Bravi, ma le politiche sono un’altra cosa

Il risultato delle elezioni amministrative è positivo oltre ogni aspettativa per il centrosinistra ed è negativo oltre ogni aspettativa per il Movimento 5 Stelle, mentre il centrodestra è in affanno anche in posti dove è sempre andato forte: di fatto è il ribaltamento del risultato delle elezioni politiche dello scorso febbraio. E uno dice: com’è possibile? I problemi del centrosinistra sono risolti? Il M5S perde valanghe di voti perché la politica non fa più schifo e la crisi economica è finita? L’imperiosa resurrezione politica di Berlusconi era un miraggio?

In una situazione così confusa, ognuno tira il risultato elettorale dalla sua parte. Per i fan del governo il risultato rafforza il governo, per gli avversari del governo il risultato – l’astensione! – indebolisce il governo, per i fan di Grillo il risultato si deve alla coerenza di Grillo, per gli avversari di Grillo il risultato punisce Grillo. Su questo ha detto tutto benissimo Makkox. A costo di dire una banalità, l’unica spiegazione razionale e disinteressata al risultato elettorale ha a che fare col fatto che si trattava di elezioni amministrative. E le elezioni amministrative sono da sempre tutta un’altra storia rispetto alle elezioni politiche.

Il centrosinistra va molto spesso bene alle elezioni amministrative. Quando deve vincere lo fa quasi sempre, spesso è quantomeno competitivo anche dove è forte la destra. Negli ultimi anni è capitato che vincesse a Milano, a Napoli, in Friuli, in Sicilia; ora è capitato persino che andasse al ballottaggio – e in vantaggio – a Treviso. Poi capita anche che perda, naturalmente, ci sono posti dove la destra è molto forte, e ci sono di tanto in tanto delle “ondate” da una parte o dall’altra, ma in generale la sensazione è che i risultati seguano una loro normalità democratica. Questo accade perché il voto delle amministrative ha raramente un significato politico generale: più è piccola la porzione di territorio interessata da una consultazione, meno quel voto ha significato generale. È la ragione per cui nei piccoli comuni hanno grande peso le liste civiche, per esempio, e a volte i partiti col loro simbolo non si candidano nemmeno.

Alle amministrative le dimensioni della partita sono tali da avvantaggiare chi ha personale politico di qualità da spendere e anni di lavoro-sul-territorio su cui far leva. Non basta avere un leader telegenico o un messaggio nazionale potentissimo, se devi prenderti i voti a Barletta o a Lodi: servono relazioni, reti, credibilità, consenso vero. Per la stessa ragione, una leadership nazionale allo sbando e un’identità più che logora non impediscono buoni risultati locali, su porzioni ridotte di territorio, ai membri di un partito adeguatamente preparati e organizzati. Per questo il centrosinistra alle amministrative va storicamente piuttosto bene, oltre che per il fatto che poi capita che governi bene dove vince.

Alle politiche tutto questo non avviene. Le campagne per le elezioni politiche sono dominate da discussioni di carattere assoluto – pensate alle discussioni di questi mesi sul “liberismo” – o da problemi composti da un milione di facce, piene di storie e risvolti e argomenti e contro-argomenti e precedenti da rinfacciare, come le tasse o la giustizia o la riforma delle istituzioni. Questa deriva è accentuata dall’attuale legge elettorale, i cui collegi enormi e l’assenza di preferenze rendono il voto iperpolitico: gli elettori votano solamente dei partiti, dei simboli nudi e crudi, più che i candidati premier o i candidati in Parlamento.

Questo meccanismo genera due paradossi. Il primo è che il partito più partito che ci sia, cioè il Partito Democratico, è quello che ne soffre di più: non riesce a valorizzare il buono che c’è nel suo personale politico locale, che rimane schiacciato sullo sfondo. Il secondo è che il partito meno partito che ci sia, cioè il Movimento 5 Stelle, è quello che ne beneficia di più: la rimozione di tutto il resto a parte il simbolo e il leader lo avvantaggia molto. Alle amministrative le cose cambiano: lì i voti devono prenderseli i vari Crimi e De Vito, e il “tutti a casa” non è abbastanza. Il “movimento portavoce dei cittadini”, insomma, va forte nelle elezioni più politiche che ci siano e soffre quando i cittadini devono votare altri “cittadini”; il superpartito invece va forte quando i cittadini devono votare altri “cittadini”, e soffre quando il voto ha un grande significato politico generale.

Conclusione: è stato bravo il centrosinistra di questi 16 capoluoghi in queste 16 elezioni locali, ma le politiche sono un’altra cosa. I problemi che hanno generato la tragica sconfitta di febbraio sono tutti ancora lì, intonsi e semmai aggravati da tre mesi di immobilismo. La foto di gruppo della classe dirigente nazionale del centrosinistra è cambiata poco, e non è mai riuscita a trovare un modo efficace di fare campagna elettorale né contro Berlusconi - mai: pensate che enorme dimostrazione di inadeguatezza – e fin qui nemmeno contro Grillo. Qualcuno cercherà di utilizzare queste amministrative come argomento a favore della conservazione dello status quo, dicendo che il centrosinistra si è rialzato, che è iniziata la riscossa, che forse si può fare a meno dei radicali e dolorosi cambiamenti che servono: sbagliano di grosso, quelli che non sono semplicemente in malafede.