E buon electoral year

Solito post con soliti quattro punti per chiarire e delimitare il dibattito sulla sconfitta dei democratici in Massachusetts.

La riforma sanitaria
È quello a cui oggi pensano tutti, ovviamente, e in questo momento i democratici della camera stanno facendo un gran casino. Ma era prevedibile: dovevano dire «certo, calpestateci pure»?. Ricordate che a novembre la camera si rinnova per intero: i deputati sono tutti già in campagna elettorale. Io sono abbastanza convinto che questi malumori servano anche ad alzare il prezzo in vista delle modifiche da far passare via reconciliation, e che nel giro di qualche giorno si metteranno il cuore in pace e voteranno la legge già passata al senato. Possono non esserne entusiasti, ovviamente, ma è una buona legge e soprattutto non è il caso di regalare subito un’altra gigantesca vittoria ai repubblicani, a meno di non coltivare vocazioni suicide. La legge passerà e a questo punto passerà prima del discorso sullo stato dell’unione. La chiave per i democratici e la Casa Bianca da qui a novembre è il lavoro: se l’economia tiene, Obama resta in partita. L’entrata in vigore della riforma sanitaria deve mostrare tutti i suoi benefici effetti e il pacchetto di norme e fondi per stimolare l’economia deve cominciare a dare dei risultati visibili – tantissimi ne ha già dati, ma “poteva andare peggio” non è un claim che fa vincere le elezioni. Se la disoccupazione continua a galoppare come in questi mesi, invece, non c’è molto da fare.

No, non ce la faremo
È possibile, oggi è certamente probabile. Ma la politica americana non va letta con gli stessi occhi con cui leggiamo quella italiana. Bill Clinton durante il suo primo anno di presidenza vide naufragare clamorosamente il suo progetto di riforma della sanità e alle elezioni di novembre i democratici persero rovinosamente sia la maggioranza alla camera che quella al senato. Questo non impedì a Clinton di governare in modo più che dignitoso e due anni dopo essere rieletto dando quasi 9 punti percentuali di distacco al suo sfidante repubblicano. Insomma, se c’è una lezione da trarre dalla notte di ieri, è questa: nella politica statunitense le cose cambiano in fretta. Basta lavorarci su, farlo in fretta e bene.

La supermaggioranza
Alle presidenziali di novembre, i commenti della stampa e dei politici di tutto il pianeta erano univoci: quella dei democratici era una landslide victory, una vittoria a valanga. Alla camera e al senato, nonché naturalmente alla Casa Bianca. Ma a novembre i democratici non avevano conquistato 60 seggi. Ne avevano totalizzati 58, addirittura uno in meno di quelli che hanno oggi. Vi ricordate di aver sentito a novembre tanti commenti preoccupati sull’agenda legislativa di Obama? No. Di fatto, da novembre a oggi i democratici hanno avuto la supermaggioranza soltanto per quattro mesi*: dall’insediamento di Al Franken, a luglio, alla morte di Ted Kennedy, in agosto; dalla nomina del sostituto di Kennedy ad interim, a settembre, fino a ieri. E tutto sempre tenuto conto della cagionevole salute del senatore Byrd. Certo, quella di ieri è una botta durissima – soprattutto per il percorso della riforma sanitaria – e la supermaggioranza è una gran cosa, quando c’è, specie durante gli anni in cui si vota. Ma se ne può fare a meno, e i democratici lo hanno già fatto per la grandissima parte di questa legislatura.

Mr Brown
Ho come la sensazione che la conseguenza più duratura del voto di ieri sarà lo sbarco sulla scena politica statunitense di Scott Brown, il perché lo spiega bene Nate Silver. Per un repubblicano, sconfiggere i democratici in Massachusetts è un gran trampolino di lancio. Farlo conquistando il seggio occupato dai Kennedy per cinquant’anni è un trampolino di lancio senza precedenti. Brown da oggi è un personaggio di caratura nazionale e l’importanza simbolica della sua vittoria è tale anche da attutire le perplessità che gli elettori più conservatori possono nutrire nei confronti di alcune sue posizioni moderate, come quella sull’aborto e sulle unioni civili, senza le quali non avrebbe mai potuto vincere in Massachusetts. Nel 2012 e nel 2016 i repubblicani che guardano alla Casa Bianca dovranno fare i conti anche con lui.

*alla fine di aprile il senatore repubblicano Arlen Specter era passato coi democratici, permettendo loro di raggiungere quota 59.

20 commenti

  1. Fabrizio:

    Sicuri che sia una buona legge? (Quella sulla sanità, dico.)
    Leggevo che secondo alcuni non risolve il vero problema del sistema sanitario americano: la grande inefficienza di Medicare, Medicaid e delle strutture pubbliche, i cui costi stanno salendo vertiginosamente e sono in proporzione molto superiori rispetto agli altri paesi occidentali. La riforma in progetto allarga obbligatoriamente la base degli assicurati con programmi statali – vale a dire in sostanza che invece di risolvere le inefficienze del sistema, di fatto si tassano i cittadini che prima non erano assicurati per cacciare più soldi dentro alla voragine. E attenzione, dei 30 milioni che al momento non sono assicurati la grande maggioranza è con reddito sopra i 50.000 $ e sceglie volontariamente di non assicurarsi, quindi non è esattamente come ce la raccontiamo di solito noi al di qua dell’Atlantico.

    Saluti
    F.

  2. francescocosta:

    C’è tutto nel link a “buona legge” e qui. I costi vengono tagliati, senza nuove tasse sui ceti meno abbienti che anzi hanno diversi sgravi e sussidi. La legge tra l’altro prevede l’obbligo di assicurarsi. E ci sono un sacco di altre cose, comunque, per chi perde il lavoro, per chi cambia lavoro, per chi vuole cambiare assicurazione, per chi è malato e quindi non riesce a stipulare alcuna polizza, eccetera.

  3. Fabrizio:

    Sì sì, ho capito come funziona. Dicevo un’altra cosa. Intendevo che, di fatto, proprio l’obbligo di assicurarsi con programmi statali è come dire “datemi i soldi che servono a noi”. Dicevo che volendo possiamo chiamarla “tassa”. Tutte le norme che elenchi per me personalmente sono giuste e sacrosante, soprattutto il divieto di rifiutare chi ha pre-existing conditions; ma l’argomento dei critici è che il disegno di legge non affronterebbe “il” problema: le spese sanitarie che stanno esplodendo per via di strutture inefficienti, stipendi gonfiati e monopoli delle case farmaceutiche, al punto che tra una ventina d’anni potrebbe venir giù tutta la baracca.

  4. francescocosta:

    Beh, che si potesse fare meglio non ci sono dubbi, così come non ci sono dubbi sul fatto che permane l’anormalità di un sistema sanitario radicalmente diverso e peggiore da quelli del resto del mondo occidentale, sotto ogni punto di vista. Fatto sta che questa è una legge che affronta e risolve diversi problemi, che blocca l’ascesa vertiginosa dei costi e, soprattutto, che sia il massimo che sia possibile tirar fuori in queste condizioni politiche. Se Brown non avesse vinto, per dire, i negoziati con la camera avrebbero migliorato il testo ulteriormente. Purtroppo in politica esistono anche gli altri :)

  5. Giovanni Fontana:

    Sì, ok. Ci si dimentica sempre chi era il governatore del Massachusetts fino a due anni fa.

  6. francescocosta:

    Stavo proprio per farne un quinto punto.

  7. Luca:

    Anch’io pensavo fosse una buona legge, poi ho letto l’analisi spietata fattane su noisefromamerika, che quantomeno sul lato della sostenibilità economica mi sembra una fonte autorevole. Il tuo parere?

  8. Riccardo:

    “che permane l’anormalità di un sistema sanitario radicalmente diverso e peggiore da quelli del resto del mondo occidentale, sotto ogni punto di vista.”
    Mi pare un’affermazione un po’ forte, soprattutto il “sotto ogni punto di vista”. Negli ultimi 6 anni ho lavorato in ospedali americani e ci sono cose che non mi piacciono del sistema sanitario, ma ci sono cose che funzionano benissimo, meglio che in Italia.

  9. francescocosta:

    @Luca:
    Tendo a fidarmi di più di quello che viene scritto in proposito negli Stati Uniti e non ho in grande simpatia Noisefromamerika, ma dammi il link e vi darò un’occhiata.

    @Riccardo:
    La mia frase probabilmente era tagliata con l’accetta, ma è la differenza che passa tra regole ed eccezioni.

  10. Luca:

    @Francesco

    http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/1661 per un articolo che offre una smaccata interpretazione ideologica (che si può non condividere) nel contesto però di una serie di dati economici che io faccio veramente fatica a contestare, e che in sostanza dicono: nel medio-lungo periodo è una riforma letteralmente insostenibile.

    http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/1652 per un esempio di come a volte certi stereotipi sul funzionamento della sanità americana influenzino il dibattito.

  11. francescocosta:

    Onestamente, io faccio fatica a considerare quell’articolo un’analisi economica. Di tre paragrafi, il secondo e il terzo sono legittime (e discutibili) opinioni e analisi politiche. Il primo paragrafo fa una ricostruzione della riforma e solo nelle ultime cinque righe muove delle critiche alla previsione dell’ufficio del budget del congresso. La prima critica sarebbe che «alcuni tagli sono irrealizzabili e lo sanno anche loro», senza spiegare oltre. La seconda critica è che nel lungo termine non si sa come andrà a finire. Potrei rispondere citando Keynes ma sarebbe troppo facile. Il punto è che per come sono le cose adesso, il sistema sta per scoppiare, se non è scoppiato già. Io non credo che questa legge risolva tutti i problemi per sempre, compreso quello della sostenibilità finanziaria a lungo termine. Penso che sia un gigantesco passo avanti rispetto all’esistente, e quindi mi sembra una buona cosa.

  12. Luca:

    Scusa francesco ma quell’articolo, al netto del taglio irritante con cui è scritto, dice semplicemente: se è vero – come dici anche te – che già così il sistema sanitario è finanziariamente insostenibile, secondo quale logica aumentarne il peso dovrebbe in qualche modo migliorare la situazione? Che la distribuzione dei sussidi cambi (migliori) cambia la cifra? Da dove si suppone arrivino i soldi? Dove si pensa di tagliare? And so on.

    La nota massima di keynes era molto bella ma non c’entra ovviamente nulla, perché il lungo periodo è difficilmente predicibile ma non per questo esce di scena, e se una riforma costa tot nei prossimi dieci anni costerà verosimilmente altrettanto nei successivi dieci e poi dieci ancora, e se non è chiaro come pagarla nei primi dieci forse è il caso di porsi il problema.

    Cordialmente, Luca

  13. francescocosta:

    È molto chiaro come pagarla nei primi dieci anni, lo dice lo stesso articolo che citi. E ora che mi hai fatto controllare, l’ufficio del budget non dice «poi si vedrà», ma dice che

    the legislation would offer a decrease in the deficit of $132 billion over the first decade (2010-2019), and by $1 trillion or more in the decade after that.

  14. marco 2:

    dove tu trovi il cuore, oltre che per l’italia (come molti) e per l’america (come alcuni) di soffrire anche per , che so, il cile e la moldavia non lo so.
    c’è un limite alle sofferenze che un cervello progressista può sopportare !
    lo so che sbaglio, ma voglio dirlo : del fatto che s’è perso in cile…non me ne frega nulla, anzi : non voglio che me ne freghi nulla !
    se no, non si finisce mai di patire.

    a parte gli scherzi, governare una crisi è un casino, ma obama può farcela : però deve formare un blocco sociale di gente da lui tutelata e che a votare ci va.
    pare che neri e ispanici, e classe lavoratrice, in queste suppletive siano rimasti un po’ a casa.
    brutto segnale.

  15. francescocosta:

    Marco, il tuo è il commento del giorno!

  16. Riccardo:

    “La mia frase probabilmente era tagliata con l’accetta, ma è la differenza che passa tra regole ed eccezioni.”
    Non credo. Il problema della sanità americana è che i prezzi sono gonfiati e tutto costa troppo. Come qualità direi che i migliori ospedali americani sono migliori dei migliori ospedali italiani e i peggiori italiani sono peggiori di quelli americani. Nella fascia di mezzo dipende da che medico ti capita.

  17. piergiorgio:

    Già! Ma perchè le politiche progressiste, da un pò di anni a questa parte, sembrano far così fatica a cementare un proprio blocco sociale di riferimento “attivo”? che dovrebbe essere costituito da chi ne trae benefici.

    Mentre, sempre da un pò di anni, specialmente, ma non solo, da noi in Italia, alle politiche “di destra” questo pare riuscire con grande facilità?

    Le politiche progressiste sono o sono diventate più difficili da comprendere?
    I benefici sono lenti a prodursi e quello che dovrebbe essere il blocco sociale di riferimento di queste politiche non riesce ad apprezzarli in tempo utile? la cultura del nostro tempo ha prodotto una sorta di accelerazione delle aspettattive, in parallelo alla velocizzazione di tanti altri aspetti della vita, poco compatibile con questi tempi lunghi?
    O forse la nostra cultura induce una sostanziale accettazione dell’esistente, è fondamentalmente, strutturalmente più conservatrice? si spera e si sogna meno, e soprattutto i sogni durano poco, si consumano come consumiamo scarpe,vestiti e gel per capelli?
    O forse queste politiche sono contraddittorie?
    O forse la società è più disgregata, dominano i particolarismi e questa situazione penalizza soprattutto le dinamiche progressiste?
    O forse…
    Boh.

  18. piergiorgio:

    Il “già” era per i post 14 (e 15) naturalmente, che aveva colpiuto anche me. Mentre scrivevo è intervenuto Riccardo.

  19. marco 2:

    @Piergiorgio
    io penso che sia perchè da 40 anni almeno, non c’è nessun reale passo in avanti sociale delle persone.
    negli anni 80 da noi scoppiò un certo edonismo, ma l’ascesa sociale c’era stata almeno un quindicennio prima…sono decenni che non c’è un “salto di classe sociale verso l’alto” di masse significative di persone. voglio dire che la prosperità spinge-secondo me-le persone a sinistra, la riduzione delle risorse le spinge a destra.
    però poi obama vince nel 2008…insomma, trovare il sociologismo che risolve tutto è duro, anche se la tesi suddetta è quella che dà un senso agli ultimi decenni IMHO.

  20. Luca:

    Veramente, Francesco, le “previsioni” su quanto, e soprattutto come, la riforma inciderà sulla crescita della spesa pubblica in sanità è oggetto di discussione. Vedi ad es. questo articolo della cnn (http://money.cnn.com/2009/12/23/news/economy/health_care_bill_cost/index.htm?cnn=yes) dove si dice che gran parte della riduzione dipenderà da come verranno realmente applicate le indicazioni, e si cita come es. quello che è poi probabilmente stato ripreso su nfA, cioè tagli consistenti agli stipendi di operatori del settore. Quali e quanti? Le categorie saranno d’accordo? Boh, chissà.

    “The Senate bill could move the needle by 0.5% of GDP in CBO’s best-case scenario”. Una riduzione piccola ma significativa. Il worst-case scenario, non sappiamo.

    Nel frattempo, l’unica cosa certa è che nel breve periodo serviranno “an estimated $200 billion” in sussidi per le assicurazioni a chi non ha i mezzi.