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Trump ha raddrizzato il suo 2017 (49/50)

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Un’ambiziosa riforma fiscale – la più incisiva degli ultimi trent’anni – è stata approvata questa settimana con il sostegno praticamente unanime di tutto il Partito Repubblicano, compresi i senatori più aspramente critici con il presidente Donald Trump. I tentativi di sostituire la riforma sanitaria di Barack Obama sono falliti, ma la riforma fiscale contiene l’abolizione di una parte molto importante di Obamacare, quella che ne garantiva la stabilità finanziaria: e quindi i Repubblicani hanno fatto un grande passo avanti in vista della sua abolizione completa. Inoltre quest’anno, come ricordate, un giudice molto conservatore è stato nominato alla Corte Suprema, e così tanti altri giudici conservatori sono arrivati nelle corti federali e nelle corti d’appello. Decine di ordini esecutivi approvati dalla precedente amministrazione sono stati annullati o sospesi. Del muro ancora non c’è traccia, ma il numero di immigrati che attraversa clandestinamente il confine tra Messico e Stati Uniti è diminuito. A prescindere da quanto sia merito di Trump, poi, lo Stato Islamico sta perdendo e l’economia statunitense sta crescendo.

Quello che avete appena letto non è un resoconto completo del 2017 di Donald Trump. Manca la sua storica ed estrema impopolarità. Mancano le gravi sconfitte in Virginia e in Alabama. Manca la Russia. Ma quello che avete appena letto non è nemmeno un resoconto falso: e mostra un pezzo importante di quello che è successo nel primo dei quattro anni – almeno – che Trump passerà alla Casa Bianca. Il racconto quotidiano o settimanale delle notizie schiaccia le nostre prospettive, è inevitabile: anche per questo di tanto in tanto è utile fermarsi un momento, scendere, rialzare la testa, cercare con lo sguardo un orizzonte più lontano. Trump ha incontrato moltissime difficoltà quest’anno, che sono gravi specialmente perché il suo partito controlla il Congresso; ma ha comunque già cambiato in molti modi diversi le vite degli americani. E il fatto che il suo partito controlli il Congresso – finché dura – gli permette potenzialmente di invertire la rotta con grande facilità, anche quando le cose vanno male.

È quello che è successo questa settimana.

Trump doveva firmare la riforma fiscale a gennaio. Poi ha acceso la tv e ha sentito i giornalisti chiedersi: “Trump manterrà la promessa di firmare la legge prima di Natale?”. Quindi ha annullato i piani per gennaio e l’ha firmata subito. Parole sue.

Lo avete letto e ascoltato più volte in Da Costa a Costa: l’approvazione della riforma fiscale non è mai stata davvero in discussione. Per i Repubblicani era una materia più semplice su cui trovarsi d’accordo rispetto alla sanità, e il loro fallimento su Obamacare rendeva urgentissimo ottenere almeno una vera grande vittoria legislativa prima dell’inizio della campagna elettorale per le elezioni di metà mandato. Ci sono riusciti.

La riforma fiscale appena approvata taglia moltissimo le tasse sulle grandi aziende – dal 35 al 21 per cento – e le persone più ricche, e un po’ meno per la classe media. In totale l’85 per cento degli americani pagherà meno tasse, ma il taglio è volutamente molto più alto per i più ricchi, sulla base della vecchia convinzione dei Repubblicani per cui tagliando le tasse in cima i benefici in termini di opportunità e prosperità si riversano a cascata verso il basso (una tesi su cui gli economisti hanno moltissimi dubbi, e che nel recente passato si è dimostrata falsa). Il taglio delle tasse verso le grandi aziende e i contribuenti molto ricchi è permanente; quello più piccolo verso la classe media invece durerà fino alla fine del 2025. Dopo quella data quindi moltissimi americani subiranno un aumento delle tasse per complessivi 83 miliardi di dollari, a meno che il Congresso non rinnovi il taglio, che è la cosa più probabile: ma rinnovare quel taglio avrà un costo, e qui veniamo al problema di questa riforma.

Tutti gli analisti indipendenti concordano che la riforma farà pagare meno tasse l’anno prossimo a otto americani su dieci. Questa è una cosa grande e che avrà un grande impatto economico e politico. Diverse grandi aziende, per esempio, stanno distribuendo bonus a pioggia sui loro dipendenti per festeggiarne l’approvazione: mille dollari a testa per tutti i dipendenti di AT&T e Comcast, mentre Wells Fargo ha alzato il suo salario minimo. Però. L’abolizione di quel pezzo di riforma sanitaria farà implodere il mercato assicurativo, provocando un aumento dei prezzi delle polizze – soprattutto per la classe media – e del numero di americani senza assicurazione, con le conseguenze tragiche che immaginate. La crescita economica aggiuntiva dovuta agli effetti della riforma ci sarà, ma non genererà abbastanza gettito da contenere i suoi costi: questa riforma aggiungerà mille miliardi di dollari al debito pubblico statunitense, e nel corso del tempo almeno parte di questi soldi andrà recuperata in qualche modo. Aumentando altre tasse, tagliando sui servizi pubblici, invertendo i tagli appena approvati: lo vedremo. Sospetto che, quando passeranno all’opposizione, i Repubblicani saranno i primi a chiedere tagli e responsabilità sui conti, come hanno fatto nel decennio scorso: prima approvando i grandi tagli fiscali voluti da George W. Bush e poi accusando l’amministrazione Obama di disinteressarsi del debito pubblico.

La riforma contiene altre norme di grande impatto: sarà permesso trivellare in cerca di petrolio e gas nelle riserve naturali dell’Alaska, per esempio, e ci saranno agevolazioni fiscali per chi vorrà costruire nuovi stadi o rinnovare quelli esistenti. E poi, particolare non trascurabile, avvantaggia moltissimo Trump, la sua famiglia e i suoi affari.

È presto per giudicare gli effetti di questa riforma, naturalmente. La sensazione più condivisa a Washington è che saranno effetti complessivamente positivi per l’economia statunitense per qualche anno, e poi inizieranno a provocare guai. Questi guai potrebbero arrivare anche prima: una recessione causata da un qualche evento traumatico potrebbe rendere rapidamente insostenibile il debito pubblico statunitense, per esempio. E la credibilità populista di Trump potrebbe essere danneggiata da una legge – per il momento molto impopolare – che è innanzitutto un grandissimo regalo all’establishment e agli americani più ricchi, tra cui se stesso.

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Ciao ciao?

Posso sbagliarmi, ma l’approvazione della riforma fiscale significa anche che Paul Ryan non resterà a lungo speaker della Camera.

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