Questo sito contribuisce alla audience di IlPost

Cambiamo discorso

La sostanziale inutilità del noioso rituale del discorso di fine anno del presidente della repubblica è tema dibattuto puntualmente, da qualche tempo, ogni ultimo dell’anno. Il problema non è tanto il suo ecumenismo: oggi, per dire, almeno due delle cinque forze politiche oggi presenti in parlamento hanno ragioni per ritenersi criticamente direttamente (e giustamente, secondo me) da alcuni passaggi del discorso di Napolitano. Il punto è che persino nel discorso di ieri, comunque lievemente migliore e più denso di quelli degli ultimi anni, la sensazione è quella di un testo quasi esclusivamente cerimoniale, all’interno del quale è affastellata una serie infinita di condivisibili auspici e desideri su qualsiasi argomento – probabilmente ogni argomento – della politica e della vita civile di un paese, e una serie altrettanto infinita di riferimenti più o meno espliciti a persone, associazioni, protagonisti più o meno visibili della nostra società, tanti al punto da far pensare che la citazione nel discorso dell’ultimo dell’anno sia diventato fine, piuttosto che mezzo. L’esempio più facile è quello del Papa, che non si capisce perché per un verso o per un altro debba essere obbligatoriamente citato e salutato ogni 31 dicembre. Ma ce ne sarebbero altri meno visibili e certamente meritori, nascosti tra le pieghe del discorso.

Questioni di cortesia e di rituali istituzionali, direte. Sarà. A me sembra che il discorso dell’ultimo dell’anno sia ormai una cerimonia stanca e vuota, e che un’occasione così importante e prestigiosa di visibilità e attenzione sia di fatto completamente sprecata. Davvero è essenziale che il 31 dicembre Napolitano dedichi tre scontatissime parole tre a tutti i problemi di questo paese, con l’unico obiettivo di far pensare che “si è ricordato anche di loro”? Lo riteniamo utile – anche pochissimissimo – alla risoluzione di quei problemi? Davvero è necessario il rituale saluto e ringraziamento e ricordo di questo e quello? Davvero serve, al mondo del volontariato, il fatto che ogni anno lo si citi da qualche parte in quella mezz’ora? A questo serve il discorso di fine anno? No, mi direte, infatti poi i giornali non fanno il titolo su queste cose bensì sulle affermazioni direttamente collegate all’attualità politica. Ma le parole di Napolitano sulle riforme hanno la minima speranza di muovere di un millimetro il dibattito politico sulle riforme? Un discorso presidenziale può aspirare a cambiare qualcosa che non siano soltanto i titoli dei siti internet dei quotidiani? Secondo me può e deve provarci. Poi magari la situazione è tale che non ci si riesce comunque, ma quello di ieri non può nemmeno essere considerato un tentativo: non ho mai capito davvero perché anche presidenti attivi e fattivi come Ciampi o lo stesso Napolitano abbiano sempre considerato il loro maggiore momento di visibilità e ascolto da parte del paese come un cerimoniale in cui recitare stancamente il copione dell’anno passato.

Il presidente della repubblica potrebbe rompere questo gioco delle parti senza snaturare il suo profilo e le sue competenze, ma cambiando lo strumento del discorso in sé. Non più un polpettone omnibus bensì un discorso a tema, finalizzato a fare una delle cose che i presidenti della repubblica hanno sempre legittimamente fatto, e a farla meglio: prendere un tema del dibattito politico, dedicarvi attenzione e visibilità, evidenziarne gli aspetti cruciali portandolo all’attenzione della società e della politica. Prenderlo dal settimo, ottavo posto dell’agenda politica e spostarlo al primo o al secondo.

Pensate all’impatto che avrebbe avuto sul dibattito pubblico – politico, giornalistico e sociale – un discorso atipico, in cui il presidente inizi dicendo che ha dedicato tutto l’anno a parlare di tutti i problemi del paese, in giro per le sue bellissime città e bla bla bla, e lo si perdonerà quindi se ha deciso di dedicare il discorso dell’ultimo dell’anno – importante politicamente e simbolicamente, tempo di bilanci e progetti – a una questione cruciale per il futuro del nostro paese. Il tema lo scelga lui: dalle giovani generazioni alle famiglie, dalla società multietnica alla criminalità organizzata, dalla situazione internazionale alla crisi economica. Si tratta di questioni di tali importanza e dimensioni da permettere di toccare diversi aspetti, e fare un discorso tutt’altro che verticale. Prendete la situazione delle giovani generazioni: si potrebbe parlare di scuola e di università, di economia e di tasse, di cultura e di sicurezza, di mezzi di comunicazione, di diritti civili, di ambiente, di mafia, di volontariato e di chissà quante altre cose ancora. In mezz’ora un appuntamento vuoto, inutile e polveroso si sarebbe trasformato in un momento di crescita civile per tutto il paese, che avrebbe imposto alla politica una discussione un minimo più articolata dei comunicati di apprezzamento dettati all’Ansa poco prima del cotechino e alla società una riflessione utile e necessaria.