Promemoria liberale sugli stipendi dei calciatori
Sto leggendo il bel libro di Alberto Mingardi sull’intelligenza del denaro e sono arrivato al punto – piuttosto d’attualità – in cui si parla degli stipendi dei calciatori.
Nell’estate del 2012 le iniquità del sistema capitalistico hanno assunto il volto spigoloso di Zlatan Ibrahimovic. L’attaccante svedese, ceduto dal Milan di Silvio Berlusconi al Paris Saint-Germain, si è accordato con il nuovo team per uno stipendio di quattordici milioni di euro l’anno, diventando così il giocatore più pagato della lega francese. È un eufemismo definirla una cifra ragguardevole. Quattordici milioni di euro sono quattrini in dose inimmaginabile per la più parte degli esseri umani. Se ipotizziamo che i tifosi del Paris Saint-Germain non si discostino significativamente dalla media francese, guadagneranno in un anno all’incirca 32 mila euro. Dodici mesi di calci al pallone di Ibra (di cui conosciamo il reddito al netto delle imposte) valgono suppergiù 875 anni di lavoro dell’impiegato di banca che mette la foto di Ibra come sfondo del suo desktop.
I giornali hanno riportato le dichiarazioni del ministro del Bilancio Jérôme Cahuzac, per cui «sono cifre indecenti in un momento in cui tutti dovrebbero fare uno sforzo a causa delle conseguenze di una terribile crisi finanziaria che ha colpito i mercati». Più sobriamente, il presidente Hollande ha suggerito che «si può vincere senza ricorrere necessariamente a ingaggi del genere». Secondo il loro sindacato, un medico di medicina generale in Francia guadagna attorno ai 130 mila euro l’anno, di cui la metà se ne va in imposte. È molto probabile che chiunque non sia un tifoso di calcio riscontri una certa sproporzione nella remunerazione fra una professione complessa, che richiede non solo il capitale di nozioni accumulato in un lungo corso di studi, ma anche la finezza di ragionamento e la particolare sensibilità necessarie a fare una diagnosi su un altro essere umano, e il rincorrersi su un campo di calcio. Non solo il mestiere del medico appare, considerato astrattamente, più complesso, ma implica anche responsabilità incomparabilmente più gravose.
Eppure, in Francia ci sono circa 200 mila medici mentre, immaginando che ognuna delle squadre della prima lega francese abbia a libro paga 30 giocatori, di atleti considerati in grado di misurarsi sullo stesso campo con Ibrahimovic non ce n’è più di 600. I giocatori di serie A stanno al calcio come i premi Nobel per la medicina stanno alla pratica medica: sono degli outlier per definizione. Siamo nell’ambito della più acclarata eccezionalità. Ciò premesso, quattordici milioni l’anno per Ibrahimovic non sono veramente troppo?
[...] Per quanto male possa farci la sola idea che qualcuno, da qualche parte del mondo, proprio in questo momento stia usando dello champagne Krug per farsi uno spritz, non ci resta che accettarlo. La libertà di disporre delle proprie risorse include la libertà di fare del proprio champagne ciò che si preferisce. È alla fin fine l’unico discorso che tenga, anche per Ibra. Il giovane Marco Verratti veniva pescato dalla serie B italiana e ingaggiato dal Paris Saint-Germain negli stessi giorni, per uno stipendio annuale di un decimo dello svedese. Quale dei due sarà valso di più alla squadra parigina, lo dirà il campionato. Ma attenzione a tenere la contabilità. Lo sport è un po’ come la musica. Non conta solo la qualità di una canzone, la voce di chi canta, l’abilità del pianista: è il magnetismo delle star che attrae il pubblico pagante.
È verosimile che il proprietario del Paris Saint-Germain, la Qatar Investment Authority, abbia assemblato una squadra di pesi massimi del football nella convinzione che ciò possa maturare ricadute positive. Spettatori più entusiasti e più presenti significano maggiore attenzione, capacità di estrarre più denaro dagli sponsor, aumento di vendite del merchandise. Non è detto che i calcoli risultino corretti, come sempre nella vita. Se le aspettative della Qatar Investment Authority verranno confermate, faranno segnare dei profitti. Se verranno smentite, avranno buttato via dei quattrini. Il che non è ancora illegale. Sul piano strettamente fiscale, è stato notato che, forse, più che mostrare la faccia dura il governo francese avrebbe potuto ringraziare e fare l’inchino, «in virtù del fatto che la presenza di questo giocatore del Psg apporterà, sulla base del sistema di remunerazione previsto dagli azionisti qatarini del club, 56 milioni di euro allo Stato (in seguito all’adozione dell’aliquota del 75%): 40 milioni in imposte dirette e 16 milioni in contributi sociali».
Tutto questo non significa che ciascuno di noi, si chiami François Gérard Georges Nicolas Hollande o Mario Rossi, non abbia il diritto di ragionare su quale sarebbe lo stipendio a suo modo di vedere adeguato per una certa professionalità. Se Mario Rossi fa l’imprenditore in prima persona o il responsabile delle risorse umane, può mettere alla prova le proprie ipotesi di lavoro. Non basta però una visione, per quanto meditata, della «giusta remunerazione», per definire razionalmente quale essa deve essere. Le aspettative del potenziale datore di lavoro devono incontrare quelle del potenziale impiegato. Ci sono fattori extramonetari che influenzano le decisioni di una parte e dell’altra (una persona magari molto junior per un certo ruolo ha prospettive di crescita? un ambiente di lavoro, magari leggermente meno remunerativo delle altre opzioni disponibili, è tuttavia particolarmente gradevole?). E c’è la concorrenza: una squadra di calcio può comprare un certo talento anche perché egli non giochi con gli avversari. Va da sé che, quando a voler sottrarre ai competitori un certo talento sono in molti, è inevitabile che il prezzo salga.
La libertà di cercare di assumere qualcuno a una data cifra è un aspetto fondamentale della libertà d’impresa, la libertà di accettare o rifiutare un certo lavoro per un certo salario è un aspetto fondamentale della libertà individuale.

13 commenti
E quindi? Mi sfugge qualcosa. I motivi per cui è possibile pagare degli ingaggi tanto alti mi erano già piuttosto chiari. Però rimane legittimo indignarsi per questo, o no? E quindi, di che si sta parlando?
1 February 2013 alle 15:18E’ in questa dimissione -crescente, sembrerebbe- del senso critico che secondo me sta uno dei punti deboli del liberismo economico. Mi sembra sempre di più che non ci sia altro atteggiamento che sforzarsi di vedere le cose dal punto di vista di un’ideologia dominante, senza farsi nessuna altra domanda, senza fare paragoni con tempi passati o possibili scenari futuri. E’ una mera celebrazione dell’esistente, senza altra espressione di valutazioni contrarie (anche se il negare che esistano o il confinarle nell’insignificanza ha tutto il sapore di mani messe avanti sapendo che si sta difendendo l’indifendibile).
1 February 2013 alle 17:13E il dettaglio che fa paura è che l’ideologia è dominante anche, se non soprattutto, perché pretende di elevarsi ad ambiente naturale. Non è una scelta che ha costi e benefici: si racconta come fosse il moto dei pianeti.
Per cui si assume che Ibra guadagni 14 mln netti annui con la stessa ineluttabilità con la quale si accetta l’avvicendarsi del giorno e della notte. Non si dice: Le cose stanno così, e forse staranno sempre così perché gli attori in gioco che traggono vantaggio dallo status quo sono troppo potenti e inamovibili, però non va bene. E nemmeno FORSE non va bene. E’ così, quindi va bene così. Ogni considerazione di evoluzione storica deve fermarsi: siamo davanti ai Faraoni, altro non c’è e non dovete neanche pensare che possa esserci.
Si dice, in sostanza che la tigre è la bestia più forte della giungla, e non ci si concede nemmeno la possibilità di pensare che forse potrebbe essere diverso, e potrebbe essere meglio.
Assumere l’osceno come universo entro cui tutto è inscritto, lo si deve accettare, anzi -paradosso linguistico- è l’osceno che deve rimanere in scena, e chi non è d’accordo deve nascondersi e tacere.
Nessuno pensa che Ibra debba guadagnare come il bancario francese, ma fra 32 000 e 14 000 000 ci sono infinite misure intermedie che rispondono al criterio dell’equilibrio.
O qualcuno crede che alla fin fine questo stato di cose, questo medioevo orientale di corti di ricchissimi visir e turbe crescenti di poveri faccia funzionare meglio il mondo? O pensiamo che l’ascensore sociale tanto evocato significhi pescare un numero dal sacchetto, vedere che corrisponde a un ragazzo figlio di immigrati a Malmo, e peggio per tutti quelli che non sono lui e il loro numero non è uscito?
Ma se Ibrahimovic non guadagnasse 14 milioni di euro, io starei meglio? Me ne verrebbe qualcosa?
No. Non è mica il caso, questo, di uno che si fa i soldi con prestiti a strozzo, sottopagando il prossimo, o vendendo fuffa.
Semplicemente, finché ci sarà tanta gente disposta a pagare un biglietto per vederlo giocare, finché ci saranno tante persone convinte che la vittoria della loro squadra preferita sia una parte importante della loro vita e finché la gente spenderà milioni di euro di merchandising, tenendo in vita un circuito ed un indotto enormi…Ibra prenderà i soldi che prende.
In tanti altri sport altrettanto grandi campioni prendono molto di meno perché la gente non si interessa, e morta lì.
Anche quelli delle sigarette guadagnano milioni, anzi miliardi. A botte di 5 euro il pacchetto, perché milioni di fessi glieli danno.
2 February 2013 alle 02:35Che un calciatore, cioè il protagonista principale di un sistema in cui girano tanti soldi, guadagni grosse cifre non mi scandalizza. D’altronde non si legge la stessa indignazione verso cantanti, attori o simili.
2 February 2013 alle 12:44Mi chiedo però cosa ci sia di liberale nella fonte di quei soldi: famiglie reali, emiri, sceicchi, oligarchi, uomini d’affari legati a presidenti di repubbliche ex sovietiche dove la democrazia è un miraggio. Personaggi che non figurerebbero in nessun paese liberale, ma ospitati gentilmente in Europa. E lo so che quel denaro andrebbe altrove, e meglio per noi che sia qui. Però io qualche riserva morale me la pongo.
Le tesi dell’autore sono, un tutta evidenza, pure e semplici sciocchezze.
2 February 2013 alle 15:26Sia sul piano microeconomico, che su quello – passatemi la forzatura – macroeconomico.
Cominciamo dal piano microeconomico. Davvero le prestazioni di Ibrahimovic sono ripagate dai risultati economici della squadra? Solo uno sciocco potrebbe pensarlo. Se così fosse, la maggior parte delle squadra di calcio avrebbe i bilanci in attivo o, al limite, in pareggio. Ma tutti sappiamo che non è così. Nessuna azienda che lavora nell’economia di mercato che piace tanto a Mingardi (senza che però la capisca) sborserebbe cifre del genere. Questo non esclude che, in settori come il calcio, si possa arrivare a pagare cifre elevatissime, magari anche superiori a quelle percepite da Ibrahimovic, ma si tratterebbe in ogni caso di cifre elargite ex-post, cioè come premio di produzione a fronte di risultati effettivamente conseguiti dalla società (ma questo nel calcio non è possibile; infatti, si è arrestata la corsa alle quotazioni delle società calcistiche quando si è notato che la vittoria in un campionato o in una coppa importante portava a una depressione del corso del titolo azionario a causa dei premi che si sarebbe dovuto elargire. Insomma, quando va bene, va male; e quando va male, va male. Non proprio incoraggiante…).
Passiamo alle considerazioni “macro”. Se si va a vedere, ad esempio negli Usa, gli stipendi medi dei cosiddetti CEO e li si paragona a quelli del salariato medio, vediamo che il rapporto è molto superiore rispetto a quello che si registrava venti, trent’anni prima. Adesso non ricordo i dati precisi, che variano molto a seconda della metodologia e delle imprese del campione, ma non parliamo di incrementi del 30% o 50%, ma del doppio, del triplo, e anche di multipli superiori. Cosa dobbiamo dedurne? Che i CEO sono diventati più bravi nel tempo e le loro capacità, e quindi il loro apporto alla formazione dei profitti, è duplicato, triplicato, decuplicato? Per favore…
Quindi, non sono solo considerazioni morali, o direi più semplicemente umane, che portano, giustamente, a scandalizzarsi per certe cifre. Anche restando nell’ambito dell’economia ci sono tutte le ragioni per storcere il naso. A patto di considerare l’economia, come dovrebbe essere, una scienza sociale, e non un trucchetto ideologico per traghettarci nella società neoliberista-neodarwiniana, dove il più forte sopravvive e il più debole perisce.
Sono pervaso di ideologia dominante.
2 February 2013 alle 15:57Trovo più che giusto che Ibrahimovic guadagni più di un medico . Per fare il dottore basta qualche anno di università , io potrei passare la vita al milan lab e avrei sempre i piedi a banana .
Poi è anche stato fortunato . Con il talento per il cricket avrebbe dovuto trasferirsi a Karachi o fare la fame a Malmo , invece è bravo a pallone .
Inoltre gli sportivi sono i più soggetti alla meritocrazia . Any given sunday.
Armando
Per il lato microeconomico: il calcio italiano è gestito dai peracottari che hanno avuto bisogno del decreto spalmadebiti. Ma le grandi società spagnole, inglesi, francesi e tedesche sono sì in attivo.
Per il lato macroeconomico: non c’entra una mazza.
2 February 2013 alle 21:40uqbal, potrei dire un sacco di cose, avessi adesso tempo e voglia, a partire dall’indizio che più crescono le ricchezze per gli Ibra e meno crescono quelle per gli uqbal e i piti, e una relazione ci sarà. Anzi, c’è.
4 February 2013 alle 11:09Ma almeno non dire che le squadre spagnole sono in attivo, che Real Madrid e Barcellona sono piene di debiti fin sopra l’ultimo anello dello stadio.
E vorrai spiegarmelo, come Ibra mi sta impoverendo?
4 February 2013 alle 14:55Perché i soldi che guadagnano gli straricchi non entrano in nessun circolo virtuoso di consumi ma diventano speculazione. Perché tu potresti essere un impiegato del PSG che potrebbe guadagnare duecento euro in più al mese come tutti i tuoi colleghi, se si spendessero meno soldi per Ibra. Perché non verrebbe legittimata e considerata condizione di natura che una persona guadagni come duecento altre, perdipiù qualificate tipo i medici. Perché il denaro è quello, come il formaggio o la carne di vitello, e se uno mangia mille vitelli agli altri resto il contorno. Perché è la stessa dinamica di ricchezza estrema e povertà crescente che ha caratterizzato i tempi peggiori per le persone qualsiasi come te e me. Perché pensare che il liberismo sia una religione che più ce n’è e meglio è come pensava mia nonna buonanima di padre Pio non sta risolvendo i nostri problemi, anzi, e noi siamo tanti e gli Ibra sono pochi. Perché è immorale, e così ti lascio l’appiglio per sarcasmi che (verrà un giorno) ti pentirai di aver digitato.
4 February 2013 alle 19:29E poi Barca e merengues sono in perdita.
Quante cavolate piti.
5 February 2013 alle 11:20Che cos’è un circolo virtuoso ?? Ibra si comprerà un Cayenne , una casa nel quartiere latino una a Cannes e il resto in bot o azioni. Come tutti, a parte qualche zero.
Quando Rivera veniva pagato poco più di un operaio non mi pare che l’operaio stesse meglio , e questo perché allora c’era molto meno denaro, anche se ricchezza è forse un termine migliore .
Infine non so esattamente cosa tu intendi per “stato di natura” ma se il liberismo è una religione, beh, sicuramente viviamo in uno stato ateo.
Ammetto di non conoscere i bilanci di Barca e Real.
No, ormazad. Ibra non si compra il Cayenne e due case. Ibra (simbolicamente lui, ovvio) metterà molti soldi nelle attività finanziarie, e come tutti i super ricchi non aiuterà l’economia reale in proporzione alla sua ricchezza. Del resto, il latifondo aveva più o meno gli stessi limiti, che chi ce l’aveva, diventava un marchese del Grillo e non un operoso imprenditore agricolo.
6 February 2013 alle 12:11Quanto a Rivera, che comunque guadagnava tipo venti operai (ma non come mille operai, che è ciò che guadagna Ibra), osservo che ai tempi la working class migliorava le proprie condizioni giorno dopo giorno. Non è vero, non è per niente vero, che era come adesso.
Quanto alla diatriba liberismo sì/no, riferito a robe tipo i 14 mln di Ibra in un mondo che arretra paurosamente per quasi tutti gli altri: scusa ma o certe cose si capiscono o è piuttosto inutile discutere.
Se a te piace pensare che una sola persona, e nota che prescindo dall’utilità generale del soggetto (discutibile, e te lo dico da forse più antico appassionato di calcio del Post), che una sola persona guadagni come un quartiere operaio, che questo sia neutro o addirittura auspicabile, beh, vedo che parliamo lingue diverse, abbiamo scenari mentali diversi, concetti diversi di società, giustizia e anche economia.
A me pare che sia il tributo dei servi della gleba al feudatario, la difesa di condizioni che sono ormai smisurate, e che peschi più in un anfratto della natura umana che preferisce identificarsi nel vincitore senza esserlo piuttosto che vivere davvero in un mondo e in un modo migliore.
O detta meno pomposamente: a te pare normale, giusto e produttivo che un solo uomo (trentenne, calciatore fra l’altro, non quello che ha scoperto la penicillina o inventato la ruota, ma tralasciamo) guadagni come mille persone che vanno in fabbrica o in ufficio ogni santo giorno? Migliaia di anni di civiltà occidentale per arrivare alla corte del sultano come esito finale?
Prossimamente su questi schermi: scandalo! Un diamante costa molto più di venti panini, e non serve a sfamare la gente! Che roba, signora mia! E chi non la pensa così, deve avere “concetti diversi di società, giustizia e anche economia“!
24 February 2013 alle 11:18(Come la Qatar Investment Authority spende i propri soldi, dandoli a Ibrahimovic o comprandoci palate di diamanti, o acquistandoci un fantastiliardo di aeroplanini di carta, sono affari suoi. Anzi, semmai sarebbero affari dei cittadini del Qatar, se potessero democraticamente esprimersi sulla questione.)