Questo sito contribuisce alla audience di IlPost

Cosa resterà di Donald Trump

(vuoi ricevere questi aggiornamenti via email, una volta la settimana, ogni tanto due? Iscrizioni qui, gratis)

–444 giorni alle elezioni statunitensi
–163 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

presidential seal

Poche ore fa Donald Trump ha tenuto un discorso in uno stadio di Mobile, Alabama, davanti a 35.000 persone. Una folla notevole, a questo punto della campagna elettorale, peraltro ottenuta in uno stato in cui vota per le primarie a marzo: pochi candidati oggi possono permettersi di investire tempo e risorse in posti che non siano Iowa, New Hampshire, South Carolina e Nevada, cioè gli stati in cui si vota a febbraio. Trump è nettamente primo in tutti i sondaggi che riguardano i Repubblicani e il suo gradimento è stabile: due mesi fa nessuno o quasi avrebbe previsto tutto questo. Quindi?

Donald Trump Holds Campaign Rally In Mobile, Alabama

Quindi ci vuole un po’ di contesto. Da quando ho iniziato a lavorare a questa newsletter, scrivo che i sondaggi per il momento vanno letti con molta cautela e non vogliono dire quasi niente. Dico “quasi” perché questi sondaggi influiscono comunque sul dibattito politico, sulle cose di cui si parla, sulla composizione dei confronti televisivi: ma davvero sono uno strumento povero e fuorviante per capire cosa succederà nel 2016. Ora ve lo dimostro. Questa è l’evoluzione dei sondaggi delle scorse primarie Repubblicane, da agosto 2011 in poi.

Trump-poll-lead-graphic

Insomma, quattro anni fa di questi tempi il favorito dai sondaggi era Rick Perry, a novembre era addirittura quel matto di Herman Cain, tra dicembre e gennaio Newt Gingrich. Non solo nessuno di loro tre poi vinse le primarie: nessuno di loro tre ebbe un anche minimo ruolo alle primarie. Il candidato che era indicato da tutti gli esperti come il più forte e l’unico eleggibile a novembre, Mitt Romney, cominciò a dimostrarsi tale non appena si cominciò a fare sul serio, tra gennaio e febbraio. Vuol dire che Trump si dissolverà certamente nei prossimi mesi? No. Vuol dire: leggete i sondaggi di questi mesi sulle preferenze personali con grande distacco e prudenza. Quando si vota sul serio, le cose cambiano.

Bonus
Una storiella di questi giorni, a ulteriore dimostrazione di quanto sopra: un quindicenne dell’Iowa ha presentato i documenti preliminari per una candidatura farlocca di un tale “Deez Nuts” e poi ha convinto un istituto di sondaggi a includere il candidato finto in un sondaggio vero. “Deez Nuts” ha ottenuto il 9 per cento dei consensi.

Ok, chiaro. Ma allora perché non ci prendiamo una vacanza e aspettiamo gennaio?
È una domanda sensata, ma la risposta è semplice: perché quello che succede in questi mesi contribuisce comunque a costruire e determinare quello che accadrà da gennaio in poi. Ci sono un paio di esempi perfetti che riguardano cose successe questa settimana.

Donald Trump ha diffuso il suo piano per l’immigrazione: una proposta di estrema destra che prevede, tra le altre cose, la fine dello ius soli (che negli Stati Uniti è scritto nella Costituzione dai tempi della guerra civile: chi nasce in America è americano), la costruzione di un muro al confine col Messico (pagato dal Messico!) e la deportazione forzata di tutti i milioni di persone che vivono irregolarmente negli Stati Uniti. Le possibilità che Trump diventi presidente e implementi questo piano sono probabilmente nulle. Ma intanto gli altri candidati Repubblicani devono fare i conti con questa proposta e decidere se dissociarsene o no: se rincorrere Trump a destra e solleticare demagogicamente gli elettori più estremisti, sapendo quanto pesano i loro voti alle primarie, oppure mostrarsi razionali e pensare sul lungo termine.

Scott Walker ha detto di essere d’accordo con Trump. Bobby Jindal pure. Jeb Bush si è fermato un passo prima, ma ha detto che gli immigrati vengono apposta a fare figli negli Stati Uniti per non essere cacciati. Nel frattempo la stampa ha cominciato a scavare nei suoi archivi e ha trovato che quasi tutti i candidati Repubblicani a un certo punto della loro carriera si sono dimostrati quanto meno aperti alla possibilità di abolire lo ius soli.

Ora, tutte le analisi sul voto del 2012 dicevano una cosa sola: che i Repubblicani non sarebbero tornati a vincere se non avessero riconquistato almeno un pezzo del voto dei latinoamericani, un gruppo demografico grande e in espansione, e di quello dei neri. Una campagna elettorale del genere convince invece gli elettori latinoamericani di quanto i Repubblicani gli siano ostili. Quindi oggi sappiamo già che il candidato dei Repubblicani a novembre, chiunque sarà, dovrà fare un enorme sforzo per ottenere i loro voti: e sappiamo che senza quelli probabilmente non può vincere, a meno di catastrofi tra i Democratici.

Un altro esempio. Jeb Bush questa settimana ha deciso di cambiare strategia e ha cominciato ad attaccare frontalmente Donald Trump. Il suo argomento non è che Trump ma è un matto da legare bensì che Trump non è un vero conservatore (good luck with that) perché ha cambiato idea più volte nel corso degli anni. Durante il comizio di Trump in Alabama ha fatto volare un elicottero con la scritta “TRUMP 4 HIGHER TAXES, JEB 4 PREZ”. Ogni dollaro che Bush spende per liberarsi di Trump, è un dollaro che non potrà spendere per battere chi può davvero contendergli la nomination.

Bonus
Forse la vera notizia di questa settimana in realtà è questa: in mezzo al suo delirio Trump ne ha detta una giusta, sulla generale sopravvalutazione dei programmi politici concreti nelle campagne elettorali.

«Sapete qual è il problema con i programmi politici, con le cose tipo “il mio piano in 14 punti”? Che il più delle volte poi quando bisogna applicare quel programma, basta la prima ora di trattative per far fuori il piano in 14 punti. Ma magari alla fine del negoziato ne vieni fuori con un accordo migliore. Funziona così. La vita funziona così. Quando devo trovare un accordo con qualcuno non dico “ecco il mio piano in 14 punti”. Non mi siedo a parlare dei miei 14 punti: mi siedo e trovo un accordo. Capisco che la stampa voglia un piano in 14 punti, ma credo che agli elettori non interessi. Gli elettori si fidano di me e sanno che troverò buoni accordi nel loro interesse»

Un video
Un dibattito molto serrato tra Ellen Page – l’attrice di Juno e Inception, tra gli altri – e Ted Cruz sui diritti delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.

4 cose su Hillary Clinton questa settimana
– ha interrotto bruscamente una conferenza stampa sulla storia delle sue email (non è stato un bello spettacolo): se volete un ripasso sulla vicenda, leggete questo articolo in italiano.

– ha criticato la decisione di Obama di autorizzare le trivellazioni petrolifere nell’artico.

– ha schivato un paio di trappole organizzate probabilmente da movimenti di destra: persone che si fingono suoi sostenitori e dicono di voler fare donazioni in nero alla sua campagna, per esempio.

– ha avuto un confronto informale e franco con alcuni rappresentanti del movimento per i diritti civili Black Lives Matter, dicendo loro che la soluzione al razzismo e alle discriminazioni dei neri non è “cambiare i cuori delle persone” ma cambiare le leggi in vigore. Pochi giorni dopo quelli di Black Lives Matter si sono dati una piattaforma di obiettivi concreti.

Bonus
Questa appena finita è stata la settimana in cui i candidati hanno fatto un giro all’Iowa State Fair, una grande sagra famosa soprattutto per la sua ricca e creativa offerta alimentare, diciamo. Ho elencato qui le meraviglie che offre l’evento: cose come gli Oreo fritti.

Cose da leggere
Why the next Republican president won’t touch Obamacare, di Ezra Klein su Vox
Sorry, Folks, Donald Trump Is for Real, di Mike Barnicle su The Daily Beast
Online And In Person, Bernie Sanders’ White Supporters Advance A Black Lives Matter Conspiracy, di Evan McMorris-Santoro su Buzzfeed

Hai una domanda?
Scrivimi: costa [at] ilpost.it

(vuoi ricevere questi aggiornamenti via email, una volta la settimana, ogni tanto due? Iscrizioni qui, gratis)