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Sulle primarie

Da giorni, anzi, da settimane, mi riprometto di scrivere qualcosa sul dibattito che negli ultimi tempi ha in qualche modo coinvolto dirigenza ed elettorato del PD, quello sulle primarie. E da giorni, anzi, da settimane, non ci riesco. Un po’ per noia: capirai, ancora a parlare di primarie, non ce la posso fare. Un po’ perché anche quando mi metto lì a pensare qualche minuto, avverto una sensazione singolare: non mi viene una sola cosa che valga la pena scrivere, eppure so che se cominciassi ne avrei per cinque pagine. Non essendo io il segretario del PD, si tratta della classica sensazione per cui dopo due minuti passo a fare altro.

Una delle ragioni per cui parlare della faccenda primarie mi risulta così faticoso è quel fenomeno che avevo descritto quando si parlava della visita di Renzi ad Arcore. Ci sono molte persone affezionate al centrosinistra, che votano e lavorano per il PD per fiducia, abitudine storica e mancanza di alternativa: fanno un gran lavoro, rompono moderatamente le scatole e meno male che ci sono. Poi ci sono molte persone interessate e mediamente informate sulla vita interna del partito, solitamente con dei punti di riferimento e delle idee chiare e immutabili. Dovrebbero essere la benzina, il motore, magari lo sono anche: però passano gran parte del loro tempo impegnati in una perenne campagna elettorale contro quelli dai punti di riferimento e dalle idee opposte, sempre all’interno dello stesso centrosinistra e dello stesso PD. Una specie di opinionismo diffuso. Io trovo normale che in un partito democratico si formino sodalizi e alleanze tra persone con simili opinioni sulle cose, e trovo normale che questi si diano da fare per farle diventare maggioritarie. Ho qualche problema in più quando accade il contrario: quando è la scelta della corrente a determinare le posizioni su qualsiasi dibattito – quello sulle primarie, ma anche altri molto più seri – anche a costo di cadere in contraddizioni e in incongruenze.

E quindi in realtà persino l’utilizzo del termine dibattito per descrivere quello che accade dentro il PD è improprio. Salvo qualche eccezione, non è un dibattito: è una guerra livorosa tra gente che pensa il peggio l’una dell’altra, i veltroniani dei dalemiani, i dalemiani della societàcivile, la societàcivile dei dalemiani, i vendoliani dei bersaniani, i dipietristi dei bersaniani, i dalemiani dei dipietristi, i vendoliani dei bersaniani. Tutti sempre pronti a brandire dichiarazioni e articoli di giornale contro i propri avversari, senza farsi troppi scrupoli e soprattutto senza farsi troppe domande. Vale anche per la discussione sulle primarie: per le posizioni degli entusiasti, che spesso appunto non riescono ad andare oltre l’entusiasmo, e per quelle degli scettici, che spesso non riescono a immaginare una strada diversa da quella che già hanno percorso. Comunque, vedete? Ero partito per parlare delle primarie, siamo arrivati a parlare di tutt’altro. Quindi mi fermo qui e vi dico cosa ne penso della questione primarie, facendo finta che quanto sopra non esista. Breve e senza fronzoli.

Le primarie sono – insieme al Partito Democratico – l’unica vera idea avuta dal centrosinistra dal 1994 a oggi. Dipendesse da me: maggioritario a doppio turno, collegi uninominali, elezioni politiche precedute da primarie di collegio obbligatorie e regolate dalla legge. Non dipende da me, però. Fuori da uno schema di questo tipo le primarie perdono molto del loro senso. Si possono certamente fare – e io mi auguro davvero che si facciano – per comporre le liste elettorali, finché queste rimangono bloccate: sia dia alla segreteria nazionale il compito di scegliere i capilista, per il loro valore simbolico e politico, e gli altri si giochino il posto in una consultazione aperta. Le primarie per eleggere il segretario del partito sono un’idea visionaria e dai molti rischi, ma le terrei. Le primarie per i candidati alle cariche monocratiche – presidente del consiglio, presidente della regione, presidente della provincia, sindaco – possono avere senso solo ad alcune condizioni, secondo me, una su tutte: che prima si discuta il programma. Ma che lo si faccia sul serio, non tanto per dire. Prima si fa il programma: sulla base del programma si fanno le alleanze: sulla base delle alleanze si sceglie il leader: se i partiti che compongono l’alleanza sono d’accordo, il leader si sceglie con le primarie. Mi sembra che questo schema possa funzionare, per quanto presenta degli altri rischi.

Esiste per esempio la possibilità che uno dei partiti dell’alleanza non sia disponibile a fare le primarie. Domanda non retorica: vale la pena far saltare un’alleanza con un partito col quale si è d’accordo sul programma, su cosa fare per l’Italia, perché questo non vuole fare le primarie? Secondo me non ne vale la pena. Il PD può impegnare sé stesso a fare le primarie sempre, se pensa abbia senso, ma non può costringere gli altri e non può nemmeno pensare che la disponibilità a fare le primarie sia la condizione irrinunciabile per allearsi con qualcuno. È il problema posto da Bersani qualche settimana fa: se l’UdC non vuole fare le primarie, mica possiamo costringerli. Bersani in realtà elude il nodo fondamentale – dobbiamo allearci con l’UdC per fare cosa? – ma pone una questione che esiste e andrebbe affrontata seriamente, senza isterie, foprattutto quelle piuttofto ftrumentali.