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I politici ottusi e opportunisti, cioè noi

Credo che la polemica nel PD sul fatto che Renzi veda tutti i leader politici per discutere di legge elettorale, Berlusconi compreso, sia stata in gran parte montata come la panna dalla stampa – l’altra grande storia di questi giorni riguarda un boxino sul giornale di un partitino che non legge nessuno, per capire il contesto di riferimento – e si basi sostanzialmente sulle dichiarazioni di un (1) parlamentare del Partito Democratico, e con tutto il rispetto non uno particolarmente noto e influente. Non faccio fatica a credere però che quel sentimento – “Renzi non incontri Berlusconi, è un pregiudicato” – trovi una sostanziosa condivisione tra gli elettori del centrosinistra. Non solo: non faccio fatica a credere che trovi qualche condivisione tra le stesse persone che in passato hanno criticato Berlusconi per aver cambiato la legge elettorale senza consultare l’opposizione, che hanno sostenuto l’opportunità di fare un governo con Berlusconi quando questo era già “un pregiudicato”, che addirittura – parlo proprio dei bersaniani – hanno proposto e lottato per settimane allo scopo di coinvolgere Berlusconi, il “pregiudicato”, in una ambiziosissima “commissione costituente”, mica solo sulla legge elettorale. Accadeva meno di un anno fa.

Com’è possibile contraddirsi in modo così palese? Com’è possibile farlo in totale buona fede, come sono certo accada a moltissimi? Potrebbe sembrare una cosa straordinaria ma non lo è: lo raccontava qualche giorno fa il Washington Post notando come due articoli americani che proponevano esattamente la stessa cosa – uno però di autori e con argomenti “di destra” e uno con autori e argomenti “di sinistra” – fossero stati rispettivamente molto contestati dai lettori “di sinistra” e da quelli “di destra” (ed elogiati dagli altri). Due articoli che proponevano la stessa cosa. Gli psicologi lo chiamano motivated reasoning: spesso, quando pensiamo di stare affrontando una discussione politica razionale, ci stiamo in realtà sforzando di razionalizzare la direzione verso la quale ci spingono le nostre “affiliazioni tribali”. Siamo in grado di trovare argomenti convincenti a sostegno di qualsiasi cosa. Ci sono studi e studi che dimostrano come la stessa identica proposta sia valutata molto male o molto bene – trovando ogni volta argomenti diversi, a loro volta spesso contraddittori – secondo la sua provenienza: sappiamo già a chi vogliamo dare ragione, lo sappiamo da sempre, ci sforziamo solo di trovare motivi che lo giustifichino. Sempre dall’articolo del Washington Post:

Il problema è che gli esseri umani sono incredibilmente bravi a razionalizzare un modo per giustificare qualsiasi conclusione il loro “gruppo” ritenga accettabile. La maggior parte delle opinioni politiche può essere sostenuta o contrastata per vari suoi aspetti: dipende tutto da quali si decide di enfatizzare. Non è un processo che avviene cinicamente, ma sinceramente, e per questo è molto potente. Il mondo è complicato e pochissimi di noi hanno il tempo di sviluppare opinioni solide su un vasto numero di questioni. Puoi essere un esperto di sanità, ma le probabilità che tu sia anche un esperto di economia cinese, di Siria e di carceri sono molto poche. Quindi finiamo per affidarci alle opinioni di altri soggetti, leader politici, associazioni, personaggi mediatici, che a loro volta però spesso non hanno come primo interesse la verità bensì i voti, gli ascolti, i clic, i fondi, l’influenza. Anche il loro modo di ragionare è comprensibile, ma i loro seguaci non se ne accorgono. Il risultato: la politica è sempre di più una lotta tribale che una discussione sulle cose.

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