Adottiamo il modello Cuba?
Discutendo di referendum sull’acqua con i sostenitori del Sì, a un certo punto arriverà ineludibile l’argomento-Delanoë, dove Bertrand Delanoë è il sindaco di Parigi che ha municipalizzato la gestione delle risorse idriche della città dopo vent’anni di gestione privata. È un argomento che vuol dire poco, visto che paragona mele e pere, ma lo spiazzato sostenitore del No può ribattere utilizzando l’argomento-Cuba. Nella capitale di una delle ultime nazioni comuniste del mondo, L’Avana, la gestione delle risorse idriche è affidata a una società mista pubblico-privato. Il socio privato è il gruppo Agbar, che ha una convenzione fino al 2024 per fornire l’acqua nella capitale del paese e nella località turistica di Varadero. Socio al 41 per cento: praticamente come vorrebbe il decreto Ronchi. A Cuba.
(grazie a Marco, che mi ha raccontato questa storia un sacco di tempo fa)
Tweet

Spiegati meglio, perchè è un argomento da poco, che mischia pere e mele? La gestione delle acqua in una città dalle dimensioni di Parigi non può essere un punto di riferimento da estendere ad uno stato?
Questo però è un argomento boomerang. A me di fare come a cuba proprio non va :-)
(Mi sa che conviene sempre scrivere il colore della scheda: nel feed è uscito un “sì al secondo quesito”, ma il tuo post si riferisce al primo – rosso – non al secondo – giallo) ;)
Sergio, è un argomento da poco perché non si capisce perché debba essere un punto di riferimento Parigi e non Londra o Berlino: sono città diverse, le loro reti idriche hanno problemi diversi e necessitano investimenti di portata diversa. Per dire: “una città delle dimensioni di Parigi” è grande la metà di Catania, sette volte meno dell’Avana e dieci volte meno di Roma: sicuri che abbia senso fare di Parigi un punto di riferimento? Perché non Londra? Perché non Pordenone? Perché non Grenoble? Anzi, se è così, allora perché non L’Avana? Te lo dico io perché: perché non ha senso.
prego, è un vero piacere lavorare insieme ;)
Forse si cita Parigi perché è la capitale e la città più importante di uno stato membro del G8 e quindi la scelta di ripubblicizzare per non può essere considerata come figlia di un pregiudizio ideologico pre-moderno?
manca un pezzo: …ripubblicizzare per erogare un servizio migliore…
Bisognerebbe conoscere meglio il modello Parigi per giudicare.
Comunque mi risulta che Parigi ha tenuto per 20 anni un socio privato, che ha fatto gli investimenti necessari, reso l’acquedotto efficiente, remunerato adeguatamente il suo capitale, quindi è uscito al termine del contratto senza stracciarsi le vesti e comunque ottenendo l’appalto per la manutenzione. Non vedo perchè noi dobbiamo fare battaglie ideologiche insensate laddove si parla di riparare tubi, costruire depuratori, ecc.
Anche escludendo dalla discussione l’ideologia sostanzialmente pre-moderna del partito socialista francese, il punto è: paragone per paragone, Londra (società privata al 100%) o Berlino (società mista pubblico-privato) sono forse meno importanti di Parigi? Marquinho, tu conosci le condizioni in cui sono adesso gli acquedotti di Parigi, quelle in cui erano venti anni fa, i soldi di cui hanno bisogno adesso, i soldi di cui avevano bisogno vent’anni fa? In base a cosa Parigi è un punto di riferimento importante e Londra e Berlino non lo sono?
hasta la potabilidad siempre!
Ma infatti il SI’ non impedirebbe le forme più varie di gestione dell’acqua: totalmente pubblica, totalmente privata, con tutte le possibilità intermedie del caso. Semplicemente impedirebbe la privatizzazione forzata di quelle realtà per le quali gli enti locali ritengono più opportuna una gestione differente.
Certo, il Sì al primo quesito (infatti io lo voto). Il Sì al secondo quesito però no, taglia fuori i privati e basta, anche come soci di minoranza. E in generale i comitati per il Sì votano Sì – lo dicono loro stessi – non perché vogliono dare più scelta ai comuni ma perché vogliono dargliene meno, eliminando l’opzione privata e l’opzione mista.
verissimo. infatti dopo lunghe riflessioni e letture (tra cui gli ottimi pezzi su questo blog) ho deciso di votare no al secondo quesito. escludere i privati del tutto non è saggio. è saggio pretendere che ci sia un’autorità che faccia sanzioni sulla qualità dell’acqua e del servizio, che tuteli i consumatori mettendo limiti alle tariffe e che sia vincolante sugli investimenti. se questa non c’è e se si decide che le municipalizzate debbano vendere una quota rilevante anche se sono efficienti, è giusto votare sì al primo quesito (anche se la gara trasparente come regola mi piace). ma se parliamo di ripubblicizzare tutto e tornare all’in house come regola, anche in presenza di clientelismo e inefficienze dimostrate, no grazie. bisognerebbe decidere volta per volta in base alle esigenze del territorio. pensiamo agli aeroporti: sono pubblici, gestiti in concessione da società pubbliche, miste, private, anche quotate, a seconda dei casi.
@santopasti
Infatti, gli aeroporti funzionano una meraviglia.
:-) non volevo aprire la parentesi del mitologico Piano nazionale aeroporti, che è sensato e sta in qualche cassetto di matteoli da mesi. comunque anche lì di privatizzare tutto con un automatismo non si parla, casomai di togliere la possibilità di finanziare i piccoli aeroporti in perdita cronica. cosa che porta indirettamente e sulla base dei conti alla privatizzazione
Io penso, anche se sembra banale, che Londra debba seguire il modello Londra, Parigi il modello Parigi, Roma il modello Roma, Sgurgola il modello Sgurgola, etc.
Per questo il primo quesito sull’acqua è sacrosanto, mentre il secondo è meno condivisibile. Cioè: il primo quesito abroga la direttiva che impone ai comuni d’Italia la privatizzazione dei servizi idrici con modalità e tempi prederminati, direttiva che metterebbe i comuni italiani in una posizione intrinsecamente debole e passiva. Il secondo quesito – a quanto ne capisco – elimina la possibilità da parte di privati di avere un utile dalla gestione dei servizi idrici, il che rende di fatto inappetibile la partecipazione privata nelle suddette gestioni. E mi pare una misura troppo prudenziale.
E’ una questione molto complessa e interessante, peccato che il momento storico attuale in Italia non permetta un dibattito pubblico aperto e dettagliato sulla questione. Ma voterò Sì anche al secondo quesito, per ragioni di pura, bieca e ottenebrata… passione politica.
Il fatto di invocare un modello è legittimo. Quelli del comitato promotore invocano il modelo Parigi perché lo ritengono il migliore. Secondo il loro punto di vista.
Di quelli che hanno visto, ed in base ai loro criteri (ripeto, i loro criteri) ritengono che sia quello che gli è parso funzionare meglio. Un modello è quindi deciso in base criteri oggettivi. Chiaro, no?
Ciò che è sbagliato pero sarebbe dire: “tu indichi la mosca bianca, ma quella una è. è sola. se fosse il modello migliore non sarebbe da sola”. Ecco su questo non sarei d’accordo. Ma qui non c’entra Parigi e non c’entra il referendum. mi proietto nell’iper-uranio.
Esempio. Io ti dico che la Germania è per me il modello nella gestione delle squadre di calcio 50-50. Tu mi dici: “scusa sarà pure bello ma se è solo lei che ha adottato quel modello, solo lei, qualche ragione ci sarà. Se no altri l’avrebbero adottato”. Vero. Ma non è che sei solo sei per forza dalla parte del torto.
Scusa per il breve passaggio per l’iper-uranio. :)
Grazie molte per la risposta.
Non sono affatto convinto che il secondo quesito significhi chiudere la porta in faccia ai privati. Non capisco perché un privato, per entrare nella gestione dell’acqua, debba per forza vedersi garantita una quota fissa (semplifico) nella bolletta in misura degli investimenti da lui praticati. Non dovrebbe accollarsi oneri e onori, profitti e rischi esattamente come in qualunque altra impresa che operi sul mercato? Tantopiù che l’acqua di fatto costituisce un monopolio locale, quindi il rischio d’impresa mi sembra molto ridotto a paragone a quello che molte normalissime aziende, grandi e piccole, si sobbarcano. Questa remunerazione garantita – a tassi che nessuna banca si sognerebbe di offrire – mi sembra un po’ un escamotage da classica “privatizzazione all’italiana” in cui i privati tendono ad accollarsi i profitti ma non i rischi, e sugli utenti finiscono per pesare sia i gravami di una situazione di monopolio, sia le esigenze di profitto del privato.
La remunerazione non è solo il profitto, sono anche gli oneri finanziari: e non è detto che debba essere al 7 per cento, la legge dice che può essere al massimo al 7 per cento. In questa quota, quella di profitti nella maggior parte dei casi oscilla tra l’1 e il 2 per cento. Detto questo, possiamo discutere di questo numero: magari è tanto, magari è poco, magari – come penso – lo si può vincolare al raggiungimento di determinati standard di qualità. Con la vittoria del Sì, però, questa discussione non si potrà fare: viene abrogata la remunerazione, fine. Quindi investimenti a fondo perduto o scaricati sulle tasse, oppure nessun investimento. Quindi comuni costretti a ricomprare le quote cedute ai privati, indebitandosi o andando in bancarotta. Eccetera.
Lettura consigliata sulla questione del 7 per cento: http://phastidio.net/2011/06/08/ancora-sullo-scandaloso-7-per-cento/
@ Francesco
Ovvio che Londra e Berlino non sono meno importanti di Parigi.
Il punto è che se una scelta “virtuosa e prudente”, secondo il sentire dei promotori il referendum, è stata fatta in una grande metropoli di un paese avanzato non si vede perché non possa essere adottata anche da noi. Perché Parigi era in condizione particolare? Quale? Come vedi è sempre possibile rigirare la frittata.
Poi per il resto quoto il ragionamento di Strade di Francia sui modelli e non proseguo oltre perché pure il sottoscritto voterà no al secondo quesito sull’acqua, semplicemente, reputo la provocazione intellettuale di questo intervento meno brillante e convincente dell’argomentazione esposta nell’articolo precedente.
Continuo a non capire perché se Parigi si affida al pubblico è una scelta “virtuosa e prudente” mentre se Londra si affida al privato o Berlino a una società mista non lo è. Non vedo perché se lo hanno fatto le grandi metropoli di paesi avanzati, queste prospettive non possano essere adottate anche da noi.
Francesco: ti ho risposto già nel mio iper-uranico intervento! :)
Capisco l’antipatia per i francesi ma cmq Parigi sarebbe anch’essa una grande capitale di un paese avanzato… :)
ma, scusa francesco, io però ci capisco sempre meno, a ben pensare.
Ma sei proprio sicuro?
Perchè, appunto a pensarci bene, ma se davvero il profitto del gestore-concessionario si aggirasse sull’1,2 %… quale privato investirebbe con questpo rendimento? ti rende di più un btp, anzi quasi un pronti contro termine…
boh non so non mi sembra credibile che un’attività di impresa possa render così poco. ‘E ben vero che trattasi di una concessione in monopolio e di un bene a rischio praticamente zero (l’acqua si “vende” da sola, non devi convincere qno a servirsene), quindi poco rischio poco rendimento; però insomma devi pur sempre impiantare (o impiegare se, come normale, già ce l’hai) una complessa organizzazione imprenditoriale… ma chi te lo fa fare per l’1%?
boh, sarà…
Ma certo che Parigi è una grande città e tutto quanto. Se non si fosse capito, questo post era un invito a non usare l’argomento-Parigi a favore della gestione pubblica delle risorse idriche, visto che ci sono città altrettanto importanti, se non di più, che utilizzano proficuamente modelli molto diversi. Persino L’Avana.
Sì ma il riferimento all’Avana è inutilmente provocatorio, l’equivalente del 2011 di “allora andatevene in Russia” rivolto agli operai in sciopero. Mica tutti i sostenitori dei 2 sì sono ammiratori di Castro e Chavez, dalle mie parti il comitato pro acqua pubblica è nato all’oratorio.
Invece rispondendo alla domanda perché il modello Parigi sarebbe prudente e virtuoso mentre Londra e Berlino no, naturalmente dipende tutto dai parametri con cui uno giudica la virtù e la prudenza. Per i sostenitori dei 2 sì io è imprudente e non virtuoso lasciar gestire l’acqua a una società controllata in tutto o in parte da una holding con sede legale alle Cayman, per gli oppositori è imprudente e vizioso che la gestione sia affidata a qualcuno che ha solo “meriti” politici.
Appunto, parliamo dei parametri, magari fornendo dati e argomenti (e non stronzate tipo quella sulle Cayman, che dimostrano ignoranza su come funziona una gara d’appalto). Che una cosa l’abbia fatta Londra o Parigi di per sé non vuol dire niente.
Proprio il fatto che possano essere citati tanti, tantissimi modelli diversi e tutti funzionanti in maniera decente è in sé un argomento: vuol dire che non c’è un modello predefinito e che l’unico atteggiamento buono da parte del legislatore è quello di lasciar libero chi è presente sul posto, definendo soltanto gli estremi e il quadro generale.
Questo però è un atteggiamento moderno tipico dello società ad alta fiducia (laddove è possibile allentare il controllo aumenta la produttività), mentre noi, come Italia, siamo un esempio da manuale di società a bassa fiducia, in cui le direttive dal centro, nella più totale sfiducia (anche a ragione, eh) di quel che può succedere se il locale viene lasciato a sé stesso, controllano, guidano, impongono.
E questo atteggiamento lo ritrovate in tante prese di posizione tanto di destra quanto di sinistra: perché non è quello il discrimine, bensì quello della fiducia.
Davvero la cosa delle Cayman è una stronzata?
Mettiamo che il gestore pubblico AA ceda il 40% alla ditta privata, – operante nel settore delle multiutility – BB Milano spa e mettiamo che BB Milano spa sia quotata in borsa. Le leggi attuali impediscono che l’azionista di riferimento di BB Milano spa possa essere la XXX srl con sede alle Cayman o nel Lussemburgo ? È una domanda reale non retorica.
Le normative antiriciclaggio obbligano le aziende che vogliono partecipare a gare d’appalto a evidenza pubblica a sottostare a determinati standard di trasparenza e fornire adeguate informazioni e documentazioni sul loro capitale.
Non mi pare che l’elaborazione sui beni comuni, che è poi quella di una parte di Porto Alegre e dell’ultimo volume di Negri (Comune), nonchè dell’universo globalproject abbia mai visto in Cuba un interlocutore, o un modello in nessun campo. Ma d’altronde la mentalità “chi non è d’accordo con me allora guardi a cosa fanno i comunisti” paga in senso antifrastico anche in questo blog.
L’acquedotto di Parigi chiaramente non serve solo Parigi, quindi quel commento sulle dimensioni della città è ovviamente strumentale.
Invece quelli di Londra, Berlino, Milano e Roma servono solo le città, vero? Il senso di questo post, com’era ovvio, non era “chi non è d’accordo con me guardi cosa fanno i comunisti” (anche perché in questo caso sono i comunisti a essere d’accordo con me) bensì “smettete di fare paragoni a cazzo di cane se volete essere presi sul serio”.
quello che conta è la controtendenza rispetto all’iter di privatizzazione dei beni comuni. l’esempio di parigi è l’esempio di una realtà che cambia rispetto ad una scelta che aveva fatto prima e segnala un (possibile?) cambio di riferimento culturale ed economico in materia di scelte sociali di questo tipo. non penso tu possa essere d’accordo con me, figuriamoci. nè sotto ogni tuo post si può sgranare il rosario dell’altermondialismo e della lotta contro il fukuyanesimo di cui sei esponente, però almeno un minimo di correttezza nel non controbattere a chi crede a un cambio di paradigma socio-economico che “ovunque c’è quel paradigma lì”.
Se quello che conta è la controtendenza di per sé, e non le sue ragioni relative a un certo territorio con certe esigenze, segnalo la controtendenza dell’Italia che apre ai privati dopo settant’anni di gestione pubblica dai risultati fallimentari. Ero contento di aver scoperto di essere esponente di una cosa che non conoscevo, il “fukuyanesimo”, ma a giudicare dal numero di occorrenze di Google (4) te lo sei inventato tu.
@Francesco: credo che ci sia un malinteso sulla frase “l’acquedotto di Parigi chiaramente non serve solo Parigi”.
Parigi amministritativamente è organizzata in modo molto diverso da Roma.
Parigi da un punto di vista amministrativo, sì che è più piccola di Roma, finisce col Phériphrique che è tipo la tangenziale romana (il GRAE è troppo grosso per essere paragonato).
Beh, è il ritardo storico dell’Italia pure sulla svolta liberista. Ma non è che ci metteremo a rincorrere profili economici che danno segnali di incamminarsi verso il macero in altre zone del mondo.
Chiaramente lo statalismo centrista della prima repubblica non è l’unica modalità di gestione pubblica delle risorse (nè dell’edilizia, nè del fisco, nè di niente di niente).
E’ la risposta alle sfide di sviluppo e crescita non è solo nella cessione completa del pallino della gestione del paese ai capitali peggio gestiti d’europa. D’altronde ciò che abbiamo già privatizzato negli ultimi decenni funziona così bene, ha dato così tanto slancio allo sviluppo e alla crescita del paese che vale la pena dargli pure qualche altre risorsa.
Mah.
P.S. Mi risulta che l’acquedotto di Berlino sia pubblico, ma potrei sbagliarmi.
*centralista.
Per la verità anche a Berlino stanno avendo qualche ripensamento sulla privatizzazione dell’acqua.
Fonte:
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-02-14/lacqua-torni-pubblica-berlino-120312.shtml?uuid=AaSQU87C
The Berliner Wasserbetriebe, a subsidiary of the holding company Berlinwasser, is an example of a public-private partnership providing water and sanitation services in Germany’s capital Berlin. The holding company Berlinwasser is owned by the city-state of Berlin (50.1 percent), the private German electricity company RWE and the private French water company Veolia Environnement. It serves 3.5 million people with water and 3.9 million people with sanitation services.
http://en.wikipedia.org/wiki/Water_supply_and_sanitation_in_Germany
Poi, se mi permetti sulla questione di merito del quesito 2. Lì dietro c’è l’idea, secondo me totalmetne fondata, che le privatizzazioni dei servizi pubblici in Italia non abbiano portato nessun tipo di beneficio e miglioramento della qualità dei servizi. Sono stati invece deleghe in bianco a catene industriali monopolistiche che hanno alzato il costo, spesso abbassando la qualità. Il quesito due obbliga ad abbandonare questa strada, di fatto imponendo sull’agenda pubblica il tema di una nuova politica di intervento statale. Se poi la risposta è: non ci sono i soldi, per quanto mi riguarda qualunque scelta che spinga a riconsiderare austerity e fisco (e quindi, modello di sviluppo) nell’ottica, seppur non sufficiente, della crescita e non della sottrazione dei diritti, è solo il benvenuto.
Dici che “le privatizzazioni dei servizi pubblici in Italia non abbiano portato nessun tipo di beneficio e miglioramento della qualità dei servizi.”
Come fai a fare una generalizzazione del genere? conosci così bene quello che è successo al servizio di trasporto pubblico di Bolzano o alle mense scolastiche di Bologna? Io no, e credo che i sindaci di Bolzano e Bologna debbano poter scegliere, come era prima del decreto Ronchi. Nessuno finora si era stracciato le vesti se un socio privato in minoranza era entrato nella società che da i pasti a scuola, o se un privato aveva vinto una gara.
“Sono stati invece deleghe in bianco a catene industriali monopolistiche che hanno alzato il costo, spesso abbassando la qualità.”
Questo denota scarsa conoscenza. La tariffa dell’acqua al metro cubo è stabilita nel contratto, che scrive comunque il controllore pubblico. Al momento l’ATO. Chi vince vince, non può alzare il costo dell’acqua.
Sulla qualità parliamone, una certa destra dice “privato è bello”, una certa sinistra dice “pubblico è bello”, poi in pochi si mettono a studiare la realtà e valutare di volta in volta. La politica seria dovrebbe perseguire quest’ultima strada secondo me. Molto faticosa…
Der Beschluss lehnte die Liberalisierung des Wassersektors ab, empfahl jedoch die Zusammenlegung kleinerer Versorgungsbetriebe, höhere Wettbewerbsfähigkeit und eine allgemeine Modernisierung des Sektors, unter anderem durch systematisches Benchmarking . [21] Im Jahr 2005 verabschiedeten die sechs einschlägigen Verbände einen Beschluss, durch den das Benchmarking gefördert werden soll auf der Grundlage einer Methode der International Water Association.
http://de.wikipedia.org/wiki/Siedlungswasserwirtschaft_in_Deutschland