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Sei mesi (27/50)

cc_2Il 26 ottobre del 1967 un trentunenne soldato americano stava pilotando un aereo da guerra sopra il Vietnam, doveva attaccare un’importante centrale elettrica. Fu colpito il suo aereo, però, che precipitò avvitandosi in una spirale. Il soldato riuscì a espellersi prima dello schianto ma la forza con cui fu sbalzato fuori dal minuscolo abitacolo gli ruppe il braccio sinistro, il braccio destro in tre parti e la gamba destra all’altezza del ginocchio. Finì col paracadute dentro un lago. Il peso dell’attrezzatura lo trascinò sott’acqua. Fece per liberarsi ma scoprì di non riuscire a muovere le braccia. Si liberò con i denti, riuscì a non annegare. Fu trovato e portato a riva da una folla di persone che lo riconobbero come soldato americano. Gli sputarono addosso, gli ruppero la spalla sinistra con un fucile, lo accoltellarono al piede sinistro e all’addome. Poi lo consegnarono ai soldati del regime comunista.

I nord-vietnamiti si rifiutarono di curarlo finché non avesse dato tutte le informazioni militari in suo possesso. Il soldato sapeva di essere messo malissimo e promise che avrebbe parlato se lo avessero curato. Un medico lo visitò e disse che non ne valeva la pena: di lì a poco sarebbe morto. Due giorni dopo i nord-vietnamiti scoprirono che suo padre era un importante e famoso ammiraglio, e che della sua sorte si parlava in prima pagina sui giornali americani. Lo avrebbero curato: era un prigioniero importante. Tentarono più volte di mettergli a posto le fratture scomposte al braccio destro, senza operazioni e senza anestesia. Non ci riuscirono. Lo operarono alla gamba sinistra. Il braccio sinistro, rotto anche quello, non glielo ingessarono nemmeno. Cominciarono a interrogarlo e picchiarlo. Quando gli chiesero quali città sarebbero state bombardate, il soldato rispose elencando le città già bombardate; quando gli chiesero i nomi dei soldati del suo squadrone, il soldato elencò la formazione dei Green Bay Packers.

A dicembre lo fecero uscire dall’ospedale e lo misero in una cella con altri due soldati americani. Era lercio, aveva la febbre alta e aveva perso 24 chili dal giorno dello schianto. Gli altri due soldati non pensavano che gli restasse molto da vivere. Sopravvisse. A marzo del 1968 il soldato fu messo in isolamento. In aprile suo padre fu nominato comandante in capo di tutte le forze armate statunitensi in Vietnam, cosa che fece crescere l’attenzione internazionale per la prigionia del figlio. Per migliorare la sua immagine e mostrarsi clemente, il regime nord-vietnamita disse allora al soldato che sarebbe stato liberato. Il soldato si rifiutò: il codice di condotta dell’esercito americano prevede che i primi a essere liberati debbano essere i primi a essere stati catturati, e disse che non si sarebbe mosso se prima non fossero stati liberati tutti i soldati americani catturati prima di lui.

Cominciarono le torture. Usarono delle corde per costringerlo a lungo in posizioni innaturali e dolorose, rese ancora più strazianti dalle fratture mai davvero guarite. Per giorni lo picchiarono ogni due ore. Gli venne la dissenteria, si coprì dei suoi escrementi. Gli ruppero le costole, gli ruppero di nuovo la gamba destra e il braccio sinistro. Alla fine cedette. Lo filmarono mentre ammetteva di essere un criminale di guerra e ringraziava i vietnamiti per avergli salvato la vita; parlando usò però il gergo del regime e fece degli errori grammaticali, per segnalare che fosse stato costretto. Le torture non si interruppero. Cercarono di costringerlo a firmare un altro documento; si rifiutò. La vigilia di Natale del 1968, sempre nel tentativo di migliorare la sua immagine, il regime fece lavare e vestire i prigionieri e mise in scena una messa di Natale alla loro presenza, le cui immagini sarebbero poi dovute arrivare alla stampa internazionale. Il soldato non smise per un momento di urlare insulti e parolacce, e mostrare il dito medio ogni volta che la telecamera lo inquadrava. Intanto i suoi compagni di prigionia presero a chiamarlo “lo storpio”, per quanto era messo male.

Alla fine del 1969 il leader del regime nord-vietnamita, Ho Chi Minh, morì. La nuova leadership decise di smettere di torturare i prigionieri di guerra. Il soldato comunque continuò a ribellarsi, rompere le scatole ed esultare ogni volta che sentiva un bombardamento statunitense; per questo per lunghi periodi fu detenuto in isolamento. Fu liberato soltanto dopo la fine della guerra, il 14 marzo del 1973. Aveva passato in prigionia cinque anni e mezzo, di cui quasi cinque dopo aver rifiutato l’offerta di uscire prima degli altri. Non riusciva a sollevare le braccia oltre l’altezza delle spalle – non ci riuscirà mai più – e aveva i capelli completamente bianchi.

In Italia pochi conoscono la storia di John McCain. Moltissimi sanno di lui solo che fu il candidato Repubblicano – e che candidato – che sfidò Barack Obama alle elezioni presidenziali del 2008. McCain è senatore da trent’anni ed è uno dei più competenti e retti in circolazione: uno dei più rispettati anche dai Democratici. Alle ultime elezioni presidenziali non ha votato per Trump. Non bisogna essere d’accordo su tutto con lui per essere molto dispiaciuti per il grave tumore al cervello che gli è stato diagnosticato questa settimana.

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John McCain il giorno della liberazione.

Ieri l’amministrazione Trump ha compiuto sei mesi, e forse quello che è successo durante questa settimana è esemplare di quello che è successo durante questi sei mesi: molto poco dal punto di vista legislativo, tantissimo su ogni altro fronte.

La prima notizia non vi stupirà, se leggete questa newsletter da un po’ di tempo: i tentativi di abolire e sostituire la riforma sanitaria di Obama sono falliti di nuovo. La legge che era stata approvata alla Camera dopo un primo fallimento è arrivata al Senato, è stata riscritta, poi è stata riscritta ancora e poi è stata ritirata ancora prima di arrivare al voto. A quel punto il capo dei Repubblicani al Senato, Mitch McConnell, molto arrabbiato con i suoi colleghi che non volevano votare la riforma, ha cambiato approccio: votiamo solo sull’abolizione della riforma di Obama (facendo così tornare in vigore il sistema precedente). Per sette anni i deputati e senatori Repubblicani hanno votato l’abolizione della riforma sanitaria, sapendo che Obama l’avrebbe fermata con un veto. “Non vorrete mica tirarvi indietro adesso”, ha fatto capire McConnell ai suoi colleghi. Che si sono tirati indietro. Anche questo voto non è stato nemmeno calendarizzato.

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