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Un gran discorso di Mario Cuomo, smontato

Chi vuole sapere chi era Mario Cuomo, il leggendario politico americano che è morto stanotte, può leggere un sacco di cose: le cose essenziali sono nell’articolo del Washington Post che sul Post abbiamo tradotto in italiano. Ma agli appassionati di discorsi politici, retorica e arte oratoria io consiglio di impiegare meno di otto minuti del loro tempo per guardare questa sintesi del discorso più famoso di Mario Cuomo, quello che tenne alla convention dei democratici nel 1984.

Questo discorso è stato considerato quasi un discorso fondativo per la sinistra americana degli ultimi trent’anni, per come ha affrontato e centrato il tema delle diseguaglianze economiche: e di questo si legge molto sui giornali americani di oggi, specie per come quei temi sono tornati attuali con la crisi economica, i movimenti di Occupy, la rielezione di Obama nel 2012; ma questo discorso è considerato un caposaldo anche dal punto di vista tecnico, proprio in quanto discorso, ed è effettivamente retoricamente eccezionale. Il testo integrale si può leggere qui.

Intanto è – salvo alcuni incisi – un discorso centrato su un tema preciso, che evidentemente si considera essere il tema su cui far girare l’intera campagna elettorale: le diseguaglianze. Non c’è nessuna lunga prolusione e soprattutto non c’è la struttura circolare a cui siamo abituati: quella per cui ogni discorso, anche quello che annuncia l’elezione del nuovo segretario di circolo, debba partire dalla crisi dei mutui sub-prime e dalla situazione mediorientale per poi andare a stringere fino ad arrivare alla Garbatella (true story).

Poi: la sintesi del discorso nel video sopra ne raccoglie i passaggi più importanti e praticamente è tutto l’inizio del discorso. Questo per un fatto banale nella sua semplicità, e cioè che l’inizio del discorso è il momento in cui le persone sono più attente e perché l’attenzione di qualsiasi essere umano dopo 20 minuti inizia a scendere. Un buon discorso è il più delle volte un discorso che affronta da più lati e in più modi quasi esclusivamente una sola grande questione e che arriva subito al sodo, alla sua parte migliore, per poi elaborare concetti e argomenti nella parte centrale e riprendere di nuovo il succo nella sua conclusione. Un discorso che annuncia quello che deve annunciare dopo 15 minuti, se non addirittura nella conclusione, è un discorso che poteva essere molto più efficace.

Altra cosa. Il discorso è scritto così bene e Cuomo è così bravo a pronunciarlo che non ha bisogno di ricorrere a uno dei trucchi più usati e abusati dagli oratori per creare pathos e riconquistare o mantenere l’attenzione del pubblico, o per chiamare un applauso: alzare il tono della voce. È una scena che avete presente tutti, immagino: il politico che senza nessun motivo particolare durante un discorso si infervora, diventa paonazzo in volto e inizia a urlare. Nella politica americana il simbolo di questo tipo di discorso è quello che fece Howard Dean su un palco dopo essere arrivato terzo nelle primarie in Iowa. Questo minuto nella politica americana è rimasto famoso come “Dean’s scream” – l’urlo di Dean – ed è considerato una delle ragioni per cui la sua candidatura precipitò di lì a poco.

Un esempio italiano: dal minuto 5:30 e poi dal minuto 6:30 ma soprattutto dal minuto 7:45.

Ora riascoltate il tono di Cuomo, anche nella conclusione. Oppure riascoltate uno dei discorsi più famosi della storia mentre viene pronunciato con la voce più calma e pacata possibile. Se Martin Luther King può parlare di diritti civili e schiavitù e dire “I have a dream” senza urlare, perché non può farlo Epifani mentre parla del governo Letta?

Se un discorso è ben scritto e ben pronunciato, non serve urlare o diventare paonazzi per mantenere l’attenzione del pubblico o emozionarlo o chiamare un applauso. Come insegna tra gli altri proprio “I have a dream”, uno dei metodi migliori per far funzionare un discorso è scriverlo come fosse una canzone: mettere le parole una accanto all’altra facendo attenzione al loro suono, al loro ritmo, e pronunciarle facendo attenzione al loro suono, al loro ritmo. Ascoltate di nuovo il video di Martin Luther King mettendo play al minuto 1:45: non sembra che stia cantando?

Queste sono alcune delle frasi del discorso di Cuomo: fate attenzione ai suoni che si assomigliano, ci sono quasi delle rime. Guardando il video noterete anche le pause, mai casuali.

There are elderly people who tremble in the basements of the houses there. And there are people who sleep in the city streets, in the gutter, where the glitter doesn’t show.

There is despair, Mr. President, in the faces that you don’t see, in the places that you don’t visit in your shining city.

Maybe, maybe, Mr. President, if you visited some more places; maybe if you went to Appalachia where some people still live in sheds; maybe if you went to Lackawanna where thousands of unemployed steel workers wonder why we subsidized foreign steel. Maybe — Maybe, Mr. President, if you stopped in at a shelter in Chicago and spoke to the homeless there; maybe, Mr. President, if you asked a woman who had been denied the help she needed to feed her children because you said you needed the money for a tax break for a millionaire or for a missile we couldn’t afford to use.

That struggle to live with dignity is the real story of the shining city.

Now, it will happen. It will happen if we make it happen; if you and I make it happen.

La penuria di buoni discorsi nella politica italiana – ci sono eh, ci sono: ma sono rari – non è solo una questione estetica, una cosa da nerd della politica: è il sintomo di qualcosa di più grande.

Avete presente il discorso di Pierluigi Bersani all’ultima assemblea del Pd? Vi ricordate che cosa disse Susanna Camusso allo sciopero generale di un anno fa? E Silvio Berlusconi nel suo ultimo discorso da presidente del Consiglio? Ve lo dico io: no che non ve lo ricordate. E questo perché la classe dirigente italiana, benché ami apparire in pubblico, ha un grosso problema con i discorsi.

Si dirà, vista l’aria che tira, che non è un grave problema: che gli italiani sono stanchi di parole, prediche e sermoni e preferirebbero sentire meno discorsi e vedere più azioni, più riforme. L’argomento è malposto, e non solo perché di riforme in questi anni in Italia ne sono state approvate decine, quasi tutte inefficaci, incomplete o tra loro incoerenti, come spiega Marco Simoni nel suo bel libro Senza alibi (Marsilio, 2012). Paradossalmente infatti, proprio vista l’aria che tira, gli italiani avrebbero bisogno di più discorsi politici. Discorsi politici veri, però, alti: concisi, retorici il giusto, intellettualmente onesti, ricchi di argomenti e dati a sostegno della loro tesi. Anglosassoni, il più possibile.

Un buon discorso politico, infatti, migliora la società: arricchisce di informazioni l’elettorato, gli chiarisce le idee, lo aiuta a farsi un’opinione informata, educa al confronto dialettico civile. Un discorso ben scritto e ben esposto può cambiare la carriera di un politico e la sorte di un movimento. Può essere un mezzo straordinariamente efficace per influenzare il dibattito pubblico e l’agenda politica, per creare consenso attorno a un tema o a se stessi, per generare attenzione duratura da parte dei mezzi di comunicazione, per stimolare la raccolta di fondi a favore di una campagna.

Due tra le persone più potenti del mondo, Barack Obama e David Cameron, hanno cambiato la loro carriera politica grazie a un discorso, passando in pochi anni da essere dei politici semi-sconosciuti a essere leader dei propri Paesi. Ronald Reagan nel 1964 fece un discorso a cui ancora oggi negli Stati Uniti si fa riferimento come a “The Speech”, “Il Discorso”: tre anni dopo si ritrovò governatore della California, il resto lo sapete. Quasi non c’è presidente americano del Novecento di cui non ci si ricordi una frase. Dei politici italiani degli ultimi vent’anni, invece, fuori dalla nicchia degli addetti ai lavori ci si ricorda pochissimi discorsi. Quello di Berlusconi nel 1994, l’Italia-è-il-paese-che-amo, peraltro registrato. Il discorso di Veltroni al Lingotto nel 2007. Stop.

Di norma la classe dirigente italiana preferisce occasioni meno solenni e impegnative per rivolgersi agli elettori, meglio se mediate dai giornalisti: interviste, conferenze stampa, ospitate in tv, convegni con più ospiti. Nelle occasioni potenzialmente solenni – una manifestazione di piazza, un congresso di partito – i politici italiani si limitano al compitino: un lunghissimo sermone dall’invariabile struttura circolare (si parte sempre dalla situazione internazionale, fateci caso, anche per parlare dello sciopero dei tram), qualche slogan, attenzione maniacale a toccare tutti i temi possibili per non deludere nessuno. Persino nelle occasioni obbligatoriamente solenni, come in Parlamento, il politico italiano medio semplicemente non è all’altezza: legge male discorsi fatti per lo più di banalità retoriche e battute da due soldi, spesso pieni di errori grammaticali.

Esiste poi, soprattutto a sinistra, una qualche resistenza rispetto all’idea di farsi aiutare da professionisti. Che non vuol dire farsi scrivere un discorso da un’agenzia pubblicitaria sulla base dei risultati dei sondaggi ma ricorrere all’aiuto di persone competenti per mettere per iscritto i concetti nel modo più efficace possibile, trovando le metafore giuste, le pause giuste, le parole giuste. Siamo arrivati quindi a quello che forse, in fondo, è l’ostacolo fondamentale, il punto ineludibile, banale come sono solo certe cose vere: per essere in grado di fare un bel discorso, uno di quelli che passano alla Storia, bisogna avere qualcosa di importante da dire.

P. S. : Un’ultima cosa, di nuovo su Cuomo: era figlio di immigrati italiani arrivati da Salerno. Un immigrato di seconda generazione, tecnicamente. E divenne un leader politico nazionale e un potenziale presidente degli Stati Uniti. Immaginate un politico italiano figlio di tunisini e con nome tunisino che arringhi le folle parlando di “noi italiani”. Ecco: tra tante cose che non vanno, questo è un pezzo della grandezza dell’America.