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Del parlare di niente

Da parecchio tempo – io su questo blog ne scrivo da cinque anni, e va avanti da prima – l’Italia ha un gigantesco problema con le sue carceri. Sono i luoghi in cui oggi la Costituzione e la democrazia sono davvero sospese, non come negli slogan dei partiti di opposizione a corto di idee: luoghi in cui davvero la negazione dei diritti umani e della legge è la norma. La mossa più concreta sul tema in questi anni è stato un messaggio – questo già dice molto – che il presidente Napolitano ha scritto alle camere dopo decine di dichiarazioni cadute nel vuoto. È successo lo scorso ottobre. Ve lo ricorderete: per tre giorni, tre, si è parlato un po’ di carceri. La gran parte dell’opinione pubblica ha criticato il messaggio di Napolitano e le sue proposte, concentrandosi soprattutto sulle due misure straordinarie (indulto e amnistia) e ignorando le altre. Chi faceva presente la portata del disastro e il livello di emergenza riceveva risposte del tipo: sì, certo, è un disastro, ma non possiamo mica intervenire così. Dopo tre giorni non se n’è parlato più.

Cambio scena. Da più di due anni in Siria è in corso una guerra civile che ha portato alla morte di così tante persone che l’ONU qualche tempo fa ha rinunciato a contarle. In Italia nessun partito e nessun grande gruppo giornalistico-editoriale ha mai mostrato un vero interesse per la questione – l’attacco chimico dello scorso agosto è stato dato dai principali giornali italiani dopo pagina 10 – tranne che per tre giorni. Così come per le carceri, anche per la Siria ci sono stati tre giorni in cui la questione è stata effettivamente al centro delle attenzioni dei mezzi di comunicazione e di chi li frequenta. Sono stati i tre giorni intercorsi tra il momento in cui gli Stati Uniti hanno detto che bisognava occuparsi delle atrocità che stavano accadendo e il momento in cui la prospettiva di un intervento statunitense è stata accantonata. Anche allora, chi faceva presente la portata del disastro e il livello di emergenza riceveva risposte del tipo: sì, certo, è un disastro, ma non possiamo mica intervenire così. Dopo tre giorni non se n’è parlato più.

Gli unici momenti in cui due questioni molto diverse e molto grosse sono state il tema del giorno sono coincise con i momenti in cui qualcuno ha cercato di occuparsene: e una volta che l’ipotesi di fare qualcosa è svanita, è svanito anche quel briciolo di interesse dell’opinione pubblica. Perché in due anni a nessuno è venuto in mente di digiunare per la Siria se non in quei tre giorni? Perché i digiuni per la Siria non sono stati organizzati prima e perché non sono proseguiti dopo, dato che la guerra civile è ancora in corso? Perché la necessità di costruire nuove carceri, ammesso che sia una soluzione praticabile (e non lo è), è stata discussa soltanto in quei tre giorni dopo il messaggio di Napolitano, né prima e né dopo? Ora che è passato un po’ di tempo, e sappiamo cosa è successo e cosa non è successo dopo, possiamo dirci serenamente che il digiuno per la Siria è stato un digiuno perché la guerra continuasse com’era andata avanti fin lì. Che le proteste di ottobre contro Napolitano furono proteste perché le carceri continuassero a trovarsi esattamente nelle condizioni in cui erano. Artifici usati – inconsciamente o no – per rendere presentabile la difesa dello status quo nei casi in cui lo status quo è particolarmente disgustoso; ma artifici che ci dicono qualcosa di come faccende molto grandi e complesse siano masticate e deglutite di questi tempi.

Sono soltanto due esempi, ce ne sono altri: basti pensare ai suicidi degli imprenditori trattati come fenomeno mediatico stagionale, al pari dell’emergenza pitbull e della zanzara tigre. E lo so, sono anche esempi particolarmente fuori tema. Ma è il punto è proprio questo: siamo tutti costantemente fuori tema. Dopo aver passato l’autunno a parlare di una crisi di governo che non c’è stata, ora stiamo passando l’inverno a parlare di una staffetta che non ci sarà; la settimana scorsa eravamo indignati per un dato farlocco sulla corruzione in Italia, tre giorni fa per via della storia dell’arte abolita, ieri era il turno del lancio promozionale di un libro spacciato per scoop e della bufala su Obama e Beyoncé. Da una parte c’è un sistema dell’informazione con l’acqua alla gola che pensa di riuscire a sopravvivere abusando degli stessi strumenti che lo hanno ridotto com’è: sensazionalismo, sciatteria, ignoranza, inaffidabilità totale; spararne una al giorno al mattino, raccogliere le reazioni al pomeriggio, litigarne la sera ai talk show, vedere che succede, il giorno dopo ricominciare daccapo. Dall’altra parte c’è un’opinione pubblica che si muove esclusivamente per riflessi condizionati, cavalcati abilmente da politici e media per i loro rispettivi obiettivi, e passa le giornate a strepitare su una sciocchezza prima di spostarsi come uno sciame alla sciocchezza seguente. Le conseguenze sono distruttive. Il giorno che qualcuno in questo paese farà qualcosa di buono, lo farà probabilmente nonostante noi.