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Qualche piccola brutta notizia per i Repubblicani

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–437 giorni alle elezioni statunitensi
–156 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

presidential seal

È passata un’altra settimana e Donald Trump è ancora lì in testa ai sondaggi tra i candidati Repubblicani. Da quando ho iniziato questa newsletter, scrivo che i sondaggi al momento dicono pochissimo, ma sicuramente condizionano quello di cui parlano i media, la raccolta fondi, la percezione degli elettori e quindi in ultima istanza la campagna elettorale: e inoltre ci avviciniamo al momento in cui avrà senso cominciare a leggere i sondaggi con più attenzione, diciamo da novembre in poi. Ci sono due ipotesi, a questo proposito, di cui vale la pena discutere: non è che Trump sta diventando un candidato vero? E non è che i suoi avversari sono scarsi?

Di cosa parleremo:
– Non è che Bush è scarso?
– Non è che Walker è ancora più scarso?
– Trump sta diventando un candidato vero?
– In Colorado i Repubblicani non faranno le primarie
– Intanto l’economia americana galoppa

Non è che Bush è scarso?
Lunedì Jeb Bush è andato a McAllen, una città sul confine tra Texas e Messico, per parlare di immigrazione. È un tema su cui Bush può avere un vantaggio alle elezioni generali – parla un ottimo spagnolo, sua moglie è una messicana naturalizzata statunitense – ma Trump ha spinto molto a destra la discussione su questo tema alle primarie. E com’è andato l’evento di Bush a McAllen? Sintesi del New York Times: “È stato orribile”.

https://www.youtube.com/watch?v=prxl73Hm55c

In meno di 15 minuti Bush è riuscito a inciampare nel suo discorso, a dare una mano a Trump e a offendere gli americani di origine asiatica, un gruppo demografico in grande espansione che è importante quanto quello dei latinoamericani per chi vuole vincere le elezioni. E non è riuscito a dare ai latinoamericani nessun elemento per convincerli che lui è migliore dei suoi avversari in questa rivoltante e xenofoba campagna elettorale.

Prima Bush ha difeso l’uso di un’espressione sgradevole e complottista – “anchor babies”, bambini-ancora – usata dall’estrema destra per definire gli immigrati che (secondo loro) vanno negli Stati Uniti a partorire per far sì che i loro figli siano statunitensi: e per giustificarsi ha detto che non parlava degli ispanici bensì “degli asiatici”. Wow! Trump lo ha immediatamente preso in giro su Twitter. Poi ha detto pomposamente che Trump dovrebbe leggere il suo libro. Il tutto in un evento chiassoso e male organizzato, dicono i giornalisti che erano lì. Ricordatevi che parliamo dello stesso candidato che più o meno una volta ogni dieci giorni dice di essere stato frainteso su qualcosa: sulle ore di lavoro, sulla guerra in Iraq, sul programma Medicare, sulla salute delle donne. Anche lui deve alzare il livello e la qualità del suo messaggio, se vuole arrivare sulle sue gambe alla prossima primavera. A margine: oggi lo hanno mollato tre importanti responsabili della sua raccolta fondi.

Bonus
Donald Trump ha insultato Bush 33 volte in un’intervista col Washington Post che è durata 35 minuti.

Non è che Walker è ancora più scarso?
Se avete letto le ultime newsletter sapete che Scott Walker – governatore del Wisconsin, considerato tra i favoriti alle primarie Repubblicane – non ha dimostrato fin qui di essere un candidato abile. Due storie di questi giorni confermano questo giudizio.

Dieci giorni fa Walker ha detto di essere d’accordo con Trump sull’abolizione dell’emendamento costituzionale che stabilisce che chi nasce in America è americano. Una posizione molto di destra, che non piace anche a tanti Repubblicani e ovviamente ai moltissimi elettori americani di origine ispaniche o asiatiche. Qualche giorno dopo Walker ha ribadito di essere a favore dell’abolizione ma solo in linea di principio, perché da presidente non cercherebbe di ottenerla. Successivamente Walker ha schivato le domande sul tema, dicendo che occuparsi della questione è fuorviante. Infine Walker ha detto di essere contrario all’abolizione dell’emendamento costituzionale che stabilisce che chi nasce in America è americano. Ha cambiato idea tre volte in sette giorni, facendo una completa inversione a U.

Sempre la settimana scorsa, Walker ha detto che Obama dovrebbe cancellare la visita di stato del presidente cinese Xi Jinping prevista per il mese prossimo, in sintesi perché la Cina è un nemico e va trattato come tale. Sperava di fare un colpo alla Trump, dire una cosa grossa che piacesse alla base del partito e facesse parlare di lui sui giornali. È stato un piccolo disastro: i giornali ne hanno parlato ma per criticarlo e dire che un gesto così eclatante sarebbe un danno per l’economia del paese, i suoi finanziatori si sono arrabbiati, gli altri candidati si sono dissociati, i sondaggi non si sono mossi e lui è finito di nuovo sulla difensiva. Qual è il problema, secondo me? Per tutta la sua carriera di politico locale Walker ha sempre avuto una strategia molto semplice: mai farsi superare a destra. Dire sempre la cosa più di destra possibile: e se uno la dice più grossa di te, di’ che sei d’accordo con lui. Alle presidenziali, in un paese da 300 milioni di abitanti, questa cosa non funziona – persino Trump non dice su tutto la cosa più di destra possibile – e provoca guai. Walker aggiunge a questa inesperienza anche un’allarmante pochezza oratoria e di talento politico.

Trump sta diventando un candidato vero?
Analisti ed esperti di sondaggi raccontano da giorni dell’importante consolidamento che stanno riscontrando nei dati su Donald Trump. Due mesi fa non piaceva alla maggioranza degli elettori Repubblicani, oggi è il contrario.

Sondaggio dopo sondaggio emerge che Trump è il preferito delle donne Repubblicane, nonostante abbia usato espressioni come “grasso maiale” e “animali disgustosi” per riferirsi ad alcune donne. È in vantaggio tra i cristiani evangelici, nonostante abbia detto di non aver mai avuto un solo motivo per chiedere perdono a Dio. È in vantaggio tra i Repubblicani moderati e istruiti, nonostante le sue idee populiste e anti-immigrati dovrebbero aiutarlo soprattutto tra gli elettori più estremisti e meno istruiti. È in vantaggio tra i militanti Repubblicani più motivati, quelli che di sicuro andranno a votare, nonostante piaccia moltissimo anche alle persone che non si sono mai interessate di politica.

Il problema è che al momento questa grande popolarità è costruita sul suo carisma, sulla sua popolarità e sulla sua personalità, e basta: non su qualche sostanziosa e concreta proposta politica, eccezion fatta per quella radicale e irrealizzabile sull’immigrazione. Questo spot satirico su Donald Trump, opera di Jimmy Kimmel, fa ridere e mette a fuoco molto bene la questione.

https://www.youtube.com/watch?v=-ep53vIAV9c

Un altro esempio di come Trump sta dimostrando un istinto politico superiore a quello dei suoi avversari: sa trasformare le sue debolezze in punti di forza. Quando parla dei sondaggi, Trump cita estesamente il difetto che gli riconoscono di più gli elettori, quello su cui sono praticamente unanimi: è uno stronzo. «L’unica domanda in cui sono andato malissimo è: è una persona simpatica? Sono arrivato ultimo tra tutti i candidati. Ma siamo stanchi delle persone simpatiche. Non ci servono i simpatici. Ci servono quelli competenti». Anche qui, di nuovo grandissima vaghezza politica, e ci sarebbe molto da discutere sul fatto che Trump sia competente, ma è così che si gioca a questo gioco.

Questo tipo di comportamento gli permette di attraversare indenne guai e gaffe che distruggerebbero altre candidature. Questa settimana ce n’è stata un’altra, bella grossa. Durante una conferenza stampa si è alzato in piedi Jorge Ramos – probabilmente il più famoso, popolare e autorevole giornalista televisivo della tv statunitense in spagnolo – per fargli una domanda, senza che Trump lo avesse autorizzato. I due hanno battibeccato per qualche secondo prima che un omone della sicurezza andasse da Ramos e lo accompagnasse fuori con decisione, mentre Trump diceva “Tornatene da Univision”. Immaginate questa scena, che ne so, con un Enzo Biagi.

https://www.youtube.com/watch?v=N7_HaEOIJhM

Episodi come questo forse non lo danneggiano subito nei sondaggi, ma continuano a farmi pensare che alla fine della fiera Trump si sgonfierà e che la sua candidatura farà più male che bene ai Repubblicani. Nel 1988 George H. W. Bush ottenne il 59 per cento dei voti degli elettori bianchi, e vinse le elezioni con ben 426 grandi elettori; nel 2012 anche Mitt Romney ottenne il 59 per cento dei voti degli elettori bianchi, che si tradussero stavolta in appena 206 grandi elettori. Oggi negli Stati Uniti non puoi diventare presidente se tutti quelli che non sono bianchi ti detestano.

Niente primarie Repubblicane in Colorado
I dirigenti del Partito Repubblicano in Colorado si sono rifiutati di accettare un regolamento federale che avrebbe impegnato i delegati eletti alle primarie – eletti con qualsiasi candidato – a sostenere il vincitore alla convention dell’estate 2016, quindi il Colorado non parteciperà al processo di selezione del candidato Repubblicano. Forse si farà una versione informale delle primarie, ma non saranno valide ai fini della competizione e quindi i candidati non sprecheranno tempo e risorse da quelle parti. È un piccolo problema per i candidati col messaggio più anti-establishment, che di solito vanno bene in Colorado, ma soprattutto per chi otterrà la nomination: il Colorado è uno stato storicamente Repubblicano che però vota Democratico da due elezioni presidenziali, soprattutto grazie alla crescente comunità latinoamericana. Per i Repubblicani non fare le primarie lì vuol dire, in questa fase, mandare meno spot televisivi sulle tv locali, fare meno tappe e discorsi pubblici, concentrarsi altrove con l’organizzazione territoriale e in ultima istanza accumulare un piccolo svantaggio – non certo incolmabile, ma sostanzioso – in uno degli stati che davvero devono cercare di vincere a novembre 2016.

L’economia statunitense intanto galoppa
Nel secondo trimestre del 2015 il PIL degli Stati Uniti è cresciuto a un tasso annualizzato del 3,7 per cento, mentre gli analisti si aspettavano una crescita del 2,3 per cento. È una notizia importante, perché la ripresa economica americana fin qui è stata costante ma non esplosiva, e perché avviene mentre la Cina attraversa grossi guai e in Europa moltissimi governi si commuoverebbero dalla gioia per una crescita anche solo dell’1,5 per cento. L’economia e i temi collegati – disoccupazione, tasse, welfare – rimarranno al centro del dibattito politico americano da qui al 2016, salvo clamorose sorprese, ma se trimestre dopo trimestre continueranno ad arrivare dati come questi, i Democratici giocheranno un po’ più in discesa e i Repubblicani un po’ più in salita.

Cose da leggere
How My Presidency Would Deal With China, di Marco Rubio sul Wall Street Journal
Biden Can’t Beat Clinton, But He Can Be the Party’s Backup, di Ryan Lizza sul New Yorker
The Hillary Clinton e-mail ‘scandal’ that isn’t, di David Ignatius sul Washington Post

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