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Il fratello gemello di Bersani

Pensateci, sarebbe un gran colpo di scena: di quelli che in una volta sola sciolgono la trama di quel film di cui non state capendo niente.

Ci ho pensato quando ho letto l’accorato appello inviato da Pier Luigi Bersani all’Huffington Post, con cui pur di invitare il PD a non celebrare il congresso con qualche mese di anticipo, l’ex segretario del PD dice che “abbiamo una maggioranza e un governo che possono e devono operare fino al 2018″ e che facendo il congresso “viene messa una spada di Damocle sul nostro stesso governo”. Possiamo discutere se sia vero o no, se fare il congresso del PD con tre mesi di anticipo effettivamente metta una spada di Damocle su Gentiloni e soprattutto se sia il caso che il PD si impegni oggi a sostenere il governo Gentiloni fino alla fine della legislatura, come chiede Bersani e come hanno chiesto i bersaniani durante l’ultima direzione nazionale del PD con un documento ancora più perentorio. Magari ha ragione Bersani. Ma la persona che oggi pensa questo è la stessa persona – e la stessa corrente, per inciso – che appena due mesi fa parlava così dello stesso governo Gentiloni?

La stabilità non è continuità. La stabilità è cambiamento. E quindi il tratto che non si vede nella composizione del governo spero che si veda nelle politiche. Dopodiché sui singoli provvedimenti, per quel che mi riguarda, devono convincermi eh? Devono convincermi.

Quanto può durare questo governo?
Questo governo deve, secondo me, garantirsi che il Parlamento abbia fatto le leggi elettorali, risolvere il problema delle banche, vedere cosa ci dice l’Unione Europea sui bilanci e, in questo stesso tempo, saranno mesi, deve correggere delle politiche.

Due mesi fa – non due anni fa, due mesi fa – il governo Gentiloni secondo Bersani doveva durare mesi, altro che completare la legislatura; e comunque il voto di Bersani non era scontato, andava conquistato da Gentiloni punto per punto, provvedimento per provvedimento, altrimenti ciao governo Gentiloni. Oggi invece, dice Bersani, non solo il sostegno al governo Gentiloni va garantito in anticipo fino al 2018, ma addirittura il PD non può nemmeno fare il congresso perché questo forse potrebbe rendere più fragile il governo. Qualsiasi interesse prioritario nazionale esista oggi per giustificare la posizione di Bersani – le banche, la scuola, le cavallette – c’era anche due mesi fa. È cambiato qualcosa? O parlava il fratello gemello?

È il caso di impiegare del tempo a discutere queste posizioni politiche, oppure è meglio evitare perché tanto tra due mesi saranno cambiate di nuovo? È diventato frustrante seguire le vicende della minoranza del Partito Democratico, perché si ha spesso l’impressione che discutere del merito sia inutile, tanto il merito cambia da una settimana all’altra in base a cosa torna più utile per dare un po’ fastidio all’usurpatore: ed è un peccato, perché questo atteggiamento personalistico e infantile evidentemente rafforza proprio Renzi.

Due mesi fa la minoranza del PD chiedeva il congresso, e Renzi tentennava; ora Renzi dice facciamo ‘sto congresso, e la minoranza non lo vuole più. All’epoca il governo Gentiloni era considerato la soluzione più comoda per Renzi dopo le dimissioni, quindi bisognava fare la faccia cattiva, dirsi delusi e minacciare di farlo cadere; oggi sembra che Renzi voglia votare presto, e quindi è diventato prioritario far sì che Gentiloni rimanga a Palazzo Chigi il più possibile. D’altra parte a Speranza la riforma costituzionale piaceva, prima che decidesse di votare No al referendum; ed Emiliano soltanto a fine gennaio diceva che «se Renzi non convoca il congresso si può perfino arrivare alle carte bollate, quindi prima cominciamo meglio è», addirittura lanciò una campagna online, mentre oggi invece dice che fare il congresso è proprio male.

Liberi tutti di sostenere qualsiasi cosa, per carità: che non si lamentino però se nessuno li prende sul serio, e se più di qualcuno comincia a convincersi che questo spettacolino non abbia niente a che fare con la politica.