Toh, in guerra si muore
Scoccia doverlo ripetere tutte le volte, ma non c’è niente di più ridicolo delle richieste di revisione delle missioni militari avanzate con macabra puntualità ogni volta che capita che muoiano dei soldati italiani. A questo giro – a parte i soliti Diliberto e Ferrero, che da qualche anno finiscono citati sui giornali solo in queste occasioni – gli sciacalli sono Calderoli (e fin qui), Di Pietro (pure) e uno sventato Bersani, che utilizza il solito trucchetto – veltroniano, dovremmo dire - di sostenere una posizione mettendola in bocca a qualcun altro, meglio se a Obama.
Bisogna che riflettiamo sull’evoluzione di quella missione, così come per altro sta facendo il presidente americano Obama.
Uno pensa che sia incredibile che il leader del principale partito italiano di opposizione non sappia che la riflessione di Obama lo ha portato a raddoppiare il numero dei soldati americani in Afghanistan. Uno si chiede se legge i giornali, Bersani. Se sa che quel genere di “riflessioni” le chiedono Calderoli, Diliberto e Di Pietro, non Obama. Ma Bersani i giornali li legge e ovviamente lo sa: voleva solo nascondere dietro qualcuno più grosso di lui l’imbarazzo per quella dichiarazione meschina e opportunista.
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http://www.sasakifujika.net/2006/04/non-chiamateli-i-nostri-ragazz.php
Poi ci si chiede perché Bersani non può essere un leader adatto a governare. Oddio, se fosse questa la discriminante, pure a destra non è che siano messi meglio in quanto a ipocrisia sulle missioni all’estero. Però a me che me ne importa della destra? Io vorrei una sinistra seria, soprattutto in queste situazioni. E chissà quanto dovrò aspettare.
PS. Quando il PD capirà che deve tagliare con Di Pietro, sarà sempre tardi.
Per l’ennesima volta: tu dici, giustamente, che “in guerra si muore”, e che il fatto che degli italiani muoiano in una guerra non dovrebbe essere un motivo per chiedere che l’Italia si ritira da quella guerra.
Sono completamente d’accordo.
Il problema è che il parlamento italiano non ha mai dichiarato guerra all’Afghanistan o al Pakistan, ma ha semplicemente autorizzato una missione di pace senza compiti offensivi.
prendiamo alla lettera la dichiarazione di Bersani: il Pd vuole raddoppiare il numero dei soldati italiani in Afghanistan
@sasaki
Mi dispiace ma credo che non sia corretto l’atto di spersonalizzare gli individui inserendoli in categorie astratte, in questo caso i soldati, per potersene poi distaccare emotivamente.
Il fatto che lo siano non ne cancella le caratteristiche umane.
Io mi ostino a considerare “miei ragazzi” tutti quegli italiani, in particolare in giovane età, che muoiono non per propria sconsideratezza ma nell’esercizio delle proprie funzioni.
E così come sono convinto valga per i soldati, non mi sognerei mai di dire “Se l’è cercata” di un poliziotto, di un magistrato, di un pompiere o di una vittima del lavoro. Per me sempre “nostri ragazzi” sarebbero.
Questo non vuol dire necessariamente condividere la ragion di stato che li porta ad esporsi, dove questa esista, ma vuol dire identificarsi con le vittime e con le loro famiglie, colpite da eventi non ascrivibili alla loro sfera personale.
Sono un acerrimo fautore del ritiro dall’Afganistan e odio nel profondo la retorica vigliacca della “missione di pace”, così come quella patriottarda degli “eroi”, ma da qui al “chissenefrega è un rischio del mestiere” ce ne passa.
La frase intera di Bersani era diversa da quell’estratto e francamente, per una volta, devo dissentire da Costa e – udite udite – dar ragione a Champs:
“Certamente non possiamo consentire che i talebani sconfiggano l’intera comunitá internazionale ma c’è bisogno della riflessione sull’evoluzione della missione così come peraltro sta facendo il presidente Obama che ha espresso l’esigenza di un atto di responsabilitá del governo afghano e di un coinvolgimento diretto e impegnativo delle potenze confinanti. E’ necessaria un’evoluzione rapida di questa missione, da missione che fronteggia i talebani a missione in appoggio al governo afghano per garantire sempre di piú elementi ordinari di sicurezza. Di tutto questo bisogna discutere in Parlamento”
(Marco non t’allargare eh! ;) )
Michele non ho scritto che se la cercano, dico e confermo e non c’è smentita possibile che fare il soldato significa contemplare la morte. E non è la “morte sul lavoro” di uno che casca da un ponteggio. Quello è un tragico incidente. In guerra, al di là di quello che fanno i soldati italiani eccetera, gli altri si chiamano nemici e cercano di ucciderti. Bisogna farsene una ragione. Non se la vanno a cercare ma troverei più onorevole ricordarli come persone che sanno molto più di chi commenta a posteriori che è previsto morire.
Comunque sia non nego le caratteristiche umane ma restano soldati e i soldati sono un mezzo in mano alle politiche internazionali. Nel caso specifico poi ci si può commuovere per il singolo, ma non è quello il modo di affrontare la questione.
Francesco, me lo chiedevo da tempo, ma finalmente oggi ho capito chi sei: Giampaolo Pansa in versione blogger.
:-)
Non vedo l’ora che il PD rimanga l’unico gruppetto di persone italiane a pensare che Bush abbia sempre ragione. Checché ne pensi Obama, non è che ha per forza ragione in quanto nero.
Comunque Ferrero e Diliberto (che, in generale, aborro entrambi) lo dicono sempre che bisogna ritirare le truppe dall’Afghanistan, non solo quando muoiono i soldati in missione di pace. O quel che è, sarebbe bello capirlo.
Il fatto lapalissiano che in guerra si muore non vuol dire che la missione in Afghanistan abbia senso, o no?
Non so se Bersani aveva questo in mente, ma da più parti circola la voce che per le elezioni di metà mandato Obama voglia aver già iniziato a ritirare un buon numero di truppe. Anche di questo bisogna tenere conto.
Non se ne parla mai, ma si dovrebbe sapere che “i nostri ragazzi” non vanno in teatri di guerra (perché di quello si tratta) per seminare la pace, portare la democrazia o tutto quello che la politica che ce li manda ci racconta. Lo fanno perché in cambio del serio rischio di morire ottengono dei salari che permettono loro di comprarsi casa dopo due anni di missione. La tragedia è che per molti questo è l’unico modo per farlo.
@Roberto, se ne parla eccome. Lo ricordano tutti quelli che vogliono buttare qualche schizzetto di fango sui militari di professione o più banalmente sono a corto di argomenti (non è il tuo caso ovviamente). La cosa però è più semplice di così: lo fanno perché è il loro lavoro. Poi è anche un lavoro ben remunerato, ma è “semplicemente” il loro lavoro. Lo diresti mai di un minatore che rischia la vita solo perché così guadagna più di un qualsiasi altro operaio?
@Champ
Va bene, facciamo i numeri, quelli che conosco io.
Diciamo che un minatore guadagni il 50% in più di un operaio con il suo stesso contratto di categoria. Come sottolinea Sasaki, nel caso del minatore la morte è un incidente sul lavoro, non un elemento del lavoro stesso.
Un soldato a casa guadagna 1.500 euro, 5.000 se accetta di farlo in un teatro di guerra, forse di più se in prima linea. A me sembra un modo per il suo Paese di lavarsi la coscienza, ma i militari stanno a questo gioco.
Qualcuno ci crede, qualcun’altro non ha alternative. Non li critico, ma non li considero eroi. Come dici tu, hanno solo scelto un lavoro.
Siamo d’accordo allora: sono pagati per fare il loro lavoro (i numeri sono un po’ diversi, ma la sostanza non cambia). E non serve aggiungere altro.
@Roberto
Una risposta da soldato.
Intanto mi complimento per la lucida analisi, disincantata ma realistica, oltretutto con cifre più o meno corrette. Concordo anche col fatto che c’è chi ci crede e chi non ha scelta, e aggiungo anche la categoria di chi non ha ben chiaro a cosa va incontro quando si arruola e dopo ci si trova un po’ in mezzo quando è tardi per cambiare idea.
Come poi ho già scritto sopra la retorica degli eroi è patetica.
Ma non concordo quando dici che hanno solo scelto un lavoro. Non c’è cifra, per quanto tu possa avere difficoltà a trovare alternative, che ti faccia sopportare quello a cui vai incontro laggiù, a meno che in una qualche misura tu non sia convinto che stai facendo qualcosa che ha senso.
E quando quel senso diventa sempre più labile, e missione dopo missione diventi sempre più disincantato, la maggior parte continua a partire semplicemente per senso del dovere. Parte il tuo reparto, partono i tuoi amici, trovi giusto partire con loro e dare una mano. Poi magari, da cittadino, combatti questi tipi di missione come puoi. Ma, quando vieni chiamato da soldato, rispondi.
Non so se sia giusto, o se non sarebbe meglio rifiutarsi e bloccare il sistema, ma è riduttivo portare tutto alla semplice scelta di un lavoro. In questo campo anche il solo senso del dovere (senza scomodare la retorica LaRussiana) comporta il rischio della vita, e questo va loro riconosciuto, almeno nella maggior parte dei casi.
Un capitolo a parte poi meriterebbe il paragone con la guerra, che è fuori luogo non sul piano politico ma su quello pratico, tanto una guerra è diversa dalla missione in Afganistan, almeno per i militari europei. Ma forse non è questa la sede…
il segretario di stato del presidente Obama, citato da bersani, ha detto questo (su foreign policy di maggio):
http://www.foreignpolicy.com/articles/2010/05/07/the_us_is_abandoning_afghanistan_s_women?page=0%2c2&sms_ss=facebook
Il titolo dell’articolo fa capire quanto siamo ipocriti.
Parli di guerra, ma per esserlo ci sarebbe dovuta essere una dichiarazione di guerra dichiarata.
Dovremmo essere in una missione di pace e ci dovremmo aspettare che in una missione di pace non si muoia.
Invece i nostri soldati sono in guerra e noi vogliamo ammetterlo. Vogliamo continuare a prenderci in giro e prendere in giro i nostri soldati mandandoli a morire con mezzi inadeguati?
Sono o no in guerra? Se si, sono o no attrezzati per una guerra? Se no devono tornare a casa!!
” ci dovremmo aspettare che in una missione di pace non si muoia.”
Mi pare semantica da quattro soldi : le missioni di pace si fanno dove c’è la guerra e quindi il rischio di morire .
Io la mia decisione sul ritiro l’ho presa circa 10 mesi fa, quando vennero accertati i brogli per l’elezione di karzai. Improvvisamente vennero a mancare TUTTI i presupposti della nostra presenza. Esportatori di democrazia un bel piffero.
L’operazione in afghanistan si classica tra le operazioni di pace, con la denominazione di peace enforcing, altro non sono che vere e proprie campagne di guerra,e consentono perchè ne necessitano spesso, anche azioni dirette. E’ grave che la massa si ricordi dei teatri di operazione solo quando cadono dei soldati, è ancora più grave e che questi fatti vengano strumentalizzati in maniera più mediatica che politica. Gli uomini che con sono li, hanno più bisogno di supporto per eseguire il loro lavoro che di queste discussioni idiote e senza seno. A causa di questi dubbi inutili sono morti 18 italiani a nassirya, ma come al solito i nostri politici non imparano mai, forse perchè non sonomorti loro figli, mariti, amici…….