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Un errore che a Trump costerà carissimo (23/50)

cc_2Con due tweet scritti e pubblicati questa settimana, Donald Trump ha chiuso una faccenda che aveva aperto lui stesso quaranta giorni prima: e ci ha permesso di constatare la vastità di una ferita auto-inflitta come è davvero raro vedere in politica, figuriamoci a questi livelli. I tweet di cui parlo sono quelli con cui Trump ha detto di non aver fatto né di possedere nessuna registrazione delle sue conversazioni con l’ex capo dell’FBI, James Comey. Era stato lo stesso Trump ad alludere a questa possibilità, dal nulla, quando aveva scritto su Twitter che “James Comey farebbe meglio a sperare che non ci siano delle registrazioni dei nostri incontri!”, quando stava iniziando a venire fuori il contesto attorno alla rimozione dell’ex capo dell’FBI.

Quell’allusione di Trump è stata davvero incomprensibile, ancora di più oggi alla luce del fatto che quelle registrazioni non esistono: si può spiegare solo attribuendo al presidente degli Stati Uniti una reazione da bulletto delle scuole medie. Per quanto concerne la vastità del disastro provocato, basti pensare questo: oggi sappiamo che fu dopo aver letto quel tweet minaccioso che Comey fece trapelare alla stampa il contenuto della memoria in cui aveva raccontato di come Trump gli chiese di chiudere un occhio su Flynn, e sappiamo che lo fece allo scopo di arrivare alla nomina di un procuratore speciale, nomina che è poi avvenuta. Se oggi c’è un cazzutissimo procuratore speciale che guida l’indagine sulla Russia, Robert Mueller, è in buona parte per quel tweet evitabilissimo.

La quinta stagione di House of Cards non mi è piaciuta, purtroppo. Questa scena però sì: è un’efficace lezione di storia della Costituzione americana e sul funzionamento del loro complesso processo elettorale in circostanze estreme, travestita da monologo spaccone di Kevin Spacey. Quinta puntata, occhio agli spoiler.

Tenete conto poi di altre due cose. La prima è che questa ferita auto-inflitta nasce da un’altra ferita auto-inflitta: la rimozione stessa di Comey, che ha portato all’apertura dell’indagine per ostruzione alla giustizia. Senza quella decisione, oggi probabilmente Comey guiderebbe un’indagine sull’interferenza russa nella campagna elettorale che molto difficilmente potrà dimostrare – sempre che sia avvenuta – una collusione diretta con i russi dei dirigenti del comitato Trump, senza contare quella di Trump stesso. Il flusso di notizie su quel fronte si è praticamente interrotto: l’indagine vera oggi è quella nata dopo il licenziamento di Comey per ostruzione alla giustizia.

La seconda cosa è che Trump non impara mai e continua a ripetere gli stessi errori. Questa settimana, parlando a Fox News, ha detto di aver alluso alla possibilità di aver registrato Comey per influenzare la sua testimonianza al Senato. «Quando ha saputo che forse il nostro incontro era stato registrato, credo che abbia cambiato versione. Di certo non è stata una mossa stupida». Insomma, forse Trump ha detto in diretta televisiva che stava cercando di influenzare l’indagine; e si è contraddetto di nuovo, comunque: prima diceva che Comey aveva mentito durante l’audizione, ora dice che grazie alla sua minaccia Comey ha detto la verità (ora ha anche ammesso che la Russia ha interferito nella campagna elettorale). Poveri i suoi avvocati.

Questa settimana Trump ha difeso la scelta di riempire il suo governo di banchieri di Wall Street, nonostante le promesse di campagna elettorale. «A me le persone piacciono tutte, ricche e povere, ma in quei particolari incarichi non voglio un povero».

Ah, prima che mi dimentichi: se vivete in Puglia, o siete lì in vacanza, magari vi interessa sapere che venerdì 7 luglio alle 20.30 in un posto bellissimo di San Cesario di Lecce parlo per un’oretta dell’America di Trump.

Andiamo avanti con le notizie della settimana.

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