Perché non abbiamo parlamentari in grado di fare discorsi

Il primo giorno di vera discussione di questa legislatura – il dibattito di ieri alla Camera sulla fiducia al governo Letta – ha confermato la mediocrità oratoria vista negli ultimi cinque anni in Parlamento. Salvo poche eccezioni, i parlamentari italiani riescono solo a leggere con tono monocorde discorsi colmi di cliché linguistici, senza mai scollare gli occhi dai foglietti, spesso senza capire quello che dicono, sbagliando le pause, gli accenti, la pronuncia delle parole straniere, tutto. I parlamentari del M5S, che erano una possibile e potenziale sorpresa anche su questo fronte, si collocano persino al di sotto della mediocre media del resto del Parlamento: fiumi di retorica e politichese, nessuno parla a braccio, tutti leggono rapidissimamente, nessuno capisce niente. Questa mattina in un’ora e mezza di lavori nessun senatore del M5S – nessuno – è riuscito a concludere il suo intervento: tutti sono stati silenziati allo scadere del tempo previsto, ed erano tutti preparati in anticipo.

Qualche mese fa avevo scritto un articolo su IL per spiegare perché la questione dei discorsi non è una cosa per fissati, ma uno dei sintomi più gravi e vistosi del decadimento qualitativo della politica italiana. Credo c’entri molto anche il fatto che da sette anni i parlamentari italiani vengono eletti senza che sia necessario fare campagna elettorale.

Di norma la classe dirigente italiana preferisce occasioni meno solenni e impegnative per rivolgersi agli elettori, meglio se mediate dai giornalisti: interviste, conferenze stampa, ospitate in tv, convegni con più ospiti. Nelle occasioni potenzialmente solenni – una manifestazione di piazza, un congresso di partito – i politici italiani si limitano al compitino: un lunghissimo sermone dall’invariabile struttura circolare (si parte sempre dalla situazione internazionale, fateci caso, anche per parlare dello sciopero dei tram), qualche slogan, attenzione maniacale a toccare tutti i temi possibili per non deludere nessuno. Persino nelle occasioni obbligatoriamente solenni, come in Parlamento, il politico italiano medio semplicemente non è all’altezza: legge male discorsi fatti per lo più di banalità retoriche e battute da due soldi, spesso pieni di errori grammaticali.

Esiste poi, soprattutto a sinistra, una qualche resistenza rispetto all’idea di farsi aiutare da professionisti. Che non vuol dire farsi scrivere un discorso da un’agenzia pubblicitaria sulla base dei risultati dei sondaggi ma ricorrere all’aiuto di persone competenti per mettere per iscritto i concetti nel modo più efficace possibile, trovando le metafore giuste, le pause giuste, le parole giuste. Siamo arrivati quindi a quello che forse, in fondo, è l’ostacolo fondamentale, il punto ineludibile, banale come sono solo certe cose vere: per essere in grado di fare un bel discorso, uno di quelli che passano alla Storia, bisogna avere qualcosa di importante da dire.