Ancora sull’articolo 18
Un articolo di Ivan Scalfarotto oggi su Europa chiarisce bene di cosa si parla. Per esempio, chiarisce che non si tratta di togliere diritti a nessuno che ce li ha, ma di aggiungerne a chi non ne ha.
Innanzi tutto: nessuno vuole togliere diritti a nessuno, anzi. Nella puntata di Porta a porta di mercoledì sera, dove si affrontava il tema, si è discusso a lungo della domanda di un sondaggio che chiedeva agli italiani se fosse giusto o meno togliere qualche diritto ai lavoratori stabili per darne un po’ di più ai precari. La domanda era completamente fuori luogo, così come il dibattito che ne è seguito, dato che nessuno penserebbe mai di fare una cosa del genere.
Il tema andrebbe più correttamente posto così: premesso che chi ha un contratto a tempo indeterminato se lo tiene com’è, cosa offriamo ai giovani che entrano oggi sul mercato del lavoro? In questo momento, nella maggior parte dei casi la prima esperienza lavorativa ha le sembianze di uno stage, di un contratto a progetto, di una (falsa) consulenza per ottenere la quale è necessario aprire una partita Iva.
Questo comporta che chi entra nel mercato del lavoro, oggi, spesso non ha diritti elementari (ferie, indennità di malattia, congedo per maternità), nessuna protezione (se sei antipatico al capo, bastano due minuti per troncare una consulenza), nessuna prospettiva di sviluppo professionale (perché formare un lavoratore che per definizione è in azienda di passaggio?). Non si tratta quindi di togliere diritti ad alcuno, si tratta di darne – e di essenziali, in un paese civile – a qualcuno che oggi non ne ha.
Secondo tema: l’abrogazione dell’articolo 18. Non è affatto vero che consentire il licenziamento per ragioni economico-organizzative (si chiama “giustificato motivo oggettivo”) significherebbe abolire l’articolo 18. Al contrario, nella proposta Ichino si prevede un chiaro allargamento dell’applicazione dell’articolo 18.
Mi spiego. L’articolo 18, oltre al caso della reintegrazione in assenza del giustificato motivo, prevede la reintegrazione nel posto di lavoro per i licenziamenti contra legem: quelli discriminatori o determinati da motivi futili (si parla di assenza di giusta causa). Oggi i precari non sono coperti in nessuno dei due casi: sono indifesi nel caso che vengano licenziati perché l’azienda oggettivamente necessita di ridurre il costo del lavoro. Ma sono assolutamente nudi anche davanti a un licenziamento causato dal fatto di essere gay o lesbiche, o incinte, o perché semplicemente di opinioni politiche diverse da quelle del capo.
Nella proposta che il governo verosimilmente ha in mente, tutti questi casi sarebbero immediatamente coperti dall’articolo 18, copertura di cui oggi assolutamente non godono. In sostanza, con la riforma, i neoassunti entrerebbero in azienda con un contratto vero, con tutti i diritti dovuti a un lavoratore e con la doverosa protezione contro licenziamenti capricciosi. Unica novità, rispetto ai contratti indeterminati di oggi: la possibilità delle aziende di licenziarli per ragioni economico-organizzative, ma in un sistema in cui viene predisposto un meccanismo di retribuzione quasi piena per tre anni e di formazione per la ricerca di un nuovo posto di lavoro.
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Scalfarotto spiega benissimo. A me piace anche andare oltre, e cioè mettermi dal punto di vista delle obiezioni di chi ha diversa opinione, e giungere ad evidenziare il vero trade-off, il vero “scambio” in gioco. Perchè naturalmente unno scambio c’è, anche se abbondantemente travisato dagli oppositori del progetto (in buona fede talvolta, ma anche volutamente a fini di propaganda da parte di certi politici e sindacalisti); però c’è, se no non ci sarebbe nemmeno l’interesse per il progetto.
Il punto è questo: non si toglie nulla “a chi i diritti li ha” cioè a chi è già assunto adesso; però si modifica la disciplina per l’avvenire sicchè da un certo momento in poi non si verrà più assunti con l’attuale disciplina del rapporto di lavoro a tempo indeterminato nelle imprese sopra 15 dip. Questa disciplina esattamente così com’è ora, finirebbe.
Quindi lo “scambio” in effetti è: da un lato chiunque verrà assunto, da lì in avanti, quale che sia il tipo di rapporto, finalmente non sarà più un precario come oggi, ma avrà tutte le tutele di un normale rapporto di lavoro così come spiegate da scalfarotto; dall’altro nessuno sarà più assunto con il modello attuale del lavoro a tempo indeterminato nelle imprese sopra i 15, perchè quel modello viene sostituito dal nuovo modello unico. Diciamo quindi che chi ha o si sente di avere…l’aspettativa di poter essere assunto con quel tipo di rapporto dovrebbe rinunciarvi. Si scambia la “speranza” (del mitico posto “fisso” che poi fisso non è affatto ma di questo dico sotto) con la “certezza” (di un posto di lavoro “buono”, non precario, garantito, ma in maniera diversa dal vecchio modello imprese ultra 15, con una logica prorio diversa come dirò sotto).
Questa la cornice; ma,esattamente cosa si “perde” sulla “speranza” e cosa si “guadagna” nella “certezza”? cioè io che entro nel mondo del lavoro cosa mi devo aspettare di trovare, e a cosa invece dovrei “rinunciare” sia pur solo in termini di possibilità o di aspettativa (cioè nell’ipotesi che fossi riuscito a trovare un posto di lavoro a tempo indeterminato sopra i 15 dip del vecchio tipo).
Il nodo principale è quello del licenziamento per motivi economico-organizzativi. ma spezzo…
Francesco, scusa, ma, come dicono dalle mie parti, “pexo el tacon del buso!”
1) Abolire l’articolo 18 per chi ce l’ha sarebbe un’eventualità che non esiste, “dato che nessuno penserebbe mai di fare una cosa del genere”?
Beh, no. Questa era la proposta del governo Berlusconi nel 2002 ad esempio. Ed era anche la proposta dei Radicali al referendum del 2000 (sommerso di no).
2) Ma allora tutto il ragionamento sull’eliminare il dualismo tra garantiti e non garantiti, dove va a finire? Anzi, così istituzionalizziamo il dualismo per legge: per i vecchi articolo 18 per sempre, per i giovani mai e poi mai. Oggi è poco probabile che si giunga ad averlo, domani sarebbe impossibile. Insomma, istituiamo per legge un doppio binario contrattuale su base generazionale. Complimenti per la riduzione del dualismo!
3) Continuate a non spiegare perché i diritti sacrosanti di cui parlate (ferie, malattia, ecc.) devono essere legati alla libertà di licenziamento. Ma perché mai? Non si potrebbe semplicemente introdurre quelle tutele a tutti i contratti, subito, come avviene nel resto del mondo?
4) E resta il mistero di fondo: perché mai il percorso di stabilizzazione dei precari deve passare attraverso una rinuncia al licenziamento per giustificato motivo? Qual è il nesso logico? Tutte le cose che proponete non si possono fare anche lasciando l’articolo 18 così com’è?
Anche qui bisogna andare alla sostanza, tenendo conto dell’obiezione che fa chi si oppone.
Ovviamente anche oggi (sempre) si può licenziare per motivi economico-organizzativi= è il “giustificato motivo oggettivo” previsto anche dall’art.18.
Solo che oggi, se insorge una controversia (il lavoratore impugna il licenziamento) spetta al datore provarne in giudizio (onere della prova a carico del datore) la fondatezza; viceversa nel progetto Ichino nel caso di motivo economico-organizzativo il datore potrebbe procedere cmq; la valutazione sulle necessità organizzative aziendali verrebbe sottratta al giudice, però il lavoratore licenziato (badate bene! non licenziato senza “giusta causa”, licenziato per un motivo che anche oggi è “giusto” come ho appena detto) si troverebbe cmq ultra-protetto (fino a due anni mi sembra, o addirittura tre…con garanzia di reddito,riqualificazione professionale gratuita, aiuti alla ricollocazione), anzi si troverebbe molto più protetto di oggi!!(se c’è davvero il motivo organizzativo)
Quindi lo scambio è= rinunzia a un sindacato giudiziario sull’organizzazione aziendale, in cambio di abbondante tutela anche per un licenziamento “giusto”. O se vogliamo dirla altrimenti, dal pdv del lavoratore, scambio la certezza di una robusta tutela IN OGNI CASO, anche se mi hanno licenziato giustamente, contro la possibilità che il giudice ritenga non giustificato il mio licenziamento perchè, forse, il giudice potrebbe valutare in modo diverso dall’impresa le sue esigenze organizzative imprenditoriali.
Per capire il nocciolo del problema quindi non possiamo metterci in un’ ottica statico-obbiettiva, come un osservatore onnisciente che sa la Verità del fatto, ma dinamico-giudiziaria, cioè nell’ottica del fatto controverso, che una parte sostiene essere in un modo, l’altra in un altro.
Ora, qual’è l’obiezione principale che si sente fare? Non è tanto sul meccanismo appena descritto in sé e per sé, perchè per fortuna persino i più ideologici capiscono che un giudice non è soggetto idoneo a fare valutazioni imprenditoriali, e che in ogni caso i tempi di un accertamento giurisidizonale sono cmq incompatibili con le stesse esigenze che dovrebbero valutare (=ora che giudichi se illo tempore sussiteva una data situazione organizzativa, le condizioni di mercato son già cambiate da mò..).
Però si obietta indirettamente, cioè si dice= se sottraiamo al giudice il sindacato sul motivo economico-organizzativo allora i datori, anche quando vogliono fare licenziamenti “capricciosi”, come li chiama scalfarotto, semplicemente diranno che c’è un motivo organizzativo e la “svangheranno” così. Insomma si aprirebbe la porta a facili usi distorti, “mascherando” sotto il nome di licenziamenti organizzativi (finti),licenziamenti “capricciosi” (veri).
Risposta= ma nel progetto Ichino si continuerà ad applicare (e anzi si applicherà a tutti!! estendendo la garanzia) la stessa tutela tipo art.18 per i licenziamenti discriminatorii ecc. quindi è vero che il datore può dire “ti licenzio per motivo organizzativo”, e il giudice su questo non può discutere, ma il lavoratore, se si ritiene leso ingiustamente, potrà SEMPRE continuare ad impugnare sostenendo che in realtà c’è un motivo discriminatorio.
Tutto bene allora? non c’è proprio nessun rischio? tutto uguale?
No, bisogna ammetterlo onestamente, proprio per valutare e pesare esattamente vantaggi e svantaggi e prevenire obiezioni strumentali.
La differenza è nell’onere della prova=oggi l’onere come detto sopra è a carico del datore, domani il lavoratore che sostiene il licenziamento discriminatorio dovrà provarlo in giudizio secondo i principi generali del diritto (chi afferma una cosa deve provarla).
E questo punto è ineludibile, intrinseco al sistema prescelto, perchè se si dice che il giudice non può sindacare il motivo organizzativo poi è chiaro che non si può dire che il datore, in caso di impugnazione, deve provarlo. ‘E proprio questione tecnico-giuridca.
‘E davvero rischioso questo? Non credo. Perchè 1)non si tratta di una roba strana, è la regola generale di qualunque processo.2) molto dipende dal TIPO della prova. Cioè= ci sono processi, per es. il penale, dove la disciplina della prova è molto rigida (a tutela dell’imputato ovvio); nel processo del lavoro la prova è ampissima, si può ammettere di tutto; il lavoratore quindi potrà in pratica usare qualunque mezzo di prova, testimonianze, indizi, prove logiche ecc. 3) LA GIURISPRUDENZA!(= il modo con cui i giudici interpretano e applicano la legge) è TUTTO. ‘E il vero diritto vivente. Ora chiunque conosca un pò la storia del diritto del lavoro in italia dagli anni ’70 sa bene come la nostra giurisprudenza si sia dimostrata “garantista” verso la tutela del lavoro subordinato.
Detto tutto ciò è ovvio che non si può escludere il singolo caso di ingiustiza; del resto non lo si può escludere nemmeno oggi. Quindi sì: probabilmente si potrà verificare qualche caso in cui il lavoratore aveva ragione e non riuscirà a dimostrarla.
Ma attenzione! anche in tal caso che succederebbe? finisce in mezzo a una strada? NO, finisce sempre con la corposa tutela prevista!! anni di sostegno massiccio al reddito, riqualifiazione ecc. Una tutela per es. che oggi tutti i dipendenti a tempo indeterminato nelle imprese sotto i 15 se la sognano anche se il giudice riconosce il licenziamento illegittimo.
Riassumendo tutto: da un lato abbiamo un sistema che darebbe alle imprese la necessaria libertà organizzativa imprenditoriale per affrontare la rapidità dei mercati; non toccherebbe in nulla la situazione di chi il lavoro ce l’ha già; per il futuro, per i nuovi assunti, eliminerebbe sostanzialmente la precarietà e il dualismo del mondo del lavoro con incalcolabili vantaggi culturali, sociali, economici, politici; estenderebbe molto le garanzie a ambiti oggi esclusi; dall’altro avrebbe l’unico svantaggio che chi oggi potrebbe ambire a trovare un posto a tempo indeterminato con datore sopra i 15, verrà assunto invece col nuovo modello, nel quale avrà sempre robuste garanzie, anzi migliori delle attuali nel caso di licenziamenti “giusti”, ma col rischio che, in caso di licenziamento “ingiusto mascherato” potrebbe, forse, non riuscire a dimostrarlo in giudizio, nel qual caso invece che essere “reintegrato” al suo posto avrà cmq tutta la robusta garanzia di cui sopra fino alla ricollocazione in altro posto.
Ora, guardate alla situazione economica mondiale,guardate alla concorrenza nel mondo, gaurdate ai milioni di precari, guardate al lavoro nero, allo sfruttamento più bieco che si diffonde vieppiù, e chiedetevi cosa conviene ai lavoratori. Conviene questo nuovo sistema che aiuterà l’impresa italiana a sopravvivere, crescere creare posti di lavoro, attirare investimenti esteri, dando ai lavoratori quel tantissimo che dà; o conviene rinunciarvi perchè i pochi che in futuro ancora potrebbero essere assunti a tempo indet sopra i 15, avrebbero in quel caso una maggiore probabilità di reintegro dovuta alla maggior tutela processuale, in caso di licenziamenti “ingiusti mascherati”, mentre con questo nuovo sistema avrebbero cmq diritto alla reintegra, ma una certa minore probabilità di “successo processuale”, e in ogni caso, anche non reintegrati, avrebbero una tutela robusta per i 3 anni a seguire e vivrebbero, come tutti quanti a quel punto, in un sistema che offre più opportunità?
Masaccio
se tutto questo si può fare mantenendo l’art. 18, benissimo, chi se ne importa di modificarlo. Ma il modo bisogna trovarlo…e realistico.
Il modo si chiama “legge”. Non è particolarmente difficile.
Il punto è che non si capisce in che modo l’articolo 18 ostacoli l’estensione di certi diritti ai precari. Lo domando da tempo, ma nessuno è in grado di rispondere…
eccerto perchè basta scrivere una cosa in una legge e quella si realizza, l’economia armonicamente si accorda, le imprese funzionano bene e battono la concorrenza, si crea il lavoro da solo, e siamo tutti contenti.
Masaccio
Se le cose basta farle per legge, facciamo una legge per cui il reddito minimo di cittadinanza è 15.000 euro al mese (netti, ça va sans dire).
@piergiorgio
ma infatti, guarda che la “offerta” messa sul piatto è notevole, nessuno lo nega, eh !
contratto unico, ferie, malattia,….
ma per averle, queste cose, non basta che siano scritte su un contratto : ci vuole anche che sei abbastanza sicuro del posto perchè tu le possa esigere.
se alla prima volta che ti scappa detto “ma io avrei diritto a..” una settimana dopo scatta l’esigenza organizzativa di fare a meno di te, il contratto vale ben poco, e ferie ne fai ben poche, e vieni a lavorare anche con la febbre a 40, e il capo stai bene attento a non scontentarlo MAI, anche quando ti chiede cose che nel contratto non ci sono.
quella dicitura, “organizzative”, è troppo, troppo ampia : ci può rientrare qualunque furbata e bada, non c’è processo giusto se chi deve testimoniare è sotto ricatto di una delle due parti.
quindi ? la strada è giusta, lavorare ancora, rendere effettive ed esigibili quelle conquiste che , per chi è precario come uqbal, sarebbero roba che cambia la vita in meglio.
secondo me , le parti sociali ce la faranno a trovare una riforma possibile : basta che la gente come Sacconi se ne stia lontana, da quel tavolino.
e anche Landini e Cremaschi magari possono stare a distanza : dite tanto male della Camusso, ma ha fatto il 28 un accordo sui contratti che l’ha esposta a critiche durissime, da sinistra : è una che tratta, purchè non le si chieda la rinuncia del sindacato a svolgere il suo ruolo.
E’ veramente divertente la cosa del mantenimento dell’art 18 ai contratti già stipulati. A volte credo perfino che ci crediate sul serio!!! E’ invece evidente a qualunque persona in buona fede che il giochino NewCo by Fiat aggira perfettamente la questione: nuovi contratti con riassunzione del personale vuol dire nuova giurisdizione e possibilità di togliere l’art 18 a chi ce l’ha già.
Scusate, ma sapete di cosa state parlando? Una cosa è l’economia, un’altra è il diritto del lavoro.
L’assenza di tutele per i precari non è il risultato di complessi processi economici, ma semplicemente di una precisa scelta del legislatore, che, in tutta una serie di provvedimenti, dal pacchetto Treu alla legge 30, ha previsto delle forme contrattuali precarie senza prevedere per loro alcun diritto (ferie, malattia, ecc.). Allora, se si vuole garantire loro quei diritti si fa come si fa in qualsiasi altro paese del mondo, cioè lo si scrive nella legge.
Poi parliamo del resto, dei processi economici, di come trasformare i posti precari in posti stabili, ecc. Ma i diritti elementare non dipendono dall’economia né dai contratti, ma, in tutti i paesi del mondo, dalla legge. E chi non lo sa, o finge di non saperlo, farebbe bene a occuparsi d’altro.
http://goo.gl/G6R6b,
Ecco, non so se ti è capitato di leggerlo.
Masaccio
I posti precari in realta’ sono gia’ stabili, stabilissimi: il problema infatti non e’ che oggi i lavoratori debbano girarsi mille datori di lavoro senza fermarsi mai (oddio, ci saranno anche quelli), ma il fatto che lavori per 10 anni continuativamente con contratti trimestrali.
Oggi non c’e’ un problema di licenziamenti: il ricatto avviene sulla non riassunzione.
Con il sistema Ichino il datore di lavoro, QUALSIASI datore di lavoro (non solo le grandi aziende) sa che licenziare gli costa SOLDI. E sa che l’art. 18 per discriminazioni, capricci etc. etc rimane, e gli costa una MAREA di soldi.
GIANNI: se un contratto vecchio tipo viene rescisso con l’idea di far passare il lavoratore al nuovo sistema, e’ un licenziamento SENZA GIUSTA CAUSA cui si applica l’art. 18 tradizionale e puo’ chiedere il reintegro. Il nuovo contratto FIAT peraltro non e’ e non puo’ essere in contraddizione con le leggi vigenti.
Io non sono per le analisi troppo sofisticate e preferisco andare al sodo. Il punto in discussione é l’obbligo di reintegro in caso di assenza di giusta causa. Ci sono una serie di oeservazioni che dimostrano la assurdità della difesa dello status quo:
1) in nessun altro paese civile tale obbligo é previsto. Esiste in Germania ma si tratta di una possibilità e i giudici optano sempre per il risarcimento
2) nessuno, neanche i falchi di confindustraia, ha mai detto di voler modificare laparte della norma relativa ai licenziamenti discriminatori.
3) il sindacato continuana sventolare il rischio di liceniziamento per motivi politici, religiosi e sindacali, mostrando una malafede che Sto arrivando! molto di coda di paglia.
Per capire l’assurdità della norma si ricordi che la SEA dovette incentivare le dimissioni di quei dipendenti che rubavano aprendo i bagagli dei passeggeri. Infatti avendo patteggiato non erano stati tecnicamente condannati con sentenza passata in giudicato e pertanto secondo la giurisprudenza in vigore non si era in presenza della giusta causa.
Chiedo scusa per gli errori di ortografia !
Qualcuno dei difensori dell’art. 18 potrebbe rispondere a questa domanda: se si tratta di una norma di civiltà perché cgil, cisl e uil si sono sempre opposte alla sua estensione alle organizzazioni sindacali ? La segretaria della Camusso vale meno di quella di Marchionne ?
Poi parliamo del resto, dei processi economici, di come trasformare i posti precari in posti stabili, ecc. Ma i diritti elementare non dipendono dall’economia né dai contratti, ma, in tutti i paesi del mondo, dalla legge.
Scusa, Masaccio, ma che discorso sarebbe? Certo che i diritti di tipo economico “dipendono” dall’economia del paese! Se garantire certi diritti ha un costo economico, occorre trovare un equilibrio tra le ragioni della tutela dei lavoratori e quelle dello sviluppo e della crescita (o, più modestamente, dell’occupazione).
Marco,
se alla prima volta che ti scappa detto “ma io avrei diritto a..” una settimana dopo scatta l’esigenza organizzativa di fare a meno di te, il contratto vale ben poco
In questo caso, se l’esigenza organizzativa è inventata, hai un licenziamento discriminatorio, e puoi fare ricorso alla magistratura del lavoro, come sempre.
@uqbal: L’articolo 18 a protezione del licenziamento discriminatorio con l’onere della prova a carico del licenziato è una tale presa per il culo che non mi metto neanche a criticarla.
Ma la tua argomentazione si contraddice da soli: se, come dici, non aumenterebbero i licenziamenti, perché “QUALSIASI datore di lavoro (non solo le grandi aziende) sa che licenziare gli costa SOLDI”, allora perché non mantenere il reintegro? Se il licenziamento è disincentivato allo stesso modo, come sostieni, allora che senso ha la modifica? Teniamoci l’articolo 18 così com’è.
Sul contratto Fiat sbagli: l’articolo 8 della manovra di Ferragosto sancisce la possibilità di derogare ai contratti nazionali e anche alla legge.
@andrea61: anche in Italia la maggior parte delle volte il lavoratore sceglie l’indennizzo. Quindi qual è il problema?
Il licenziamento per motivi politici o sindacali non è certo uno spauracchio che agita il sindacato, ma una solida realtà: guarda quello che sta succedendo alla newco di Pomigliano: nessuno tra gli iscritti Fiom è stato riassunto.
@Magar: Decidiamoci, però: o l’assenza dei diritti elementari per milioni di cittadini (i precari, categoria cui appartengo) è un problema, o non lo è. Qua sembra che lo sia se e solo se conduce all’abolizione dell’articolo 18. Se invece non porta a questo, allora non è più un problema e va bene così.
A volte credo che esistano moltee persone che vivono nel paese delle meraviglie.
Ora noi viviamo in uno stato dove ci sono 120 miliardi di imposte evase, dove il falso in bilancio non è reato, dove c’è un’emoragia di capitali verso l’estero impressionante, dove gli imprenditori fanno di tutto tranne che opere dirette al bene sociale. Mi spiegate perchè la panacea di tutti i problemi dell’Italia è togliere l’articolo 18?
Chi dice che si tratta di un’anomalia tutta italiana ha ragione, ma perchè tale anomalia esiste ve lo siete chiesti?
Esiste perchè esistono le aziende italitane, gli imprenditori italiani e la classe dirigente italiana.
In Italia non conta chi vale qualcosa ma chi ha un protettore in aazienda, chi è più raccomandato, chi è figlio di qualcuno che conta ecc…..
Se non ci fosse un sistema di protezione come l’art. 18 molte persone che valgono e che hanno personalità forte e non sono degli yes man ora sarebbero a spasso….
La classe dirigente di questo paese prima di mettere mano ad una riforma così pesante, prima di togliere qualcosa che protegge i più deboli nei confronti dei PADRONI, dimostri che è in grado di sistemare le altre anomalie italiane, dall’evasione fiscale alla corruzione e via di seguito.
Sistemato ciò riparleremo, se sarà ancora necessario, di riformare lo statuto dei lavoratori. Fino ad allora troveranno solo opposizioni fortissime.
Caro andrea61,
evidentemente non hai esperienza di lavoro dipendente.
Ti spiego subito come sarà utilizzato il licenziamento per motivi economico-organzzativi:
In azienda ho il 20% di lavoratori al di sopra dei 50 anni, che mi costano troppo. Decido di tagliarli, trucco il bilancio (tanto non è reato) dimostro che per continuare devo tagliare i costi più alti e procedo. Risultato i 50nni sono a spasso senza un lavoro e io risparmio.
Poi, se voglio ne riassumo qualcuno al 50% dello stipendio…(il resto magari lo pago in nero).
Risultato, meno costi per l’azienda, contributi pensionistici non versati e i giovani….a spasso come sempre.
Svegliatevi….le soluzioni sono altre.
@marco bè poi cerco di entrare un pò più nel concreto, per quanto mi è possibile, ma intanto permettimi una battuta: ma possibile che noi italiani ci crediamo sempre più furbi degli altri? e poi non vediamo che le cose da noi funzionano peggio che altrove.
Voglio dire: i “padroni” ossia datori di lavoro danesi non credo siano ontologicamente più “buoni”, o meno inclini a massimizzare il profitto, come è giusto nella logica del fare impresa, di quelli italiani. E allora come mai da loro il sistema funziona bene? e non si vedono masse di lavoratori precarizzati che non riescono ad esercitare i loro diritti nonostante siano previsti dalla legge? perchè lì i datori “non ci provano”(ad aggirare la legge)?
Veniamo al concreto. Tu ti dimentichi che nel progetto Ichino il licenziamento per motivo economico-organizzativo non è mica senza conseguenze, è molto oneroso per l’impresa!! E lo è indipendentemente dalla sua “giustezza” o meno, proprio come contropartita alla rinuncia al sindacato giurisdizionale sulle mutevoli esigenze della vita dell’impresa. Sicchè anche se il licenziamento è giustificato il datore deve cmq contribuire al sostegno al reddito del licenziato fino a 3 anni! un salasso. Mentre oggi se esiste un “giustificato motivo oggettivo” il datore ti licenzia e amen (ci sarà solo il preavviso ecc.). Ora, ti pare, che un datore di lavoro prenda a cuor leggero una decisione del genere? magari per indurti a non prenderti le ferie ti licenzia e ti paga 3 anni di (quasi)stipendio?? assurdo.
Inoltre devi vedere la cosa non solo sul singolo caso ma nell’ottica globale di un sistema trasformato. Cioè: domani, se si facesse questa riforma, quelle tutele si applicherebbero a tutti, TUTTI i lavoratori indipendentemente dal tipo di rapporto. Ora un conto è discriminare o fare pressioni su un lavoratore “isolato”, ma quando tutti i tuoi dipendenti, per legge, hanno certi diritti e non puoi giostrarti col “nomen” contrattuale per eluderli (tizio lo faccio passare per cococo, caio per lavoratore a progetto ecc.) perchè tanto il nomen non conta, come fai? per agire in modo efficace il datore dovrebbe sistematicamente disapplicare la legge (non riconoscere ferie, malattie ecc. sotto la minaccia implicita o esplicita del licenziamento)a tutti i suoi dipendenti,ma in tal modo il suo comportamento sarebbe troppo evidente= grosso rischio.
Senza contare che il sistema, proprio per la sua universalità, rende più facili i controlli: se ferie, malattie, maternità, ecc. devono averli tutti, c’è poco da stare a discutere.
Infine, il punto è proprio la rivoluzione del mercato del lavoro, il cambiamento di paradigma che si mira a determinare (ambiziosamente certo=proprio quel che è mancato in italia negli ultimi, stagnanti vent’anni: coraggio). E cioè questa riforma non va pensata calata nel mercato del lavoro che c’è ADESSO; essa – negli auspici- gradualmente lo trasformerebbe. E come? Bè sarebbe un mercato più dinamico in cui tutti i lavoratori sanno di avere diritti certi, qualunque posto trovino, e sanno che, sì possono dover cambiare lavoro, ma possono anche trovare un posto nuovo più facilmente con la dovuta assistenza pubblica nelle fasi intermedie sicchè mai verranno lasciati soli e precari. Oggi la “ricattabilità” viene anche proprio dall’apartheid lavorativo: un pò meno della metà di “garantiti” da una parte, con posti “blindati” (almeno finchè l’impresa non va all’aria= ma quando ciò avviene quei posti di lavoro non “tornano sul mercato”, bensì spariscono per tutti), dall’altra outsiders che sanno che quando perdono il loro posto precario, rischiano di non trovare un tubo per un bel pezzo, o di dover accettare condizioni ancora peggiori, e sanno che si troveranno soli, abbandonati sul mercato senza tutele finchè non trovano qualcos’altro per cui meglio “acchiappare” qualsiasi cosa pur di sopravvivere! Ecco la differenza.
In effetti tutto ciò mi porta a riflettere sul nodo centrale di queta riforma.
Qui non c’è da una parte (l’attuale) il massimo delle garanzie per i lavoratori, e dall’altra (il progetto) un’attenuazione delle garanzie in cambio di un estensione del loro ambito. No.
Qui sono in gioco due modelli diversi di garanzie, due modi diversi di pensare la garanzia del lavoratore.
Nel sistema attuale la logica è statica: il “posto fisso”. Finchè l’impresa dura. Io, Stato, mi preoccupo solo di regolare nel modo più rigido e assoluto possibile la stabilità del posto e mi disinteresso tanto delle esigenze imprenditoriali, quanto delle esigenze formative e di qualificazione professionale dei lavoratori. Poichè ho così “sistemato” la gente a vita con un tratto di penna, quando intervengo? solo quando l’impresa è GIA’ in crisi (mentre dovrei cercare di prevenire le crisi)= è il sistema della CIG. IN questo sistema il welfare interviene solo ex post, quando la crisi è in atto; e le sue risorse, in sostanza, vengono in buona parte “sprecate”, sia perchè non si è prevenuta la crisi, sia perchè spesso la crisi si rivela irreversibile e finiscono per diventare “scivoli” per accompagnare alla pensione= ossia misure di esplusione dal mercato del lavoro. D’altra parte è la logica del sistema: se il posto è “fisso” e il posto non c’è più, dove ti mando? in pensione (assorbendo così poi per anni ulteriori risorse pubbliche che si sprecano).
Nel progetto Ichino la logica è dinamica: io Stato mi preoccupo di garantire un mercato del lavoro che concili nel miglior modo possibile tutele dei lavoratori ed esigenze delle imprese,e che, quindi, ne sappia assecondare e favorire sviluppo e competitività. Perchè so che la vera, massima garanzia del lavoratore, quella che gil da forza contrattuale, è l’esistenza e la creazione dei posti di lavoro! Per cui cerco di far si che l’impresa si possa dimensionare rapidamente e faiclmente adattandosi alle mutevoli esigenze di mercato per PREVENIRE le crisi; e le risorse del mio welfare non le butto via in una logica perdente quando le cose sono andate male, bensì le impego utilmente per assistere il lavoratore nei periodi intermedi di disoccupazione e per favorirne sempre più la formazione e la qualificazione professionale.
mauro
Un vero genio del crimine: tutto questo casino per fare una cosa che la legge Ichino non permetterebbe (riassumere al 50%), con comportamenti che un maresciallo della Finanza può scoprire in 5 minuti…