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L’autodistruzione di Donald Trump (31/50)

cc_2Venerdì scorso a Charlottesville, in Virginia, un gruppo di movimenti e associazioni di estrema destra ha organizzato una fiaccolata per protestare contro la rimozione della statua di un generale sudista: cioè di uno dei leader militari del fronte schiavista che combatté durante la Guerra di secessione. È stata una fiaccolata particolarmente inquietante, con immagini e toni che evocavano direttamente il Ku Klux Klan, il movimento reazionario che per decenni negli Stati Uniti organizzò stragi, linciaggi, pestaggi e minacce per affermare la supremazia dei bianchi sui neri. Il giorno dopo, sempre a Charlottesville, quei gruppi di estrema destra hanno sfilato in una manifestazione apertamente neonazista, razzista e antisemita.


Questo breve documentario di Vice News e HBO è la cosa migliore che possiate guardare per capire chi c’era in piazza a Charlottesville.

Quel giorno si è radunato a Charlottesville anche un gruppo di contromanifestanti, antirazzisti e antifascisti. Nonostante i neonazisti fossero armati fino ai denti con pistole e fucili da guerra, i due gruppi si sono scontrati più volte: si sono picchiati, si sono presi a calci e a bastonate, si sono lanciati addosso pietre, bottiglie d’acqua e palloncini pieni di urina.

Poi, a un certo punto, un manifestante neonazista è salito sulla sua macchina e ha guidato a tutta velocità contro un gruppo di manifestanti antifascisti. Li ha investiti, poi si è schiantato contro un’altra auto che è così finita addosso ad altre persone. Diciannove persone sono state ferite. Una è morta. Si chiamava Heather Heyer, aveva 32 anni, faceva l’assistente in uno studio legale ed era un’attivista per i diritti civili. Non serviva la strage di Barcellona per ricordarci che un gesto del genere ha un nome più preciso di “omicidio”: si chiama terrorismo.

(PAUL J. RICHARDS/AFP/Getty Images)

La storia degli Stati Uniti è piena di violenza. Dallo sterminio dei nativi americani alla schiavitù, dai linciaggi contro i neri ai pestaggi della polizia, dalle sparatorie nelle scuole ai presidenti uccisi e feriti. In circostanze come questa tutti i presidenti degli Stati Uniti hanno provato a fare la stessa cosa: unire il paese, cucire le ferite. Stagliarsi. Non tutti lo hanno fatto con la stessa sincerità e la stessa efficacia; alcuni sono stati più coraggiosi e altri più pavidi, alcuni lo hanno fatto piangendo e altri alzando la voce. Ma tutti ci hanno provato, e anzi hanno visto nel loro ruolo in momenti come questo l’occasione perfetta per essere presidenti, e guidare un popolo enorme e diverso attraverso strettoie dolorose. Questi sono, tra gli altri, i momenti che fanno una presidenza.


Per esempio.

Anche per questo, sabato scorso moltissimi hanno atteso che Donald Trump facesse qualcosa, dicesse qualcosa. Non solo giornalisti e politici: persone normali. Hanno atteso che Trump desse al paese una scossa e una direzione, che dall’alto del pulpito più importante e potente dicesse alcune cose chiare che confortassero le moltissime persone che i neonazisti di Charlottesville avevano minacciato di perseguitare e uccidere, fino a farlo concretamente.

Sono passate diverse ore prima che Trump esprimesse la sua condanna per «l’odio, il fanatismo e la violenza di entrambe le parti». È inutile che vi racconti la reazione dei progressisti davanti a questa equiparazione, quindi vi racconto quella dei conservatori: il senatore Repubblicano Marco Rubio ha detto che Trump avrebbe dovuto chiamare i fatti di Charlottesville per quello che sono, e quindi parlare di terrorismo e di suprematisti bianchi; lo stesso hanno detto i senatori Repubblicani Cory Gardner e Ted Cruz (!), nonché tante persone online. Qualche ora dopo un comunicato della Casa Bianca ha peggiorato la situazione, difendendo le parole del presidente e affermando che c’era stata violenza «tra i manifestanti e anche tra i contromanifestanti», senza fare riferimento ai neonazisti, agli antisemiti, ai razzisti, e nemmeno al terrorismo. La mattina di domenica, mentre continuavano le accuse sconcertate contro Trump, è arrivato un altro comunicato della Casa Bianca che faceva qualche passo avanti: ma comunque non erano parole di Trump, non erano quello che gli americani si aspettavano da un presidente in quella situazione.

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Tenete conto di una cosa, adesso. Non stiamo parlando di un presidente noto per essere particolarmente cauto dal punto di vista verbale né per essere remissivo davanti alle cose che non gli piacciono. Parliamo di un presidente che twitta a tempo di record dopo qualsiasi attentato di matrice islamica e che critica e insulta a ogni ora del giorno e della notte chiunque gli stia anche soltanto antipatico. Non solo: parliamo di un presidente che ha fatto dell’accusa ai suoi avversari di non voler parlare apertamente di “terrorismo islamico” un punto centrale della sua campagna elettorale, sostenendo che dire solamente “estremismo” o “jihadismo” non sia abbastanza, e che i propri nemici si possono sconfiggere solo se si ha il coraggio di chiamarli per nome. Io c’ero la scorsa estate a Cleveland, durante la convention dei Repubblicani: non un solo oratore – Trump incluso – ha rinunciato all’applauso scrosciante che arrivava automatico dalla platea non appena venivano pronunciate le parole “radical Islamic terrorism”.

E quindi questo presidente, non un altro, ha espresso la più tiepida, ambigua e tardiva delle condanne possibili contro le organizzazioni più violente e intolleranti del paese che guida, che peraltro lo sostengono apertamente.

Passa un altro giorno, è domenica. Trump rivolge un nuovo discorso, stavolta più duro e deciso. Condanna il razzismo, il Ku Klux Klan, i neonazisti e i suprematisti bianchi, definendoli «ripugnanti». Troppo poco e troppo tardi ma meglio di niente, pensano in molti. In realtà dura pochissimo.

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