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A Washington mancava solo questa (45/50)

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La grande storia che da settimane sta finalmente agitando e rivoltando interi importanti settori industriali statunitensi – le donne che stanno raccontando le molestie che hanno subito – è arrivata anche alla politica. Questa settimana ha coinvolto uno dei più famosi giornalisti televisivi statunitensi, un altro del New York Times in grande ascesa, uno dei senatori Democratici più popolari e influenti e il deputato del Partito Democratico in carica da più tempo, un ex presidente. Inoltre è emerso che il Congresso negli ultimi anni ha pagato oltre 17 milioni di dollari in risarcimenti verso donne molestate da deputati e senatori in cambio di accordi di riservatezza. Tutto lascia pensare che sia solo l’inizio. Poi c’è il caso Roy Moore.

Se avete ascoltato il podcast della settimana scorsa, sapete di cosa parliamo: Roy Moore è il candidato al Senato in Alabama del Partito Repubblicano, è un vero estremista di destra ed è stato scaricato dallo stato maggiore del suo partito dopo le accuse – molte, circostanziate, affidabili – di aver molestato delle minorenni molti anni fa. Ecco, mentre il grosso del suo partito lo scaricava e gli tagliava i fondi, mentre persino Ivanka Trump diceva che «c’è un posto speciale all’inferno per quelli come lui», Roy Moore ha ricevuto una nuova dichiarazione di sostegno dal pulpito più alto che ci sia: il presidente Donald Trump ha argomentato, parlando dell’avversario di Moore, che «non abbiamo bisogno di qualcuno debole sul crimine, debole sui confini, debole sui militari, debole sulle armi». È esattamente l’argomento di cui parlavo nel podcast della settimana scorsa: sarà pure un pedofilo, ma è il nostro pedofilo. Meglio comunque lui che un Democratico.

Ascolta “S2E21. Ha ancora senso parlare di politica in America?” su Spreaker.
Un famoso pastore dell’Alabama, FlipBenham, ha detto che Moore cercava di uscire con le ragazzine per via della loro «purezza».

Il caso politico di Roy Moore arriverà a un bivio importante il 12 dicembre, il giorno dell’elezione. Ma la storia più grande, quella delle molestate e dei molestatori, non finirà così presto. Il senatore Al Franken – del Partito Democratico, eletto in Minnesota – è accusato di aver palpato più di una donna, e stanno crescendo le pressioni dentro il partito perché si dimetta; l’anziano e influente deputato John Conyers – del Partito Democratico, eletto in Michigan – è stato accusato di molestie e ha pagato diversi risarcimenti; le storie dei palpeggiamenti di George H.W. Bush continuano ad accumularsi; il famosissimo giornalista Charlie Rose è stato licenziato in tronco dopo che otto donne hanno raccontato suoi comportamenti molesti, come farsi trovare nudo in ufficio, palparle o fare loro sgradevoli telefonate notturne; Glenn Thrush, il giornalista politico del New York Times diventato così influente negli ultimi mesi da essere persino imitato al Saturday Night Live, è stato sospeso; e prima ce n’erano stati altri ancora.

È ironico, in qualche modo, che tutto questo accada mentre il presidente degli Stati Uniti è un uomo accusato di molestie sessuali da sedici donne diverse, e che ha ammesso lui stesso di avere l’abitudine di palpare e baciare le donne senza il loro consenso perché «quando sei una star te lo lasciano fare». A dimostrazione di quanto oggi nella politica statunitense il tribalismo delle due curve abbia fagocitato qualsiasi cosa, Trump ha infierito su Al Franken spingendosi poi a dire che «è un bene per la nostra società e per le donne che queste cose vengano fuori, ne sono molto felice», assolvendo allo stesso tempo Roy Moore e naturalmente se stesso. Torniamo a quanto sopra: vale tutto.

Voltiamo pagina, come dicono quelli. C’è una novità importante nell’inchiesta sulla Russia, scoperta dal New York Times: gli avvocati di Michael Flynn hanno smesso di parlare con gli avvocati di Donald Trump. Perché è importante: Flynn è l’ex generale, consigliere e amico personale di Trump che era stato scelto come National Security Advisor ma era stato costretto a dimettersi dopo neanche tre settimane quando era emerso che aveva mentito all’FBI e al vicepresidente Pence sui suoi numerosi rapporti e contatti con il governo russo, nonché sul fatto che fosse pagato dal governo turco per fare i suoi interessi. Flynn e Paul Manafort sono considerati i due personaggi più importanti e messi peggio nell’inchiesta, e infatti l’arresto di Manafort non aveva sorpreso nessuno: aveva sorpreso invece molti il mancato arresto di Flynn. Il fatto che insieme all’arresto di Manafort fosse stato annunciato l’accordo trovato dal procuratore speciale Robert Mueller con un altro indagato, che aveva deciso di collaborare con l’inchiesta, aveva fatto pensare a molti che Mueller volesse mandare un segnale proprio a Flynn: collabora, o farai la fine di Manafort; sia tu che tuo figlio, peraltro (anche lui è implicato nell’indagine).

Che gli avvocati di Flynn abbiano smesso di parlare con gli avvocati di Trump non vuol dire che Flynn abbia sicuramente trovato un accordo con Mueller, ma vuol dire come minimo che c’è un negoziato in corso – magari anche da parecchio – e che Flynn è quantomeno disposto a parlare. È una prassi consolidata che gli avvocati difensori di persone diverse coinvolte nella stessa inchiesta condividano informazioni, ma quando si sta negoziando una collaborazione con l’accusa uno dei requisiti è sospendere questi contatti. L’accordo potrebbe essere già stato trovato, potrebbe essere trovato tra un mese come potrebbe non essere trovato mai: dipende da cosa Flynn è disposto a offrire in termini di informazioni a Mueller. Ma questo è un potenziale punto di svolta: pensate che – tra moltissime altre cose – Flynn è la persona su cui Trump chiese di «chiudere un occhio» all’ex capo dell’FBI, James Comey.

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