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La prima vera crisi della presidenza Trump (3/50)

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Bisogna immaginare se stessi respinti alla dogana del paese in cui si vive da dieci, venti, trent’anni, in cui c’è tutta la vostra vita, le persone che amate, il vostro lavoro, la vostra casa; essere trattenuti dalla polizia senza aver fatto niente e senza scadenza; sentirsi offrire come unica possibilità immediata quella di andarsene in un’altra nazione. Bisogna farlo sforzandosi di pensare ai dettagli, all’aeroporto dal quale siete partiti decine di volte ma del quale non avevate mai visto quelle stanze; ai parenti che aspettano agli arrivi e si preparano ad accamparsi per trascorrere non si sa quante ore o giorni; alla ricerca di chiarimenti e spiegazioni che non porta a niente, nemmeno tra la polizia di frontiera. E bisogna moltiplicarlo per migliaia di persone.

È impossibile che non ne abbiate letto in questi giorni: le decisioni prese sabato scorso da Donald Trump sull’immigrazione hanno fatto deragliare le vite di moltissime persone e hanno generato grandi proteste, polemiche e ricorsi. Sono state annunciate, poi corrette, poi ridimensionate da un giudice, poi corrette ancora, infine temporaneamente sospese; e sono state la prima vera crisi della presidenza Trump, il primo problema da affrontare e risolvere. Ora: qualsiasi nuova amministrazione, o nuovo governo, attraversa un periodo di studio e apprendimento non appena si insedia. Tutti ambiscono e promettono di essere pronti dal primo giorno – “to hit the ground running”, dicono gli americani – ma non accade quasi mai. E quindi ci sono incomprensioni, errori, confusione. È normale, d’altra parte governare un paese è uno dei lavori più complessi e delicati al mondo. Nel caso dell’amministrazione Trump, però, il caos ha subito superato il livello di guardia: e ci sono motivi per pensare che sia causato da elementi che non svaniranno alla fine di un fisiologico periodo di apprendimento.

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