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La NATO spara in Libia?

L’Espresso ha pubblicato oggi pomeriggio un articolo che sostiene una tesi ardita: ci sono soldati della NATO – o contractors privati da questa ingaggiati – che stanno combattendo in Libia accanto ai ribelli. Che sparano. L’accusa è pesantissima, visto che se fosse vero saremmo in presenza di una clamorosa violazione del mandato delle Nazioni Unite, che avevano autorizzato “ogni azione necessaria” per fermare Gheddafi eccetto un’invasione di terra. L’Espresso fornisce due prove a sostegno di questa tesi, un’immagine e un video, accompagnate da un testo che li spiega. Alessandro Gilioli sul suo blog ha rilanciato l’articolo invitando la NATO a dire la verità e non far circolare balle, dato che queste poi alimentano il complottismo e – aggiungo io – nuocciono alla credibilità di istituzioni che svolgono un compito prezioso. L’articolo dell’Espresso, però, non è molto convincente.

Partiamo da un fatto. È noto da tempo che la NATO ha inviato funzionari, soldati, armi ed equipaggiamenti militari in Libia. La cosa è stata annunciata più volte dal governo britannico e anche dal governo italiano, semplicemente è risaputa e ufficiale. I soldati e i funzionari sono inviati in Libia con lo scopo di fare da “consulenti”, cioè addestrare i ribelli, notoriamente piuttosto sgangherati, e dare loro una strategia. Il punto è capire se i soldati e funzionari della NATO – o contractors da loro ingaggiati – sparano a fianco dei ribelli, in violazione del mandato dell’ONU. Veniamo alle prove fornite dall’Espresso.

Innanzitutto bisogna dire che non si capisce la relazione tra l’immagine e il video, nel senso che il frame non è tratto dal video. Da dove venga non è chiaro. A spiegare perché l’immagine e il video sono una prova del fatto che la NATO sta violando la risoluzione dell’ONU interviene il giornalista dell’Espresso, Gianluca di Feo, che scrive:

Non è un volontario improvvisato ma un professionista della guerra. Armamento, freddezza ma soprattutto il modo di muoversi tradiscono il suo addestramento. Le immagini sulla breve sparatoria avvenuta giovedì davanti all’Hotel Corinthia mostrano per la prima volta uno dei misteriosi “consiglieri militari” stranieri che hanno garantito il successo dell’insurrezione libica.

Anche senza voler sostenere che l’uomo nel video possa essere un ribelle libico adeguatamente addestrato, è noto che tra le forze anti-Gheddafi ci sono centinaia di soldati ed ex militari dell’esercito libico, che hanno disertato e hanno deciso di combattere il dittatore. Abbiamo decine di racconti e testimonianze, sappiamo dei gruppi di disertori torturati e fucilati dalle forze fedeli al regime. Quindi che l’uomo in questione sia ben addestrato non prova che sia della NATO o che sia un contractor.

E’ giovane, muscoloso e usa un fucile molto raro, che costituisce il top per i reparti d’assalto europei: l’Heckler e Koch G36. Un’arma di produzione tedesca, che in Italia solo i parà della Folgore hanno ottenuto in pochi esemplari. E’ piccola, precisa, leggerissima, capace di sparare 30 colpi in due secondi e mezzo. Ha un caricatore trasparente per vedere quanti proiettili restano dopo una raffica, ma l’uomo del video non ne ha bisogno.

Che l’uomo sia “giovane e muscoloso” non è prova di niente: chiunque abbia visto anche soltanto poche immagini dei ribelli libici sa che non sono certo vecchi e flaccidi. Il fucile che usa non è “molto raro”, in Libia. Si tratta di armi che sono state usate dalle forze di Gheddafi, e che quindi possono tranquillamente essere state trovate in uno dei tanti depositi saccheggiati dai ribelli. Si tratta anche di armi che la NATO possiede, e che quindi possono essere state inviate ai ribelli insieme a molte altre. Fatto sta che l’utilizzo degli Heckler e Koch G36 da parte dei ribelli libici è noto: sta addirittura nella pagina di Wikipedia sull’arma, altre volte queste armi sono state fotografate in mano a normalissimi ribelli libici.

L’uomo controlla il fuoco con tranquillità, alternando colpi singoli a raffiche da tre, come si insegna nelle scuole per tiratori scelti. Prende la mira senza lasciarsi scomporre dalla sparatoria intorno a lui, usando con perizia un mirino di ottima qualità. Non si fa influenzare dal caos, con miliziani che si buttano a terra dietro le macchine e sparano all’impazzata. Sa valutare la minaccia: per questo dopo essersi accovacciato per rispondere al fuoco del cecchino, si alza senza cercare riparo e sostituisce il caricatore senza guardare, con movimento automatico.

Insomma, l’uomo è addestrato e ha una buona arma. E sappiamo che sono cose che non vogliono dire niente.

A tracolla – altro segno della sua competenza – porta un AKM Kalashnikov a canna lunga che può sparare a maggiore distanza munizioni più potenti, capaci quindi di perforare giubbotti protettivi o automobili: un’utile riserva anche nel caso finiscano i colpi per il suo Hk G36, che usa pallottole Nato di un calibro raro in Libia, mentre invece i caricatori per i kalashnikov si trovano ovunque.

Fa un po’ sorridere che avere un kalashnikov a tracolla venga descritto come un “segno della sua competenza”. Per il resto, non si capisce il punto: sì, è ben armato, e d’altra parte è noto che nel corso dei mesi i ribelli abbiano saccheggiato diversi depositi di armi del regime, molti di questi proprio a Tripoli. Senza contare il solito discorso: la NATO ha inviato armi ed equipaggiamento in Libia. Lo sappiamo, è ufficiale. Quindi?

L’uomo ha scarponcini da trekking, di tipo desert boot, come i migliori soldati occidentali. In una foto lo si vede appostato dietro una colonna, in posizione di tiro da manuale, mentre intorno a lui ci sono guerriglieri approssimativi e scomposti: quello in primo piano indossa scarpe bicolori stringate, quasi da festa. Difficile capirne la nazionalità: potrebbe essere del Qatar – la presenza di commandos dell’emirato in territorio libico è stata confermata anche dalla Nato – o un nordafricano (egiziano o algerino) ingaggiato da una società di contractor che poi subaffittano i loro guerrieri alle potenze occidentali. Dopo il 2001 c’è stata la corsa a selezionare i migliori uomini delle forze armate di questi paesi, capaci di parlare arabo, conoscere i costumi musulmani e confondersi tra la popolazione, per soddisfare le richieste di “soldati privati”: quei mercenari protagonisti del conflitto in Iraq e che stanno giocando un ruolo chiave anche in Libia.

Abbiamo anche dei buoni stivali, e vale quanto sopra: non vogliono dire niente, nulla prova che non siano parte dell’equipaggiamento saccheggiato o inviato dalla NATO. Poi ci viene detto che non si riesce a capire la nazionalità dell’uomo, e non si capisce in base a cosa si dice, subito dopo, che l’uomo potrebbe essere del Qatar o egiziano o algerino. Non si sa, tiriamo a indovinare. Le presunte prove finiscono qui. Si può escludere che la NATO stia violando la risoluzione dell’ONU? Certo che no, come non possiamo escludere che l’uomo in questione sia un soldato del Qatar, che la Germania stia mandando dei militari di nascosto o che la Russia abbia inviato dei soldati ad aiutare Gheddafi. Abbiamo prove per sostenere tutto questo? No. Delle centinaia di giornalisti di mezzo mondo che vivono, dormono e mangiano al seguito dei ribelli, qualcuno ha denunciato cose del genere? No (se sì, sarebbe lo scoop dell’anno). L’articolo dell’Espresso non fornisce prove, e fa un danno al lettore quando spaccia per prove cose che non lo sono. Ha ragione Gilioli, le balle delle istituzioni sono il combustibile del complottismo. Insieme al giornalismo, certe volte.