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Qualcosa si muove sul fronte Biden

Ho scritto e inviato un’edizione speciale della newsletter americana – che di solito arriva il sabato – per parlare un po’ della potenziale candidatura di Joe Biden e rispondere a un po’ di domande che avevo ricevuto. La prima parte, quella che riguarda Biden, è quella che segue; la seconda l’hanno ricevuta solo gli iscritti. Ci iscrive qui, gratis.

–440 giorni alle elezioni statunitensi
–159 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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Quindi Joe Biden si candida? In questa edizione speciale della newsletter la risposta a questa domanda non c’è. Ma nel giro di pochi giorni la stampa statunitense ha tirato fuori una serie di notizie e retroscena affidabili che hanno dato nuova credibilità non solo all’ipotesi che Joe Biden ci stia pensando – quello possiamo darlo ormai per scontato – ma anche che questa possibilità stia diventando ogni giorno più seria e concreta. Ho pensato che valesse la pena fare un punto della situazione, perché una candidatura di Biden cambierebbe radicalmente le primarie dei Democratici per come le abbiamo immaginate fin qui.

Domenica Biden ha avuto un incontro riservato con Elizabeth Warren, influente e popolare senatrice di sinistra del Massachusetts che molti per mesi hanno considerato una potenziale sfidante di Hillary Clinton. Sempre domenica il Wall Street Journal – che normalmente su queste cose è affidabile – ha scritto che Biden si sta convincendo a candidarsi, secondo persone a lui vicine. Lunedì l’ufficio di Biden ha annunciato la nomina di una nuova responsabile della comunicazione, si chiama Kate Bedingfeld ed è una funzionaria con esperienza elettorale: era la portavoce di John Edwards ai tempi delle primarie del 2008.

Sempre lunedì il comitato politico che propone la candidatura di Biden – ufficialmente senza il suo consenso – ha inviato un documento di due pagine ai dirigenti del Partito Democratico per spiegare il senso dell’eventuale operazione. In serata poi la CNN – che è meno affidabile del Wall Street Journal ma resta la CNN – ha pubblicato un retroscena secondo cui Obama avrebbe dato a Biden una specie di amichevole via libera: non un’autorizzazione a candidarsi né la promessa di un sostegno formale che non potrebbe arrivare, quanto l’impegno a non mettersi in mezzo e non chiedergli di ritirarsi. Martedì il Washington Post e Politico hanno scritto che un gruppo di importanti finanziatori del Partito Democratico è stato invitato a una riunione con Biden che si terrà a settembre.

Questi sono i fatti. Aggiungiamoci qualche informazione di contesto. Il primo dibattito televisivo tra i candidati Democratici si terrà il 13 ottobre. Il 9 e il 10 novembre scadono invece i termini per presentare formalmente le candidature alle primarie dell’Arkansas e del Texas; nelle settimane a seguire scadono di Florida, Illinois, Michigan, North Carolina e Virginia. Lo staff di Biden dice che il vicepresidente prenderà una decisione finale entro la fine dell’estate: qualche settimana fa dicevano che avrebbe deciso entro i primi giorni di settembre. Teoricamente potrebbero prendersi ancora qualche settimana. Sempre più teoricamente, potrebbero anche aspettare il 2016, guardare cosa succede nei primi stati in cui si vota – Iowa, New Hampshire, Nevada e South Carolina – e fare un passo avanti in caso di catastrofe di Hillary Clinton (solo in caso di catastrofe di Hillary Clinton). Sarebbe tardi per candidarsi a moltissime primarie importanti, ma Biden potrebbe comunque ottenere un buon numero di delegati e cercare di farsi dare la candidatura alla convention. In ogni caso qui davvero siamo alla fantapolitica.

Pausa!
Tutto il mostruoso talento oratorio di Biden in un video da 4 minuti. Questo è un pezzetto di una conferenza stampa del 2010. I giornalisti gli chiedono cosa pensa del fatto che il capo della compagnia petrolifera BP si sia lamentato dei troppi soldi chiesti dal governo per risarcire i danni causati dalla grossa perdita nel Golfo del Messico. Biden forse si aspetta la domanda ma comunque va a braccio. In quattro minuti passa da un registro comico perfetto al tono serio da vicepresidente, poi ci mette un accento minaccioso e un po’ di cose da uomo-del-popolo: il tutto mantenendo perfettamente il controllo, senza mai fare quello che “si sfoga”. Il video su YouTube ha i sottotitoli in inglese.

Dicevamo della candidatura
Ho scritto qualche tempo fa di quale potrebbe essere la strategia di Biden nel caso dovesse candidarsi, quindi su questo non mi dilungo: punterebbe soprattutto sull’affidabilità, sull’autenticità e sul carattere. Almeno un pezzo dell’establishment dei Democratici – anche quelli che oggi stanno con Clinton – passerebbe dalla sua parte, e così anche un po’ di finanziatori. L’altissima popolarità di Clinton all’interno del partito e l’enorme vantaggio economico e organizzativo che ha accumulato fin qui fanno pensare però che – qualora Biden si candidasse – davvero solo un colpo di scena potrebbe dargli una strada plausibile verso la vittoria. Per quanto clamorosa, nemmeno una vittoria di Sanders in Iowa e in New Hampshire sarebbe secondo me quel colpo di scena: sono due stati dall’elettorato particolare – abitanti quasi solo bianchi – e poco dopo si vota in Nevada e in South Carolina, demograficamente più simili al resto del paese, dove Clinton oggi ha un vantaggio abissale. Inoltre Biden è un responsabile uomo di partito, non è un fuori di testa: non sfiderebbe Clinton se pensasse di non poterla battere ma soltanto indebolirla. Il colpo di scena determinante potrebbe essere l’apertura di un’indagine dell’FBI su Clinton per la storia delle email, ma oggi quello scenario è considerato molto improbabile.

Essere Joe Biden

Bella galleria fotografica di Newsweek su Joe Biden, che sembra si stia parecchio divertendo a fare il vicepresidente. Io lo dico da quell’estate lì, che è una delle persone più fortunate del mondo.

I Democratici hanno ottenuto una gran vittoria (43/50)

cc_2Come ogni primo martedì di novembre, il 7 novembre si è votato negli Stati Uniti. Si è votato per poca roba, come sempre negli anni dispari, rispetto agli anni pari: ma i Democratici quella poca roba l’hanno stravinta. Di fatto, è cominciata così la campagna elettorale in vista del voto che si terrà tra un anno, quello veramente importante che ridefinirà la composizione del Congresso a metà del mandato di Donald Trump.

I Democratici hanno eletto il nuovo governatore della Virginia, la più importante elezione di quest’anno, dove il governatore uscente – Terry McAuliffe, molto legato ai Clinton – non poteva ricandidarsi e dove il suo vice, Ralph Northam, ha sconfitto il Repubblicano Ed Gillespie. Northam è un affidabile uomo di partito, una persona seria ma non un trascinatore né un rinnovatore: eppure ha vinto di nove punti percentuali, in un’elezione che secondo i sondaggi doveva essere molto equilibrata. Il candidato Repubblicano ha vinto nelle contee più rurali ma è stato completamente stritolato nelle città e nelle periferie, dove ha perso anche di 30 o 40 punti percentuali. I Democratici hanno battuto i Repubblicani anche nelle elezioni del Congresso locale, dove avevano uno svantaggio di partenza di 32 seggi (!) e dove hanno fatto eleggere candidati molto diversi tra loro: moderati esponenti dell’establishment e giovani che si definiscono socialisti, oltre alla prima deputata transgender della storia della Virginia.

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Danica Roem, la prima deputata statale transgender della storia della Virginia, ha battuto contro ogni pronostico un anziano Repubblicano definito spesso “il più omofobo politico d’America”: lui stesso si definiva “il capo degli omofobi” e aveva proposto negli anni molte leggi crudeli e discriminatorie. Questa foto mostra Roem subito dopo una telefonata di congratulazioni di Joe Biden.

Oltre che in Virginia i Democratici hanno vinto anche in New Jersey, dove il governatore uscente era il Repubblicano trumpista Chris Christie, e hanno vinto con un ex banchiere di Wall Street senza esperienza politica diventato candidato dal programma molto di sinistra. Hanno vinto ovviamente a New York con la rielezione di Bill de Blasio. Hanno vinto in Maine dove per la prima volta l’estensione della copertura sanitaria voluta dalla riforma sanitaria di Barack Obama è stata approvata non da un voto del Congresso ma con un referendum popolare. Hanno vinto due seggi statali persino in Georgia, uno stato ultra-conservatore: ed erano due collegi così solidamente Repubblicani che negli scorsi anni i Democratici non trovavano nemmeno qualcuno da candidare.

In questo momento tra gli elettori del Partito Democratico ci sono un entusiasmo e un desiderio di partecipazione molto superiori a quelli del Partito Repubblicano, che rende loro generalmente più facile trovare candidati, raccogliere fondi e mobilitare gli elettori: d’altra parte i primi sono motivati dalla loro avversione per Trump, mentre i secondi – che ora sono al governo – non trovano più motivazioni profonde per andare a votare in grandi numeri. In tutto questo, la popolarità di Trump è ai minimi storici per un presidente a un anno dall’elezione, e la sua agenda legislativa è ferma. Se fossi un deputato o un senatore Repubblicano col seggio in scadenza tra un anno, sarei molto preoccupato.

Cambiamo argomento però. Ora vi mostro due foto.

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Questa foto è stata scattata nella Silicon Valley, in California. Dentro questi camper vivono impiegati che lavorano nella Silicon Valley – la zona più ricca d’America – ma che non hanno una casa.

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La foto qui sopra invece mostra una lettrice dell’università di San José, sempre nella Silicon Valley, che prepara una lezione nella macchina in cui vive e dorme.

Queste foto vengono da un servizio di Associated Press uscito pochi giorni fa, e se avete ascoltato il podcast della settimana scorsa sul mio viaggio in California sono sicuro che non sarete molto sorpresi: il costo della vita in quella ricchissima parte dell’America è cresciuto così tanto da costringere persone che hanno posti di lavoro più che dignitosi a vivere come senzatetto. Se volete qualche spiegazione più ampia, potete ascoltare il podcast cliccando qui.

Ascolta “S2E20. La California è di chi ci vive” su Spreaker.

Voglio approfittarne per ringraziare i tantissimi che hanno ascoltato la puntata questa settimana, in particolare chi di voi mi ha scritto per darmi le sue opinioni. Se siete iscritti a questa newsletter da un po’ di tempo sapete che questi viaggi sono stati possibili grazie ai contributi offerti spontaneamente da voi, oltre che naturalmente dagli sponsor di “Da Costa a Costa”. Alla fine dell’anno pubblicherò sul mio blog un bilancio grossolano ma spero istruttivo su com’è andata la raccolta fondi: per il momento posso dirvi che mi ha permesso di pagare i costi di mantenimento della newsletter (quindi innanzitutto l’abbonamento a Mailchimp, circa 120 euro al mese), quelli tecnici e di lavoro necessari alla produzione del podcast, gli abbonamenti ai giornali americani che uso per informarmi e soprattutto tutte le spese dei tre viaggi che ho fatto in Michigan a marzo, in Texas a giugno e in California a ottobre. Ho potuto fare tutto quello che volevo e non ci ho perso dei soldi: già mi sembra un bel risultato.

Non farò altri viaggi negli Stati Uniti per “Da Costa a Costa” da qui alla fine dell’anno.

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–269 giorni alle elezioni statunitensi

–269 giorni alle elezioni statunitensi
–7 giorni alle primarie in South Carolina (R) e in Nevada (D)

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Le primarie in Iowa e New Hampshire sono state una specie di primo tempo. Questa settimana possiamo considerarla l’intervallo. La settimana prossima comincia invece il secondo tempo: Nevada, South Carolina e poi il Super-Tuesday del primo marzo. Ora: di norma il primo e il secondo tempo bastano per capire chi vincerà la partita. Sulla base di quel poco che abbiamo visto fin qui, però, potrebbero servire i tempi supplementari.

Visto come siamo stati presi dai risultati elettorali nelle ultime due settimane, ho pensato di dedicare la newsletter di questa settimana – l’intervallo – per fare un po’ un punto della situazione e cercare di capire com’è cambiata la corsa dopo Iowa e New Hampshire. In coda agli aggiornamenti sulla campagna elettorale trovate una comunicazione su di noi, su questa newsletter.

Bernie Sanders, Hillary Clinton

In Iowa ha vinto Hillary Clinton per un pelo, in New Hampshire invece ha stravinto Bernie Sanders. La vittoria di Clinton in Iowa era attesa, ma con un margine più ampio; quella di Sanders in New Hampshire pure, ma con un margine più piccolo. Il piano insomma si è inclinato leggermente a favore di Sanders, ma veniamo subito a un punto importante: sul fronte dei delegati eletti con le primarie, Sanders è in vantaggio 36-32; se si contano i cosiddetti “superdelegati” – quelli non eletti, espressione della classe dirigente locale del partito, che decidono autonomamente chi sostenere – Clinton è avanti 394 a 44. Lo so, è un dato assurdo, ma secondo me non dovreste darci troppo peso.

Primo: i “superdelegati” possono cambiare idea in ogni momento (mentre quelli eletti con le primarie no). Secondo: Obama a questo punto nel 2008 si trovava nella stessa situazione di Sanders, ma col passare dei mesi molti “superdelegati” passarono con lui; alla fine ebbe il sostegno della maggioranza dei “superdelegati”, a cui importa solo di stare con chi vince. Se e quando Sanders diventerà un vincitore credibile, i “superdelegati” passeranno con lui. Terzo: il voto dei “superdelegati” in ogni caso non ribalterà il voto popolare. Tecnicamente sarebbe possibile, ma sarebbe assurdo e autolesionista. Quindi: non fatevi distrarre dalle chiacchiere sui “superdelegati”. Contano i delegati eletti con le primarie.

Un altro grande spot di Bernie Sanders.

Dimenticavo: per ottenere la nomination bisogna avere il sostegno di 2.382 delegati su un totale di 4.763. Capite da soli che la strada davanti è ancora molto lunga. I risultati di Iowa e New Hampshire sono significativi non tanto per i delegati che hanno distribuito, ma per come hanno messo in evidenza alcuni grossi problemi della candidatura Clinton e alcuni altrettanto grandi punti di forza di quella di Sanders: cose potenzialmente significative sul lungo termine e che forse sapevamo già, ma che per la prima volta abbiamo visto confermate dal voto degli elettori.

Clinton ha perso i voti di molti dei suoi elettori del 2008, soprattutto tra i giovani, che in Iowa e New Hampshire hanno votato a stragrande maggioranza per Sanders; il messaggio di Sanders sulle diseguaglianze economiche si è mostrato particolarmente efficace, per ragioni diverse, con tutti i segmenti demografici del Partito Democratico; la maggioranza degli elettori Democratici ha detto durante gli exit poll di considerare Clinton una candidata forte ed espertissima ma inaffidabile, e lei continua a non avere una risposta efficace per chi la accusa di essere troppo vicina a Wall Street. Ma è anche peggio di così.

La grande differenza di entusiasmo tra i sostenitori delle due campagne ha permesso a Sanders di raccogliere 5,2 milioni di dollari in donazioni soltanto nelle 18 ore successive alla vittoria in New Hampshire. Oggi Sanders è quindi in vantaggio sul piano economico, tanto che in Nevada sta investendo più di Clinton in spot televisivi. E nel frattempo il Dipartimento di Stato vuole ascoltare le testimonianze di Bill, Hillary e Chelsea Clinton per le donazioni ricevute dalla loro fondazione benefica durante il mandato di Hillary da segretario di stato. Sarà sentita anche Huma Abedin, la storica assistente di Hillary, che per sei mesi nel 2012 fu contemporaneamente a libro paga del Dipartimento di Stato, della fondazione Clinton, dell’ufficio personale di Hillary Clinton e di una società di consulenza vicina ai Clinton. Hillary a me piace molto, e penso che sarebbe una presidente più che capace: ma come si fa a fare pastrocchi simili – oppure fare l’amicona con Goldman Sachs per due spicci – se vuoi candidarti alla presidenza degli Stati Uniti? Non me lo spiego.

Poi c’è un più generale problema di messaggio, che riguarda anche Sanders. Guardate questo video, un momento del dibattito televisivo di questa settimana.

In questi mesi da una parte la forza della candidatura di Sanders ha attirato Clinton a sinistra; dall’altra parte l’enorme popolarità di Obama tra i Democratici ha portato Sanders a doversi allineare il più possibile alla Casa Bianca. Queste due spinte hanno prodotto un messaggio che rischia di risultare ambiguo, confusionario e in fin dei conti perdente,come ha scritto bene Michael Grunwald su Politico.

Nell’ottavo anno della presidenza Obama, non è una sorpresa che i Repubblicani dipingano l’America come una discarica di sogni mai realizzati. Ma al dibattito tra i Democratici dell’altra sera i candidati hanno parlato del paese in termini altrettanto cupi. Sanders ha detto tra le altre cose che “quasi tutti sono diventati più poveri”, che gli americani “sono preoccupati a morte per il futuro dei loro figli”, che c’è “grande disperazione in tutto il paese”, che “gli anziani tagliano a metà le pillole per tirare avanti” e “non possono riscaldare le loro case in inverno” […]. Hillary Clinton non ha respinto questa visione distopica di una nazione in sofferenza. Anzi ha detto più volte di essere d’accordo con Sanders e che “sì, l’economia è truccata per favorire i ricchi”. Poi ha parlato del “razzismo sistematico” contro i neri, delle “famiglie di immigrati onesti che vivono nel terrore”, dei diritti delle donne “sotto durissimo attacco”. […] Ma la cosa veramente impressionante è stata vedere Sanders e Clinton interrompere i loro scambi deprimenti sullo stato del paese per coprire di complimenti il suo attuale leader.

Ci sono ragioni che spiegano questo fenomeno. La radicalizzazione politica di questi anni – in entrambi i partiti – è un fenomeno che ha riguardato trasversalmente ceti sociali e culturali, e quindi non si può associare direttamente alla sofferenza degli elettori: ci sono elettori che sono diventati più radicali anche se le loro personali condizioni di vita sono migliorate. Allo stesso modo, tra i Democratici Barack Obama non è visto come un “traditore della sinistra” – salvo che da qualche sciroccato – bensì come un presidente che ha ottenuto moltissimo, forse il massimo, da una situazione complicatissima, mettendo finalmente le cose su una strada giusta. Se questo strabismo alle primarie può permettere a Clinton e Sanders di tenere insieme capra e cavoli, a novembre non credo sarà possibile. Delle due l’una: o si rivendica di essere stati sempre d’accordo con Obama in questi otto anni, o ci si presenta come i candidati del cambiamento (addirittura “rivoluzionari”, come fa Sanders).

Republican Presidential Candidates Debate In Iowa Days Before State's Caucus

Tra i Repubblicani, invece, Iowa e New Hampshire hanno ridotto il numero dei candidati a sei: Donald Trump, Ted Cruz, Marco Rubio, John Kasich, Ben Carson e Jeb Bush. Si dividono in due categorie: quelli anti-establishment (Cruz, Trump e Carson) e quelli pro-establishment (Rubio, Bush e Kasich). Bush e Carson sono praticamente con un piede fuori: non è detto nemmeno che arrivino al Super-Tuesday del primo marzo. È difficile dire cosa succederà adesso, ma ci sono un po’ di cose che possiamo mettere sul tavolo per cercare di farci un’idea.

Forse ricordate una cosa che avevo scritto nella guida ai caucus dell’Iowa, e cioè che da quelle parti conta moltissimo la cosiddetta “retail politics”: battere contea per contea, bottega per bottega, fare un evento in ogni bar. Ted Cruz, che ha vinto i caucus in Iowa, è stato l’unico candidato a visitare nell’arco della campagna elettorale tutte le contee dello stato. Il New Hampshire è molto simile all’Iowa, da questo punto di vista, e la “retail politics” funziona anche lì: John Kasich negli ultimi mesi aveva organizzato da quelle parti ben 106 incontri con gli elettori, e ha ottenuto un gran secondo posto. Ecco, da qui in poi la “retail politics” non varrà più molto: Nevada e South Carolina sono due stati molto più grandi di Iowa e New Hampshire; il primo marzo, poi, si vota nello stesso giorno in tanti stati, grandi e lontani tra loro. Quindi conterà soprattutto la capacità di dominare i media. Questo dovrebbe favorire Trump, che sa usare i giornali a suo vantaggio come nessuno e gode già della rendita di posizione del candidato in testa ai sondaggi.

Ma ci sono altre indicazioni, in qualche modo contraddittorie. Nelle prossime settimane, per esempio, i Repubblicani voteranno in diversi stati del sud: posti come Alabama, Arkansas, Georgia, Oklahoma, Tennessee, dove sulla carta un conservatore come Ted Cruz può ottenere molti più consensi di Donald Trump, soprattutto se manterrà tra gli elettori evangelici il vantaggio che ha mostrato di avere in Iowa. Uno col profilo di Marco Rubio, invece, dovrebbe andare molto bene in posti come il Colorado o il Nevada, dove vivono folte comunità latinoamericanee e l’elettorato Repubblicano non è così radicale: ma bisognerà vedere se saprà riprendersi dallo svarione nel dibattito televisivo della settimana scorsa e dalla successiva scoppola subita in New Hampshire. La situazione di Rubio è notevole: era lanciato verso il secondo posto in New Hampshire, in grande ascesa in tutti i sondaggi, ma si è messo così nei guai che se non arriva sopra Kasich e Bush in Nevada e in South Carolina rischia seriamente di finire presto fuori dai giochi. Lo stesso Kasich con il secondo posto in New Hampshire si è garantito appena qualche settimana di sopravvivenza: se non si mostrerà competitivo da qui al primo marzo – e gli stati in cui si vota non sono proprio ideali per lui, moderato e centrista – sarà fuori. Di sicuro i primi risultati mostrano che c’è spazio per uno solo tra Rubio, Bush e Kasich.

Infine, a questo punto ci si aspetta da Cruz e dagli altri un vero attacco contro Trump, che fin qui ha attraversato i dibattiti televisivi senza essere quasi mai sfiorato. L’unico che fin qui ha alzato la voce contro Trump è stato Bush, finendone ogni volta massacrato e deriso; ma non resta molto tempo per cercare di fermare Trump. Dovesse superare il Super-Tuesday ancora da vincitore e favorito, la forza attrattiva che eserciterebbe sull’establishment del partito e sui suoi elettori sarebbe probabilmente irresistibile.

Cosa succederebbe a quel punto, sinceramente non lo so.

La mossa della disperazione: uno spot di George W. Bush per Jeb Bush.

Una cosa su di noi
Quando lo scorso giugno ho deciso di aprire una newsletter, e usarla per fare una volta la settimana un punto della situazione sulla campagna elettorale in vista delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, l’ho fatto principalmente per me. Travolto dalle mille cose da fare al Post, da qualche tempo mi ero reso conto di aver perso il filo di una cosa che mi interessa da molti anni – la politica americana – e di aver trascurato letture, approfondimenti e cose nuove da imparare: ho pensato allora di prendermi un impegno pubblico, per costringermi a ricominciare a occuparmene più seriamente. Per ragioni simili ho deciso di scrivere questi aggiornamenti su una newsletter, e non per esempio sul mio blog: avevo voglia di fare qualcosa di diverso e imparare una cosa nuova. Non avevo idea di quanto questa si sarebbe rivelata, al di là delle mie motivazioni personali, una buona idea.

Ho ricominciato a leggere e studiare un sacco di cose sulla politica americana, che era l’obiettivo iniziale, e sto seguendo questa campagna con un’attenzione sicuramente superiore alle ultime due, che pure mi avevano molto coinvolto. Ma soprattutto ho trovato un modo nuovo e stimolante per fare quello che faccio. Per ogni newsletter che mando, ricevo ogni settimana decine di risposte: dentro ci trovo soprattutto domande, ma anche segnalazioni e consigli. Rispondo a tutti, sempre. La newsletter è diventata una specie di lavoro: mi richiede più o meno un’ora al giorno – tra lettura dei giornali e risposta alle email – e poi tre o quattro ore il sabato mattina per mettere tutto insieme, recuperare quello che va recuperato e scrivere. Non metto in conto le notti insonni perché quelle le farei comunque per il Post. Il risultato è che il numero degli iscritti è salito costantemente, all’inizio anche con una certa mia incredulità, e ora è diventato un piccolo problema. Mi spiego.

Questa newsletter arriva con un servizio gratuito che si chiama Tinyletter. Dato che è un servizio gratuito, ha qualche limite: per esempio ogni newsletter non può avere più di 5.000 iscritti. Noi siamo più di 5.000 ormai da qualche tempo (e oltre il 70 per cento di voi apre la newsletter ogni settimana: sono numeroni, per questo mezzo, per giunta usato per parlare di una cosa non proprio popolare). Quando ci stavamo avvicinando ai 5.000 iscritti, preso un po’ dal panico, ho scritto un’email di informazioni a quelli di Tinyletter: e loro sono stati così gentili da fare un’eccezione e alzare un po’ il limite degli iscritti. Solo che di questo passo raggiungeremo presto il nuovo limite, anche perché con l’inizio delle primarie le nuove iscrizioni settimanali sono ulteriormente aumentate. Quindi tocca passare a un altro servizio.

Ce ne sono tanti: alcuni gratuiti, ma con limiti di affidabilità e di “capienza” che prima o poi si farebbero sentire, oppure complicate configurazioni tecniche che non ho il tempo e la voglia di studiare. La maggior parte sono a pagamento. Io sono convinto di passare a MailChimp, per due ragioni. Primo: è la società proprietaria di Tinyletter, quindi la transizione da un servizio all’altro dovrebbe essere semplice e indolore sia per me che per i vostri indirizzi email (farò tutto io, non vi accorgerete di niente). Secondo: è considerata uno dei migliori – se non il migliore – servizio di newsletter in circolazione. Il punto è che costa. Quanto costa? Dipende dal numero degli iscritti. Per quelli che siamo adesso, circa 70 euro al mese. Se gli iscritti dovessero crescere ancora, come probabilmente accadrà, si può arrivare a 135 euro al mese (la cifra sale ancora se si superano i 25.000 iscritti, ma credo proprio che non ci arriveremo).

Ora, mettiamo in chiaro da subito una cosa su cui non ho mai avuto il minimo dubbio: la newsletter è e rimane gratuita per tutti. Lo ripeto: iscriversi e ricevere questa newsletter è gratuito dall’inizio e rimarrà gratuito fino alla fine. Rimane però che molto presto per produrre la newsletter – oltre alle mie ore di lavoro– serviranno dei soldi, da pagare ogni mese per nove mesi: facendo una stima conservativa, cioè supponendo di pagare da qui a novembre in media 90 euro al mese, si arriva a 810 euro. Che sono una bella cifretta, se tenete conto che questo è un lavoro che già ora faccio gratis. Quindi ho pensato di fare così: la newsletter rimane gratuita, ma se qualcuno vuole contribuire a coprire i costi, può farmi un versamento su Paypal. Qualsiasi cifra è utile. Si può donare anche più di una volta, ovviamente.

Io i soldi ce li metterò in ogni caso di tasca mia fino a novembre 2016, anche se non doveste dare niente; se invece i vostri soldi copriranno una parte delle spese, l’altra parte ce la metterò io; se poi i vostri soldi dovessero addirittura superare quella quota, userò la parte eccedente a parziale copertura dei costi non indifferenti che affronterò in agosto per andare alle convention dei Democratici e dei Repubblicani negli Stati Uniti. In questi mesi molti si sono offerti di pagare in qualche modo per questa newsletter, che comunque ha avuto dei costi non economici ogni settimana fin qui: questo è il momento di mostrare che dicevate sul serio. Naturalmente, dall’altra parte, non sentitevi in colpa se non potete o non volete donare niente: alcuni di voi sono iscritti solo da poche settimane e giustamente vogliono prima capire se ne vale la pena o no, altri sono studenti squattrinati, altri vogliono solo curiosare, altri ancora avranno i loro ottimi motivi. State tranquilli. La newsletter arriva comunque, gratis, ogni sabato, come dal 14 giugno a oggi, feste comprese.

Donazione+Paypal

Un video, per finire
Come se non mi infliggessi già abbastanza notti insonni, la settimana scorsa sono andato a vedere il Super Bowl in un locale a Milano con alcuni amici. Ho visto Lady Gaga cantare l’inno nazionale statunitense e ho pensato all’inno più straordinario che abbia ascoltato, cantato da Beyoncé al secondo insediamento di Obama nel 2013. Prendetevi due minuti e guardatelo. Cose eccezionali di questo video, in ordine sparso:

– la bravura di un altro pianeta (era in playback, sì, ma chissenefrega)
– il momento in cui si toglie l’auricolare
– la bellezza di un altro pianeta
– il mall di Washington pieno di gente
– il povero Beau Biden esattamente dietro di lei

Cose da leggere
Meet the Man Who Helps Trump Be Trump, di Monica Langley sul Wall Street Journal
– Jon Favreau, il leggendario speechwriter di Obama, ha scritto un ipotetico e credibile discorso della vittoria di Donald Trump: fa paura
Chris Christie’s bridge to nowhere: How his 2016 bid went wrong, di Daniel Strauss su Politico

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Scrivimi a costa@ilpost.it oppure rispondi a questa email, che poi è la stessa cosa.

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