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La riforma è viva e lotta insieme a noi

No, la riforma della sanità non “va rivotata”, non è stata “rinviata”, tantomeno è stata affondata. Non è stata “bloccata” da nessun “colpo di scena“, non ha subito alcuno stop. La riforma della sanità è legge. Legge. E’ stata approvata dal senato, è stata approvata dalla camera, è stata firmata dal presidente. Fine. L’unica ragione per cui la riforma può essere “affondata” è che venga abrogata, e per far questo serve un altro voto del senato, un altro voto della camera, la firma di un presidente. Servono, insomma, un altro congresso e soprattutto un altro presidente. Non se ne parla.

Quello di cui si parla oggi, invece, è l’emendamento migliorativo, il cosiddetto reconciliation bill approvato dalla camera durante la stessa seduta che ha portato all’approvazione finale della riforma. E’ di fatto un’altra legge che contiene alcune misure migliorative della riforma, frutto di un accordo tra camera e senato, e che dopo l’approvazione alla camera sarebbe dovuta passare al senato con una pratica – chiamata appunto reconciliation – che può essere adottata solo per le misure relative al bilancio e che al senato permette di aggirare l’ostruzionismo attraverso un semplice voto di maggioranza (altrimenti, serve la famosa supermaggioranza di 60 senatori).

Ieri in senato si discuteva questa legge – il reconciliation bill – e i repubblicani hanno fatto il solito ostruzionismo, sollevando questioni procedurali per ogni suo articolo. E’ venuto fuori allora che due norme in esso contenute – due norme che peraltro non hanno nulla a che fare con la riforma sanitaria, e riguardano invece le rette dei college – non hanno a che fare soltanto col bilancio e quindi non possono essere sottoposte alla reconciliation. Verranno quindi stralciate dal testo dell’emendamento che il senato approverà e a seguito di questa modifica per essere approvato definitivamente servirà un altro voto della camera.

Quindi, ricapitolando: nessuno può toccare la riforma, che è legge, e le stesse norme migliorative della riforma contenute nell’emendamento sono e resteranno invariate. Quello che succederà è che il senato approverà l’emendamento, questo ritornerà alla camera e verrà nuovamente approvato. Trattandosi sostanzialmente dello stesso testo votato domenica non ci saranno nuovi negoziati: chi lo ha votato domenica non ha ragioni per non votarlo tra una settimana (specie considerata la popolarità crescente dell’intera operazione). Se anche dovesse succedere l’impossibile, cioè che dieci deputati decidano di votare no alla stessa legge a cui una settimana fa hanno votato sì, la riforma resterebbe lì dov’è. E’ legge. Dal punto di vista politico, i repubblicani sono riusciti a regalare ai democratici l’occasione per farsi sconfiggere un’altra volta: ma non ci si può aspettare molto di più quando ci si fa dettare la linea dai mentecatti dei tea party. Ai giornalisti italiani, invece, sarebbe bastato leggere anche il pezzo del New York Times, e non soltanto il titolo.

The successful parliamentary challenge did not appear to endanger the eventual adoption of the changes to the health care legislation. And Mr. Obama on Tuesday already signed the main health care bill into law.

Chiaro? Tranquilli. Non è successo niente. Che fatica.