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Una gara tra zoppi

C’è un motivo se Marco Minniti, nel corso della sua lunga carriera politica, ha avuto molti incarichi importanti ma mai una leadership personale o una carica monocratica elettiva, che fosse il consigliere regionale o il sindaco o il presidente di regione. Il motivo (non è una colpa, e vale in misure diverse anche per Martina e Zingaretti) è che Minniti è un onesto e rispettabile gregario, e non un leader. Il triste percorso della sua candidatura – annunciata con un’intervista dopo settimane di trattative di partito, ritirata con un’intervista dopo settimane di trattative di partito – è l’inevitabile percorso di tutte le iniziative che non nascono da vere ambizioni ma dalla faticosa necessità di rappresentare un pezzo di ceto politico sotto la nobile patina dello «spirito di servizio». Quando quel pezzo di ceto politico ci ripensa, non resta altro. Il fatto che Minniti ritirando la sua candidatura abbia deciso di usare l’argomento per cui «c’erano troppi candidati», invece che affrontare l’elefante nella stanza, conferma la sua identità di onesto e rispettabile gregario, oltre che una certa impermeabilità al senso del ridicolo.

Da Obama a Salvini, da Di Maio a Merkel, dal Berlusconi del 1994 al Renzi del 2014, le leadership moderne che ottengono consensi e risultati sono frutto di due cose soltanto apparentemente contraddittorie, e nessuna di queste è «lo spirito di servizio»: un’ambizione personale autentica, cannibale, e la convinzione ossessiva, in buona fede, di voler fare innanzitutto ciò che è meglio per il paese. Minniti è evidentemente privo della prima. A chi gli ha sfilato la sedia manca da tempo la seconda.