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Un pugno di articoli bellissimi

È successo che una cara amica mi ha invitato a quel giochino che gira su Facebook, sui dieci libri più belli della vita, e aderendo in nome dell’amicizia mi sono sentito abbastanza inadeguato: mi mancano un sacco di classiconi e da anni ormai leggo sempre meno libri e sempre più articoli (anche articoli più lunghi di libri, spesso: forse è una questione di supporto?). E quindi nell’introdurre la precaria lista dei miei 10 libri ho scritto che era stata una fatica, mentre se il giochino avesse riguardato la lista dei 20 articoli della vita lo avrei fatto di getto, senza difficoltà e senza nemmeno doverci pensare troppo. Giustamente mi hanno intimato: scrivila subito. Quindi eccola. Non sono “i 20 articoli della vita”, e non solo perché sono 25: sono un pugno di articoli molto molto belli tra quelli che ho avuto la fortuna di leggere negli ultimi dieci anni, perché raccontano storie formidabili o perché sono scritti divinamente, spesso per entrambe le ragioni. Me ne dimentico sicuramente moltissimi. E chissà quanti me ne perdo a sapere soltanto due lingue.

Hiroshima, John Hersey sul New Yorker nel 1946
Questo capolavoro si studia nelle scuole di giornalismo: l’allora direttore del New Yorker, dopo averlo letto, decise che quella settimana la rivista avrebbe contenuto questo articolo e nient’altro.

Perché tutto questo?, Concita De Gregorio su Repubblica nel 2001.
Nella scuola Diaz di Genova due giorni dopo il massacro alla scuola Diaz di Genova.

I 70 anni di Barenboim, ebreo wagneriano, Filippo Facci sul Post nel 2012.
Fantastico, e io di musica classica non capisco niente.

On the (nearly lethal) comforts of a luxury cruise, David Foster Wallace su Harper’s nel 1996.
Poi è diventato un libro, in Italia è noto come “Una cosa divertente che non farò mai più” e lo trovate qui. È il reportage che DFW scrisse inviato per una settimana in una crociera extralusso ai Caraibi.

Io schiavo in Puglia, Fabrizio Gatti sull’Espresso nel 2006.
Altro articolo da scuole di giornalismo. “Una settimana da infiltrato tra gli schiavi è un viaggio al di là di ogni disumana previsione”.

A Death in the Family, Christopher Hitchens su Vanity Fair nel 2007.
Christopher Hitchens racconta la storia di un giovane ragazzo americano che decise di arruolarsi e andare in guerra in Iraq dopo aver letto i suoi articoli, e che in Iraq morì nei combattimenti. È un articolo che si legge senza respirare e forse la frase più bella non la scrive Hitchens bensì il ragazzo, Mark Daily.

Basta soldi pubblici al teatro, meglio puntare su scuola e tv, Alessandro Baricco su Repubblica nel 2009.
Lasciate stare la perentorietà assertiva del titolo: questo articolo – e il suo seguito, pubblicato qualche giorno dopo – restano per me l’analisi più esatta e lucida di quello di cui dovrebbe occuparsi in Italia un ministro della Cultura.

A murder foretold, David Grann sul New Yorker nel 2011
Questa storia incredibile prima o poi la leggerete anche sul Post; qualche tempo fa avevo letto che ne avrebbero fatto un film.

La rabbia e l’orgoglio, Oriana Fallaci sul Corriere della Sera nel 2001.
La definizione accademica di “articolo giusto al momento giusto”: ha segnato un’epoca, di fatto ancora ne parliamo.

Moby Duck, Donovan Hohn su Harper’s nel 2007.
Leggete anche solo la prima pagina, notate l’abilità e la maestria con cui mette insieme tutte le informazioni di contesto e lancia un amo a cui non si può che abboccare.

Momenti che non sono su YouTube, Daniele Manusia sull’Ultimo Uomo nel 2014.
Parla di un calciatore che non conoscevo, che non ho mai visto e non vedrò mai giocare: e lo stesso vale probabilmente per voi.

Topic of Cancer, Christopher Hitchens su Vanity Fair nel 2010.
Quando Hitchens scoprì di avere il cancro.

«Ci vediamo al Cantagallo», Marco Imarisio sul Corriere della Sera nel 2010.
Si può scrivere benissimo di qualsiasi cosa, se uno è in grado: anche di un autogrill e delle noci di prosciutto.

Three Trials for Murder, Nicholas Schmidle sul New Yorker nel 2011.
La trama perfetta di un film genere legal thriller tratto da una storia vera.

La sinistra che è uguale alla destra, Luca Sofri su Vanity Fair nel 2004.
Per me è stato un articolo formativo.

The Lawns of Wimbledon, John McPhee sul New Yorker nel 1968.
Un altro autore da libri di scuola racconta la storia dell’uomo che curava l’erba dei campi da tennis di Wimbledon. C’è una bella traduzione italiana dentro questo libro.

Anche gli scrittori nel loro piccolo hanno l’X-Factor, Mario Fillioley su IL del Sole 24 Ore nel 2013.
Si presenta come un qualsiasi buon articolo su un reality show ma in realtà è L’Articolo Sulla Cultura E I Libri In Italia.

Trial by Fire, David Grann sul New Yorker nel 2009.
La storia pazzesca del caso Todd Willingham, americano condannato a morte e ucciso da innocente in Texas.

Van Gaalogy 101, Brian Phillips su Grantland nel 2014.
Secondo me nessuno oggi al mondo scrive di calcio e sport meglio di Brian Phillips.

Yellow Fever, Adam Gopnik sul New Yorker nel 2013.
La seconda parte del filone “si può scrivere benissimo di qualsiasi cosa, se uno è in grado”: anche della vecchia collezione di riviste del National Geographic che i tuoi tengono in garage.

Barney e io, Christian Rocca sul Foglio nel 2005.
La storia gustosissima di un’ossessione letteraria.

Fatal Distraction, Gene Weingarten sul Washington Post nel 2009.
Storie assurde di bambini morti perché dimenticati in macchina dai genitori. Questo articolo vinse il Premio Pulitzer: lo trovate raccontato in italiano qui.

Volare a 300 a Indianapolis grazie all’ingegnere fortunato, Alessandro Baricco nel 2012 su Repubblica. (qui la seconda parte)
Di nuovo, ignorate il titolo terribile. Se vi siete mai chiesti cosa c’è di interessante nel vedere una gara automobilistica lunga 800 chilometri su un noiosissimo circuito ad anello, qui troverete un po’ di risposte.

The Extraordinary Science of Addictive Junk Food, Michael Moss sul New York Times nel 2013.
La storia del junk food e del suo futuro, appassionante come un romanzo. L’articolo inizia col racconto di quella volta che, nel 1999, i capi di tutte le più grandi aziende alimentari americane si incontrarono in segreto per discutere di obesità.

Jerry Seinfeld Intends to Die Standing Up, Jonah Weiner sul magazine del New York Times nel 2012.
Storie su uno dei comici più famosi e apprezzati al mondo. Se il genere vi interessa, c’è anche un video in cui spiega come scrive le sue battute: precisamente una, che ha richiesto due anni di lavoro.