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Non facciamo i leghisti

A leggere i giornali di oggi, le accuse nei confronti di Filippo Penati sembrano essere davvero inconsistenti. Tutto si basa sulla parola di un imprenditore, candidato sconfitto a sindaco di Sesto San Giovanni per il centrodestra e oggi consigliere comunale di opposizione, che a un certo punto l’anno scorso – “di propria iniziativa e senza apparente motivo”, scrive il Corriere della Sera – ha deciso di raccontare ai pm di aver pagato delle tangenti a Penati quasi dieci anni prima. Di prove delle tangenti non si ha notizia, per il momento, e gli inquirenti giustamente stanno cercando riscontri (non sono semplici: le somme sarebbero state prelevate all’estero e pare girate in contanti, e anche questo non è chiaro). Non ci sono nemmeno i presunti favori concessi da Penati, visto che l’imprenditore in questione si lamenta proprio del fatto che Penati non gli ha fatto alcun favore, nonostante i soldi che dice di avergli pagato. Oggi persino Repubblica scrive che il decreto di perquisizione chiesto dall’accusa è “legato all’imminente scadenza delle indagini” e che le carte fanno “timidamente intuire […] quanto è convinta di aver provato la procura di Monza”. Naturalmente aspettiamo di saperne qualcosa in più prima di prendere posizioni definitive: le indagini sono ancora in corso. Ma appunto, aspettiamo. Aspettiamo prima di mettere tutti sullo stesso piano, a meno di non essere Libero. E aspettiamo prima di stracciarci le vesti sulla questione-morale. Non fa mai male ricordare che le accuse non sono affatto condanne, a meno di non essere leghisti.