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Mi piace la democrazia (o anche: cosa voterò ai referendum)

Dicevamo, quindi: qualche giorno fa scritto questa guida ai referendum abrogativi del 12 e 13 giugno e ho avuto modo di farmi un’idea più completa a riguardo. Ho delle idee, sui referendum in generale e su questi referendum in particolare. Le metto di seguito. Questo è un post lungo, come lunga era la guida ai quattro quesiti. Sono faccende complicate e su cui è complicato esprimere valutazioni nette e non argomentate: diffidate da chi lo fa, qualunque sia la sua posizione.

I referendum in generale
Non sono un fan dell’istituto referendario, salvo alcune eccezioni. Per due ragioni. La prima è la vecchia e nota questione della democrazia rappresentativa, che continua a piacermi molto più della democrazia diretta, con tutte le sue distorsioni populiste. Esprimere un voto consapevole su almeno tre dei quattro quesiti referendari, quelli sull’acqua e sul nucleare, richiede conoscenze precise e approfondite. Non sono cose che ci si può far spiegare dai comici. Non ci si può far convincere dai bannerini su Facebook, né dagli slogan e dalla propaganda. Per votare bene bisogna avere quelle conoscenze o bisogna avere voglia di farsele, con umiltà e disponibilità a cambiare idea. Davanti all’oggettiva complessità delle questioni e alle balle che circolano – sappiate, per dire le più grosse, che non si vota né sulla privatizzazione dell’acqua né sull’introduzione dell’energia nucleare – la cosa che mi ha più sconfortato è stato vedere come in questa occasione la sinistra ha surclassato la destra in quanto a bugie, slogan ingannevoli e propaganda senza scrupoli. Surclassato, proprio senza paragone. La stessa cosa è accaduta col nucleare, dove con l’incidente di Fukushima – e anche dopo – abbiamo assistito al triste attecchimento a sinistra della propaganda sulla paura. E a me non piace quando la sinistra per battere Berlusconi usa gli strumenti di Berlusconi.

Mi piace la democrazia
La seconda ragione per cui non mi piacciono i referendum è che a me piace la democrazia. In una democrazia i cittadini sono chiamati periodicamente a eleggere un Parlamento e, di conseguenza, un governo. Lo fanno sulla base dei loro programmi, dei loro progetti, delle loro esigenze e delle loro priorità. Uno dei cardini fondamentali della democrazia è il fatto che questa scelta avvenga con una certa periodicità: in Italia almeno una volta ogni cinque anni. Questo perché, tra le altre cose, si presume che cambi l’elettorato, che cambino le sue priorità, che possano cambiare le sue opinioni, che possano cambiare le condizioni del Paese e i progetti che gli sono necessari. La democrazia ci dà il diritto di cambiare idea almeno una volta ogni cinque anni su quasi qualsiasi argomento, sulla giustizia, sull’energia, sulla scuola, sull’economia. E ci mancherebbe altro.

Ora, per fare un esempio: quando nel 2009 il governo Berlusconi ha deciso di reintrodurre il ricorso all’energia nucleare, molti antinuclearisti hanno detto che non ne aveva diritto perché con il referendum del 1987 gli italiani si erano espressi contro il nucleare. Ventidue anni prima. Come se nel frattempo non fosse cambiato nulla: il paese, gli italiani, la scienza, l’energia. Altro esempio: quando un governo progressista si deciderà a cambiare la sciagurata legge 40, quella sulla procreazione assistita, i conservatori diranno che gli italiani quella legge la vogliono, visto il fallimento del referendum sulla questione. Altro esempio: se la sentenza della Corte Costituzionale sul lodo Alfano fosse arrivata dopo il proposto referendum sul lodo Alfano, forse oggi avremmo ancora il lodo Alfano. Lo so, dopo cinque anni una questione oggetto di referendum – e rigettata – può essere affrontata nuovamente. Ma sappiamo tutti che politicamente non è così, e che essere sopravvissuta a un referendum popolare rende una legge molto più complicata da modificare o addirittura abrogare. No, grazie. Meglio la democrazia.

Sempre per questa ragione, andrò a votare. Nonostante ad alcuni quesiti voterò No e nonostante i miei No varranno praticamente come dei Sì, dato che il raggiungimento del quorum è in bilico molto più del risultato finale. Io non baro. Se la questione non mi interessa non voto, se la questione mi interessa e sono contrario voto No. Mi piace la democrazia.

I quesiti
Voto Sì al primo quesito sull’acqua, non perché abbia qualcosa in contrario all’ingresso dei privati nella gestione delle risorse idriche, anzi, ma perché – mi piace la democrazia – vorrei decidessero gli enti locali il come e il quando, mentre il decreto Ronchi indica delle scadenze precise che valgono praticamente per quasi tutti. Questa legge non è uno scandalo, ma il vuoto creato dalla sua abrogazione sarebbe colmato da normative europee che non escludono affatto i privati e anzi mi sembra realizzino un sistema più equo e liberale.

Voto No al secondo quesito sull’acqua perché l’Italia non è il Venezuela, fortunatamente. I privati possono avere un valido ruolo nell’erogazione dei servizi pubblici, entro certe regole: ma una cosa è definire queste regole e un’altra è cacciare tutti i privati tout court, persino quelli che ci sono già, sulla base di qualche slogan e un’ideologia astratta e sconfitta. Provo sincero dispiacere per Bersani, Di Pietro e i molti progressisti e democratici che da qualche settimana si sono costretti a fare campagna contro una norma di basilare responsabilità e buon senso – migliorabile, certo, vincolandola agli investimenti – che spesso loro stessi hanno voluto, approvato e sostenuto, e la cui abrogazione porterebbe conseguenze disastrose per i Comuni e per la collettività. Per incassare, forse, un magro dividendo tra una settimana, si stanno giocando la possibilità di far crescere il loro elettorato e governare bene questo Paese, un giorno non troppo lontano. Oltre che un pezzetto di faccia.

Voto No al quesito sull’energia nucleare. Io sono contrario a tornare al nucleare – oggi, in Italia – ma non voglio che una decisione presa adesso condizioni la politica energetica del Paese per vent’anni: mi piace la democrazia. Grazie al bizzarro intervento della Cassazione, poi, quel quesito non ha più niente a che fare con l’energia nucleare. Bisognerà parlare anche di questo, a un certo punto: del fatto che in questo paese è possibile riscrivere e stravolgere i quesiti referendari a due settimane dal voto, anzi, a voto in corso.

Voto Sì al quesito sul legittimo impedimento, anche questo riscritto dalla sentenza della Corte Costituzionale. A me la legge in questione va bene così come l’ha riscritta la Corte: il principio del legittimo impedimento – istituito dal codice di procedura penale e non da Berlusconi – si applichi nello stesso modo a tutti i cittadini, ministri o non ministri. Non mi piace che i referendum su questioni puntuali finiscano per diventare dei voti simbolici, dei sondaggioni, ma mi piacciono ancora meno i presidenti del Consiglio che si fanno le leggi per risolvere i propri problemi: mi piace la democrazia.