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Abbiamo imparato qualche altra cosa su Trump (7/50)

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Martedì sera Donald Trump ha parlato per la prima volta al Congresso. Non è stato un vero discorso sullo stato dell’Unione – i presidenti appena insediati non ne fanno – ma è stato concretamente più o meno la stessa cosa: il presidente degli Stati Uniti che parla alle camere del Congresso congiunte, al governo, ai giudici della Corte Suprema e al paese intero. Per raccontare com’è andata, ai lettori più anziani della newsletter sarebbe sufficiente scrivere che è stato il più convenzionale discorso possibile, e quindi è stato un successo. Per tutti gli altri: abbiamo avuto un altro esempio di un fenomeno che aveva condizionato moltissimo la campagna elettorale, generato con pari responsabilità dall’assurdità di Trump come candidato e dall’insistenza dei Democratici nel ricordarla. A furia di descrivere Trump come un delinquente o un pazzo scatenato – e a furia Trump stesso di parlare e comportarsi come un delinquente o un pazzo scatenato – oggi un discorso normale, convenzionale, persino banale, è percepito come un fatto straordinario. E non solo dai media, fate attenzione: anche dagli altri. Anche dai parlamentari Repubblicani, anche dagli elettori. Sulle responsabilità dei Democratici torniamo tra un po’, perché corrono un rischio grosso; per il momento restiamo sul discorso.

È stato un discorso che avrebbe potuto pronunciare non solo uno come Ted Cruz, ma probabilmente persino il più moderato e istituzionale Paul Ryan, lo speaker della Camera: e questo non perché Trump abbia ammorbidito i contenuti delle sue proposte – quelle sono state sempre molto in linea con il resto del suo partito, che è uno dei motivi meno citati tra quelli per cui ha vinto le primarie – ma perché ne ha ammorbidito i toni. È stato un discorso rivolto al futuro e non al passato, positivo e ottimista invece che negativo e tetro. È stato “il trionfo del gobbo elettronico”, come l’ha messa Bloomberg, ma in questo non bisogna essere eccessivamente severi con Trump: tutti i presidenti lavorano a discorsi del genere per settimane e settimane con i loro staff, tutti i presidenti calcolano e pesano l’impatto di ogni parola. Quello che si può dire – al di là degli scandali e delle nostre opinioni sulle sue idee, quali che siano – è che preso come politico puro Trump ha delle qualità: nella sua versione “unhinged”, a braccio, compensa a una totale mancanza di empatia con una semplicità retorica impressionante, di cui gli appassionati della sofisticata retorica di Obama faticano spesso a comprendere l’efficacia (ma non è semplice parlare semplice); nella sua versione “scripted”, cioè quando legge dal gobbo, usa gli argomenti che in mezzo mondo danno forza ai movimenti reazionari di quest’epoca, e ci aggiunge una qualità speciale che in America chiamano da decenni “Nixon goes to China”.

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