La condiscendenza no
Quando si pensa di aver subìto un grave torto, c’è una ragione fondamentale, tra mille altre, per cui strumenti come lo sciopero della fame, lo sciopero della sete e le minacce di suicidio dovrebbero essere utilizzati davvero solo e soltanto come extrema ratio, come ultima e unica strada a disposizione quando si pensa di aver già percorso tutte le altre strade possibili: perché è prepotente.
Con questo non vuol dire che farlo sia sbagliato per definizione: la storia purtroppo è piena di persone che si sono trovate costrette a utilizzare forme di protesta così estreme perché colpite da ingiustizie e vessazioni altrettanto estreme. Ma è prepotente, perché sposta il piano della discussione: prima ci si divide tra chi pensa che una persona ha torto e chi ha pensa che una persona ha ragione, dopo ci si divide tra chi vuole che una persona viva e chi vuole che una persona muoia. Quando si decide di cominciare uno sciopero della fame o si minaccia il proprio suicidio, si dà alle proprie ragioni un valore grande al punto da ritenere sostenibile scaricare deliberatamente un tale gigantesco peso su chi non è d’accordo con quella causa: non già quello del torto, ma anche le responsabilità indirette del non mangiare, del non bere, del morire.
Come si fa a discutere con una persona che minaccia di togliersi la vita, se non le viene data ragione? Quante premesse bisogna fare prima di alzare il ditino e pacatissimamente, con mille premure, dirle che sta esagerando? Nel caso di Paola Caruso, di cui oggi si parla molto in rete, quanti anni di precariato bisogna avere alle spalle per avere titolo di dire un però senza sentirsi un infame o senza essere accusati di essere un infame col culo al caldo? Quante persone a cui vuoi bene devono aver passato analoghi drammi per avere il diritto di alzare quel benedetto ditino?
Paola Caruso ha subìto una grave ingiustizia, perché di grave ingiustizia è la situazione di milioni di persone in Italia che lavorano come le altre ma private di ogni diritto, di quello di ammalarsi, di quello di fare un figlio, di quello di andare in vacanza. E questa è una condizione frustrante, che genera comprensibili ansie, preoccupazioni sul proprio presente e sul proprio futuro, sulla sorte della propria vita e dei propri sogni. Questo dovrebbe spingere tutti – soprattutto chi la conosce – a confortarla e, chi può, ad aiutarla. Pensare però che per aiutarla sia necessario dare ragione a qualsiasi cosa dica o peggio ancora faccia, in modo completamente acritico, è farle un torto grave, danneggiarla deliberatamente: è il contrario del volerle bene.
Matteo Bordone ha scritto un post perfettamente argomentato, con la spericolatezza di chi sa che sta per infilarsi in un casino, e ha spiegato perché le rivendicazioni di Paola Caruso, al di là della sua iniqua condizione di lavoratrice, simile a quella di milioni di persone, sono molto discutibili. Gli sono già arrivate un sacco di risposte, nessuna a confutare nessuna delle cose che ha detto: solo robe sgradevoli e astiose. Ed è questa la cosa che oggi mi ha preoccupato molto. Dove una forma di protesta così estrema e prepotente avrebbe richiesto piedi di piombo e approfondimenti, la solidarietà e il sostegno per Paola Caruso sono stati istintivi e acritici: nessuno si è preoccupato di capire se fosse vero che la persona che lei dice essere stata assunta al suo posto è davvero un “pivello”, come lei lo definisce, o un “raccomandato”, come insinua; nessuno si è preoccupato di capire se questo fosse stato assunto, come dice lei, o se gli è stata offerta una semplice collaborazione, come dice De Bortoli; nessuno si è preoccupato di capire perché Paola Caruso chiedesse addirittura un contratto articolo 2, che non è un semplice contratto giornalistico ma il contratto più florido, raro e da privilegiati che sia possibile avere in Italia se fai il giornalista; nessuno si è preoccupato di capire quali strade Paola Caruso ha tentato prima di questa così estrema. Il direttore del Corriere della Sera ha detto che non gli ha mai nemmeno chiesto dei chiarimenti: forse era una cosa che si poteva fare, prima di smettere di bere e mangiare. Altri le hanno consigliato di fare causa all’azienda: forse anche questa era una cosa che si poteva fare, prima di smettere di bere e mangiare.
La rapidità con cui un pezzo di rete italiana si è mobilitata per Paola Caruso è stata ammirevole, ma ha avuto e ha tutt’ora un preoccupante tono da missione divina. E in questa sindrome di accerchiamento, in questo rispondere alle critiche con argomenti nel migliore dei casi pretestuosi, nel peggiore bugiardi e vigliacchi (molti si possono leggere qui), non ho visto calore, ma rabbia. Ho visto la solidarietà cieca e irragionevole delle mamme che pensano che i maestri dei propri bambini siano dei pedofili, se avete capito il genere.
Alcuni hanno detto “sì, ma noi Paola la conosciamo”. Appunto. Noi che non la conosciamo diciamo queste cose col groppone, perché arriverà tra poco chi scriverà che siamo dei vili, o che siamo invidiosi, o che siamo insensibili, o che abbiamo il culo al caldo, o magari che preferiamo che Paola Caruso muoia. Voi che la conoscete, invece, e le volete bene, e non avete bisogno di fare premesse prima di alzare il ditino, avete il dovere di fare la cosa giusta, la cosa migliore da fare in un caso del genere, la cosa che io vorrei che un mio amico facesse con me, se fossi nella situazione di Paola Caruso: farmi compagnia, darmi una mano con le cose di cui ho bisogno, dirmi di non fare cazzate, se necessario a muso duro. Anche darmi un ceffone, se necessario: di quei ceffoni che possono dare solo certi amici. La condiscendenza no. La condiscendenza no.
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Francesco, e questa conclusione: “Ho visto la solidarietà cieca e irragionevole delle mamme che pensano che i maestri dei propri bambini siano dei pedofili, se avete capito il genere” tu invece la proponi come base di una riflessione pacata?
Nel merito: in Italia viviamo da anni in una situazione insostenibile, in cui tantissime persone vivono senza diritti e senza speranze. E’ inevitabile che qualcuno perda la calma e faccia gesti estremi. E quando qualcuno lo fa penso che sia sciocco spaccare il capello sulla goccia che ha fatto traboccare il vaso o sul caso specifico. E’ l’occasione per riflettere su un problema che è drammatico, e spesso ancora più drammatico, per molti. Resta comunque il fatto che senza questo gesto non staremmo qui a parlare di precarietà.
Quoto mattiaq, questa conclusione è infelice e contraddice il tono di un post che peraltro ho trovato interessante, come quello di Bordone (pur non condividendolo del tutto).
Anche bollare *tutti* i commenti al post di Bordone, in blocco, come sgradevoli e astiosi (e stupidi, perché dici che non portano argomentazioni quindi devo dedurre che li giudichi stupidi): pessimo, anche perché non è vero.
A parte questo, ripeto, punto di vista utile e interessante.
Però saranno neanche 24 ore che si parla di questa cosa e da entrambe le parti ci sono già gli ultras. Questo mi rattrista.
Si, sono d’accordo con mattiaq. Da un punto di vista formale Francesco tu potresti avere pure ragione, ma secondo me troppo spesso perdi di vista il lato umano delle vicende. Sei monolitico in quel che sostieni, sei bravo.. però anche basta, davvero. C’è bisogno di solidarietà. Noi qui si è un po’ stanchi. Davvero.
Francesco, onestamente. Rispetto la tua opinione e quella di Bordone, ma fatevi un giro entrambi sui commenti al suo post. Ce ne sono parecchi (veramente parecchi) di bene argomentati, né ho visto insulti liberi e manifestazioni di odio a prescindere, come presupponevo dopo aver letto questo commento.
Quello che ho visto è stanchezza per quel mondo, dubbi sull’azione della sig.ra Caruso, e via dicendo. Quanto all’amico che ti dà il ceffone e alla condiscendenza: mi sembra che di condiscendenza, parecchia, ne abbiano avuta al Corriere lasciandola a contratto a termine per 7 anni. Tipo. Che poi il metodo scelto non sia il migliore: sono d’accordo. Ma se c’è stata questa mobilitazione è perché evidentemente molti che hanno subito situazioni anche vagamente analoghe hanno provato empatia.
E questo è un dato politico, sociale, che prescinde dal singolo caso. Sul quale ho i miei dubbi (anche grazie ai vostri post), però insomma. Non perdete di vista il resto del mondo perché state osservando il caso specifico.
C’era una cosa che non mi tornava in tutta questa storia: lo sciopero della fame è un modo per dire: sono disposto a morire per questa cosa. Vi do qualche giorno per ripensarci, poi ciao. Ecco, io una cosa del genere penso che sia giusto farla per gli altri, per un principio. Cioè, preferisco morire che essere precaria è una cosa comprensibile, ma non nobile.
Proprio per la sua natura simbolica penso che sia una cosa da usare alla fine e per sollevare un dibattito. Voglio dire, andando dal giudice quattro anni fa alla fine dei 36 mesi, non avrebbe ottenuto lo stesso risultato?
Poi se servirà a sollevare un forte dibattito sul precariato e casomai a farlo regolare in modo diverso per legge allora sarà stato utile. Solo che se lo scopo è questo, il tempo è opinabile dato che per risolvere la questione precariato ci vuole una legge e questo governo non è nelle condizioni di prendere decisioni importanti e controverse.
Insomma, se ci penso mi pare una cosa che lei ha fatto per se stessa. Comprensibile, ma un utile solo a lei stessa. Poi casomai ricorderemo questa cosa come l’inizio della riscossa dei precari e allora mi rimangio tutto.
Emidio, sta anche a noi portare questa battaglia da un gesto di disperazione di un singolo a una lotta in difesa dei diritti di tutti. Poi in alternativa possiamo anche smontare la cosa chiedendoci cosa vuole questa che in fondo è una privilegiata e condannando lei e anche tutti quelli che stanno ancora peggio e la forza di ribellarsi non la trovano.
Mattiaq: quoto. Se siamo noi a non approfittare di occasioni come questa per far avanzare il dibattito, non so chi potrebbe. Poi parlo da persona “con il culo al caldo”, per carità, però insomma..non cogliamo quasi mai il momento.
Vabbe’, siamo all’ossimoro. Tralascio per carita’ di patria la pochezza della difesa d’ufficio di Bordone – dato che critiche argomentate a quel che sostiene ne ha ricevute eccome, contrariamente a quanto scrive Costa. Faccio invece notare che e’ vero quel che dice Costa, e’ cioe’ che in tutto questo casino di Paolo Caruso non si sanno parecchi cose. Ad esempio, chi e’ il “pischello” neo-assunto, che tipo di contratto e che remunerazione ha avuto Paolo per 7 anni (dice di averne fatti 4 da freelancer, poi passata a co.co.pro), se si sia o meno rivolta ad avvocati o all’Ordine. Insomma, di spazio per fare informazione ce ne sarebbe, ma vuoi mettere? Da fiato alle trombe del giudizio, a cavallo contro le orde degli stolti, e’ immensamente piu’ divertente.
“Il culo al caldo” – Non so davvero quale sia il tono e l’approccio “giusto” su questa vicenda.
E’ scandaloso quanto ordinariamente messo in atto dalle aziende verso i lavoratori mediante il meccanismo del precariato ma è altrettanto scandalosa l’attuale legislazione sul lavoro che garantisce i garantiti e se ne frega di tutti gli altri senza consentire la necessaria flessibilità (alle aziende ed ai lavoratori) nel reinventarsi, giorno dopo giorno, il lavoro stesso.
E’ questo il lavoro vero, nulla di stabile come i vetero-sindacalismi ci han voluto far credere, ma il reinventarsi ogni giorno, in fondo senza garanzia altra che quella della proprie capacità garantendo però a tutti i meccanismi di tutela per chi “cade” lungo il percorso.
Non entro nel merito della vicenda di Paola, non so quali frustrazioni, angosce e pressioni da parte dell’azienda siano state causa di tale enorme reazione.
Se lei stessa ritiene di aver subito il torto di una vita potrebbe esser giustificabile per lei il metterla in gioco.
L’unica cosa che possiamo fare noialtri è fare in modo, mediante anche il dibattito politico sulla riforma dell’attuale mercato del lavoro italiano, che non ci siano più altre Paola spinte così in fondo all’estremo da ritenere sensato uno sciopero della fame anzichè un mero ricorso al giudice del lavoro.
Si tenga conto altresì che per le micidiali e quelle si efficaci reti di auto-protezione delle aziende mediante i meccanismi (quelli si di social network ante litteram) del ricorso alle “informative occulte” procurate dalle persone delle Human Resources (i veri kapò delle aziende attuali), chi si rivolge al giudice del lavoro è poi automaticamente bannato e fuori a vita da quei circuiti lavorativi.
Sono d’accordo con Venturini: come si fa a etichettare tutti i commenti al post di Bordone con “un sacco di risposte, nessuna a confutare nessuna delle cose che ha detto: solo robe sgradevoli e astiose”? Come minimo ci si dovrebbe accorgere che molti danno ragione a Bordone, e lo fanno in modo “sgradevole e astioso”, a volte cinico nei confronti di Paola Caruso. Alcuni invece obiettano a Bordone con argomenti non inossidabili (non ce ne sono, nell’ambito dell’opinione), ma validi.
Solo qualche breve considerazione. Non credo che uno faccia lo sciopero della fame per qualsiasi altro motivo se non la disperazione. Lo sciopero della fame è autodistruttivo, ed una decisione razionale(per ovvi motivi non inconscia) che porta a questi risultati certamente è sostenuta da ideali (o contingenze) determinanti (insomma non siamo innanzi ad una bambina che frigna perché non le comprano i dolci). Trovo sgradevole, e un pizzico melensa (o retorica?) la parte dell’amico e del ceffone, che non ha nulla a che vedere con la situazione. Ci sono sogni(futuro), desideri (famiglia, viaggi, serenità etc), bisogni (avere un figlio per una donna è un bisogno in molti casi)e mille altre cose che oggi possono essere garantite o portate avanti solo con uno stipendio certo; nel momento in cui questo manca subentra una forte crisi, è scontato!Vorrei anche ricordare di passaggio che oltre lo stipendio non abbiamo certezza di una pensione. In una realtà come questa descritta, non trovo nulla di eccezionale nella scelta di Paola o di poco condivisibile. Ha scelto una via forte di lotta che non lede il prossimo (a differenza dei rivoluzionari), non è un eroina moderna, ma una vittima delle circostanze.
Secondo me non c’è bisono di entrare nel merito della storia di Paola, e non ne abbiamo nemmeno i mezzi, dal’esterno. Ma come mai non ti sei chiesto il motivo di tanta solidarietà? Forse perché il problema del precariato comincia a essere insostenibile? Forse le sue richieste sono eccessive, come dite voi. Ma è diventata un’ingiustizia ormai insopportabile la spaccatura insanabile che circola in Italia oggi tra assunti-all’epmpire-degli-intoccabili e poveracci figli di un dio minore, senza nessun diritto e con una paga da fame? Il problema che pone la storia di Paola è che per troppo tempo quelli col culo al cando hanno fatto finta di non vedere. Ora i figli di un dio minore cominciano a chiedere che si potrebbe anche dividere un pochino più equamente la torta, no?
p
scusate, volevo scrivere della spaccatura troppo profonda tra gli assunti-all’empireo-degli-intoccabili e poveracci figli di un dio minore che non hanno diritti e vengono pagati con compensi da fame. una situazione vergognosa che ti dovrebbe far borbottare molto di più rispetto all’opportunità della scelta di un singolo, Paola in questo caso.
http://visone.wordpress.com/2010/11/16/paola-caruso-e-il-suo-sciopero-della-fame-quando-era-a-dieci-corse-tra-le-braccia-del-corriere-della-sera-da-precaria/
Il post segnalato qui sopra mi sembra ipocrita e cattivo. Pieno di argomentazioni infami che altro non sono che letame. Il merito della questione Caruso c’entra davvero poco. E ha ragione da vendere sulla precarietà: perché fate finta di non capire? Non è giusto essere precari a vita. Cos’è, c’è paura per il culo la caldo degli “assunti” all’empireo degli inamovibili? Lo ripeto: non si può più tollerare la sfacciata divisione tra iper protetti con contratti bunker e sfruttati con paghe da fame e nessun diritto. E’ proprio vero che questo del giornalismo è proprio un brutto ambiente. Ma dove ce l’avete l’umanità? E dove l’empatia verso i più deboli? Guarda un po’ sempre dalla parte dei forti e già protetti: complimenti.
E poi chi ha scritto il post segnalato qui sopra a questo commento si lamenta dei personalismi di una donna che cerca di cambiare le cose, e lotta per sé stessa (e fa bene, aggiungo io. Quelli che non lottano forse sono solo più stupidi e meno coraggiosi, peggio per loro). In realtà tutto questo post sembra un vecchio e personalissimo rimosso verso l’ex collega. Insomma, mi sembra qualcosa di non superato a livello personale, un vecchio rancore. Peggiorato dall’ipocrisia di non usare per se stessi lo stesso parametro che si usa per gli altri, e dall’acidità del cattivismo per cui a molti italiani rimane più facile solidarizzare coi potenti, anche se laidi, che con le vittime.
E poi, Pino, invece sì dovresti protestare pure tu. E pure tutti gli altri pecoroni come me e come te. Invece di tirare fuori roba vecchia e personalissima, perché non approfittare del gesto di Paola e portare avanti delle rivendicazioni? Magari le cose vanno sempre peggio anche perché, MOLTO EGOISTICAMENTE, nessuno si ribella, pensa per sé e tira a campare. Tu dici che quella di Paola è una battaglia personalistica. Ma anche i pecoroni pensano solo a loro stessi, e sperano che stando a pecora un giorno qualcuno li assuma. Invece facciamo comodissimo così e non ci assumeranno nemmeno se gli lustriamo le scarpe con la lingua. Quindi tanto vale lottare.
Ti ho risposto in merito nei commenti al blog. Scusami, ma la polemica e le insinuazioni non mi interessano. Ciao