Questo sito contribuisce alla audience di IlPost

Lo sciopero di Scalfarotto riguarda lui o noi?

Forse non sono nella posizione migliore per giudicare lo sciopero della fame del sottosegretario Scalfarotto, dato che Ivan è un amico e la mia prima istintiva reazione quando ho letto della sua iniziativa è stata sperare che ricominci a mangiare domani. E penso che alcuni dubbi sull’uso di uno strumento di protesta così radicale siano legittimi, un po’ per il suo significato intrinsecamente ricattatorio e un po’ per l’inevitabile personalizzazione delle reazioni che genera. Ma nella montagna di sostegno e messaggi che Ivan Scalfarotto sta ricevendo, ci sono due obiezioni che sono secondo me particolarmente infondate.

Con la prima abbiamo tutti ormai una certa familiarità: “i problemi veri sono ben altri”. Detto che bisogna essere particolarmente disinformati e insensibili per giudicare non prioritaria la più che tardiva estensione di alcuni diritti umani e civili fondamentali a una parte consistente degli italiani, prendiamo quest’obiezione sul serio: facciamo finta che non sia un modo per manifestare disaccordo con lo scopo dell’iniziativa senza prendersene piena responsabilità. Ognuno di noi persone normali – figuriamoci un politico o addirittura un organo collegiale come il Parlamento – ha tempo e risorse nella propria vita per dedicarsi a più cose contemporaneamente; tra queste cose, esistono quelle che consideriamo giuste e quelle che consideriamo sbagliate. In base a questo dovremmo giudicarle, e basta.

La seconda obiezione è già più solida, ed è quella di chi dice: “Scalfarotto, avrai pure ragione ma sei al governo: fate una legge no?”. Il problema è che la legge è stata fatta. Anzi, ne sono state fatte due. Una è quella contro l’omofobia, che è stata pure approvata dalla Camera, un’altra è quella sulle unioni civili: tutte e due sono state messe insieme in misura diversa anche grazie al contributo e al lavoro di Scalfarotto (una delle due porta addirittura il suo nome) e tutte e due si sono arenate per via di un ostruzionismo parlamentare che – come ogni ostruzionismo: ricordarselo, in futuro – ha del prepotente e dell’anti-democratico, e viene anche e soprattutto dall’alleato di minoranza del governo.

Quindi va a finire così. Da una parte conservatori e omofobi organizzano piazzate settimanali per descrivere Scalfarotto come l’anti-Cristo e scrivono migliaia di emendamenti pretestuosi per rendere impossibile la discussione di quelle leggi in Parlamento. Dall’altra parte un pezzetto dello storicamente litigioso e improduttivo (non si offendano: è un fatto) associazionismo gay dice enormità come quella secondo cui il ddl Cirinnà – che aggiunge “e le unioni civili” dove nell’ordinamento italiano si parla di matrimonio – non porterà cambiamenti tangibili. In mezzo ci siamo noi, che vorremmo che la legge venisse approvata, che festeggiamo come fossero nostre le vittorie ottenute a un oceano di distanza e speriamo che tutto questo basti per ottenere un cambiamento anche da queste parti. I fatti dicono che non sta bastando.

“Colpa del governo!”. Ma negli Stati Uniti, per fare l’esempio più famoso e recente, non è stato il governo a legalizzare i matrimoni gay per tutti la settimana scorsa. Barack Obama e Hillary Clinton pochi anni fa erano apertamente contrari ai matrimoni gay. Bill Clinton negli anni Novanta promosse una delle leggi più anti-gay della storia recente degli Stati Uniti d’America. In un modo che non è sempre lineare e istantaneo, la politica di un paese e le sue decisioni sono la fotografia di quel paese, lo riflettono. E la storia ci dice che il più delle volte su materie del genere governi e tribunali intervengono per sancire ufficialmente cambiamenti culturali che sono già avvenuti, su stimolo di pressioni politiche diventate troppo forti e diffuse per essere ignorate. Le cose non succedono da sole: succedono perché qualcuno le fa succedere.

Dopo aver fatto quello che poteva in Parlamento e al governo, e aver appurato che non è bastato, Scalfarotto ha deciso di fare un’altra mossa: forse funzionerà, forse no, forse è la mossa giusta, forse no. Ma questa storia non riguarda Scalfarotto o quanto io e voi siamo d’accordo col suo sciopero della fame o se dovrebbe dimettersi: chi se ne importa. Il suo sciopero non impone nemmeno a chi ha a cuore i diritti civili di smettere di mangiare, non è una gara, ma suggerisce che sia arrivato il momento di trovare e scegliere un modo – tra i tanti disponibili – per far affermare quei diritti. Volerlo non è sufficiente.