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Abbiamo bisogno di persone normali

Una cosa che sarebbe bene fare, nel lento e complicato cammino per il miglioramento di noi stessi e del posto in cui viviamo, è smettere di chiamare “eroi” le persone come quelle che venerdì, nella striscia d’acqua tra Utøya e Utvika, hanno messo in salvo 150 ragazzi con le loro piccole imbarcazioni. Definirle “eroi” stabilisce una distanza sproporzionata tra quello che sono e quello che hanno fatto, trasformando il loro umanissimo gesto in una cosa sovrumana, sovrannaturale, da Superman. Una cosa a cui ci si può sottrarre senza grossi problemi di coscienza – “non fare l’eroe!” – ché era un gesto per pochi eletti, per scriteriati. I campeggiatori di Utvika non sono “eroi”: sono persone normali che si trovavano in vacanza, come me e come voi, e che hanno semplicemente fatto quello che in quella circostanza era giusto fare. Sono stati coraggiosi, certo, perché per fare la cosa giusta venerdì pomeriggio a Utvika serviva coraggio. Ma hanno fatto quello che dovevano: quello che ciascuno di noi avrebbe dovuto fare. Non esiste neutralità di fronte all’omicidio. Non fare niente per fermarlo è, di fatto, scegliere*.

*l’avete visto questo film, vero?

26 commenti

  1. nonunacosaseria:

    1. sì, ho visto il film ed è un gran bel film.
    2. chiamare “eroi” persone che non fanno altro che gesti umani è l’esagerazione giornalistica tipica dei nostri media. giorni fa il corriere della sera online ha definito “atto di eroismo” quello di bruno conti che, trovandosi nei pressi di un incidente stradale ha telefonato al medico della roma: http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/11_luglio_6/incidente-conti-roma-1901030113272.shtml
    3. la chiosa finale è giusta, ma attenzione a non cadere nei feltrismi… che sennò qua finisce che è tutta colpa dei ragazzi laburisti così cretini da farsi uccidere (e il ragionamento feltriano a me ricorda tanto quello di chi dice “sì, è stata violentata, ma che volete fare… porta sempre la mnigonna altezza passera, se l’è cercata!”)

  2. Marco:

    condivido in pieno. Bravo

  3. Francesco:

    Certo, non sto parlando delle vittime. Come sai nel film quella frase non parla delle vittime ma dell’Onu.

  4. nonunacosaseria:

    aggiungo una cosa, sperando di non andare OT, ma guardando il telegiornale mi viene spontaneo.
    so di scrivere una cosa molto discutibile e fraintendibile: ma è come quando muoiono militari italiani in missione all’estero. tutti a dire “eroi” e poi minuti di silenzio alle partite e onori militari. beh, in fondo è la professione che si sono scelti, sanno i rischi che corrono, stanno facendo “quello che devono” (non morire, per carità, però ci sta anche di morire). con ciò non voglio offendere nessuno né minimizzare, però forse ci vorrebbe un po’ di senso della misura, ecco.

  5. plato:

    non credere. tanta gente non metterebbe mai a rischio la propria vita per salvare la vita di qualche sconosciuto

  6. f.tamburini:

    Sai, hai pienamente ragione, soprattutto perché è decisivo leggere le tue parole pensando al contesto in cui ci troviamo (giornali italiani), però se facciamo la cosa più banale, ossia cercare il significato della parola -eroe-, scopriamo che quei campeggiatori lo sono, degli eroi: “nell’era moderna, è il protagonista di uno straordinario e generoso atto di coraggio, che comporti o possa comportare il consapevole sacrificio di se stesso, allo scopo di proteggere il bene altrui o comune.” E’ una bellissima parola, che ogni tanto dovremmo poter usare, se non fosse che è definitivamente un termine imbastardito.

  7. Paolo:

    per un post precedente avevo fatto i complimenti.
    per questo meno…
    vorrei dire….per una cosa umana successa durante questo abominio, ossia il gesto di chi s’è messo a rischio di vita per salvare dei poveretti di 15 anni in preda ad un pazzo armato fino ai denti….
    andiamo a fare la polemica se sia lecito o meno chiamarli eroi?
    senza esserci chiesti che cosa cavolo sia successo, come è possibile che un uomo finisca a fare una cosa come quella, magari interrogarsi sul come capire in tempo se chi si fa portavoce di ideologie così violente….
    per me sono eroi, con immenso senso civico, con grande coraggio.
    Non hanno soccorso un pensionato caduto da una vespa (comune senso civico),
    hanno messo a repentaglio la loro vita per salvare altra gente.
    Hanno fatto e come, dinnanzi ad un omicidio.

  8. Andrea:

    In linea di principio sono perfettamente d’accordo, nella pratica no.
    Mi spiego: siamo circondati dalle banalità della vita quotidiana, ti alzi la mattina, ti lavi, prendi il treno, lavori, mangi, lavori, riprendi il treno, torni a casa, dormi. Una vita “normale”, in questa vita “normale” capita spesso di incontrare atteggiamenti di totale menefreghismo (una signora anziana che resta in piedi sul treno, pochi si alzano per farla sedere), tutti abbiamo visto le scene della metropolitana di Roma quando c’è stato il pestaggio e nessuno ha mosso un dito pur passando a fianco del ragazzo pestato. Quelle persone che, con coraggio, hanno preso la loro barca e si sono spesi per fare “del loro meglio” sono stati degli eroi dei nostri giorni, persone salde che hanno fatto la cosa giusta, la cosa che doveva essere fatta.
    Non so se sia giusto esaltarne le azioni, però rincuora sapere che qualcuno ha fatto qualcosa di buono.
    Basterebbe poco, essere gentili!

    (da 1 a 10 quante banalità ho scritto? 10!!!) chiedo scusa

  9. Francesco:

    Paolo, non c’è nessuna polemica nè tantomeno il tentativo si sminuire quanto fatto da quelle persone, a cui vs tutta la ammirazione. Parlo di noi ed esprimo il timore che definirli “eroi” ci esoneri un briciolo dalla loro doverosa emulazione, in simili circostanze.

  10. Francesco:

    Andrea, ma certo che è giusto esaltarle. Dire che sono persone come noi e non Superman dovrebbe renderci più facile emularli e imparare da loro, e più complesso fare un passo indietro, in simili circostanze. Definirli eroi ci esonera da essere come loro, a meno di non voler “fare l’eroe”. Più chiaro di così non so spiegarlo.

  11. Paolo:

    capito capito,
    ma per me rimangono persone che hanno rischiato la vita,
    li chiamo con piacere eroi e gli stringo la mano, commuovendomi pure,
    senza paura che questo esoneri nessuno dall’emularli.

  12. Andrea:

    @Francesco, chiarissimo, allora sono perfettamente d’accordo =)

  13. Libo:

    Quando le due ragazze sono arrivate alla spiaggia hanno raccontato che c’era un uomo con un fucile automatico che sparava. Non so se avrei avuto il coraggio di prendere la barca ad andare incontro a un folle con un arma di media gittata disarmato, con il rischio di prendermi un proiettile. Secondo me c’e’ del coraggio ed e’ un gesto abbastanza eroico.

  14. Andrea C.:

    Il desiderio di emulare qualcuno nasce, credo, dall’idea che questo qualcuno abbia compiuto qualcosa di grande,di importante, di non comune. E’ la sensazione di “distanza” che separa noi da questo qualcuno che fa scattare il desiderio di emulazione: la convinzione “testata” di riuscire a compiere un gesto da noi ritenuto impossibile. O quantomeno improbabile. Sono d’accordo quindi con chi sostiene che queste persone possano essere definite Eroi. Perchè hanno portato a termine una azione che molti di noi riterrebbero impossibile, riducendo la distanza che separa noi dall’impossibile stesso.
    Semmai il problema sta nel fatto che oggi, per molta gente, è un eroe anche chi vince il Grande Fratello…

  15. Wilson:

    Concordo un po’ con tutti: questi non sono “eroi”, ma persone ancora capaci di fare gesti eroici quando le circostanze lo richiedono, o almeno suggeriscono.
    E ha ragione il padrone di casa nel dire che questa è la norma, mentre “non fare l’eroe” è solo un motto meschino, in certe circostanze.
    Credo che l’esaltazione della mediocrità o più che altro la denigrazione della virtù (di ogni genere, dalla cultura al coraggio all’onestà) o della qualità, al punto da negarne i risultati, come sta succedendo per la cultura norvegese in molti commenti, sia un problema importante della nostra società o cultura, una sorta di sindrome della volpe e dell’uva su scala nazionale.
    Nella mia esperienza di trentenne di sinistra ho visto questo fenomeno in tanti “reduci” dei movimenti giovanili del ’68 (tra cui anche almeno un personaggio letterario e qualche politico) che nel registrare il proprio fallimento hanno demonizzato i valori da cui erano partiti (anziché i mezzi o i programmi o le strutture ideologiche) e ora mostrano un serio fastidio per ogni situazione in cui invece tali valori sono stati portati nella vita quotidiana.
    La stessa cosa la vedo succedere nei confronti di chi compie gesti “normalmente eroici”: si deve sempre trovare un modo per esorcizzarne il monito (e la paura di non esserne all’altezza?), esaltandoli come sovrumani (“eroi”, appunto) o sminuendoli come sciocchi o pazzi che hanno corso gravi rischi per futili motivi.
    Credo che dovremmo riappropriarci del desiderio di essere migliori, di essere “i buoni” (e dimostrarlo, come dice Luca Sofri) e della consapevolezza che non è qualcosa per qualche persona eccezionale, ma per ognuno di noi.

  16. Christian:

    A casa mia, mettere a rischio la propria vita per aiutare il prossimo, è un atto eroico.
    Mica li stavano aiutando da un semplice rischio di annegamento…

  17. rr:

    Non sono eroi come Breivik non è pazzo (salvo parere di medici).
    Sono uomini capaci di uccidere (la storia del mondo ce lo insegna) e capaci di atti coraggiosi (idem).

  18. Paolo:

    scusa, rr
    uno che ucide freddamente 80 persone non è un malato di mente?
    Ti serve un certificato medico per appurarlo??

    Voler capire la dinamica che porta un uomo a perdere la sua umanità ed arrivare ad un comportamento tale, sarebbe lecito ed auspicabile.

    Ma asserire “non è un pazzo” di fronte a tale evidenza stona fortemente.

  19. francescocosta:

    Guardate che “pazzo” e “cattivo” sono aggettivi diversi e hanno significati diversi. Le persone cattive esistono, e non sono necessariamente pazze (così come ci sono un sacco di pazzi buoni, per esempio). Hitler era pazzo? Stalin era pazzo? Mussolini era pazzo? Per quello che sappiamo adesso, Breivik non è affatto pazzo.

  20. Paolo:

    ah,

    Breivik è sano. Come Hitler d’altronde.

    Vabbè.

  21. francescocosta:

    Paolo, scusa, ma per te “pazzo” cosa vuol dire? Fuori da una chiacchierata da bar, dico. Per me vuol dire una condizione psichica che può essere accertata solo da medici e psichiatri a seguito di esami, e non da commentatori sul web.

  22. Paolo:

    discorso ineccepibile nel 99% dei casi, che sia materia per chi ne ha le conoscenze, nella fattispecie medici psichiatri.
    solo loro possono fare una diagnosi.

    ma è anche vero che se uno cade da un motorino e si rompe una gamba, anche te che non sei un medico, te ne accorgi
    ti rendi conto che è “malato”
    non saprai se è una slogatura, una frattura (semplice-scomposta-che-ne-so-io), ma sai benissimo che si è fatto male.

    pertanto NO, non posso fare assolutamente una diagnosi a questo pazzo assassino, ma lo vedo bene che è un malato di mente

  23. Emanuele:

    Adesso non ricordo bene i termini ma durante il processo per il caso di Erika e Omar ci furono diversi psicologi e criminologi che affermarono, riferendosi alla inadeguatezza del codice penale che era stato scritto quando le conoscenze mediche erano inferiori, che esistono casi come quello di Erika di persone capaci di intendere e volere ma dissociate dalla realtà o qualcosa del genere. In pratica, sanno quello che fanno ma lo fanno senza rendersi conto delle conseguenze del gesto.
    Questo non per esprimere un giudizio sul caso specifico che non mi interessa, solo mi è tornato in mente leggendo i commenti.

  24. Alessandro:

    Sono in assoluto disaccordo , mi sembra del tutto irrazionale la conclusione.
    Io credo siano eroi.
    Ci mancherebbe che sia una cosa naturale mettere a repentaglio la propria vita per salvare degli sconosciuti.
    E’ un gesto di eroismo istintivo … e come tale in parte irrazionale : è evidente che non è necessario attendere l’ occasione per esserlo , pertanto sarebbe da criticare chiunque non investa parte del suo tempo per salvare altre vite … anche a costo della propria.

  25. Stefano:

    Sinceramente è molto facile definire Hitler, Stalin o il pischello norvegese “pazzi”: li allontana da noi, dalla nostra “normalità”. Uno di noi “normali” non farebbe mai una cosa del genere, quello è pazzo.
    E’ molto facile, ci pulisce le coscienze e ci impedisce di fare riflessioni molto più serie a proposito del seguito che “un pazzo” ha. Del fatto che milioni di persone hanno votato quella gente, l’ha seguita e poi ha ucciso e torturato nel loro nome, salvo poi votare democristiano (si fa per dire) il giorno dopo la fine della guerra. Il pischello norvegese è pazzo perché è da solo. Sarebbe un rivoluzionario se fossero in 100.

    Sul merito del post, una volta tanto d’accordo con Costa. Anche qui porre una distanza tra noi “normali” e loro “eroi” serve a non farci sentire male quando ignoriamo il ragazzino picchiato dai nazi in pieno centro o la macchina in corsia d’emergenza con la gomma a terra sotto la pioggia. Non è di eroi che abbiamo bisogno, ma di persone normali.

  26. giovannim:

    Non che capiti spessissimo, ma stavolta sono completamente d’accordo con Francesco Costa.
    .
    Li ho sempre guardati con un certo sospetto gli eroi.
    Mai avuto quella certa conformista deferenza nemmeno per Salvo D’Acquisto.
    Che anzi, dovendo necessariamente suicidarmi, avrei agito proprio come Breivik.
    Cercando di uccidere più tedeschi possibile.
    Associando, è ovvio, a tedeschi, l’accezione di significato dettata dalla contingenza degli eventi dell’Italia anno domini 1943.
    .
    Al contrario del brigadiere, ma anche più miserabilmente di certi sciagurati liceali tipo Columbine School, Breivik NON è pazzo.
    Sapeva bene che, in Norvegia, essere terminati da un tiratore scelto era molto meno probabile che in Texas o in Ohio.
    Di morire poi, fisicamente, per pena capitale o civilmente, sepolto da ergastoli, non se ne parlava nemmeno.
    No, Breivik NON è per niente pazzo.
    .
    Davvero, questo fastidioso bisogno di eroi, schifa non poco.
    In aggiunta, sconcerta anche lo svilimento cui è andato incontro il concetto stesso di eroe (e qui, un po’ di solidarietà al carabiniere D’Acquisto).
    Una volta si volava più alto.
    Adesso anche l’eroismo è diventato un 3×2 da discount.
    Inteso e dozzinalmente celebrato con la stessa superficialità con cui allo stadio, partecipando al rito collettivo dell’accendino acceso, si rende omaggio a “sentimenti”, “valori” o “idee” banalmente evocati dal Vasco Rossi di turno.
    .
    Tornando ai presunti eroi norvegesi, una domanda.
    E se anzichè del rischiare di immolarsi per “gli altri” si fosse “semplicemente” trattato del battersi, in prima persona, con coraggio, per una cosa “giusta” ?
    Contro il perpetrarsi di una “illegalità” ?
    .
    Occhio che sono visioni delle cose assai diverse.
    Una, irrazionale, è più figlia dei monoteismi mediterranei e mediorientali (“chi salva una vita salva l’umanità” sono note massime di Ebraismo e Islam).
    L’altra, più calcolata, ripensando a certe considerazioni dei vari Cavalli Sforza o Jared Diamond, è il retaggio (magari ricodificato successivamente dal protestantesimo) di un maggior senso della collettività sviluppato da comunità originatesi in ambienti particolarmente ostili come l’estremo Nord.
    Non a caso, in tutta la faccenda, il momento peggiore per Breivik è stato andare in tribunale passando tra la folla che lo avrebbe voluto fare a pezzi.
    .
    Perciò, di eroismo, magari anche basta.
    Perchè pure al mercenario Quattrocchi, allo scoccare dell’ora suprema, è balenato in mente un concetto di eroismo sgangherato e un po’ fascistoide.
    Sarà il caso di prendere l’abitudine di appassionarsi maggiormente per eventuali manifestazioni di senso civico.