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Essere Joe Biden

Bella galleria fotografica di Newsweek su Joe Biden, che sembra si stia parecchio divertendo a fare il vicepresidente. Io lo dico da quell’estate lì, che è una delle persone più fortunate del mondo.

Kick-off

513 giorni alle elezioni presidenziali statunitensi
232 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

A staff fixes the presidential seal befo

Da qui all’8 novembre 2016 pubblicherò sul blog ogni settimana un punto della situazione sulle prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti, per chi non ha tempo di seguire tutte le notizie sulla campagna elettorale ma vuole essere sicuro di non perdersi le cose fondamentali. Chi vuole può ricevere questi post sulla sua casella email, iscrivendosi qui: non manderò pubblicità né altre robe, solo un’email la settimana – due in casi eccezionali – riguardo le elezioni americane.

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Ci sono due buoni motivi per considerare la settimana che sta per cominciare come quella che apre a tutti gli effetti la campagna elettorale per le presidenziali statunitensi del 2016: i candidati oggi considerati più forti – Hillary Clinton tra i Democratici e Jeb Bush tra i Repubblicani – hanno cominciato a fare sul serio.

Di cosa parleremo:
– Clinton e Bush, e ok
– chi sono quelli che possono far fuori Jeb Bush
– panetti di burro fritti
– cosa dicono gli ultimi sondaggi

Democratici
Hillary Clinton ha pronunciato sabato il discorso ufficiale di apertura della sua campagna elettorale. Salvo sorprese sarà il suo primo stump speech: cioè il discorso-base che farà durante i suoi comizi nei prossimi mesi, aggiungendo e modificando qualcosa all’occorrenza. È un buon discorso che ha esplicitamente due obiettivi: ri-presentare Hillary Clinton all’elettorato americano (si parla molto della sua famiglia, soprattutto di sua madre) e creare un po’ di entusiasmo negli elettori e nei militanti democratici, soprattutto giovani (è un discorso di sinistra, che punta parecchio sulla lotta alle diseguaglianze economiche). Dato che alle primarie non avrà avversari alla sua altezza, questi saranno i veri obiettivi di Clinton per il prossimo anno: costruirsi una nuova immagine e un seguito entusiasta. Non sarà facile.

Due link
– una curiosità che mostra il profilo che sta tenendo Hillary in questa campagna fin qui: andate sul suo sito, guardate le foto in homepage.
– un’analisi dello stump speech di Obama nel 2008, per capire anche l’attenzione con cui un discorso del genere è costruito e sviluppato: per esempio, quel discorso di Obama e questo di Clinton hanno esattamente la stessa durata, 45 minuti.

Repubblicani
Jeb Bush si candida ufficialmente lunedì dopo mesi trascorsi da candidato ufficioso, cosa che gli ha permesso di raccogliere fondi senza dover sottostare ai limiti imposti dalla legge ai candidati. Farà un discorso a Miami, poi girerà per i primi stati in cui si vota: Iowa, New Hampshire e South Carolina. È appena stato in giro per l’Europa per discutere di politica estera e rapporti con la Russia, e ha fatto parlare di sé perché è riuscito a non far parlare di sé: nel senso che è riuscito a evitare gaffe e mostrarsi competente e informato. Il New York Times ha titolato: “I leader europei hanno preso nota: Jeb Bush non è suo fratello”. Al contrario di Hillary, Jeb Bush la nomination dovrà sudarsela parecchio: il campo dei candidati Repubblicani – ufficiali o potenziali – è affollato e comprende almeno due persone che possono batterlo, Scott Walker e Marco Rubio.

Chi sono?

GOP Presidential Hopefuls Address Economic Growth Summit In Orlando

Scott Walker è il governatore del Wisconsin, reso famoso qualche anno fa in tutto il paese da una battaglia (vinta) per ridurre potere e influenza dei sindacati. Anche se di recente si è spostato parecchio a destra, non è propriamente un fuori-di-testa: è uno di quelli che potrebbe piacere anche all’elettorato moderato. Non si è ancora candidato ufficialmente, ma lo sarà.

Marco Rubio

Marco Rubio è un senatore della Florida: 43 anni, figlio di immigrati cubani, sposato con una donna di origini colombiane, cattolico. Basterebbe già questo per farne un personaggio da tenere d’occhio, no? È diventato senatore da trentenne battendo il governatore uscente e per anni è stato venerato dall’estrema destra; ultimamente però da quelle parti gli vogliono meno bene per il suo lavoro a favore di una riforma dell’immigrazione condivisa tra Democratici e Repubblicani.

Lo straw poll in Iowa non si fa più
Intanto i Repubblicani hanno finalmente cancellato lo straw poll dell’Iowa, che fino a quattro anni fa era considerato un’importante tappa di avvicinamento alle prime primarie, le più attese. Lo straw poll era una cosa così assurda che è sorprendente che non se ne fossero liberati prima. Concretamente funzionava così: i candidati che decidevano di partecipare dovevano comprare uno spazio nei locali che ospitavano l’evento e gli spazi migliori, più grandi e visibili, costavano di più. Da quello spazio i candidati parlavano agli elettori. Gli stessi candidati, poi, pagavano a loro spese decine di pullman ai propri sostenitori: alla fine questi sostenitori votavano e sceglievano così il vincitore del sondaggione. La vittoria allo straw poll non mostrava quindi la popolarità di un candidato bensì la forza della sua macchina organizzativa a questo punto della campagna elettorale: ma era soprattutto un rischio e uno spreco di risorse, per ottenere quasi nessun guadagno. Quattro anni fa vinse Michele Bachmann, magari nemmeno vi ricordate chi è: appunto.

Bonus
Lo straw poll dell’Iowa si teneva durante una fiera nota soprattutto per i panetti di burro fritti. Proprio panetti di burro, interi.

Sondaggi
La media dei sondaggi sui Repubblicani in Iowa – lo stato in cui cominciano le primarie – in questo momento: Scott Walker 18,2%, Marco Rubio 11%, Rand Paul 8,6%, Mike Huckabee 9,4%, Jeb Bush 9,2%, Ted Cruz 7,6%.

Primo promemoria: è ancora prestissimo perché questi numeri valgano qualcosa.
Secondo promemoria: le primarie dell’Iowa tendono a premiare i candidati più estremisti e populisti.

Un video
Nel discorso di Hillary Clinton a un certo punto c’è questo passaggio:

“Qualche settimana fa ho conosciuto una madre single che si arrangia tra un lavoro e le lezioni dell’università, il tutto mentre sta crescendo tre figli. Lei non pretende una vita facile. Ma mi ha chiesto: possiamo fare qualcosa perché non sia così difficile?”

Mi ha ricordato una famosa scena di The West Wing in cui un padre racconta che sta mandando sua figlia al college e dice: non pretendo che lo Stato mi renda tutto facilissimo, anzi, è giusto che una cosa così importante sia difficile. Dovrebbe esserlo solo un pochino meno. Dentro quel “pochino”, che può fare tutta la differenza del mondo, c’è l’idea del cambiamento progressivo come unico cambiamento possibile, un punto di vista molto americano sul rapporto Stato-cittadini e una critica a quello che oggi chiameremmo benaltrismo.

Cose da leggere
Why Joe Biden Should Run For President, di Amy Davidson sul New Yorker (non accadrà)
Il testo del discorso di Hillary Clinton
Why Hillary Clinton Will Be Hard to Beat — And What Might Sink Her, di Dante Chinni sul Wall Street Journal

Hai una domanda?
Scrivimi: costa [at] ilpost.it

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L’ha fatto di nuovo

Chi legge questo blog questa storia la conosce: una delle migliori qualità di Barack Obama è sapersi tirar fuori di slancio dai momenti di difficoltà. Dove gli altri politici minimizzano, si avvitano, cercano scappatoie e formule di circostanza, Obama sale sul podio, passa all’attacco e ribalta la situazione. La più nota di queste mosse è il discorso A more perfect union, che nel 2008 doveva servire a chiudere le polemiche provocate dalle dichiarazioni del reverendo Wright e fece molto di più, risollevando Obama e consegnandogli un posto nella Storia prima ancora di arrivare alla Casa Bianca. Ce ne sono state molte altre. Ben Smith ha sintetizzato così questo approccio: “When in trouble, go big”. Regola che ogni politico dovrebbe imparare a memoria.

Oggi Obama l’ha fatto di nuovo. Dopo anni di lotte e cambiamenti sociali, dopo mesi di battaglie politiche in ogni stato, alcune vinte e alcune perse, dopo la dichiarazione del fantastico Joe Biden, dopo l’orribile referendum di ieri in North Carolina, la Casa Bianca ha organizzato rapidamente un’intervista con la ABC e Obama è andato big sui matrimoni gay. Nonostante questa sia ancora una posizione tendenzialmente poco popolare, su un tema divisivo, nonostante manchino quattro mesi alle elezioni presidenziali e Obama non sia certo sicuro della rielezione: cose così normalmente non si fanno, a questo punto. Si fanno, forse, solo nel secondo mandato. E per questo oggi è un bel giorno anche per quelli che fanno politica.

Volendo parlare di cose per impallinati – che non sono così importanti, oggi, ma è sempre utile capirle – naturalmente Obama non ha alcuna intenzione di suicidarsi politicamente. L’analisi migliore della situazione l’ha fatta Maggie Haberman su Politico. Il sostegno politico al matrimonio gay per Obama può essere un guaio in diversi stati, alcuni oggi in bilico tra repubblicani e democratici. Può essere un guaio ben peggiore però mostrarsi tentennante, cincischiare, essere percepito come debole e opportunista davanti a un tema importante. Il presidente deve fare il presidente, se vuole fare il presidente. La mossa rende vulnerabile Obama in tre segmenti di elettori: bianchi anziani, neri, ispanici. Nella prima categoria ci sono moltissimi di quelli che comunque non lo avrebbero votato. Nelle altre due categorie Obama va fortissimo e Romney è molto debole. Dall’altra parte, se Romney vorrà attaccare selvaggiamente Obama su questo tema, lo farà rischiando di inimicarsi due importanti segmenti di elettori che sono in maggioranza a favore del matrimonio gay: indipendenti e under 40. Elettori che Romney non può permettersi di perdere. Il tutto, poi, accade in un ciclo elettorale nel quale l’economia è praticamente l’unico tema che conta, anche a fronte della notizia di oggi. Game on.

Nozionismo per maniaci sul discorso sullo stato dell’Unione

Ho messo insieme un po’ di cose che avevo scritto in passato riguardo il discorso sullo stato dell’Unione per maniaci di politica americana e appassionati ammiratori dei riti delle democrazie.

1. La Costituzione americana prevede che il presidente “di tanto in tanto” dia informazioni al Congresso riguardo lo stato della nazione e i suoi programmi per il futuro. Nel tempo l’appuntamento ha assunto una scadenza fissa: una volta l’anno, tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, il presidente degli Stati Uniti riferisce al Congresso in seduta plenaria alla presenza dei membri del governo e della Corte Suprema: rende conto delle condizioni della nazione e descrive la sua agenda e le sue priorità per l’anno a venire.

2. Il discorso si tiene alla Camera, che ospita anche i cento membri del Senato. Accanto allo speaker della Camera siede il vicepresidente degli Stati Uniti, in questo momento Joe Biden, che è anche presidente del Senato.

3. Obama ha appena cominciato il suo quarto anno alla Casa Bianca ma quello di ieri è stato il suo terzo discorso sullo Stato dell’Unione: il primo discorso, pronunciato a pochissimi giorni dal suo insediamento, tecnicamente non è un discorso sullo Stato dell’Unione bensì un semplice discorso alla seduta plenaria del Congresso (questo perché si presume che il presidente non possa ancora rendere conto al Congresso sullo stato dell’Unione, essendosi appena insediato).

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