Business as usual
Le modifiche all’articolo 18 annunciate ieri dal governo, che vengono incontro alle richieste del PD e della CGIL, hanno richiesto queste contropartite:
La prima delle compensazioni accordate per far fronte di questa modifica, però, è la riduzione delle possibili mensilità di indennizzo: non saranno più tra 15 e 27 bensì tra 12 e 24. Ci sono altre contropartite, che si concentrano soprattutto sulla riduzione delle tutele per i precari previste dalla prima stesura della riforma. Aumenta il numero di apprendisti che un datore di lavoro può assumere. Nei primi tre anni di applicazione della riforma, la percentuale di apprendisti da stabilizzare obbligatoriamente scende dal 50 al 30 per cento. Le norme contro l’assunzione delle finte partite IVA saranno operative un anno dopo l’entrata in vigore della legge. Il primo contratto termine tra un’impresa e un lavoratore, se di durata non superiore a sei mesi, potrà essere sciolto anche senza indicare il motivo del licenziamento.
Ovvero l’ulteriore annacquamento di quello che questa riforma faceva per i lavoratori precari, che era già pochissimo. Si rendono un po’ più stabili i contratti stabili e un po’ più precari i contratti precari. Personalmente, la conclusione a cui sono arrivato è che in Italia un governo privo di un pieno mandato politico ed elettorale può fare molte cose molto buone, ma non questa. Non può sedersi a un tavolo con industriali e sindacati senza un mandato preciso e pensare di ottenere accordi diversi da questo: le imprese chiedono flessibilità, il mercato del lavoro la pretende, i sindacati sanno su chi scaricarla, da anni.

26 commenti
Sono le stesse imprese che hanno detto ripetutamente che l’art.18 non e’ una priorita’, o quali?
5 April 2012 alle 10:23sulla vicenda del governo Monti, non necessariamente confinata alla riforma del mercato del lavoro, suggerisco la lettura di un articolo di Boldrin su Noise From Amerika http://noisefromamerika.org/articolo/governo-monti-ed-continuismo?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+noisefromamerika+%28noiseFromAmeriKa+%3A+Articoli%29. Non dico che sia tutto condivisibile, ma trovo che faccia riflettere.
5 April 2012 alle 11:08Scusa, tu stessi dici che per i precari questa riforma faceva pochino fin da subito.
In cambio di questo (quindi, progressi molto scarsi sulla flessibilità in entrata), c’era un avanzamento forte della flessibilità in uscita (sostanziale smontaggio dell’articolo 18).
Fra l’altro uno smontaggio che, all’apparenza, spostava il rapporto di forze a svantaggio del dipendente, ma al tempo stesso non dissuadeva quest’ultimo dal ricorso al giudice: il lavoratore sarebbe probabilmente finito peggio, ma l’azienda avrebbe comunque dovuto sopportare tempi, costi e incertezze del procedimento.
Ora la strada di una soluzione concordata, che di fatto viene indotta, potrebbe portare esiti migliori per tutti.
Qualunque giudizio si abbia sulla prima bozza della riforma, non capisco come si possa dire che questa soluzione non sia migliorativa.
5 April 2012 alle 11:13senza contare ulteriori aggravi ai danni delle partite IVA (quelle vere): il che non dipende certo dal governo, ma dalla loro (ahem, nostra) impossibile rappresentanza, per cui è facilissimo trovarci bersaglio (ovviamente mai esplicito, ci mancherebbe!) dei sindacati, delle industrie, e persino dei partiti che ci vorrebbero rappresentare, per i quali l’unica trovata è “dai, che cerchiamo di farvi evadere senza dare nell’occhio”…
5 April 2012 alle 11:18Comincia a darmi fastidio quel dare addosso ai sindacati. Sapendo che la parte assicurativa della flexicurity prevista in questa norme non copre abbastanza i rischi quando uno perde il lavoro (sopratutto quando uno è precario) e che in questo periodo di austerità non ci sarà spazio per altre misure che tutelano meglio i lavoratori, sarebbe stato auspicabile aumentare comunque la flessibilità, annullando i diritti di loro che adesso sono protetti? Questo si, secondo te, avrebbe fatto piacere ai precari? A me no.
5 April 2012 alle 11:20Mi spiego meglio: visto che flexicurity italiana già dimentica la rete di protezione che la nozione stessa implica, badando quasi esclusivamente alla flessibilità, perché i sindacati dovrebbero cacciare tutti quanti in una situazione precaria? In un modello di flexicurity il lavoratore (non il posto di lavoro) viene tutelato, garantendo una stabilità economica anche in periodi di instabilità lavorativa. Visto che manca tutto ciò, come si dovrebbe comportare un sindacato?
5 April 2012 alle 11:27Geronimo
Il sindacato dovrebbe dire: come per l’articolo 18, di qui non ci muoviamo finché non tiriamo fuori dal fango tutta quella parte di forza lavoro che oggi ha diritti a paragonabili a quelli cinesi o indiani. Le proposte sul piatto ci sono.
Invece il sindacato, fors’anche legittimamente, visto che sono una lobby che rappresenta alcuni interessi e non altri, ha difeso i suoi iscritti.
I precari a quei tavoli non c’erano, nessuno ha difeso i precari. Tra qualche anno l’art. 18 non esisterà più perché non esisteranno lavoratori a t.i., i pensionati che costituiscono la maggioranza assoluta della CGIL saranno passati a miglior vita, la CGIL sarà quindi ridotta al lumicino, e forse allora si comincerà a parlare nuovamente in maniera realistica del mercato del lavoro. Non prima. E sperando di non finire nelle mani di un Sacconi qualsiasi.
5 April 2012 alle 11:52Con tutta la stima per Bersani, non credo affatto che la revisione delle norme sull’articolo 18 sia frutto delle sue pressioni. La norma è stata modificata perché i tecnici del ministero del lavoro, probabilmente anche su suggerimento del Quirinale, hanno verificato la palese incostituzionalità di quella formulazione. In sostanza, quella disposizione non aveva alcun valore, e sarebbe arrivata in Corte Costituzionale alla prima controversia.
Questo aspetto era stato segnalato da alcuni giuristi e, a quanto pare, sollevato da alcuni Ministri nel Consiglio che aveva licenziato il progetto di riforma originale.
Nel mio piccolo avevo provato a segnalarlo su questo stesso blog, deriso da diversi esperti di diritto del lavoro (che a quanto pare in Italia sono una categoria molto nutrita).
Le “contropartite” segnalate da Francesco Costa comunque non sembrano particolarmente rilevanti, ad eccezione di quella sul termine di applicazione delle nuove norme in materia di false partite IVA.
Anche in questo caso tuttavia, la previsione di un’applicazione differita mi sembra, più che una contropartita, una necessaria contromisura tecnica che i giuristi del Ministero avrebbero comunque introdotto.Se la norma fosse applicabile ai contratti in corso infatti, i titolari di false partite IVA avrebbero titolo a richiedere al datore di lavoro la restituzione dei 2/3 dei contributi versati alla gestione separata dell’INPS, con conseguenze immaginabili sui loro bilanci.
Non so se aggiornano ancora il vecchio manuale di diritto costituzionale di “Temistocle Martines”, nel caso vale la pena darci un’occhiata se proprio si sente il bisogno di esprimere la propria opinione in materia di diritti.
Saluti.
5 April 2012 alle 11:53bravissimo Francesco, è incredibile la sciatteria o indifferenza della stampa, di tutti i colori, su questi punti.
5 April 2012 alle 12:44mah…la mia opinione l’ho espressa sul post piuttosto prolissamente quindi non insisto. In sostanza sul fronte dell’art.18, anzi più precisamente sul fronte della reintegra nel caso di licenziamento intimato per motivi economici di fatto cambia ben poco (e nella pratica probabilmente nulla) e rimando alle considerazioni svolte lì.
Ha ragione @Lucagras però a dire che la nuova formulazione, se non altro, non è peggiorativa (salvo che non ci siano poi casini interpretativi da parte della giurisprudenza). Infatti il problema più che altro è: valeva la pena di fare tutta la levata di scudi e la tensione drammmatica che c’è stata, per questo? Per me un partito di sinistra contemporaneo avrebbe dovuto concentrare piuttosto i suoi sforzi su altri aspetti della riforma (contratti precari, risorse per ammortizzatori ecc.) che potevano essere migliorati sul serio. Ma pazienza.
C’è invece di buono effettivamente, sempre ragione lucagras, il tentativo di conciliazione obbligatorio con intento deflattivo del contenzioso (naturalmente anche qui a patto che le strutture funzionino perchè se no diventa solo burocrazia in più).
Quanto alle contropartite mi paiono tutto sommato abbastanza di facciata, un pò meno di facciata del risultato sulla reintegra ma non molto. Come dice giustamente @mario in alcuni casi sono aggiustamenti che probabilmente avrebbero fatto cmq perchè legati a problemi di regolamento di rapporti già in essere nella fase transitoria da un regime all’altro, insomma occorreva evitare contenziosi ecc. Male invece la minor stabilizzazione degli apprendisti: però è solo per un periodo limitato, diciamo in vista periodo “crisi”, il che è importante perchè in fondo non si intacca il principio, la regola passa e diventa legge, mentre si concede solo una deroga temporanea.
Insomma alla fine se in parlamento tutto filerà liscio dopo l’accordo a tre, teniamoci sta riforma anche se non è un granchè.
L’unica cosa su cui non concordo con Costa è: solo un governo con un pieno mandato politico ed elettorale potrebbe fare una vera buona riforma. No. L’idea sarebbe certamente condivisibile in generale, in un altro contesto poltiico e democratico. In Italia oggi, con questi partiti io penso invece al contrario che è già un mezzo miracolo portare a casa questa riforma e che se ci avesse provato una maggioranza politica di un colore o dell’altro sarebbe stata ancora più debole, incapace di decisioni forti e soggetta ai veti delle parti sociali, chi delle associazioni degli imprenditori, chi dei sindacati. E colle elezioni 2013, vista la situazione di QUESTI partiti non cambierà nulla.
P.S. @mario ma quale incostituzionalità e per quali motivi? e quali giuristi, quelli collaterali a sindacati e partiti? Boh non so bene a cosa ti riferisci ma so per certo che scegliere se sanzionare un licenziamento illegittimo con la reintegra o piuttosto con il solo indennizzo è una pura scelta di discrezionalità politica, non certo costituzionalmente vincolata. E chiunque se ne può rendere conto senza particolare dottrina giuridica, se non altro perchè ante 1970 era indennizzo per tutti, e dal 1966 (52 anni) è rimasto indennizzo e basta per i dip. da datori sotto i 15. Nessuno si è mai accorto delle “palesi incostituzionalità” in 52 anni?
5 April 2012 alle 13:43Il pressing politico-sociale-mediatico CGIL/ PD /giornali e media di area, è stato talmente esplicito ed evidente che non merita commenti.
Sono d’accordo con Mario.
Le modifiche ci sarebbero state comunque, non c’è stato nessun cedimento da nessuna parte. La precedente formulazione era in sospetto di incostituzionalità, e i mesi di indennizzo scendono per abbassare il costo totale della riforma, e non per contrastare la modifica del punto sui licenziamenti (che c’entra? che contropartita è?).
Tutto il resto sono dettagli tecnici: i precari restano precari, l’art. 18 resta quasi uguale. Questa riforma non è affatto una riforma, al massimo si può considerare un restyling dell’art. 18 più un taglio degli ammortizzatori sociali. Non capisco le proteste e il muro-contro-muro, e il tempo perso a discutere del quasi nulla.
5 April 2012 alle 14:04La conclusione di Costa “..e pensare di ottenere accordi diversi da questo: le imprese chiedono flessibilità, il mercato del lavoro la pretende, i sindacati sanno su chi scaricarla, da anni.” è più amara che reale.
5 April 2012 alle 15:42La parte principale della riforma rivolta come un calzino tutto il sistema di welfare (chi accede, come lo fa, chi decide se attivarlo) attuale e prepara le condizioni per modificare profondamente tutta la gestione del legame welfare – formazione – mercato del lavoro. Le Parti Sociali vanno incontro a grandi trasformazioni dirette (chi siede ai tavoli, con che titoli e per fare cosa) e indirette (in che rapporto si pongono con Ministero, Regioni, aziende e lavoratori.
Tutto il trambusto sul “18″ era ed è esclusivamente politico e riguarda solo un pezzo di sinistra e di Sindacato.
I suddetti sanno benissimo che si è modificato solo in termini di maggiore onerosità per gli imprenditori (medio e piccoli sopra i 15) che prima “conciliavano privatamente” col lavoratore – per licenziarlo senza ricorsi – e che adesso dovranno scucire qualche mensilità in più per ottenere lo stesso risultato. Le grandi non avranno più lo spauracchio del reintegro e pagheranno (con meno problemi) anche loro di più.
Mettere l’apprendistato al centro delle forme di ingresso è “rivoluzionario” per chi capisce di mercato del lavoro, di contrattazione, di formazione e di chi-fa-cosa nelle e con le aziende (non nei saggi di giurisprudenza del lavoro).
L’area di precariato particolare (IVA fittizie e varie amenità all’italiana) sono per fortuna una piccola percentuale del totale dei lavoratori e comunque avranno tutto da guadagnare dalla riforma e dal cambiamento – molto profondo – che attende i sindacati (datoriali e dei lavoratori), le strutture pubbliche attualmente fantasma (centri impiego, ecc.) e le aziende.
Quello che dovrebbe stupire è che sono veraemnte in pochi quelli che si rendono conto di quello che sta avvenendo e del silenzio della politica sulle trasformazioni in atto che, detto per inciso, non c’entrano un beato nulla con gli slogan pro-contro il 18 o con “le riforme dettate dal mercato…”.
Roberto, dalle tue valutazioni però desumerei un’impressione buona della riforma… no?
5 April 2012 alle 16:37Concordo con Mario, del resto anch’io ho studiato sul Martines, con Angiolini. =)
5 April 2012 alle 17:05Mi chiedo però quale governo in Italia potrebbe ottenere pieno mandato politico ed elettorale per fare questa cosa. E temo che i governi con mandato riusciranno a fare persino meno di questo governo senza mandato.
5 April 2012 alle 17:41sicuramente è meglio di questo schifo di sistema lavoro… La legge comunque si può migliorare in corso, ogni parlamentare potrà farlo.. Sicuramente si fa nella direzione giusta!
5 April 2012 alle 18:30gregor
Il tuo ottimismo è veramente encomiabile.
5 April 2012 alle 19:33Mah, resto perplesso davanti a questa riforma.
5 April 2012 alle 22:22Meglio sarebbe stata la proposta di Ichino.
Damiano da Vespa (testuale): “quando il lavoratore HA RAGIONE il giudice adesso potrà decidere la reintegra”. Falso. O meglio pesantemente ingannevole. Perchè lascia intendere che ci sia una scelta affidata al giudice, e che ciò possa avvenire sempre quando il lavoratore ha ragione, ossia quando il licenziamento intimato per motivo economico risulti illegittimo, senza giustificato motivo.
6 April 2012 alle 01:42E invece non è affatto così. ‘E la legge che fissa precisamente l’unico caso in cui il giudice DEVE disporre il reintegro: “quando è MANIFESTAMENTE INSUSSITENTE il fatto posto dal datore a base” del licenziamento economico.
In TUTTI GLI ALTRI CASI in cui il lavoratore “ha ragione” cioè in tutti gli altri casi in cui il licenziamento economico risulti cmq illegittimo (al di fuori di quella ipotesi “estrema” per usare le parole di Monti)invece il giudice DEVE disporre solo l’indennizzo. E non sceglie un bel nulla.
Perchè spendere ancora parole su queste cose? Ma perchè le parole di Damiano sono un esempio perfetto, paradigmatico di come funzionano (male) la politica e l’informazione in Italia e di come l’incapacità dei partiti di assumersi davvero la responsabilità di quello che fanno e sottoscrivono (che vuol dire che poi lo devono spiegare davvero ai propri elettori, dicendo con precisione la verità) poi porti tutti quanti a fare battaglie sul nulla e magari invece a peggiorare sulle cose che invece contano.
E infatti siamo già ai supplementari= per la Marcegaglia diventa pessimo e inaccettabile ciò che aveva già accettato! e il PDL comincia già a dire che vogliono ulteriori modifiche quando Alfano è uscito solo ieri sera da un accordo! ma si può dargli torto? NO.Hanno appreso la lezione: stanno facendo ESATTAMENTE quello che a parti invertite avevano fatto la settimana scorsa Bersani e i sindacati.
Col solito traino dei media d’area (anche qui paro paro la sinistra)per es. il giornale che titola “Monti ha calato le braghe” In effetti non è vero, non in questi termini, ma se poi ciò trova conferma nelle parole degli esponenti del PD che non dicono le cose come stanno perchè devono rivendicare la loro vittoria di facciata, ecco che per l’elettore e per il dirigente di partito di destra diventa vero, è come se lo fosse perchè ciò che conta è la rappresentazione. E così ricomincia la giostra…e magari avremo altri peggioramenti! Altro che affidarsi a questi partiti maaammma per carità…
Io mi rendo conto che sarebbe idealistico pretendere da un dirigente di partito la sincerità un pò cruda di un Monti ( i “casi estremi e del tutto improbabili”) ma sono convinto che le cose funzionerebbero meglio se i partiti avessero più rispetto dei cittadini, anche della loro intelligenza, e quindi presentassero le cose perlomeno senza inganni o scorrettezze, anzi, avrebbero il dovere di farlo. Si può, si può. Un Damiano (Bersani ecc.) potrebbe dire da Vespa davanti ai milioncini di telespettatori una cosa tipo “abbiamo ottenuto una modifica che salvaguardia il principio della reintegra,certo NON ci sarà per tuti i casi di licenziamento economico illeggitimo MA rimarrà in quelli più gravi”. Ecco allora consentirebbe anche agli altri di ribattere su una base di realtà, e di non dover riaprire la battaglia per motivi di immagine. Invece se tu per convincere i tuoi inventi 1)non consenti ai cittadini di farsi un idea corretta, svii il dibattito il che è incivile 2) gli altri poi dovranno dire che non gli piace quello che è stato fatto (anche se si erano accordati così! perchè tu descrivi non l’accordo reale, ma hai fatto diventare realtà l’immagine che volevi trasmettere e quell’immagine certo che agli altri non piace) o peggio ne approfitteranno per rivendicare contropartite.
Io continuo a non capire come mai alcuni siano contenti che invece di aumentare le circostanze in cui è legittimo licenziare, cosa che potrebbe anche essere ritenuta necessaria e giusta, vengano ridotte le pene per aver mentito…
Se la giusta causa di licenziamento, ANCHE economica, è già prevista, la cosa sensata sarebbe ridefinire quelle fattispecie: invece “cambiare l’articolo 18″ significa dire “regà, se volete cacciar via qualcuno raccontate pure delle balle, e al massimo pagate un po’ di soldi.” Molto liberale, molto “poche regole ma chiare”….
Tra l’altro, se il reintegro o una condanna pecuniaria MASSICCIA non restassero fra le opzioni, vorrei capire cosa diavolo impedirebbe a chi vuol licenziare per ragioni discriminatorie (antisindacali, razziste, politiche etc.) di dichiarare un falso motivo economico per poi caversela con relativamente pochi soldi.
6 April 2012 alle 03:49tra le cose che non potra’ mai fare aggiungici anche liberalizzazioni, giustizia, rai, ecc ecc ad libitum
6 April 2012 alle 15:16mi correggo, perchè giustamente MOnti oggi ha fatto notare un altro particolare. La legge dice che in tutti i casi(escluso quello della manifesta insussistenza di cui sotto) in cui non ricorrono gli estremi del giustificato motivo oggettivo il giudice “applica” l’indennizzo. “Applica” indicativo=quindi qui non ha possibilità di scelta, la sanzione per il licenziamento illegittimo in tal caso è quella, indennizzo e punto.
6 April 2012 alle 19:28Invece nel caso in cui il giudice accerti la ormai famosa “manifesta insussitenza del fatto” posto a base del licenziamento dal datore, la legge dice “Può applicare” la reintegra. Quindi in realtà qui non è nemmeno obbligato ad applicare la reintegra, ma potrebbe cmq scegliere solo l’indennizzo!
Conclusione: in effetti una limitata possibilità di scelta del giudice c’è, ma…al “ribasso” (dal punto di vista CGIL/PD rivendicatore di grandi successi ecc.).
E infatti: in caso di licenziamento intimato per motivo economico che poi risulti illegittimo la regola è l’indennizzo (e il giudice non ha scelta).
Poi c’è l’eccezione: quando risulti illegittimo per quello specifico particolare motivo (“manifesta insussitenza del fatto” addotto) allora qui ci può essere la reintegra, ma non è nemmeno sicuro: deciderà il giudice.
Insomma la “scelta” del giudice c’è solo nel caso in cui potrebbe applicarsi la reintegra, caso che pertanto viene limitato ancora di più.
appunto piergiorgio : quindi l’art. 18, di fatto, è abolito, perchè quello che non era possibile fare ieri diventa molto, ma molto più facile farlo oggi.
io ho una sola speranza, che le spinte contrapposte(ma la “mossa di judo” di monti ha tolto molta spinta a quella sindacale, purtroppo) portino al naufragio della riforma.
temo però che da parte confindustriale sia tutto un giochino delle parti, e che come dice monti “una riforma così se la sognavano”.
6 April 2012 alle 20:42uqbal, te dici : a noi precari non ci rappresenta nessuno.
in effetti, le uniche sigle che si occupano di precariato sono sigle di tipo antagonista, oppure il NIDIL-CGIL che però vale una frazione di FIOM, SPI …ma tu cosa fai per essere rappresentato ?
io do al mio sindacato l’1 % della paga base, se dice scioperate, io sciopero, e mi aspetto che mi difenda, e infatti lo fa, anche con successo,evitando finchè può che la mia vita peggiori.
tu ? sei disposto a dare tempo, denaro, correre qualche rischio, per una struttura collettiva che ti difenda, oppure ti aspetti che lo facciano perchè ti spetta, perchè hai studiato tanto e te lo meriti ?
nessuno regala niente a nessuno, e questo vale per me, te, il tuo padrone la CGIL e mario monti : chi non ha una struttura collettiva -e chi non riesce a mettere insieme le sue esigenze con quelle di altri simili a lui-non esiste, e non sarà considerato.
perdonami ma trovo ingenua -perchè, a quanto ho capito, smentita dai fatti stessi della tua vita-la tua fiducia nelle magnifiche sorti e rogressive del mercato, e direi che è un idea che se aveva trovato una 20ina di anni fa, qualche appiglio nei ceti popolari italiani, ora è fortunatamente in ritirata ovunque, fuori che nelle elìtes.
ma anche partendo dalle tue coordinate ideali, rimane il fatto che rifiutarsi di creare strutture cllettive che ci rappresentino come singoli è sempre un errore, che porta poi, quando si prendono le decisione, a non esistere.
7 April 2012 alle 10:06spero che la vicenda dellla riforma Fornero vi faccia riflettere tutti,su questo.
Ero già favorevole alla prima versione della riforma.
Tuttavia, a mio avviso le modifiche sul punto dei licenziamenti paradossalmente migliorano la situazione (sullo specifico punto dei licenziamenti, su altro non mi esprimo).
Infatti, con la prima versione della riforma non si stabiliva alcun legame tra il procedimento di conciliazione obbligatorio e il successivo giudizio. Questo è un aspetto importantissimo, su cui giustamente i tedeschi hanno calcato la mano nella riforma Hartz. In sostanza: in Germania il datore offre l’indennità tra 12 e 18 mensilità, se il lavoratore accetta automaticamente rinunzia ad impugnare il licenziamento; se invece rifiuta, impugnerà il licenziamento cercando il reintegro, ma se perde la causa non avrà nemmeno l’indennità.
Con la prima versione della riforma, non c’era motivi sufficienti che spingessero il lavoratore, concretamente, a chiudere la questione già in fase di conciliazione, perché in sede di giudizio egli avrebbe anche potuto chiedere solo l’indennizzo (magari in una domanda riconvenzionale successiva alle difese del datore). Certo, le spese degli avvocati sono un buon deterrente, ma così facendo il lavoratore, vincendo la causa, avrebbe avute pagate anche quelle.
Ora invece il lavoratore può sì ottenere il reintegro nell’ipotesi in cui il datore non porti alcuna prova del motivo economico (in pratica su questo punto c’è stata inversione dell’onere da lavoratore a datore), ma il giudice dovrà tener conto, nella sentenza, del comportamento che le parti hanno avuto nella fase conciliativa, e potrà altresì diminuire l’eventuale indennità concessa al lavoratore, se risulta che questa gli era già stata offerta in quella fase preliminare.
In pratica, si è probabilmente incentivato un meccanismo “virtuoso” con effetti deflattivi: il datore ora offrirà sempre l’indennizzo nella fase conciliativa (prima non era spinto a farlo, perché del suo comprtamento in questa fase non si sarebbe tenuto conto nel processo), dato che corre il rischio, nella peggior ipotesi, di dover pagare il reintegro (molti soldi in più dell’indennizzo); il lavoratore, dal canto suo, sarà portato a valutare attentamente l’opportunità di proseguire in giudizio per avere “tutto” (lo farà solo se è sicuro che non c’è alcuna prova dei motivi economici addotti dal lavoratore nei motivi di licenziamento).
7 April 2012 alle 20:03Probabile che, in questo modo, molte controversie si chiuderanno anticipatamente, senza andare dal giudice, con vantaggi per tutti, non dissimilmente da quanto accade in Germania.
@marco_N in effetti la conciliazione obbligatoria può essere uno dei punti migliori della riforma sul punto licenziamenti (a patto che le strutture preposte siano fatte funzionare bene).
Guarda però che il giudice, nell’eventuale impugnazione successiva al licenziamento, doveva tener conto del comportamento pregresso delle parti anche nella prima versione della riforma (era scritto testualmente).
@marco abolito, demolito, distrutto…parliamo di cose concrete e non di simboli. Il punto è: come si tutela il lavoratore quando resta (o può restare) senza lavoro. Si può scegliere di tutelarlo legandolo il più possibile al posto che una volta ha ottenuto, cercando quindi di impedire il più possibile all’impresa il licenziamento, rendendolo molto arduo e rischioso diciamo così: e questa è la scelta che fece l’Italia nel 1970 per una parte del proprio mondo del lavoro, essendoci già allora stato grande dibattito, ed essendo già allora risultato chiaro che era impossibile o suicida (per l’economia italiana) “gravare” di simili costi e rischi le imprese che non avessero “spalle” grandi. Considerazione mai poi sostanzialmente smentita in 40 anni, dalla stragrande maggioranza delle forze poltiche e sociali del paese, nonostante alcune prese di posizione più che altro di bandiera e strumentali (=chiedo l’estensione sotto i 15, per dire che sono coerente e quindi per poter difendere meglio la mia posizione conservatrice sopra i 15).
Oppure si può scegliere di tutelare la persona del lavoratore, invece che una sorta di “proprietà” del posto, assicurandogli un adeguato indennnizzo, un adeguato sostegno al reddito durante i trapassi da un lavoro a un altro, e un sistema di formazione e riqualificazione professionale veramente efficiente e non quella ciofeca che c’è in italia oggi (e che, parentesi, serve più che altro a far spendere inutilmente soldi nostri alle regioni cioè ai partiti che le governano, secondo il loro massimo, costante desiderio, cioè appunto spendere per distribuire prebende e incarichi alle proprie clientele. Tutto si tiene=se la sicurezza ai lavoratori/cittadini/elettori gliela da il “posto fisso”, allora nessuno, a me partito, mi verrà seriamente a chiedere conto dei soldi sprecati e dell’inefficienza del sistema della formazione professionale e io potrò continuare indistrubato nel mio andazzo).
In tutti paesi avanzati si è scelta la seconda strada, anche in Germania nella pratica; e come ho detto persino in Italia si è scelto di non applicare il criterio della tutela assoluta del posto per la maggior parte dei lavoratori subordinati privati. Perchè?
Ci sarà un motivo. E il motivo infatti c’è: la seconda strada è compatibile con una gestione dinamica dell’impresa che, se è connaturata già di per sé al concetto stesso di impresa, negli anni, con la globalizzazione, lo sviluppo tecnologico ecc. ecc. è diventata sempre più essenziale; la prima no, molto meno.
E siccome i posti di lavoro nessuno ha il dovere di darli, e non si creano per decreto ma solo facendo imprese che creano ricchezza, o si va sulla seconda strada oppure, nella concorrenza globale, un sistema economico è destinato piano piano al declino e all’impoverimento (naturalmente lo si dice sempre non solo per questo, ma anche per questo perchè la forza lavoro non è certo un fattore secondario del fare impresa).
Il che porta anche a riflettere sulla reale efficacia della tutela. Nella prima strada infatti il lavoratore si sente sicurissimo, apparentemente ha il massimo di tutela, ma è un illusione perchè la “catena” al posto, funziona finchè il posto c’è! La tutela è massima solo contro il licenziamento individuale ma nulla può contro i licenziamenti collettivi, contro le crisi di inmpresa, contro le delocalizzazioni (per chi il posto ce l’ha già) e contro il fatto stesso che non si assume più con contratti a tempo indeterminato (per chi non ce l’ha ancora). Che è esattamente quello che è successo in Italia e che sta succedendo.
Ciò detto, nella riforma l’art.18, o meglio la reintegra non viene abolita. Rimane come tutela massima e come dissuasione contro le discriminazioni (e ciò indipendentemente dal motivo che formalmente il datore adotta per il licenziamento COME GIA ERA NELLA PRIMA BOZZA). Mentre nelle altre ipotesi (=quando in giudizio si dibatte solo delle altre ipotesi perchè il lavoratore non lamenta l’eventuale discriminazione) non si ha affatto una libertà di licenziamento, si ha una tutela diversa dalla reintegra cioè un corposo indennizzo (meno corposo che nella prima bozza); mentre la reintegra rimane nelle ipotesi più gravi di illegittimità del licenziamento disciplinare (quando il giudice accerta che il fatto imputato al lavoratore non sussiste, o non lo ha commesso, oppure è un fatto che i contratti collettivi prevedono esplicitamente come sanzionabile si, ma non con il licenziamento bensì con sanzioni minori). Nel caso si verta in tema di licenziamenti economici invece a mio parere sostanzialemtne la reintegra diventa qualcosa di estremamente improbabile, perchè è del tutto irrealistica l’ipotesi prevista di un datore che si inventi di sana pianta un fatto che dia lugo a motivo economico (la chiusura di un reparto per es.) e con una finzione che balzi all’occhio (“manifestamente”). Insomma si prevede sì la possibilità di reintegra anche qui per il caso più grave, ma mentre per l’ipotesi discilpinare son cose che possono effettivamente avvenire, nel caso economico-organizzativo mi pare ipotesi remota. Resta però sempre non un vuoto di tutela ma la diversa tutela dell’indennizzo.
7 April 2012 alle 21:05