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A complotto, complotto e mezzo

Chi se ne importa. Questa, sintetizzando brutalmente, è la mia posizione sulla questione dei presunti rapporti di Di Pietro con Bruno Contrada. Non tanto perché non mi interessi la ricostruzione storica di quel che avvenne, se avvenne, e di come attori esterni alle istituzioni dello stato abbiano eventualmente potuto avere un ruolo negli anni di Tangentopoli. Quanto perché una lettura attenta e veritiera di quei fatti è oggi inevitabilmente ostacolata dalle polemiche politiche – c’è una ragione, piuttosto scontata, per cui le analisi storiche di vicende così delicate richiedono il passaggio di molta acqua sotto i ponti – e queste vicende mi appassionano poco, così come quel genere giornalistico a metà tra il cospirazionista e il retroscenista che sprizza “noi la sappiamo lunga” da ogni aggettivo. Scusate, non ce la faccio. Mi limito quindi a registrare un aspetto della vicenda sottile e un po’ istruttivo, nell’osservare come le stesse armi dialettiche e politiche di Di Pietro – il sospetto usato come clava, la dietrologia, la presunzione di colpevolezza, l’agitare continuamente grandi macchinazioni – rischino di rivoltarsi clamorosamente contro di lui. Per questa ragione, a me non sembra granché efficace e lungimirante la decisione di usare come linea di difesa quella dell’ennesimo grande complotto contro di lui, ordito dai poteri forti che «non sanno più cosa inventare, perché l’Idv è l’unica forza di opposizione e l’unica pecora fuori dal gregge». Capisco che l’obiettivo principale oggi sia rassicurare i militanti, ma nel lungo periodo queste cose non funzionano. C’è sempre uno più puro che ti epura, diceva Nenni (e chi ha pensato a De Magistris è, ovviamente, un bieco complottista).