un sostegno formale che non potrebbe arrivare, quanto l’impegno a non mettersi in mezzo e non chiedergli di ritirarsi. Martedì il Washington Post e Politico hanno scritto che un gruppo di importanti finanziatori del Partito Democratico è stato invitato a una riunione con Biden che si terrà a settembre.

Questi sono i fatti. Aggiungiamoci qualche informazione di contesto. Il primo dibattito televisivo tra i candidati Democratici si terrà il 13 ottobre. Il 9 e il 10 novembre scadono invece i termini per presentare formalmente le candidature alle primarie dell’Arkansas e del Texas; nelle settimane a seguire scadono di Florida, Illinois, Michigan, North Carolina e Virginia. Lo staff di Biden dice che il vicepresidente prenderà una decisione finale entro la fine dell’estate: qualche settimana fa dicevano che avrebbe deciso entro i primi giorni di settembre. Teoricamente potrebbero prendersi ancora qualche settimana. Sempre più teoricamente, potrebbero anche aspettare il 2016, guardare cosa succede nei primi stati in cui si vota – Iowa, New Hampshire, Nevada e South Carolina – e fare un passo avanti in caso di catastrofe di Hillary Clinton (solo in caso di catastrofe di Hillary Clinton). Sarebbe tardi per candidarsi a moltissime primarie importanti, ma Biden potrebbe comunque ottenere un buon numero di delegati e cercare di farsi dare la candidatura alla convention. In ogni caso qui davvero siamo alla fantapolitica.

Pausa!
Tutto il mostruoso talento oratorio di Biden in un video da 4 minuti. Questo è un pezzetto di una conferenza stampa del 2010. I giornalisti gli chiedono cosa pensa del fatto che il capo della compagnia petrolifera BP si sia lamentato dei troppi soldi chiesti dal governo per risarcire i danni causati dalla grossa perdita nel Golfo del Messico. Biden forse si aspetta la domanda ma comunque va a braccio. In quattro minuti passa da un registro comico perfetto al tono serio da vicepresidente, poi ci mette un accento minaccioso e un po’ di cose da uomo-del-popolo: il tutto mantenendo perfettamente il controllo, senza mai fare quello che “si sfoga”. Il video su YouTube ha i sottotitoli in inglese.

Dicevamo della candidatura
Ho scritto qualche tempo fa di quale potrebbe essere la strategia di Biden nel caso dovesse candidarsi, quindi su questo non mi dilungo: punterebbe soprattutto sull’affidabilità, sull’autenticità e sul carattere. Almeno un pezzo dell’establishment dei Democratici – anche quelli che oggi stanno con Clinton – passerebbe dalla sua parte, e così anche un po’ di finanziatori. L’altissima popolarità di Clinton all’interno del partito e l’enorme vantaggio economico e organizzativo che ha accumulato fin qui fanno pensare però che – qualora Biden si candidasse – davvero solo un colpo di scena potrebbe dargli una strada plausibile verso la vittoria. Per quanto clamorosa, nemmeno una vittoria di Sanders in Iowa e in New Hampshire sarebbe secondo me quel colpo di scena: sono due stati dall’elettorato particolare – abitanti quasi solo bianchi – e poco dopo si vota in Nevada e in South Carolina, demograficamente più simili al resto del paese, dove Clinton oggi ha un vantaggio abissale. Inoltre Biden è un responsabile uomo di partito, non è un fuori di testa: non sfiderebbe Clinton se pensasse di non poterla battere ma soltanto indebolirla. Il colpo di scena determinante potrebbe essere l’apertura di un’indagine dell’FBI su Clinton per la storia delle email, ma oggi quello scenario è considerato molto improbabile.

Essere Joe Biden

Bella galleria fotografica di Newsweek su Joe Biden, che sembra si stia parecchio divertendo a fare il vicepresidente. Io lo dico da quell’estate lì, che è una delle persone più fortunate del mondo.

–332 giorni alle elezioni statunitensi

–332 giorni alle elezioni statunitensi
–51 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

presidential seal

Ci sono un sacco di cose da dire questa settimana, quindi mettetevi comodi.
Alla fine c’è pure una lista di regali natalizi possibili per appassionati di politica americana.

Prima gli attentati di Parigi, poi la sparatoria di San Bernardino in California, che oggi possiamo definire con certezza un attentato terroristico opera di due estremisti islamici: nel giro di un mese il tono della campagna elettorale americana ha avuto una svolta di 180 gradi.

Dopo cinque mesi a parlare quasi esclusivamente di reddito minimo, tasse e classe media, cominciano a circolare sondaggi secondo cui la priorità numero uno per gli elettori statunitensi è la sicurezza e la lotta al terrorismo. È uno scossone che può cambiare moltissime cose che fin qui abbiamo dato per scontate, dovesse confermarsi nel tempo: e non è detto, naturalmente, perché così come la situazione è cambiata repentinamente nell’ultimo mese, può cambiare di nuovo. Ma tenetelo presente, ecco.

Donald Trump ha approfittato del nuovo clima per rivitalizzare la sua campagna elettorale, che stava mostrando qualche scricchiolio, e ha fatto la sua proposta più estrema e scioccante fin qui: vietare a tutti i musulmani di entrare negli Stati Uniti. Anche ai musulmani americani momentaneamente all’estero. È una cosa così fuori dalla realtà che si fa fatica a commentarla nel merito: ha provocato una reazione durissima non solo della Casa Bianca – prima volta che accade, in campagna elettorale – ma anche di quasi tutti i candidati Repubblicani e persino di gente come Dick Cheney (!); e ha fatto tornare a dire “eh no, questa è troppo grossa”.

Io non credo più che questo punto di vista funzioni. Da mesi di tanto in tanto pensiamo (me compreso) che Trump a un certo punto l’abbia detta troppo grossa: quando ha insultato John McCain per la sua prigionia in Vietnam, quando ha detto che tutti i messicani sono ladri e stupratori, quando ha irriso un giornalista disabile, eccetera. Eppure non si è mai improvvisamente sgonfiato, e non credo che accadrà. Vuol dire che Trump vincerà le primarie? Continuo a pensare di no. Ma la sua sconfitta non avverrà improvvisamente, dall’oggi al domani, per via di una frase più incendiaria delle altre: non sarà come vedere un palloncino scoppiare. Sarà un processo più lungo, che andrà di pari passo con l’emersione di candidati più credibili di lui, e potrebbe richiedere ancora settimane se non mesi: e continuo a pensare che quel processo sia già iniziato.

Sì, circola qualche sondaggio nazionale che mostra il suo gradimento crescere dopo l’ultima proposta. Ma i sondaggi nazionali valgono pochissimo (le primarie si tengono stato per stato) e fatti a questo punto della campagna storicamente valgono ancora meno. E poi tenete conto di una cosa: persino nel suo momento migliore, Trump non ha mai avuto nei sondaggi più del 35 per cento delle preferenze nazionali. Più o meno come Sanders tra i Democratici nel suo momento migliore, mentre resta con almeno 20 punti di svantaggio su Clinton. La stragrande maggioranza degli elettori Repubblicani non preferisce Trump. La frammentazione dei candidati Repubblicani lo ha avvantaggiato, ma non durerà in eterno.

Guardare i sondaggi dei singoli stati fornisce un quadro diverso. In Iowa Trump ha guadagnato ancora qualche punto, ma principalmente a spese di Carson; e Cruz intanto lo ha praticamente rimontato. In New Hampshire sta succedendo lo stesso e al secondo posto adesso c’è Rubio, che continua a crescere. Insomma, i due candidati indicati da tempo come gli sfidanti più credibili – Rubio e Cruz – continuano a crescere e guadagnare consensi. Quindi ci dimenticheremo di Trump, prima o poi? Niente affatto. Innanzitutto, ammesso che accada quello che nel mio piccolissimo penso che accada, la sua candidatura potrebbe sciogliersi a primarie abbondantemente iniziate. Inoltre non si può davvero escludere una sua improbabile ma possibile decisione di candidarsi comunque alle presidenziali, da indipendente, dovesse perdere le primarie. Ma soprattutto, bisogna tenere conto che il suo attuale consenso è un consenso vero. Questa rabbia e questa paura del diverso tra gli elettori Repubblicani, dicono i sondaggi, esistono: soprattutto tra i cittadini meno istruiti e politicizzati. Dovranno farci i conti tutti. Infine, la retorica estremista di Trump sta già dividendo il paese, e non è detto che tutto il danno sia recuperabile: analisti, sondaggisti e strateghi Repubblicani pensano che le posizioni di Trump nel medio periodo possano compromettere l’immagine del partito al punto da mettere in pericolo non solo l’esito delle presidenziali ma anche la loro stessa maggioranza al Congresso.

«Sapete cosa bisogna fare per “Rendere l’America Di Nuovo Grande”, lo slogan di Trump? Bisogna dire a Donald Trump di andare all’inferno»
Lindsey Graham, senatore Repubblicano, candidato alle primarie.
Nei sondaggi è dato allo 0,3 per cento.

Rubio contro Cruz, dicevamo
Sono giovani, sono figli di immigrati cubani, sono popolari, stanno crescendo nei sondaggi, sono ben organizzati e finanziati: sono entrambi molto di destra ma con un profilo più rassicurante di Donald Trump; il primo piace di più all’establishment mentre il secondo è più apprezzato dalla base. E siccome sanno di essere i due candidati che probabilmente si giocheranno davvero la nomination, stanno cominciando a prendersi le misure.

Cruz attacca da tempo Rubio sull’immigrazione. Nella scorsa legislatura Rubio ha promosso una riforma scritta insieme ai Democratici che avrebbe comportato, tra le altre cose, una sanatoria sugli immigrati irregolari presenti negli Stati Uniti. Rubio sta rispondendo ricordando che anche Cruz in passato si è detto favorevole a una qualche forma di amnistia e soprattutto criticando certe sue posizioni in materia di sicurezza nazionale. Da senatore, infatti, Cruz ha votato per diminuire alcuni dei poteri più controversi della National Security Agency, soprattutto riguardo lo spionaggio e l’archiviazione dei metadata: una battaglia che negli Stati Uniti è popolare non solo a sinistra ma anche tra i gruppi più conservatori e anti-Stato. La nuova sensibilità degli elettori sul terrorismo potrebbe rendere queste critiche più efficaci di quanto siano state in passato.

Bonus
Politico ha pubblicato un articolo originale e interessante sulla fissazione di Marco Rubio per l’acqua. Durante i suoi discorsi, Rubio beve moltissimo: lo fece in modo molto goffo anche la volta che ne pronunciò uno a reti unificate. E se non trova una bottiglietta d’acqua sul podio, va un po’ nel pallone. È una storia curiosa, i suoi collaboratori dicono che ormai è una specie di tic nervoso; ma dall’altra parte fanno notare che è difficile trovare un candidato che abbia un vizio più innocuo di questo.

Comunque, grazie a questo articolo ho scoperto un vecchio discorso di Rubio che non avevo mai visto: è quello con cui nel 2008 lasciò l’incarico di speaker della Camera statale in Florida. È un breve ma formidabile discorso sull’eccezionalismo americano, tenuto a braccio a 37 anni. Il finale non ha molto senso, e si interrompe per bere ben tre volte in sette minuti, per giunta da un bicchiere pieno di ghiaccio che fa i rumorini. Ma la stoffa si vedeva già, eccome. Ve lo consiglio. A un certo punto cita Kennedy.

Trump, Rubio, Cruz… non manca qualcuno?
Manca Jeb Bush. Lo avevamo lasciato un mese fa col suo tentativo di rilanciare una campagna elettorale praticamente naufragata, dopo un paio di disastrosi dibattiti televisivi e i dati altrettanto disastrosi dei sondaggi. Cosa è successo questo mese? I sondaggi sono rimasti lì: in Iowa naviga intorno al 6 per cento, in New Hampshire tra il 5 e il 7, sul piano nazionale alcune rilevazioni lo danno addirittura al 3. Per il resto, però, Jeb Bush sembra molto migliorato come candidato. Lo ha raccontato il Washington Post, tra gli altri:

Non si vede nei sondaggi, ma Bush è diventato un candidato migliore. Mantiene una massacrante agenda di incontri con gli elettori, che cominciano già all’alba nei bar e nei locali dove si fa colazione, e prosegue poi con infinite interviste con giornalisti e tv locali, discorsi pubblici ed eventi serali che vanno avanti a volte fino a notte inoltrata. E continua ad avere più soldi di tutti gli altri candidati: si sposta su un SUV con una guardia del corpo, un assistente personale, un addetto stampa e un video-fotografo. Sembra più a suo agio con se stesso e con quello che sta facendo.

La campagna di Bush ha anche diffuso uno spot contro Trump molto buono, che cerca di torcere contro di lui il clima di paura del terrorismo di cui si sta avvantaggiando. Vuol dire che Bush può ancora farcela? Possibile è possibile, ma continuo a pensare sia molto difficile (lo penso da marzo, in realtà, quando era in testa ai sondaggi). Non credo sia un candidato adatto a questo ciclo elettorale e credo sia un po’ tardi per recuperare lo svantaggio. Da giornalista un po’ desidero che accada, però, confesso: sarebbe una storia formidabile.

Fra tre giorni c’è un dibattito televisivo dei Repubblicani
Il 15 dicembre a Las Vegas i candidati Repubblicani discuteranno di nuovo in tv, il confronto è organizzato da CNN. Il network ha stabilito che parteciperanno i candidati con i dati migliori nei sondaggi effettuati in Iowa e in New Hampshire, i primi due stati in cui si vota, e questo potrebbe far fuori Rand Paul dal palco principale e riportarci Chris Christie. La lista sarà decisa domenica.

Proprio la settimana scorsa avevo scritto che valeva la pena tenere d’occhio Christie, che è molto indietro nei sondaggi ma ha talento ed è avvantaggiato dalla maggiore attenzione degli elettori per i temi legati al terrorismo e alla sicurezza nazionale (Christie è un ex procuratore con fama da duro). In New Hampshire ha avuto il sostegno ufficiale del principale quotidiano locale e la sua risalita si è fatta improvvisamente più evidente e rapida. Vedete quella linea viola? Oggi è terzo dietro Trump e Rubio.

Schermata 2015-12-12 alle 11.43.48

E tra i Democratici?
Su quel fronte si muovono meno cose: Clinton è sempre in vantaggio su Sanders e non ci sono particolari sorprese. Ma il fatto che il centro della campagna elettorale si sia spostato dall’economia al terrorismo è un problema per entrambi.

Clinton ha più esperienza di qualsiasi altro candidato sul tema: ha già passato otto anni alla Casa Bianca, era senatrice di New York l’11 settembre del 2001, ha fatto per quattro anni il segretario di Stato. Ma sa bene che se la campagna elettorale dovesse giocarsi sul tema della paura, questo finirebbe inevitabilmente per avvantaggiare i Repubblicani. Martedì sera Clinton terrà in Minnesota un discorso programmatico sulla sicurezza nazionale, per tentare di coprirsi su quel fronte.

Il candidato più minacciato però da questa svolta è sicuramente Bernie Sanders, che come scrive il Washington Post è praticamente mono-dimensionale. Tutta la sua campagna elettorale – e il sostegno rilevante e sorprendente che ha ottenuto fin qui – si basa sulle diseguaglianze economiche e la difesa della classe media. Persino durante il dibattito televisivo che si tenne poche ore dopo gli attacchi di Parigi, Sanders dedicò agli attentati un paio di frasi per tornare a parlare subito di economia, Wall Street, tasse e giustizia sociale.

Tre cose più piccole

1. John McCain, senatore dell’Arizona e già candidato alla presidenza con i Repubblicani, ha avuto parole rispettose e simpatiche per il suo collega Bernie Sanders.

«Sono ovviamente in forte disaccordo con le sue idee sul ruolo del governo, ma lo rispetto molto: è una persona onesta, è uno con cui si può lavorare e si può trattare. Lo dico a tutti quelli che me lo chiedono: Bernie Sanders è una persona perbene e che mantiene la parola data. Quando si trova un accordo con lui, quell’accordo rimane. E ora ha cominciato a pettinarsi, che è davvero una cosa significativa»

2. Ospite dello show televisivo di Seth Meyers, Hillary Clinton ha raccontato – tra le altre cose – di come andò la volta che suo marito Bill fu mandato dall’amministrazione Obama in Corea del Nord per riportare a casa due giornaliste statunitensi arrestate dal regime. A me ha fatto morire dal ridere.

3. Girando di link in link mi sono imbattuto in questo video di Ben Sasse, senatore Repubblicano del Nebraska, 43 anni, ex rettore universitario. Parla di terrorismo ed è girato a San Bernardino dopo gli attentati. Di lui si parla da tempocome di un tipo interessante; dopo aver visto questo video, credo che si debba davvero tenerlo d’occhio.

Cosa regalo per Natale al mio amico appassionato di politica americana?
Un gran librone con i migliori manifesti elettorali americani (ma questa dritta forse l’avete già letta qui)
– La strepitosa biografia di Lyndon Johnson scritta da Robert Caro, il primo volume o tutti quanti
Il Lego della Casa Bianca (io ce l’ho in bella mostra a casa)
Il cofanetto di The West Wing, imprescindibile
Una bandiera americana, che fa sempre la sua figura
– La biografia di Hillary Clinton o quella di Marco Rubio
Una tazza di Joe Biden

Cose da leggere
How I’d Rein In Wall Street, di Hillary Clinton sul New York Times
Trump Is the Democrats’ Dream Nominee, di Karl Rove (quel Karl Rove) sul Wall Street Journal
– What I Learned Watching 15 Hours of Cruz Family Videos, di Michael Kruse su Politico

Hai una domanda?
Scrivimi a costa@ilpost.it oppure rispondi a questa email, che poi è la stessa cosa.

Spread the word
Se quello che hai letto ti è piaciuto, consiglia a un amico di iscriversi alla newsletter oppure inoltragliela.

–374 giorni alle elezioni statunitensi

(vuoi ricevere questi aggiornamenti via email, una volta la settimana, ogni tanto due? Iscrizioni qui, gratis)

–374 giorni alle elezioni statunitensi
–93 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

presidential seal

Questa settimana tutta la campagna elettorale negli Stati Uniti ha girato attorno ai Repubblicani e al loro confronto televisivo di mercoledì notte, che molti descrivono come un punto di svolta; e siamo vicini a un altro passaggio importante, perché tra poco mancherà un anno esatto alle elezioni presidenziali e mancano già meno di 100 giorni all’inizio delle primarie in Iowa. Quindi è il momento giusto per fare un piccolo punto della situazione su:

1. Questa newsletter, ma ci mettiamo poco
2. Cosa dicono i sondaggi a questo punto

Parliamo di noi
Due cose cambieranno da qui in poi. La prima è che la prossima newsletter sarà l’ultima che pubblicherò anche sul mio blog, oltre a inviarla a chi si è iscritto su Tinyletter. La duplicazione dei contenuti è ridondante e superflua, e il blog in questo momento è diventato una specie di archivio delle newsletter: non è necessario. La seconda è che il calendario dei dibattiti televisivi diventerà presto piuttosto fitto e quindi non manderò ogni volta di mattina un’edizione speciale della newsletter; anche perché a un certo punto l’anno prossimo cominceranno effettivamente le primarie, e sarà il caso di usare le edizioni speciali per raccontare i risultati del voto. Questo è il piano: se a un dibattito succederanno cose molto grosse, l’edizione speciale arriverà; altrimenti potrete leggerne la mattina dopo sul Post oppure nella newsletter del sabato. Ogni vostro commento e feedback è sempre molto gradito, comunque: basta rispondere a questa email per farmi sapere cosa vi convince e cosa no, a cosa vorreste fosse dedicato più spazio e a cosa meno. Ok? Dai.

Parliamo di quegli altri
Sapete che fin qui non abbiamo parlato moltissimo di sondaggi – praticamente quasi mai fino a un mese fa – ma ormai ci tocca: le cose possono ancora cambiare molto, ma stanno iniziando a prendere una direzione interessante da osservare e discutere.

Questa è la situazione nazionale per i Repubblicani secondo una media dei sondaggi delle ultime due settimane:

gop-naz

L’evoluzione del dato nazionale non è un indicatore perfetto per valutare chi sta andando bene e chi no – tenete sempre presente che si vota stato per stato e in momenti diversi – ma è utile per capire che aria tira. Trump e Carson rimangono nettamente in testa ai sondaggi, ma è un equilibrio che nasconde qualche smottamento, come vedremo tra poco. E dato che la grandissima parte degli analisti e degli osservatori prevede che Trump e Carson crollino tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, è interessante capire cosa sta succedendo dietro di loro: sta continuando a crescere Rubio ed avanzare lentamente Cruz, mentre Bush e Fiorina scendono.

Andiamo a vedere cosa succede in Iowa, allora: il primo stato in cui si vota.

gop-iowa

Bum! Negli ultimi dieci giorni Carson ha rimontato e superato Trump, che era in larghissimo vantaggio da mesi. Trump non l’ha presa benissimo, durante certi recenti comizi in Iowa ha persino sarcasticamente sgridato gli elettori. Il fatto che questo sorpasso sia avvenuto in assenza di fatti particolarmente eclatanti indica che un pezzo di elettorato Repubblicano si sta semplicemente stufando di Trump e sta cercando delle alternative. Per ora ha puntato su Carson, che è estremista quanto Trump ma meno rumoroso e scoppiettante. Chi sarà il successivo? Subito dietro ci sono di nuovo Rubio e Cruz, che sono oggi i candidati più accreditati nel lungo periodo: potrebbero essere i due veri sfidanti nel 2016, specie se Bush resterà bloccato lì sotto.

Storicamente gli elettori dell’Iowa premiano i candidati più populisti e conservatori, motivo per cui bisogna tenere particolarmente d’occhio Cruz e fino alla fine non si potranno liquidare con certezza né Trump né Carson. L’orientamento degli elettori dell’Iowa viene bilanciato da quello degli elettori del New Hampshire, dove si vota pochi giorni dopo, che di solito preferiscono invece i candidati “eleggibili”, quelli che hanno una vera chance di battere il candidato dei Democratici a novembre. 

E come sono messe le cose in New Hampshire per i Repubblicani?

gop-nh

Dietro Trump e Carson la situazione qui è molto meno definita. C’è Bush, che sta investendo moltissimo tempo e moltissime risorse da quelle parti, ma è stato raggiunto da Rubio; ci sono Fiorina e Kasich, le cui uniche possibili strade verso la nomination passano per un gran risultato in New Hampshire. Tra qualche giorno avremo un quadro più preciso della situazione, perché i sondaggi devono ancora assorbire le conseguenze del dibattito di mercoledì, che è stato ottimo per Rubio e Cruz ma pessimo per Bush.

La direzione verso cui andiamo, oggi, sembra indicare Cruz e Rubio come potenziali punti di riferimento, uno per gli elettori più estremisti del partito e l’altro per i più pragmatici. Trump e Carson punteranno tutto sull’Iowa per evitarlo; Bush, Kasich e Fiorina invece cercheranno di tenersi vivi puntando tutto sul New Hampshire. Poi non è che le cose finiscono a febbraio, naturalmente si voterà in molti altri posti: ma i risultati in Iowa e New Hampshire daranno una direzione alle cose.

E i Democratici? La situazione è molto più facile da leggere, da quelle parti: ci sono solo tre candidati e uno (una!) è nettamente in vantaggio. Questa è la situazione sul piano nazionale nelle ultime due settimane:

dem-naz

La popolarità di Hillary Clinton ha smesso di scendere e ha cominciato a risalire, d’altra parte abbiamo detto di quanto siano state buone per lei queste ultime due settimane. Tenete conto anche che i voti qui sopra attribuiti ancora a Biden presto spariranno, e a giudicare dalle rilevazioni degli ultimi giorni quegli elettori andranno in gran parte a Clinton. Dall’altra parte, però, non mi aspetto di vedere un crollo di Sanders, anzi: tantissimi elettori hanno iniziato a conoscerlo solo in queste settimane e la dinamica della campagna lo renderà a un certo punto semplicemente il candidato anti-Clinton, preferito da tutti quelli che per una qualsiasi ragione non vogliono sostenere la favorita.

Vediamo anche qui come cambiano le cose stato per stato. Questi sono i dati sulle ultime due settimane in Iowa.

dem-iowa

È un esempio di quello che dicevamo prima: Hillary cresce, soprattutto da quando Biden si è tirato fuori, Sanders viene ridimensionato ma non crolla (è sempre abbondantemente sopra il 30 per cento). Alla Jefferson-Jackson Dinner di sabato scorso, uno degli appuntamenti più attesi della campagna elettorale in Iowa, Sanders ha attaccato duramente Hillary Clinton: pur senza mai nominarla, ha parlato moltissimo di quattro temi – la guerra in Iraq, gli accordi sul commercio, l’oleodotto Keystone XL e i diritti dei gay – su cui Clinton ha cambiato posizione in questi anni. Altra mossa interessante di Sanders: dopo aver passato mesi a criticare i candidati che si affidano troppo ai sondaggi (indovinate a chi si riferiva), ha assunto un sondaggista: Ben Tulchin, che aveva lavorato con Howard Dean nel 2004.

Veniamo al New Hampshire, dove sono successe le cose più interessanti nei sondaggi dei Democratici in queste settimane. Da quelle parti Sanders è stato in largo vantaggio per settimane, ma ora l’aria sta cambiando:

dem-nh

Clinton ha ripreso Sanders, ora sono praticamente appaiati: e anche qui ci sono ancora un po’ di elettori che preferivano Biden e che stanno cambiando cavallo.

Il New Hampshire ha una storia particolare per Hillary Clinton: è il posto in cui nel 1992 suo marito Bill, dopo essere andato malissimo nei sondaggi e poi nel voto in Iowa, ottenne un miracoloso secondo posto col 24,7 per cento, tanto da guadagnarsi il soprannome di “comeback kid” e rilanciare le sue possibilità di ottenere la nomination (sapete come andò a finire); è il posto in cui nel 2008 contro tutti i pronostici e i sondaggi Hillary sconfisse Obama, fresco di travolgente vittoria in Iowa, e mise in chiaro che le primarie sarebbero andate avanti molto a lungo.

Insomma, tra i Democratici stiamo assistendo a un consolidamento della campagna di Hillary Clinton, che ora non sembra più in grossa difficoltà, mentre Sanders si sta assestando attorno a un 30 per cento dei voti che lo rende un importante e soprattutto molto influente protagonista della campagna elettorale, ma non un potenziale vincitore. Niente che non possa ancora cambiare, ovviamente, ma è una direzione tutto sommato credibile.

Una cosa che ho sbagliato
Lo sapevo che non avrei dovuto mettere un piede fuori dalla politica americana. La settimana scorsa ho scritto che i New York Mets di baseball erano arrivati alle World Series battendo i Los Angeles Dodgers, invece erano i Chicago Cubs. Grazie ad Andrea che me lo ha fatto notare.

Cose da leggere
Could America Elect a Mentally Ill President?, di Alex Thompson (se avete tempo per leggerne uno solo, scegliete questo)
The agony of Jeb Bush, di Chris Cillizza sul Washington Post
The 24 Hours That (Maybe) Sank Chris Christie, di Matt Katz su Politico (una specie di romanzo, molto avvincente)

Hai una domanda?
Scrivimi a costa@ilpost.it oppure rispondi a questa email, che poi è la stessa cosa.

Spread the word
Se quello che hai letto ti è piaciuto, consiglia a un amico di iscriversi alla newsletter oppure inoltragliela.

(vuoi ricevere questi aggiornamenti via email, una volta la settimana, ogni tanto due? Iscrizioni qui, gratis)