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L’analisi del voto

Tutte le persone con cui mi è capitato di parlare di politica negli ultimi quattro anni mi hanno sentito ripetere la stessa cosa, e probabilmente l’ho scritta da qualche parte anche qui: che la fine di Berlusconi avrebbe sconquassato il quadro politico così come lo conosciamo, rimescolando schemi e rapporti di forza, che un partito come il PD sarebbe stato avvantaggiato dal fatto che non è un partito personale e allo stesso tempo svantaggiato dal complessivo slittamento a destra dell’opinione pubblica avvenuto negli ultimi dieci, quindici anni – compresa l’opinione pubblica antiberlusconiana e che si considera di sinistra.

È quello che sta succedendo. Berlusconi è scomparso: non ha più significativi incarichi politici, non ha fatto campagna elettorale, non si è nemmeno fatto vedere allo stadio, mentre si votava era in Russia a farsi gli affari suoi, i suoi amici dicono che non ci sta capendo niente, e il risultato è che il PdL si è squagliato. Il Terzo Polo, che lavora da anni col solo scopo di beneficiare della fine di Berlusconi, costruendo qualcosa di simile al Partito Popolare Europeo (o alla Democrazia Cristiana), che ha trovato la propria consacrazione politica nella nascita del governo Monti, non solo non ne ha approfittato ma anzi è collassato. Il PD è l’unico partito rimasto in piedi, e gliene va dato giustamente merito. Anche Sinistra e Libertà e Italia dei Valori si barcamenano.

Rimane la questione del Movimento 5 Stelle. I posti dove ha trovato i risultati migliori, su tutti Parma e Genova, sono anche i posti in cui il centrosinistra è andato meglio: segno che sfonda molto più a destra che a sinistra. Può essere allora il Movimento 5 Stelle il soggetto politico che, come Forza Italia nel 1994, si intesta la rappresentanza politica di un 20-25 per cento di elettori “giovani”, “moderni”, che ce l’hanno con lo Stato, i politici, gli immigrati, l’euro, la burocrazia e le tasse? Io non credo. Intendiamoci, le premesse ideologiche ci sarebbero. Toni, proposte, proclami, demagogie e vaghezze del Movimento 5 Stelle sono effettivamente molto vicine a quelle della prima destra berlusconiana, alcune sono pienamente sovrapponibili. L’argomento “Grillo è solo un megafono, lo votano tante brave persone” vale poco, a meno di non avere una visione caricaturale dell’elettorato e non sapere che anche tra gli elettori di Berlusconi c’erano e ci sono tante brave persone con desideri educati e di buon senso. Penso però che il risultato di queste amministrative per il Movimento 5 Stelle sia positivo ma non abbastanza positivo da permettergli ambizioni da grande partito nazionale. Mi spiego.

Il risultato del Movimento 5 Stelle a queste amministrative cade nello stesso filone dei successi dell’Italia dei Valori alle europee del 2009 o dei Radicali alle europee del 1999: risultati ottenuti da un partito che correva nelle migliori condizioni politiche possibili. Situazioni irripetibili. L’economia italiana attraversa oggi il suo peggior momento dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tutto l’Occidente è sconquassato da una crisi economica che trova precedenti paragonabili soltanto nel 1929. L’Italia è governata da una coalizione di partiti rivali e diversissimi tra loro, accusati da anni dal M5S di essere “inciucisti”, “PdL e PDmenoelle”, e questi partiti si sono intestati riforme dalle conseguenze sociali molto pesanti. Quegli stessi partiti sono stati toccati recentissimamente da scandali di significative proporzioni. Le elezioni amministrative favoriscono formazioni piccole e liste civiche, rispetto alle elezioni politiche, e non richiedono personaggi e candidati noti a livello nazionale né grande presenza mediatica. Il campo politico del voto populista e di pancia a questo giro era praticamente libero: la Lega è stata azzoppata dagli scandali, Berlusconi non ha fatto campagna elettorale, Di Pietro è da tempo disinnescato. Le amministrazioni uscenti a Genova e a Parma, i casi di maggior successo del Movimento 5 Stelle, erano state contestatissime, screditate, piene di guai e di fatto cadute in disgrazia. Genova è proprio la città di Grillo.

Il Movimento 5 Stelle probabilmente non avrà più l’occasione di concorrere alle elezioni in condizioni così favorevoli. Per questo penso che il risultato di queste amministrative ci abbia dato la misura della sua massima potenzialità espansiva: luna di miele a parte, chi non ha votato M5S questa volta probabilmente non lo voterà mai. Quando un partito di dimensioni intorno all’1-2 per cento giocò con condizioni così favorevoli – i Radicali nel 1999 – prese l’8,4 per cento. L’Italia dei Valori raddoppiò le dimensioni del suo consenso in un anno, in condizioni così favorevoli: prese il 4,3 per cento alle politiche del 2008 e l’8 per cento alle europee del 2009 (oggi i sondaggi danno l’IdV tra il 5 e il 6 per cento). Certo, il Movimento 5 Stelle si è preso uno spazio. Nelle città del centronord – e solo lì – può galleggiare stabilmente intorno al 5-6 per cento, che non è poco, può ottenere risultati straordinari in circostanze straordinarie e provocare cambiamenti anche negli altri partiti. È qui per restare, ma non nelle dimensioni di queste elezioni.

Resta la questione del voto in uscita dal centrodestra e di chi lo intercetterà. Una possibilità è che non lo intercetti nessuno di forte e strutturato, almeno per un periodo: un pezzo nell’astensione, un pezzo a Grillo, un pezzo alla Lega ricostruita. Un’altra possibilità è che succeda un altro cataclisma simile all’arrivo di Berlusconi nel 1994, capace di rimescolare tutto, ma non vedo chi possa avere questa forza dirompente (Montezemolo e i suoi potrebbero provarci). Un’altra possibilità è che torni Berlusconi – paura! – ma ci credo poco. Il Terzo Polo non mi sembra in grado di coltivare simili ambizioni, nemmeno in una sua versione rinnovata. E quindi non resta che il PD, unico partito rimasto in piedi. Può vincere le elezioni alla Hollande, diciamo, restando l’ultimo in piedi: andare sul sicuro, ma rischiare di fare la fine dei Progressisti del 1994. Oppure può cercare di intercettare un pezzetto dei consensi in uscita dal centrodestra, mettersi al centro del campo politico, fare da polo attrattivo verso gli elettori prima che verso i partiti, anche i potenziali alleati, su cui esercitare egemonia e influenza senza subalternità. Un tempo l’avremmo chiamata vocazione maggioritaria.