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Trump è indagato. E ora? (22/50)

cc_2Da quando esiste questa newsletter, cioè da giugno del 2015, mi è capitato di scriverla in tanti posti diversi, città diverse, nazioni diverse, in situazioni di varia improvvisazione e precarietà. Questa edizione però le batte tutte: l’ho scritta in macchina, sul confine tra Texas e Messico, mentre guidava Marco, mio amico e compagno di viaggio. Ciao da Alpine, quindi: nel momento in cui clicco “invia” qui sono quasi le due del mattino di sabato, sto andando a dormire.

Il viaggio in Texas sta andando molto bene, e chi di voi mi segue su Instagram ne conosce già le piccole cose che sto raccontando e mostrando attraverso le foto e le storie: il reportage vero e proprio – o almeno una prima parte – arriverà col podcast del primo luglio. Oggi invece niente podcast – recupereremo la puntata più avanti – bensì una tradizionale newsletter, vista la mia precaria postazione e condizione geografica. Di materiale ne abbiamo moltissimo: da questa settimana possiamo dire con certezza che il presidente degli Stati Uniti è indagato per aver cercato di ostacolare la giustizia.

Facciamo un passettino indietro. Ci sono cinque indagini in corso sull’eventuale collaborazione tra il comitato elettorale di Trump e la Russia.

Una è condotta dalla commissione Intelligence del Senato, e riguarda proprio questa presunta collaborazione e più in generale le interferenze russe nella campagna elettorale. Un’altra con gli stessi obiettivi – e in più le fughe di notizie – è condotta dalla commissione Intelligence della Camera. Un’altra è condotta dalla commissione Giustizia del Senato e riguarda soprattutto la rimozione di Michael Flynn dall’incarico di consigliere per la sicurezza nazionale – chi sapeva cosa dei suoi rapporti con i russi e i turchi, per esempio – e sulle fughe di notizie dalle agenzie di intelligence ai giornalisti. Un’altra ancora è condotta dalla commissione della Camera che supervisiona le attività del governo, e si concentra sui contatti tra Flynn e i russi e i pagamenti che riceveva da loro. Queste commissioni hanno poteri diversi tra loro ma in generale possono chiedere e acquisire documenti, e chiamare persone a testimoniare sia a porte aperte che a porte chiuse; alla fine produrranno una relazione.

L’inchiesta che conta davvero, però, è la quinta: quella che stava portando avanti l’FBI e che dopo la rimozione di James Comey è stata affidata a un procuratore speciale, Robert Mueller. Ha poteri vastissimi di acquisizione di documenti, ingenti fondi e risorse, può costringere le persone a testimoniare e può portare a un rinvio a giudizio: cioè mandare le persone a processo. E riguarda tutto: le interferenze russe nella campagna elettorale, i rapporti dei russi col comitato Trump, eventuali altri reati compiuti nel frattempo dai collaboratori di Trump (quando cominci a cercare, non sai mai cosa trovi) e soprattutto la possibilità che Trump o i suoi alleati abbiano cercato – basta solo il tentativo, al di là del suo esito – di ostacolare le indagini.

Ora, voi lo sapete da almeno un mese, se seguite il podcast: allo stato attuale la cosa veramente urgente e preoccupante per Trump è proprio quest’ultima, e non più i presunti rapporti con la Russia suoi o dei suoi alleati, che sono complessi da dimostrare in modo inequivocabile.

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