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Qualcosa si muove sul fronte Biden

Ho scritto e inviato un’edizione speciale della newsletter americana – che di solito arriva il sabato – per parlare un po’ della potenziale candidatura di Joe Biden e rispondere a un po’ di domande che avevo ricevuto. La prima parte, quella che riguarda Biden, è quella che segue; la seconda l’hanno ricevuta solo gli iscritti. Ci iscrive qui, gratis.

–440 giorni alle elezioni statunitensi
–159 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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Quindi Joe Biden si candida? In questa edizione speciale della newsletter la risposta a questa domanda non c’è. Ma nel giro di pochi giorni la stampa statunitense ha tirato fuori una serie di notizie e retroscena affidabili che hanno dato nuova credibilità non solo all’ipotesi che Joe Biden ci stia pensando – quello possiamo darlo ormai per scontato – ma anche che questa possibilità stia diventando ogni giorno più seria e concreta. Ho pensato che valesse la pena fare un punto della situazione, perché una candidatura di Biden cambierebbe radicalmente le primarie dei Democratici per come le abbiamo immaginate fin qui.

Domenica Biden ha avuto un incontro riservato con Elizabeth Warren, influente e popolare senatrice di sinistra del Massachusetts che molti per mesi hanno considerato una potenziale sfidante di Hillary Clinton. Sempre domenica il Wall Street Journal – che normalmente su queste cose è affidabile – ha scritto che Biden si sta convincendo a candidarsi, secondo persone a lui vicine. Lunedì l’ufficio di Biden ha annunciato la nomina di una nuova responsabile della comunicazione, si chiama Kate Bedingfeld ed è una funzionaria con esperienza elettorale: era la portavoce di John Edwards ai tempi delle primarie del 2008.

Sempre lunedì il comitato politico che propone la candidatura di Biden – ufficialmente senza il suo consenso – ha inviato un documento di due pagine ai dirigenti del Partito Democratico per spiegare il senso dell’eventuale operazione. In serata poi la CNN – che è meno affidabile del Wall Street Journal ma resta la CNN – ha pubblicato un retroscena secondo cui Obama avrebbe dato a Biden una specie di amichevole via libera: non un’autorizzazione a candidarsi né la promessa di un sostegno formale che non potrebbe arrivare, quanto l’impegno a non mettersi in mezzo e non chiedergli di ritirarsi. Martedì il Washington Post e Politico hanno scritto che un gruppo di importanti finanziatori del Partito Democratico è stato invitato a una riunione con Biden che si terrà a settembre.

Questi sono i fatti. Aggiungiamoci qualche informazione di contesto. Il primo dibattito televisivo tra i candidati Democratici si terrà il 13 ottobre. Il 9 e il 10 novembre scadono invece i termini per presentare formalmente le candidature alle primarie dell’Arkansas e del Texas; nelle settimane a seguire scadono di Florida, Illinois, Michigan, North Carolina e Virginia. Lo staff di Biden dice che il vicepresidente prenderà una decisione finale entro la fine dell’estate: qualche settimana fa dicevano che avrebbe deciso entro i primi giorni di settembre. Teoricamente potrebbero prendersi ancora qualche settimana. Sempre più teoricamente, potrebbero anche aspettare il 2016, guardare cosa succede nei primi stati in cui si vota – Iowa, New Hampshire, Nevada e South Carolina – e fare un passo avanti in caso di catastrofe di Hillary Clinton (solo in caso di catastrofe di Hillary Clinton). Sarebbe tardi per candidarsi a moltissime primarie importanti, ma Biden potrebbe comunque ottenere un buon numero di delegati e cercare di farsi dare la candidatura alla convention. In ogni caso qui davvero siamo alla fantapolitica.

Pausa!
Tutto il mostruoso talento oratorio di Biden in un video da 4 minuti. Questo è un pezzetto di una conferenza stampa del 2010. I giornalisti gli chiedono cosa pensa del fatto che il capo della compagnia petrolifera BP si sia lamentato dei troppi soldi chiesti dal governo per risarcire i danni causati dalla grossa perdita nel Golfo del Messico. Biden forse si aspetta la domanda ma comunque va a braccio. In quattro minuti passa da un registro comico perfetto al tono serio da vicepresidente, poi ci mette un accento minaccioso e un po’ di cose da uomo-del-popolo: il tutto mantenendo perfettamente il controllo, senza mai fare quello che “si sfoga”. Il video su YouTube ha i sottotitoli in inglese.

Dicevamo della candidatura
Ho scritto qualche tempo fa di quale potrebbe essere la strategia di Biden nel caso dovesse candidarsi, quindi su questo non mi dilungo: punterebbe soprattutto sull’affidabilità, sull’autenticità e sul carattere. Almeno un pezzo dell’establishment dei Democratici – anche quelli che oggi stanno con Clinton – passerebbe dalla sua parte, e così anche un po’ di finanziatori. L’altissima popolarità di Clinton all’interno del partito e l’enorme vantaggio economico e organizzativo che ha accumulato fin qui fanno pensare però che – qualora Biden si candidasse – davvero solo un colpo di scena potrebbe dargli una strada plausibile verso la vittoria. Per quanto clamorosa, nemmeno una vittoria di Sanders in Iowa e in New Hampshire sarebbe secondo me quel colpo di scena: sono due stati dall’elettorato particolare – abitanti quasi solo bianchi – e poco dopo si vota in Nevada e in South Carolina, demograficamente più simili al resto del paese, dove Clinton oggi ha un vantaggio abissale. Inoltre Biden è un responsabile uomo di partito, non è un fuori di testa: non sfiderebbe Clinton se pensasse di non poterla battere ma soltanto indebolirla. Il colpo di scena determinante potrebbe essere l’apertura di un’indagine dell’FBI su Clinton per la storia delle email, ma oggi quello scenario è considerato molto improbabile.

Essere Joe Biden

Bella galleria fotografica di Newsweek su Joe Biden, che sembra si stia parecchio divertendo a fare il vicepresidente. Io lo dico da quell’estate lì, che è una delle persone più fortunate del mondo.

Qualche piccola brutta notizia per i Repubblicani

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–437 giorni alle elezioni statunitensi
–156 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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È passata un’altra settimana e Donald Trump è ancora lì in testa ai sondaggi tra i candidati Repubblicani. Da quando ho iniziato questa newsletter, scrivo che i sondaggi al momento dicono pochissimo, ma sicuramente condizionano quello di cui parlano i media, la raccolta fondi, la percezione degli elettori e quindi in ultima istanza la campagna elettorale: e inoltre ci avviciniamo al momento in cui avrà senso cominciare a leggere i sondaggi con più attenzione, diciamo da novembre in poi. Ci sono due ipotesi, a questo proposito, di cui vale la pena discutere: non è che Trump sta diventando un candidato vero? E non è che i suoi avversari sono scarsi?

Di cosa parleremo:
– Non è che Bush è scarso?
– Non è che Walker è ancora più scarso?
– Trump sta diventando un candidato vero?
– In Colorado i Repubblicani non faranno le primarie
– Intanto l’economia americana galoppa

Non è che Bush è scarso?
Lunedì Jeb Bush è andato a McAllen, una città sul confine tra Texas e Messico, per parlare di immigrazione. È un tema su cui Bush può avere un vantaggio alle elezioni generali – parla un ottimo spagnolo, sua moglie è una messicana naturalizzata statunitense – ma Trump ha spinto molto a destra la discussione su questo tema alle primarie. E com’è andato l’evento di Bush a McAllen? Sintesi del New York Times: “È stato orribile”.

In meno di 15 minuti Bush è riuscito a inciampare nel suo discorso, a dare una mano a Trump e a offendere gli americani di origine asiatica, un gruppo demografico in grande espansione che è importante quanto quello dei latinoamericani per chi vuole vincere le elezioni. E non è riuscito a dare ai latinoamericani nessun elemento per convincerli che lui è migliore dei suoi avversari in questa rivoltante e xenofoba campagna elettorale.

Prima Bush ha difeso l’uso di un’espressione sgradevole e complottista – “anchor babies”, bambini-ancora – usata dall’estrema destra per definire gli immigrati che (secondo loro) vanno negli Stati Uniti a partorire per far sì che i loro figli siano statunitensi: e per giustificarsi ha detto che non parlava degli ispanici bensì “degli asiatici”. Wow! Trump lo ha immediatamente preso in giro su Twitter. Poi ha detto pomposamente che Trump dovrebbe leggere il suo libro. Il tutto in un evento chiassoso e male organizzato, dicono i giornalisti che erano lì. Ricordatevi che parliamo dello stesso candidato che più o meno una volta ogni dieci giorni dice di essere stato frainteso su qualcosa: sulle ore di lavoro, sulla guerra in Iraq, sul programma Medicare, sulla salute delle donne. Anche lui deve alzare il livello e la qualità del suo messaggio, se vuole arrivare sulle sue gambe alla prossima primavera. A margine: oggi lo hanno mollato tre importanti responsabili della sua raccolta fondi.

Bonus
Donald Trump ha insultato Bush 33 volte in un’intervista col Washington Post che è durata 35 minuti.

Non è che Walker è ancora più scarso?
Se avete letto le ultime newsletter sapete che Scott Walker – governatore del Wisconsin, considerato tra i favoriti alle primarie Repubblicane – non ha dimostrato fin qui di essere un candidato abile. Due storie di questi giorni confermano questo giudizio.

Dieci giorni fa Walker ha detto di essere d’accordo con Trump sull’abolizione dell’emendamento costituzionale che stabilisce che chi nasce in America è americano. Una posizione molto di destra, che non piace anche a tanti Repubblicani e ovviamente ai moltissimi elettori americani di origine ispaniche o asiatiche. Qualche giorno dopo Walker ha ribadito di essere a favore dell’abolizione ma solo in linea di principio, perché da presidente non cercherebbe di ottenerla. Successivamente Walker ha schivato le domande sul tema, dicendo che occuparsi della questione è fuorviante. Infine Walker ha detto di essere contrario all’abolizione dell’emendamento costituzionale che stabilisce che chi nasce in America è americano. Ha cambiato idea tre volte in sette giorni, facendo una completa inversione a U.

Sempre la settimana scorsa, Walker ha detto che Obama dovrebbe cancellare la visita di stato del presidente cinese Xi Jinping prevista per il mese prossimo, in sintesi perché la Cina è un nemico e va trattato come tale. Sperava di fare un colpo alla Trump, dire una cosa grossa che piacesse alla base del partito e facesse parlare di lui sui giornali. È stato un piccolo disastro: i giornali ne hanno parlato ma per criticarlo e dire che un gesto così eclatante sarebbe un danno per l’economia del paese, i suoi finanziatori si sono arrabbiati, gli altri candidati si sono dissociati, i sondaggi non si sono mossi e lui è finito di nuovo sulla difensiva. Qual è il problema, secondo me? Per tutta la sua carriera di politico locale Walker ha sempre avuto una strategia molto semplice: mai farsi superare a destra. Dire sempre la cosa più di destra possibile: e se uno la dice più grossa di te, di’ che sei d’accordo con lui. Alle presidenziali, in un paese da 300 milioni di abitanti, questa cosa non funziona – persino Trump non dice su tutto la cosa più di destra possibile – e provoca guai. Walker aggiunge a questa inesperienza anche un’allarmante pochezza oratoria e di talento politico.

Trump sta diventando un candidato vero?
Analisti ed esperti di sondaggi raccontano da giorni dell’importante consolidamento che stanno riscontrando nei dati su Donald Trump. Due mesi fa non piaceva alla maggioranza degli elettori Repubblicani, oggi è il contrario.

Sondaggio dopo sondaggio emerge che Trump è il preferito delle donne Repubblicane, nonostante abbia usato espressioni come “grasso maiale” e “animali disgustosi” per riferirsi ad alcune donne. È in vantaggio tra i cristiani evangelici, nonostante abbia detto di non aver mai avuto un solo motivo per chiedere perdono a Dio. È in vantaggio tra i Repubblicani moderati e istruiti, nonostante le sue idee populiste e anti-immigrati dovrebbero aiutarlo soprattutto tra gli elettori più estremisti e meno istruiti. È in vantaggio tra i militanti Repubblicani più motivati, quelli che di sicuro andranno a votare, nonostante piaccia moltissimo anche alle persone che non si sono mai interessate di politica.

Il problema è che al momento questa grande popolarità è costruita sul suo carisma, sulla sua popolarità e sulla sua personalità, e basta: non su qualche sostanziosa e concreta proposta politica, eccezion fatta per quella radicale e irrealizzabile sull’immigrazione. Questo spot satirico su Donald Trump, opera di Jimmy Kimmel, fa ridere e mette a fuoco molto bene la questione.

Un altro esempio di come Trump sta dimostrando un istinto politico superiore a quello dei suoi avversari: sa trasformare le sue debolezze in punti di forza. Quando parla dei sondaggi, Trump cita estesamente il difetto che gli riconoscono di più gli elettori, quello su cui sono praticamente unanimi: è uno stronzo. «L’unica domanda in cui sono andato malissimo è: è una persona simpatica? Sono arrivato ultimo tra tutti i candidati. Ma siamo stanchi delle persone simpatiche. Non ci servono i simpatici. Ci servono quelli competenti». Anche qui, di nuovo grandissima vaghezza politica, e ci sarebbe molto da discutere sul fatto che Trump sia competente, ma è così che si gioca a questo gioco.

Questo tipo di comportamento gli permette di attraversare indenne guai e gaffe che distruggerebbero altre candidature. Questa settimana ce n’è stata un’altra, bella grossa. Durante una conferenza stampa si è alzato in piedi Jorge Ramos – probabilmente il più famoso, popolare e autorevole giornalista televisivo della tv statunitense in spagnolo – per fargli una domanda, senza che Trump lo avesse autorizzato. I due hanno battibeccato per qualche secondo prima che un omone della sicurezza andasse da Ramos e lo accompagnasse fuori con decisione, mentre Trump diceva “Tornatene da Univision”. Immaginate questa scena, che ne so, con un Enzo Biagi.

Episodi come questo forse non lo danneggiano subito nei sondaggi, ma continuano a farmi pensare che alla fine della fiera Trump si sgonfierà e che la sua candidatura farà più male che bene ai Repubblicani. Nel 1988 George H. W. Bush ottenne il 59 per cento dei voti degli elettori bianchi, e vinse le elezioni con ben 426 grandi elettori; nel 2012 anche Mitt Romney ottenne il 59 per cento dei voti degli elettori bianchi, che si tradussero stavolta in appena 206 grandi elettori. Oggi negli Stati Uniti non puoi diventare presidente se tutti quelli che non sono bianchi ti detestano.

Niente primarie Repubblicane in Colorado
I dirigenti del Partito Repubblicano in Colorado si sono rifiutati di accettare un regolamento federale che avrebbe impegnato i delegati eletti alle primarie – eletti con qualsiasi candidato – a sostenere il vincitore alla convention dell’estate 2016, quindi il Colorado non parteciperà al processo di selezione del candidato Repubblicano. Forse si farà una versione informale delle primarie, ma non saranno valide ai fini della competizione e quindi i candidati non sprecheranno tempo e risorse da quelle parti. È un piccolo problema per i candidati col messaggio più anti-establishment, che di solito vanno bene in Colorado, ma soprattutto per chi otterrà la nomination: il Colorado è uno stato storicamente Repubblicano che però vota Democratico da due elezioni presidenziali, soprattutto grazie alla crescente comunità latinoamericana. Per i Repubblicani non fare le primarie lì vuol dire, in questa fase, mandare meno spot televisivi sulle tv locali, fare meno tappe e discorsi pubblici, concentrarsi altrove con l’organizzazione territoriale e in ultima istanza accumulare un piccolo svantaggio – non certo incolmabile, ma sostanzioso – in uno degli stati che davvero devono cercare di vincere a novembre 2016.

L’economia statunitense intanto galoppa
Nel secondo trimestre del 2015 il PIL degli Stati Uniti è cresciuto a un tasso annualizzato del 3,7 per cento, mentre gli analisti si aspettavano una crescita del 2,3 per cento. È una notizia importante, perché la ripresa economica americana fin qui è stata costante ma non esplosiva, e perché avviene mentre la Cina attraversa grossi guai e in Europa moltissimi governi si commuoverebbero dalla gioia per una crescita anche solo dell’1,5 per cento. L’economia e i temi collegati – disoccupazione, tasse, welfare – rimarranno al centro del dibattito politico americano da qui al 2016, salvo clamorose sorprese, ma se trimestre dopo trimestre continueranno ad arrivare dati come questi, i Democratici giocheranno un po’ più in discesa e i Repubblicani un po’ più in salita.

Cose da leggere
How My Presidency Would Deal With China, di Marco Rubio sul Wall Street Journal
Biden Can’t Beat Clinton, But He Can Be the Party’s Backup, di Ryan Lizza sul New Yorker
The Hillary Clinton e-mail ‘scandal’ that isn’t, di David Ignatius sul Washington Post

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Le elezioni americane al 15 di agosto

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–451 giorni alle elezioni statunitensi
–170 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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Ciao e buon Ferragosto. Avevo promesso un’email infrasettimanale ma non ce l’ho fatta, come vi siete accorti; in compenso potrebbe arrivarne presto una con un po’ di domande e risposte, perché sono in arretrato e oggi non volevo farla troppo lunga. Veniamo direttamente al dunque, stavolta in modo più ordinato: per ogni candidato che conta, un breve punto della situazione.

Di cosa parliamo, tra le altre cose:
– Rubio e Bush si sono un po’ messi nei guai da soli
– Ben Carson, l’unico nero candidato tra i Repubblicani, ma anche molto di più
– Esiste un video di un candidato che frigge del bacon sulla canna della mitragliatrice con cui ha appena sparato
– È stata un’altra pessima settimana per Hillary Clinton, e ce ne saranno ancora
– Un candidato Repubblicano è già cotto

Donald Trump
A caldo è stato considerato da quasi tutti uno dei vincitori del dibattito tv, ma dopo le cose gli sono andate così così. Per qualche giorno ha continuato a litigare con Fox News, dicendone anche di grossissime: a un certo punto ha persino alluso al fatto che la giornalista conduttrice del confronto ce l’avesse con lui a causa delle mestruazioni. Poi è stato mollato da un suo storico amico e collaboratore, e ha cercato di convincere tutti che fosse stato lui a licenziarlo. Per quel che valgono i sondaggi al momento, la sua crescita sembra essersi come minimo fermata. Dall’altra parte, però, sembra aver cominciato a costruirsi una struttura da vera campagna elettorale, soprattutto in Iowa e in New Hampshire.

Bonus
Durante il dibattito Trump aveva battibeccato con Paul e a un certo punto gli aveva detto acido: “Mi sa che non mi hai sentito”. Ho scoperto poi, non lo sapevo, che Rand Paul indossa un apparecchio acustico. Un’altra roba di cattivo gusto.

Marco Rubio
La buona prova nel dibattito gli ha dato un po’ di spinta, ma gliel’ha data nella direzione giusta? A un certo punto durante il confronto ha detto di essere contrario all’aborto anche nei casi di stupro e incesto. È un cambio di linea rispetto al passato – cosa che fa pensare si tratti di tattica, piuttosto che di ideali – e di questa posizione estremista si è discusso molto nei giorni seguenti. Forse la cosa gli può fare guadagnare un po’ di voti a destra, ma non era obbligato a farlo: non la pensava così nemmeno Mitt Romney, che i Repubblicani guardavano con ancora più scetticismo. E alle eventuali elezioni di novembre questa posizione potrebbe danneggiarlo parecchio: la maggior parte degli americani non la pensa così.

Jeb Bush
Già si era messo nei guai con una frase assurda sulle politiche sanitarie per le donne, che probabilmente lo perseguiterà a lungo, poi non è uscito benissimo dal dibattito, insomma le cose per lui non vanno proprio alla grande. La settimana scorsa ha pronunciato un discorso programmatico di politica estera, soprattutto sull’Iraq e il terrorismo islamico, criticando moltissimo Hillary Clinton e sostenendo che l’ascesa dello Stato Islamico e l’attuale instabilità della regione si debbano più all’amministrazione Obama che alla precedente amministrazione Bush. Mi pare che il suo obiettivo fosse soprattutto mostrarsi “presidenziale” e farsi notare senza sporcarsi col dibattito su Trump: non c’è riuscito molto, ma a lui per il momento – per il momento – va bene anche muoversi un po’ a fari spenti. Ah, ha litigato su Twitter con Hillary Clinton.

Ben Carson
Ne abbiamo parlato poco ed effettivamente non c’era molto da dire – non ha nessuna speranza di vincere – però è un personaggio notevole. Carson è nero ed è un neurochirurgo in pensione. Nel 1987 divenne famoso in tutto il mondo quando fu il primo medico a riuscire a separare due gemelli siamesi attaccati per le teste, e negli Stati Uniti divenne una specie di eroe soprattutto per i neri. Da quando è andato in pensione è diventato anche un idolo dei conservatori: di recente ha dato a Obama dello “psicopatico” e ha detto che la sua riforma sanitaria è stata “la peggior cosa capitata in questo paese dai tempi della schiavitù”; due anni fa disse che il matrimonio gay era paragonabile alla zoofilia e alla pedofilia. Durante il confronto tv si è dichiarato contrario agli esperimenti scientifici sui feti abortiti, dopo qualche giorno è venuto fuori che ha fatto personalmente esperimenti scientifici su feti abortiti.

Bonus
Chi ha visto The Wire forse si ricorderà questa scena (per gli altri, non ci sono spoiler). Un’educatrice chiede ai ragazzi di un quartiere molto difficile di Baltimora cosa vogliono fare da grandi e uno risponde: io voglio essere come Ben Carson.

Rick Perry
Ha finito anche i soldi per pagare le persone che lavorano alla sua campagna elettorale. Salvo sorprese clamorose, è cotto.

John Kasich
Il governatore dell’Ohio invece sembrava cotto, ce l’ha fatta per un pelo ad arrivare al dibattito televisivo e ora se la sta cavando bene, soprattutto in New Hampshire, il secondo stato in cui si vota. Uno in più da tenere d’occhio: ora deve continuare a crescere nei sondaggi, però, se vuole farsi prendere sul serio. Il candidato più danneggiato dalla sua ascesa è sicuramente Jeb Bush, che cerca di attrarre gli stessi voti moderati e centristi di Kasich.

Carly Fiorina
La vincitrice del dibattito “minore” della settimana scorsa si sta godendo il successo, l’attenzione dei media e un bel balzo nei sondaggi: sicuramente al prossimo giro farà parte del confronto principale, e più di questo non poteva sperare. L’attenzione dei media però ha le sue controindicazioni: i giornali hanno cominciato a raccontare del suo deludente periodo da amministratrice delegata di HP e qualche giorno fa durante un comizio ha detto che i genitori dovrebbero avere il diritto di non vaccinare i propri figli. Dieci giorni fa non l’avrebbe notato nessuno o quasi, ora è un titolo.

Ted Cruz
È il candidato Repubblicano più buono con Trump, cioè quello che più sta corteggiando i suoi elettori in attesa del momento in cui Trump si sgonfierà. Nel frattempo pare stia contattando sotto traccia anche i sostenitori di Rand Paul in Iowa e in New Hampshire, per convincerli a passare dalla sua parte. Potrebbe diventare, alla lunga, il candidato unico della destra-destra. Anche lui però soffre dell’attenzione mediatica catalizzata dal solo Trump e quindi deve inventarsi qualcosa per farsi notare. Per esempio diffondere un video che lo mostra friggere del bacon sulla canna di una mitragliatrice, e poi mangiarlo.

Rand Paul, Chris Christie, Mike Huckabee
Completamente tagliati fuori dall’agenda dei media e dalle attenzioni della gran parte degli elettori Repubblicani. Hanno poco tempo per inventarsi qualcosa, se vogliono arrivare vivi almeno a marzo. Rand Paul sta provando ad attaccare duramente Donald Trump, proseguendo il loro scontro al dibattito televisivo: vediamo se funziona.

Scott Walker
Per quanto rimanga tra i candidati messi meglio, Scott Walker continua a sembrarmi davvero deludente. Al dibattito è andato piuttosto male – e la sua popolarità nazionale infatti ne ha risentito – e fa molta fatica a far passare un messaggio che sia uno. Di recente ha diffuso uno spot che è esemplare del suo attuale momento: è completamente vuoto. Gli slogan politici sono spesso generici, certo: ma non c’è una frase in questo spot che non sia una banalità; salvo alcune, tutte potrebbero essere state dette anche da candidati Democratici. C’è ancora tempo per raddrizzare le cose, ma io pensavo avesse un po’ di talento in più.

Bernie Sanders
Veniamo ai Democratici, quindi. Ci sono due notizie contrastanti su Sanders, ma entrambe riguardano i sondaggi: quindi prendetele con le molle. La prima è che la sua avanzata in Iowa si è fermata, anzi è rimbalzato indietro; la seconda è che in New Hampshire invece continua a crescere, secondo un sondaggio avrebbe persino superato Hillary. Questi sono probabilmente i due stati in cui lui è più forte in assoluto – quasi esclusivamente bianchi, sensibili a posizioni radicali – ma Sanders comunque ha dimostrato una qualità importante negli ultimi giorni: saper cambiare direzione. Qualche settimana fa parlavamo di come fosse stato messo molto in difficoltà da un gruppo di contestatori neri e di come in generale non piacesse granché a quel segmento della popolazione: Sanders ha aggiustato in fretta le sue proposte e il suo comizio-base, accogliendo i suggerimenti di alcuni movimenti per i diritti delle minoranze, e ha assunto come capo ufficio stampa Symone Sanders (non sono parenti), un’attivista per i diritti dei neri giovane e in gamba.

Hillary Clinton
Chiudiamo con la storia più importante. È stata un’altra di quelle settimane in cui non si è parlato della campagna elettorale di Hillary Clinton, delle sue proposte, dei suoi comizi, eccetera, bensì dei suoi guai con la storia delle email. La storia, in brevissimo, è che durante il suo mandato da segretario di Stato ha usato un indirizzo email privato (poteva farlo, poi è cambiata la legge) ma forse con quella casella ha maneggiato anche informazioni governative riservate; e quando dal governo le sono state chieste le email, per archiviarle, lei ne ha consegnato una parte e ha cancellato le altre, dicendo che erano cose personali. È stata aperta un’indagine per capire se ci sono state informazioni riservate malgestite, in tutta questa storia, e qualche giorno fa Clinton si è decisa infine a consegnare il suo server di posta privato all’FBI. Nel frattempo sta andando vanti l’esame delle email che ha già consegnato e sono emerse due email con contenuti top secret.

Ora: Clinton al momento non è sotto indagine e l’FBI sta facendo solo una revisione preliminare del caso. Ma il fatto che sui giornali e su internet il nome di Hillary continui a essere accostato a parole come “FBI” e “indagine” la sta danneggiando, sta confermando negli elettori l’impressione che sia inaffidabile e soprattutto le sta impedendo di fare la campagna che vorrebbe. I Repubblicani al Congresso non molleranno l’osso fino a novembre e al momento di questa storia non si vede la fine. Il tutto potrebbe farle molto male. Mettiamola così: se Elizabeth Warren alla fine si fosse candidata, forse moltissimi Democratici a questo punto avrebbero già cambiato cavallo. E tenete a mente, nel frattempo, che siamo ancora in attesa che Joe Biden prenda una decisione sulla sua candidatura.

Bonus
Per chi vuole approfondire la faccenda Joe Biden: ho scritto sul Foglio un lungo articolo per cercare di immaginare quale sarebbe la sua strategia, se davvero dovesse candidarsi contro Hillary Clinton. Si trova qui.

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