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Svelarsi

Dato che se ne riparla e Giovanni Fontana ha tirato fuori un mio vecchio post, questo è quello che penso della legge francese sul divieto di portare il velo.

Ci ho pensato e credo che la bilancia penda più dalla parte degli svantaggi. Aggiungo altri pericoli [prima parlavo del rischio di ghettizzazione delle donne velate]: l’istituzione, seppure in ottima fede, di un pericoloso precedente giuridico di limitazione della libertà personale sulla base della presunta «offensività ai valori della repubblica» di un comportamento individuale; il solleticamento dell’orgoglio scemo di chi direbbe «Ah sì? Allora me lo metto!»: ci conosciamo, sappiamo trasformare in bandiere infamie e inezie. In generale, mi sembra che abbiamo da una parte il rischio immediato di fare dei danni concreti, dall’altra la speranza di confortare e rafforzare lo spirito delle donne segregate, nella speranza che presto o tardi questo possa renderle abbastanza forti da emanciparsi con le proprie forze.

La mia idea è che il numero e le dimensioni di questi rischi hanno molto a che fare con la natura prescrittiva e forzata del provvedimento, e sarebbero molto ridimensionati se la politica e i governi condannassero pubblicamente l’utilizzo del burqa, senza ipocrisie terzomondiste o razziste, ma fermandosi un passo prima dal renderlo illegale, e si impegnassero invece a testa bassa nella lotta al tradizionalismo, ai pregiudizi, alla violenza, alla sottomissione e alla segregazione delle donne. Il burqa mi sembra più un effetto che una causa: il simbolo odioso e dannoso di qualcosa molto più grande. Capisco le ragioni (ideali e propagandistiche) di un provvedimento simbolico ma credo che si tratti di leggi fisiologicamente divisive – estremizzano gli schieramenti e le posizioni, rendendoli più sordi e stupidi – e credo che tendano pericolosamente a rafforzarli, i simboli, invece che indebolirli – vedi cos’è successo in Italia col crocifisso.

La battaglia culturale va combattuta contro il tradizionalismo e le arretratezze delle religioni in generale e dell’islam in particolare. La battaglia politica per la libertà delle donne va combattuta invece nel diritto di famiglia, nella laicità dello stato, nella violenza domestica, nella pubblica istruzione, nella severa vigilanza sulle condizioni dei minori. Tutti temi che arrivano dritto al punto: aggrediscono frontalmente i problemi senza minacciare la libertà individuale, costringono gli interlocutori in campo a posizioni più chiare, gli impediscono di nascondersi dietro obiezioni scivolose o ambigue. E forse, in fin dei conti, oltre a essere più efficaci, sono anche più potenti dal punto di vista simbolico.