La crisi dei giornalisti

Di scioperi di giornali e giornalisti ce ne sono diversi ogni anno, per le ragioni più disparate. Quello del Corriere di oggi e domani non fa eccezione, ma la lettera di Ferruccio De Bortoli ai giornalisti ha il merito di mettere in evidenza quella che è indiscutibilmente una delle maggiori cause della crisi di qualità e innovazione del giornalismo italiano e della chiusura ermetica e corporativa di molti che fanno questo mestiere: e dico indiscutibilmente perché lo sa chiunque abbia lavorato per qualche mese nella redazione di un grande quotidiano. I giornali sono ancora dei bellissimi posti in cui lavorare, ma salvo rarissime eccezioni le cose funzionano esattamente così.

Non è più accettabile che parte della redazione non lavori per il web o che si pretenda per questo una speciale remunerazione. Non è più accettabile che perduri la norma che prevede il consenso dell’interessato a ogni spostamento, a parità di mansione. Prima vengono le esigenze del giornale poi le pur legittime aspirazioni dei giornalisti. Non è più accettabile che i colleghi delle testate locali non possano scrivere per l’edizione nazionale, mentre lo possono tranquillamente fare professionisti con contratti magari per giornali concorrenti. Non è più accettabile l’atteggiamento, di sufficienza e sospetto, con cui parte della redazione ha accolto l’affermazione e il successo della web tv. Non è più accettabile, e nemmeno possibile, che l’edizione Ipad non preveda il contributo di alcun giornalista professionista dell’edizione cartacea del Corriere della Sera. Non è più accettabile la riluttanza con la quale si accolgono programmi di formazione alle nuove tecnologie. Non è più accettabile, anzi è preoccupante, il muro che è stato eretto nei confronti del coinvolgimento di giovani colleghi. Non è più accettabile una visione così gretta e corporativa di una professione che ogni giorno fa le pulci, e giustamente, alle inefficienze e alle inadeguatezze di tutto il resto del mondo dell’impresa e del lavoro.



01.10.10 - Diario

18 commenti »

  1. quei giornalisti che scioperano per avere tre palanche nel caso debbano scrivere un articolo anche sull’edizione web, magari sono i soliti che pontificano sulla flessibilità, sull’arretratezza della Cgil, sulla produttività che deve aumentare, sui giovani che si devono adeguare.
    Mi piacerebbe sapere cosa pensano di questo sciopero quei giornalisti del Corriere della Sera che a giugno si occuparono di Pomigliano d’Arco biasimando la Fiom e i metalmeccanici che si opponevano all’accordo.

    Commento di f.b. del 1 October 2010 alle ore 14:27
  2. non è più accettabile che ci sia ancora l’Ordine dei Giornalisti

    Commento di peppe del 1 October 2010 alle ore 14:48
  3. Una quindicina d’anni fa alla facoltà di scienze della comunicazione di Roma, noi studenti organizzamo un convegno con la collaborazione dell’Ordine dei giornalisti, della facoltà e con un sacco di ospiti importanti… Si chiamava Tra “Ordine e dis’ordine: il mestiere del giornalista tra passato e futuro”. Si dissero molte cose interessanti, si parlò di come le nuove tecnologie avrebbe sorpassato i media tradizionali, etc.
    Tutte cose che sono regolarmente avvenute, tranne una l’abolizione dell’ordine. A voce, già allora, erano tutti d’accordo che fosse una cosa antidiluviana, che negli anni si era trasformata in un vero collo di bottiglia della professione e del sistema editoriale. Nei fatti nessuno ha mai mosso un dito per cmabiare le cose.
    Io non faccio il giornalista, però una cosa mi sembra evidente da fuori: i giornalisti ormai si dividono tra quelli “vecchi” che hanno tutto e quelli nuovi che non hanno niente, nemmeno il titolo del giornalista, certe volte, anche se fanno questo mestiere meglio di tanti prestigiosi colleghi.
    In fondo questa categoria/corporazione è un perfetto specchio della paralisi di tutto il sistema italiano.

    Commento di Marco D del 1 October 2010 alle ore 15:34
  4. Peppe, che accidente c’entra in questo caso l’ordine dei giornalisti?

    Commento di marquinho del 1 October 2010 alle ore 18:25
  5. @ marquinho:
    Gli ordini sono una cosa negativa, indubitabilmente. Creano una sorta di oligopolio e corporativismo in un mondo in cui non serve piu’. Per quanto siano tutti, in questo senso, un “male”, alcuni di essi sono un male necessario. Ad esempio, trovo che l’ordine dei medici e quello degli ingegneri abbiano ancora un senso. Voglio esser certo che se vado da un qualunque medico specialista, questo abbia non solo un titolo di studio, ma anche una condotta minimamente controllata da un ente. Lo stesso vale se vado a farmi fare i calcoli stutturali per una casa. La maggior parte degli ordini, invece, sono un male e basta. Quello dei giornalisti appartiene a quest’ultima categoria, secondo me. Parte delle critiche mosse da De Bortoli e rilanciate da tutti gli altri hanno le loro radici proprio nell’esistenza dell’ordine dei giornalisti.
    Paolo

    Commento di Paolo del 1 October 2010 alle ore 20:25
  6. http://blog.quintarelli.it/blog/2010/10/de-bortoli-suona-la-sveglia-alle-sue-redazioni.html
    lo snooze è geniale
    lol

    Commento di lingualunga del 1 October 2010 alle ore 23:56
  7. Giustamente, se un’azienda decise di un aprire un nuovo ramo di business e di non investirci assolutamente nulla, scaricando tutte le nuove mansioni sui dipendenti (e collaboratori) che già ha, da che parte sta la “nuova sinistra” di Francesco Costa?
    Dalla parte dell’azienda, ovviamente.
    Il Corriere ha aperto siti, come nuove testate, per tutte le proprie testate locali, ma ha deciso di non assumere nessuno per occuparsene, chiedendo semplicemente che i suoi dipendenti se ne occupino. Gratis.
    È come se la Fiat, domani, aprisse un nuovo stabilimento a Caserta senza assumere nessuno, e pretendesse che gli operai di Pomigliano, senza calare minimamente la propria produzione, lavorassero anche nel nuovo stabilimento.
    Se per voi va bene così, contenti tutti….

    Commento di masaccio del 2 October 2010 alle ore 11:52
  8. Come spesso accade non sai di cosa parli: ma rispondo nell’interesse di chi non conoscendo le cose vuole saperne qualcosa in più. Le testate hanno fatto eccome degli investimenti: hanno assunto nuovi giornalisti e ampliato i loro organici. Ma il punto non è questo: non è che l’editore chiede ai giornalisti di lavorare sia al cartaceo che all’online (se vuoi la mia opinione, dovrebbe, e i giornalisti migliori lo fanno già perché per fare questo mestiere dignitosamente nel 2010 non si può fare che così: ma non si sta parlando di questo).

    De Bortoli chiede di poter fare una cosa elementare, che la FIAT può fare da sempre: decidere di spostare un giornalista dove ritiene sia più utile alla testata, per rinforzare i servizi che ne hanno bisogno. Questo non è possibile perché molti giornalisti – per lo più over 45 – reputano degradante ed eccessivamente faticoso il lavoro su internet, esattamente così come negli anni Sessanta e Settanta molti giornalisti consideravano degradante scrivere il pezzo sulla tastiera di un computer (era una cosa da segretarie, dicevano). Allo stesso modo, l’articolo scritto è scritto ed è scritto per la testata: chiedere dei soldi in più per la pubblicazione di quell’articolo anche su internet, oltre che su carta, è evidentemente pretestuoso (nonché anacronistico e incompetente, visto che quell’articolo magari si può già trovare online su altri siti internet che ce lo hanno caricato per conto proprio, a cominciare dalle rassegne stampa).

    Commento di francescocosta del 2 October 2010 alle ore 12:02
  9. Senz’altro sono uno zuccone io, ma continuo a non capire cosa c’entri l’ordine dei giornalisti.
    Lo sciopero è stato proclamato dall’assemblea dei redattori del corriere. Ho fatto una ricerca su google e non mi pare che l’ordine abbia preso posizione contro de bortoli.
    Poi sul fatto che i giornalisti siano corporativi e conservatori per colpa dell’ordine è una visione che onestamente mi sorprende, ho sempre pensato che fosse l’atteggiamento conservatore e corporativo a dar vita ad un ordine e non viceversa.

    Commento di marquinho del 2 October 2010 alle ore 12:50
  10. stando alla risposta di oggi del cdr del Corriere non parrebbe “il rifiuto della modernità” il vero nodo del contendere.

    http://www.corriere.it/economia/10_ottobre_03/lettera-cdr_cc422d86-ceb5-11df-92c2-00144f02aabe.shtml

    Commento di Stefano del 3 October 2010 alle ore 08:41
  11. Francesco, a me pare che stai mancando il bersaglio del contendere. CDA e CDR del Corriere non stanno dibattendo sulla bonta’ del lavoro digitale, ma sulla richiesta del CDA di poter spostare a piacere i dipendenti, senza passare per il mutuo accordo. Ora la richiesta di spostare dipendenti per il bene dell’azienda e’ legittima, ma concorderai che rappresenta anche un potere non indifferente se privo di contrappesi. Stai sulla balle al capufficio? Cronaca rosa. Hai rotto le palle all’azionista di riferimento, magari con un inchiesta scomoda? Cronaca nera. Ovvio, in un mercato del lavoro sano e competitivo un’azienda altrettanto sana e competitiva mai si priverebbe di collaboratori validi per far contenti capuffici coatti o azionisti scontenti. La conclusione e’ ambo le parti hanno le loro ragioni e i loro torti. Chi invece non ha scusati e’ la politica latitante mentre il mercato del lavoro italiano fa schifo.

    Commento di Filippo Zuliani del 3 October 2010 alle ore 13:28
  12. Non è il cda che decide se spostare un giornalista da un servizio a un altro ma il direttore, e in modo insindacabile: trattandosi di decisioni esclusivamente editoriali, il responsabile è lui e gli azionisti non possono metterci il naso. Certo che gli accordi interni servono anche a tutelare il giornalista da pressioni, ma la proporzione degli ordini di servizio dati per spostare dipendenti “scomodi” e quelli dati per fare spazio a giornalisti giovani o rinforzare servizi innovativi sono nell’ordine di uno a cento, a star larghi. Novantanove volte su cento l’accordo interno fa sì che un giornalista degli esteri o della politica non accetti MAI di lavorare all’online, o che il giornalista dell’economia chieda una promozione per dare il suo consenso. Una volta su cento succede che il direttore vuole spostare un giornalista che ritiene “scomodo”, e sai che c’è? Che è suo diritto, perché quello che quel giornalista scrive o non scrive è responsabilità del direttore. Il direttore può avere ragioni più o meno nobili o opportunistiche per decidere del suo organico, ma ha pieno diritto e dovere di decidere la linea editoriale del giornale: cosa scrivere, cosa non scrivere. Se ne prende la responsabilità, lettori e azionisti giudicano lui. Il giornalista non è un Giustiziere Solitario: fa parte di una redazione, risponde a un direttore e a un editore (per la cronaca, questo lo sanno benissimo gli stessi giornalisti del Corriere della Sera, che certo non brillano per superlativa indipendenza antisistema e son più realisti del re: il richiamo all’indipendenza e alla libertà è uno dei tanti argomenti pretestuosi di queste contese sindacali).

    Commento di francescocosta del 3 October 2010 alle ore 16:50
  13. “trattandosi di decisioni esclusivamente editoriali, il responsabile è lui e gli azionisti non possono metterci il naso.”

    Perdonami l’ingenuita’, ma e’ davvero cosi’ nella pratica? Leggo spesso di direttori spalmati sui voleri degli azionisti di riferimento. Leggende metropolitane?

    Commento di Filippo Zuliani del 3 October 2010 alle ore 21:22
  14. Dipende dai direttori, dagli azionisti e dai giornali, ovviamente. Io posso parlare per quelli con cui ho lavorato io: due azionisti molto “mecenati” e distaccati, uno molto presente a un passo dall’invadenza. In ultima analisi decide il direttore quanto e se prestare ascolto: è una questione di opportunità ed è anche diversa da giornale a giornale. Per esempio, l’azionista di un giornale di partito – cioè il partito – ha spesso una presenza maggiore nelle scelte editoriali del giornale, e la cosa è comprensibile. In ogni caso non è uno scandalo: il giornale è degli azionisti, il direttore fa il direttore finché ha la fiducia degli azionisti. Quello che è deprecabile, per un direttore, non è tanto spalmarsi sui voleri degli azionisti quanto invece su quello di forze esterne all’azienda: sui politici di riferimento, sulla pubblicità, sulle lobby.

    Commento di francescocosta del 4 October 2010 alle ore 07:33
  15. E che succede, Costa, se io lavorassi per uno di quei giornali independenti ma che fanno il tifo apertamente? (gli esempi non mancano)

    Succede che i politici di riferimento, le lobby, le pubblicita’ sono forze esterne all’azienda ma contano nel giornale. Un articolo “sbagliato” e puff, scrivania vicino al cesso. Poi, come dice lei, il direttore ne rispondera’ – ma i politici di riferimento, le lobby e le pubblicita’ ne sono contenti, magguardaunppo’, e cosi’ il direttore. Il pubblico? Perche’, adesso mi viene a dire che i giornali che fanno il tifo (Repubblica, ma anche altri) non li compra nessuno. Anzi, direi che li comprano proprio perche’ fanno il tifo.

    E’ questo il modello di giornale e di business che lei vorrebbe? Quello fantozziano, dove il direttore ti spedisce nell’ufficio nel sottoscala a suo piacimento e tu zitto? Questo sono misure da socialdemocrazia liberale centrista, di blariana memoria.

    Commento di Antonio del 4 October 2010 alle ore 12:17
  16. Non è che il direttore scopre che qualcuno ha scritto “un articolo sbagliato” la mattina, bevendo il caffè. Il direttore decide cosa si scrive e cosa non si scrive quando si fa il giornale, ed è giusto così. E non è un capoufficio, che mette i giornalisti che si comportano male nel sottoscala: chiede di poter fare il direttore, di decidere come disporre del suo organico. Se abusa del suo potere, esistono decine di sedi in cui chi è ingiustamente discriminato può fare valere le sue ragioni, dal Cdr al tribunale. Siamo alle solite: puniamo cento per salvaguardare uno, ci teniamo i privilegi ingiusti e anacronistici perché qualcuno potrebbe abusare di un sistema più libero e meritocratico. Come se di abusi adesso non ce ne fossero. Non esiste la soluzione perfetta che risolve tutto: esistono però delle prassi che fanno diventare l’ingiustizia sistematica, pare del meccanismo. I direttori e un sacco di giornalisti – la quasi totalità di quelli con meno di quarant’anni, guarda un po’ – chiedono semplicemente di cambiare una prassi ingiusta.

    Commento di francescocosta del 4 October 2010 alle ore 12:24
  17. Ho fatto la cornice per l’ultima risposta, il ebano massiccio.
    Grande Fra!

    Commento di brandavide del 4 October 2010 alle ore 16:19
  18. applausi

    Commento di enrico l. del 4 October 2010 alle ore 17:09

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