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E quindi, questi primi 100 giorni di Trump? (15/50)

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Ma ha senso, poi, questa cosa dei cento giorni? Oggi sono cento giorni che Donald Trump è presidente degli Stati Uniti d’America, e sui giornali di mezzo mondo si fanno bilanci e valutazioni con grande assertività; ma i cento giorni sono evidentemente una misura artificiale e arbitraria. D’altra parte, l’unica misura non arbitraria per giudicare il lavoro di un presidente è la fine del suo mandato, e non si può pensare di astenersi completamente dai giudizi fino a quel punto. Lo stesso Trump è piuttosto ambiguo su questo tema: oggi dice che i cento giorni sono una scadenza “ridicola”, ma poi dice anche che i suoi sono stati i migliori primi cento giorni di ogni presidente; d’altra parte in campagna elettorale aveva fatto delle promesse precise proprio per i suoi primi cento giorni in caso di vittoria, e oggi il sito della Casa Bianca ospita diversi materiali sul lavoro di questi cento giorni.

Perché qualche senso ce l’ha, in realtà, la scadenza dei cento giorni. È un’unità di misura del tempo convenzionale – d’altra parte lo sono anche settimane, mesi e anni – ma grande abbastanza da permettere di osservare un certo numero di decisioni politiche e il loro percorso. E non solo: coincide col periodo in cui di solito i presidenti americani sono più forti: sono stati appena eletti, hanno il Congresso dalla loro parte e con lo spettro delle elezioni ancora lontano (dopo le elezioni di metà mandato le cose spesso cambiano), non hanno zavorre di fallimenti passati e godono di un tasso di popolarità molto alto, la cosiddetta “luna di miele”. Per questo motivo, i primi cento giorni sono anche il momento in cui storicamente si fanno cose molto delicate o ambiziose (il New Deal di Roosevelt, la legge di stimolo all’economia di Obama) o si mettono le premesse per farle (la riforma fiscale di Reagan, la riforma sanitaria di Obama).

E quindi, questi cento giorni di Trump, come sono andati? La risposta è maluccio, ma capiamoci, lo scrivo in senso letterale e non sarcastico: non scrivo maluccio per intendere catastrofe, scrivo maluccio per intendere maluccio.

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Vedete quel pulsante rosso sul fermacarte in basso a destra? Non serve a lanciare le bombe atomiche, per fortuna, ma a far entrare nello Studio Ovale un cameriere con una Coca Cola. Giuro.

Cominciamo da quelle che per Trump sono cose positive.

La nomina del giudice Neil Gorsuch alla Corte Suprema è stata ottenuta forzando le regole del Senato, ma in modo piuttosto semplice e spedito: e condizionerà per decenni la vita degli Stati Uniti, comunque vadano le cose.

Sull’immigrazione, Trump paga il fatto che tutti guardano solo il muro, o al massimo i due ordini esecutivi, ma ci sono dati molto positivi almeno per lui e i suoi elettori: il numero degli arresti per attraversamenti illegali al confine è sceso al livello minimo da 17 anni (molti messicani stanno decidendo di non provare nemmeno a entrare, sapendo della linea dura della nuova amministrazione), gli agenti federali stanno usando la loro maggior libertà per arrestare ed espellere gli immigrati irregolari che non hanno precedenti penali, compresi studenti e persone con figli americani, al contrario di quanto considerato prioritario durante gli ultimi anni di Obama.

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