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Business as usual

Le modifiche all’articolo 18 annunciate ieri dal governo, che vengono incontro alle richieste del PD e della CGIL, hanno richiesto queste contropartite:

La prima delle compensazioni accordate per far fronte di questa modifica, però, è la riduzione delle possibili mensilità di indennizzo: non saranno più tra 15 e 27 bensì tra 12 e 24. Ci sono altre contropartite, che si concentrano soprattutto sulla riduzione delle tutele per i precari previste dalla prima stesura della riforma. Aumenta il numero di apprendisti che un datore di lavoro può assumere. Nei primi tre anni di applicazione della riforma, la percentuale di apprendisti da stabilizzare obbligatoriamente scende dal 50 al 30 per cento. Le norme contro l’assunzione delle finte partite IVA saranno operative un anno dopo l’entrata in vigore della legge. Il primo contratto termine tra un’impresa e un lavoratore, se di durata non superiore a sei mesi, potrà essere sciolto anche senza indicare il motivo del licenziamento.

Ovvero l’ulteriore annacquamento di quello che questa riforma faceva per i lavoratori precari, che era già pochissimo. Si rendono un po’ più stabili i contratti stabili e un po’ più precari i contratti precari. Personalmente, la conclusione a cui sono arrivato è che in Italia un governo privo di un pieno mandato politico ed elettorale può fare molte cose molto buone, ma non questa. Non può sedersi a un tavolo con industriali e sindacati senza un mandato preciso e pensare di ottenere accordi diversi da questo: le imprese chiedono flessibilità, il mercato del lavoro la pretende, i sindacati sanno su chi scaricarla, da anni.

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