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Alla Casa Bianca niente sarà più come prima (17/50)

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Martedì 9 maggio, Washington DC, poco prima delle 18. 

Mike Shear è un giornalista politico del New York Times. Martedì pomeriggio Shaer va alla Casa Bianca per sbrigare delle faccende burocratiche: deve consegnare il passaporto e la domanda di visto per far parte della delegazione di giornalisti che seguirà il viaggio all’estero del presidente Trump la settimana prossima. Shear attraversa la sala stampa deserta e poi passa davanti alla Lower Press, dove lavora l’ufficio stampa della Casa Bianca. Nota Sean Spicer, il portavoce della Casa Bianca, in piedi davanti al monitor di un computer, chinato con l’espressione tesa, le braccia rigide e le mani appoggiate sul tavolo; attorno a lui una folla di assistenti. Shear capisce che sta succedendo qualcosa: prosegue, consegna i suoi documenti e poi ritorna nella Lower Press. Trova una decina di suoi colleghi.

Dopo qualche minuto Spicer esce e annuncia ai giornalisti presenti che presto riceveranno via email una comunicazione importante. Poi indica Jon Karl, giornalista di ABC News, e gli dice sorridendo:

– «Riguarda la cosa che mi hai chiesto ieri durante la conferenza stampa»
– «Ah… Comey?»

Il giorno prima Karl aveva chiesto a Spicer se il presidente Trump aveva ancora fiducia nel capo dell’FBI, James Comey. Spicer si avvicina, gli sorride e lentamente gli appoggia un dito sul naso.

(è tutto vero: e se questa fosse una serie tv, qui partirebbe la sigla)

La notizia che i giornalisti di tutto il mondo avrebbero ricevuto di lì a pochi minuti era questa: il capo dell’FBI, James Comey, era stato rimosso dal suo incarico. Nella lettera con cui aveva annunciato la decisione, il presidente Trump scriveva che «per quanto in tre separate occasioni lei mi abbia rassicurato sul fatto che non sono personalmente sotto indagine, non posso che concordare col giudizio del dipartimento della Giustizia sul fatto che lei oggi non sia in grado di guidare efficacemente l’FBI».

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