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Cosa ho capito del guaio in Siria

Ho capito che la proposta Kerry – che Assad consegni tutte le armi chimiche in una settimana – non può andare da nessuna parte, e che per questo si tenterà di percorrerla.

La proposta Kerry sarebbe utile, sarebbe un passo, non cambierebbe tutto – cosa cambierebbe tutto? – ma cambierebbe qualcosa. Toglierebbe ad Assad le sue armi più letali e sarebbe il primo esempio concreto di “dialogo” dall’inizio della guerra civile, a cui potrebbero seguirne altri. Certo, non fermerebbe i massacri dall’oggi al domani – cosa lo farebbe? – ma non è vero che sarebbe “inutile” perché Assad può continuare a uccidere con l’artiglieria, ed è triste che questo argomento sia usato molto da chi di solito ti invita a firmare petizioni su petizioni per la messa al bando delle bombe a grappolo o delle mine antiuomo o delle armi nucleari. Le armi non sono tutte uguali, non hanno tutte le stesse conseguenze di medio e lungo periodo, non uccidono tutte con la stessa facilità, toglierne di mezzo alcune è meglio di non toglierne di mezzo nessuna.

Il problema della proposta Kerry – che peraltro molti hanno curiosamente iniziato a chiamare “proposta russa”, tradendosi – è che è come la proposta “smettete di ammazzarvi”: magari, ma come? Non esistono ragioni per cui, considerata la sua posizione di forza, Assad debba trovare opportuno o conveniente privarsi delle armi più letali in suo possesso (che peraltro nega di avere usato e fino a due giorni fa negava persino di possedere). E anche dando per scontata la sua tutt’altro che scontata buona volontà, non si capisce come questo possa essere fatto in una settimana (ma neanche in un anno), come tutte le parti in causa possano fidarsi l’un l’altra, come concretamente mettere queste armi sotto controllo (mandiamo dei soldati? Assad accetterà soldati stranieri in Siria?). Ma lasciate perdere tutto questo: che la proposta Kerry non possa andare da nessuna parte è provato dal fatto che la Russia ha già detto “col cavolo” alla proposta francese di metterla in una risoluzione ONU vincolante, e che quindi preveda delle conseguenze nel caso la Siria non stia ai patti.

Perché allora quella che era evidentemente una frase retorica, e non una proposta, è diventata una proposta? A chi e a cosa serve la proposta Kerry?

Serve alla Siria perché le permette di prendere tempo: due giorni fa si diceva possibilista, il giorno dopo ha detto che accetterà, non si sa bene cosa e a quali condizioni. L’eventuale trattativa non arriverà da nessuna parte ma le consentirà di allontanare un attacco militare che, piccolo o grande, certo non le farebbe piacere. Intanto farà in tempo a spostare gli armamenti dagli obiettivi sensibili, a mettere al riparo ciò che va messo al riparo – probabilmente lo ha già fatto – e a continuare la guerra.

Serve alla Russia perché le permette di salvare la faccia, nel momento in cui il sostegno a uno dei regimi più crudeli e sanguinari del pianeta iniziava a farsi, persino per lei, un po’ complicato. Sta funzionando, complici le pigrizie e i riflessi condizionati che guidano molti quando si parla di cose del genere. Ho letto questo su Twitter, stamattina: “È affascinante la trascinante affermazione di Putin come paladino di pace e libertà. Era l’amico scomodo di Berlusconi. Ora è amico nostro”.

Serve agli Stati Uniti perché permette a Obama di prendere tempo e rinviare il voto del Congresso – come ha chiesto ieri sera – che con ogni probabilità avrebbe espresso parere negativo sull’attacco militare, facendogli fare una figuraccia e indebolendolo davanti alla comunità internazionale.

Si può pensare – di certo lo pensano i digiunatori dell’ultimo minuto – che il solo fatto di allontanare l’attacco sia di per sé una buona notizia. Si può pensare che il solo fatto che permetta agli Stati Uniti di cavarsi fuori dal gran casino che sta succedendo da due anni e mezzo in Siria, che per il solo fatto che ci farà prendere tempo, che è l’unica cosa che può fare, la proposta Kerry sia una buona proposta. Sebbene possa essere una soluzione ai problemi di Obama, della Russia e di Assad, quel che è certo è che la proposta Kerry non è una soluzione – nemmeno una mezza soluzione – al problema della guerra civile, dei massacri di persone innocenti, dei 100.000 morti e dei 2.000.000 di rifugiati.

La discussione che dovremmo fare riguarda la soluzione a quel problema: se esiste, e qual è. La cosa più probabile, dicono le persone che meglio conoscono la situazione, è che la soluzione non ci sia. Che il momento giusto per eventualmente dare una mano ai “ribelli buoni”, perdonatemi l’estrema semplificazione, sia stato oltre un anno fa e che oggi quella finestra si sia chiusa: complice anche l’inazione della comunità internazionale e la conclamata inutilità dell’ONU, la rivoluzione laica e democratica siriana è stata sbriciolata dall’esercito di Assad – «Non esiste neutralità di fronte all’omicidio: non fare niente per fermarlo è, di fatto, scegliere»* – e fagocitata dai gruppi islamisti e da quelli che Domenico Quirico ha definito a metà “tra il banditismo e il fanatismo”.

Anche per questo nemmeno gli Stati Uniti pensano lontanamente a una deposizione di Assad, a un “regime change”, a una cosa che assomigli non solo a quanto accaduto in Iraq ma anche a quanto accaduto in Libia. Potete rimettere nel cassetto, dov’erano da dieci anni, le bandiere della pace e gli slogan contro l’imperialismo. Obama chiede di fare un attacco – “piccolissimo!”, ha aggiunto goffamente Kerry – su qualche obiettivo di rilevanza militare, con la consapevolezza di due cose. La prima: che cambierà poco o niente negli equilibri della guerra. La seconda: che per il bene del mondo non è il caso passi il principio che si possono usare le armi chimiche – messe al bando da un trattato firmato da tutti i paesi del mondo tranne cinque – senza che la comunità internazionale faccia nulla, restando completamente impuniti. È una cosa così piccola e basilare che fatico a comprendere come si possa protestare per il fatto che sia troppo, e non perché sia troppo poco; per il fatto che si scelga di farlo, e non perché sia umiliante e colpevole essersi ridotti a poter scegliere solo tra niente e troppo poco.