La guida ai referendum
Cercavo un articolo che spiegasse in modo più chiaro possibile i termini dei quattro referendum abrogativi del prossimo 12 e 13 giugno, e non l’ho trovato. Allora ho provato a scriverlo io e ne è venuto fuori questo. Sono benvenute tutte le correzioni del caso, sperando che siano poche.
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Poi dichiarerai anche cosa voti qui sul blog? (Anche se di un paio si intuisce già).
sul referendum giallo:
Mi sfugge il perchè dell’obbligo di riacquisto delle quote da parte delle Ato.
Il 7% di remunerazione non è sulla tariffa, ma sul capitale investito e sugli *eventuali* investimenti in conto capitale.
Il venire meno della remunerazione del 7 per cento fa venir meno i contratti sottoscritti, che diventano illegali. Progressivamente saranno sciolti e a meno che un privato decida di fare il benefattore, cioè investire a fondo perduto, le società che gestiscono le risorse idriche dovranno tornare al 100 per cento sotto il controllo degli ATO.
(Arnaldo, sì, farò dichiarazione di voto motivata nei prossimi giorni: mi dispiace che qualcosa si sia capito, ho cercato in ogni modo di essere neutro)
C’era un “legittimamente” molto liberal e poco neutro nella scheda sul nucleare.
Per il resto, perfetto come sempre. Sogno un giorno di vederti condurre una nuova edizione de Il fatto su rai uno al posto di quel ciccione sgonfio che c’è oggi.
Faccio notare che l’articolo in questione ha avuto 49 retweet ed un migliaio di consiglia su facebook.
Segno che è ben scritto e che se ne sentiva la necessità.
Qualcuno segnala che i toni dei sostenitori dei 4 sì sono eccessivi, in particolare sotto accusa è il video di Celentano, simbolo di una tendenza al terrorismo psicologico.
Costa parlerebbe del berlusconismo degli antiberlusconiani.
Sì, c’è del vero in tutto ciò.
Però è anche vero che da 20 anni a questa parte (dai quesiti su caccia e pesticidi del 1990) chi si oppone ad un referendum non si batte per il no, ma cerca di vincere facendo saltare il quorum sapendo già che comunque esiste una grande fascia di persone (apatici, malati, impediti, vacanzieri) che non andrà in nessun caso a votare.
I comitati per il no, sono sempre comitati per l’astensione.
Dopo la figuraccia di Craxi del ’91 però non si ha il coraggio di dirlo apertamente e allora si usa la tattica del non dire/fare niente per mantenere bassa l’attenzione dell’opinione pubblica: nessun manifesto, nessun intervento sui media, nessun incontro, nessun faccia a faccia per convincere gli indecisi.
Insomma si rifiuta il confronto sperando nel silenzio.
Non ci si lamenti però se poi la scena è occupata solo dagli “urlatori”.
Una possibile soluzione al “problema” del quorum, da nfA:
http://tinyurl.com/6evramw
C’è qualche imprecisione nella spiegazione del primo quesito.
1) è assolutamente necessario precisare che il quesito riguarda tutti i servizi pubblici locali (dallo sfalcio del verde pubblico, alla manutenzione delle strade, alla gestione dei cimiteri, per dirne alcuni), e non solo la gestione dell’acqua;
2) “un’azienda pubblica che selezioni con gara un’azienda privata cui cedere almeno il 40 per cento della società”; non è l’azienda pubblica a selezionare con gara una società privata, ma è l’ente pubblico a dover costituire appositamente una nuova società mista (o a riciclare la precdente società privata), pensionando la società pubblica che eventualmente gestiva il servizio;
3) la gestione con società pubblica (c.d. in house; società totalmente pubblica (100%) su cui l’ente esercita il c.d. controllo analogo (ovverosia la domina integralmente come fosse una branca di sè)) non è bandita per sempre, ma limitata a casi estremi e marginali, in cui non sia possibile ricorrere al mercato privato, secondo le regole del d.p.r. 168/2010;
4) “Il decreto Ronchi, quindi, non privatizza la gestione delle risorse idriche ma stabilisce che queste possano essere affidate, tramite gare, anche ad aziende private”; il 23-bis fa di più: dice che DI REGOLA la gestione dei servizi va affidata con gara pubblica (o al limite con PPP); la giurisprudenza ha però detto che il comune può sempre gestire il servizio da solo (c.d. “in economia”) con proprio personale, mentre non può creare una società per gestirlo senza incontrare i vincoli del sistema pubblico;
5) “Le amministrazioni possono comunque chiedere una deroga e affidare la gestione a imprese totalmente pubbliche”; non è così chiaro né certo. Gli enti locali devono fare uno studio di mercato per vedere se è davvero impossibile gestire il servizio con gli strumenti ordinari (economia; gara; PPP) e poi chidere un parere (non vincolante) all’Autorità garante commercio e mercato. Cosa succeda poi è incerto: l’Ente può, anche con parere negativo, perseverare, salvi ricorsi.
6) “società pubbliche controllate al 100 per cento dagli enti locali, che hanno anche compiti di indirizzo e controllo”; Gli enti non hanno (o dovrebbero avere) compiti di “indirizzo e controllo”, ma ben di più: un “un controllo analogo a quello che esercita sui propri servizi”, anche definito “controllo assoluto”. Ovevrosia, la soc. in house è come fosse parte organica dell’ente.
7) inoltre la società in house ha il vincolo di lavorare in modo assolutamente maggioritario con il proprio costitutore pubblico, sotto il profilo qualitativo e quantitativo.
8) ma il discorso diventa complicatissimo, la società affidataria diretta del servizio dal comune (senza gara o PPP) va incontro a numerosi vincoli (comma 9) per evitare ce si creino rendite di posizione o che la società vada a fare concorrenza a privati beneficiando della garanzia di infallibilità (la parte pubblica che vi pompa denaro dei contribuenti).
9) “se vince il sì” –> le conseguenze sono più dubbie. Quasi sicuramente nessun ente locale che oggi gestisce in house cederebbe alcunché, dato che non vi sarebbero norme chiare ad imporglielo (i principi di sfavore verso l’in house rimangono ché sono comunitari); si resterebbe, quindi, in nella attuale situazione di violazione sostanziale ma non formale delle regole; mi permetto un giudizio: in caso di abolizione, manterremo le in house attuali come sono.
10) “In caso di vittoria del No, gli ATO che non hanno ancora proceduto ad affidamento”; affidamento è ambiguo (ma è ambiguo il lessico del 23-bis), direi “conferimento con gara o tramite PPP”.
Ci sarebbe anche altro, ma già così lo sproloquio è troppo lungo.
Grazie mille per l’intervento, l’ho trovato utilissimo.
Però non mi è chiaro questo passaggio, che mi pare in contraddizione con il resto:
“In caso di vittoria del No, gli ATO che non hanno ancora proceduto ad affidamento, o hanno affidato la gestione del servizio idrico a società a totale capitale pubblico, dovranno trasformarsi in società miste con capitale privato almeno al 40 per cento entro il 31 dicembre 2011.”
Ma non si era detto che le possibilità erano indizione di gara pubblica, soluzione PPP, o gestione in house?
Perché da quel periodo sembra che siano tutti costretti ad affidare la gestione dei servizi a società miste…
Con la vittoria del No la legge rimane così com’è, quindi – salvo deroghe – il modello in house non è più un’opzione.
Ecco altre informazioni sul referendum riguardante il nucleare.
http://generazioneprecaria.wordpress.com/2011/06/10/verso-i-referenda-nuclear-impossible/