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L’inciucio in cinque punti

Cose sparse sulla più noiosa questione politica che si poteva scegliere per concludere l’anno.

Primo.
A voler commentare le parole di D’Alema per quelle che sono state, e non per le varie dietrologie che ne sono seguite, io non ci ho trovato niente di manifestamente scandaloso. A D’Alema è stato chiesto come si concilia l’essere ritenuto l’ultimo dei comunisti ma anche colui che ha tradito il suo popolo – “facendo gli inciuci”, ha aggiunto provocatoriamente la giornalista. La risposta è stata una verità storica, cioè che i comunisti italiani si sono dovuti difendere in ogni epoca da questo tipo di accusa e che i compromessi non sono tutti uguali: alcuni servono.

Secondo.
Qui bisogna mettersi d’accordo su una cosa, che cercherò di spiegare come a un bambino di dieci anni. Una cosa sono i compromessi tra maggioranza e opposizione, gli accordi che si possono trovare su alcune materie fondamentali. Le famose “riforme condivise”, che tutti in teoria dovremmo auspicare: non solo perché la sinistra lo ha chiesto a gran voce tutte le volte che il centrodestra ha deciso di fare da solo, vedi nel caso del porcellum, ma anche perché fare le riforme insieme è l’unico modo per evitare che le leggi fondamentali dello stato vengano cambiate a ogni cambio di governo. Ora, certamente non tutti i compromessi sono buoni: nel momento in cui due parti mettono in discussione le loro posizioni di partenza nel tentativo di trovare un accordo su un terreno comune, il fatto che l’accordo si riveli un cattivo accordo è una delle possibilità. Altrettanto certamente, però, non tutti i compromessi sono cattivi. Anzi. La storia del mondo moderno è andata avanti a forza di compromessi: solo le dittature e gli imperi possono farne a meno, e manco sempre. Tante di queste volte, poi, l’oggetto del compromesso non è stato tanto la risoluzione definitiva di un problema (cosa che è complicato fare dall’oggi al domani con moltissime cose) bensì la riduzione del danno, altro potentissimo motore del progresso sociale e civile.

Terzo.
Tutto il casino di questi giorni probabilmente si deve solo all’utilizzo della parola “inciucio” e al fatto che D’Alema ha risposto a una provocazione con un’altra provocazione, dicendo non tanto che non tutti i compromessi sono “inciuci”, bensì che a volte gli “inciuci” servono. Non mi sembra comunque che il senso delle sue parole possa essere frainteso, anche perché lo stesso D’Alema ci è più volte tornato su, in questi giorni, per chi ha voluto leggerne. Mi sembra che spesso e volentieri un certo giornalismo e una certa letteratura si riferiscano con l’orribile parola “inciucio” non tanto a un compromesso al ribasso o inefficace, bensì a un complotto. L'”inciucio” non è incontrarsi a metà strada, bensì fare una di quelle cose all’italiana per cui si litiga in tv e poi la sera si va al ristorante, ci si mette d’accordo e tutto finisce a tarallucci e vino. Ora, se questa è la definizione di “inciucio”, direi che in questa circostanza possiamo sgombrare il nostro dibattito da questa parola radioattiva. D’Alema ha detto che certi compromessi sono utili, e che a certe condizioni un compromesso con Berlusconi potrebbe rivelarsi salvifico per il paese. È legittimo manifestare dissenso, anche profondo e radicale, da questa posizione politica, ma non è legittimo – a meno che non si abbiano delle prove, oltre alla solita sbobba dietrologa e populista – accusare D’Alema di voler fare pappa e ciccia con Berlusconi. La retorica dell'”inciucio”, quella per cui D’Alema e Berlusconi sarebbero da anni amici e fratelli e la Bicamerale è diventata una leggenda metropolitana, è figlia di alcuni dei mali peggiori della società italiana e della sua politica, oltre che della disinformazione: l’idea evocata sopra per cui tanto poi alla fine vanno a cena tutti insieme e si fanno delle gran risate, è tutto un magna magna, sono tutti uguali, a pensar male ci si azzecca e non sono mica nato ieri. Un’idea molto di destra, tra l’altro, che da anni trova cittadinanza a sinistra, con i risultati disastrosi che conosciamo.

Quarto.
C’è dell’ammirevole coraggio nel modo spregiudicato con cui D’Alema affronta di petto il manicheismo vuoto di cui sopra, il populismo di sinistra e il dipietrismo, specie se confrontato a come buona parte del resto della classe politica del Pd sia a questo completamente subalterno per paura o per opportunismo, come nel caso del mai così pessimo Veltroni. Però il problema esiste. Ignorarlo è meglio che esserne schiavi ma non è sufficiente a risolverlo. Oltre allo sberleffo e alla provocazione, da un politico come D’Alema mi aspetterei una soluzione concreta al problema della gigantesca egemonia culturale che quel pensiero che lui avventatamente definisce “azionista”, ma che è più corretto definire semplicemente populista, esercita da diversi anni nella sinistra italiana. Un piano, un’operazione verità, una sfida culturale. D’Alema e i suoi colleghi di partito hanno una grande responsabilità in tutto questo, che è quella di aver spesso cavalcato questi sentimenti – vedi il quinquennio 2001-2006 – per ricompattare la propria base davanti al comune nemico. L’ondata populista del 2007 dovrebbe aver reso chiaro a tutti che non funziona, e che andrebbe spiegato qualcosa a quelli che solidarizzano con Fini quando nel Pdl lo linciano chiamandolo “compagno Fini” e due secondi dopo in modo del tutto speculare linciano D’Alema per essere uscito dai ranghi, ammesso che questo abbia fatto. Non si può continuare ad aggirare questo problema: ho scritto in tempi non sospetti che Bersani, tra mille difetti che mi hanno fatto preferire Marino, era però il candidato più attrezzato ad affontare questa battaglia culturale. Dopo le regionali non si tiri indietro e lo faccia: il tempo c’è e non se ne può fare a meno.

Quinto.
Ma la proposta di D’Alema, allora? Da una parte mi trovo d’accordo con quanto scrive Corrado Truffi sul blog dei Mille: il Pd non ha bisogno di accreditarsi come partito riformista, né con il Pdl né con il paese. E d’altra parte si fa davvero difficoltà a immaginare che dal compromesso con questa maggioranza si possa tirar fuori qualcosa di buono. Il Pd fa bene a dirsi disponibile a confrontarsi in parlamento, com’è giusto e normale che sia, ma mi sembra che abbia ragione Napolitano e che purtroppo non esistano proprio le condizioni politiche perché si possa trovare un accordo dignitoso. Altra cosa sarebbe l’ipotesi di un vero do ut des: chiedere a Berlusconi di abbandonare il tragico ddl sul processo breve in cambio della promessa di un’opposizione più morbida davanti a un “lodo Alfano costituzionalizzato”, che protegga solo lui e le alte cariche dello stato. Prima di gridare il proprio schifatissimo no, infatti, sarebbe utile andare a dare una ripassata alle storie delle persone coinvolte nei processi Eternit, Parmalat, Cirio, Thyssen, per dirne alcuni. Mogli i cui mariti un giorno sono usciti di casa e sono arsi vivi. Nonne che hanno visto i loro fratelli, i loro figli e i loro nipoti ammalarsi di cancro e morire. Famiglie che di punto in bianco hanno perso ogni risparmio e sono finite sul lastrico, strozzate dai debiti, senza la possibilità di dare un futuro dignitoso ai propri figli. Salvare Berlusconi per salvare il loro diritto ad avere giustizia. Sì, è un ricatto sporco e ignobile. Ammesso che questa prospettiva si possa rivelare concreta, però, è bene rendersi conto che rifiutarla significa assumersi il peso e la responsabilità di una posizione estremamente dolorosa e complicata. Non è roba da slogan e battutine indignate.