Questo sito contribuisce alla audience di IlPost

La spirale della scemenza

Cancellati o momentaneamente disabilitati. Da questa mattina sono spariti dal web i gruppi Facebook nati nei giorni scorsi a favore o contro Massimo Tartaglia e per commentare l’aggressione al presidente del Consiglio. Non è servita alcuna legge speciale, alcuna telefonata, alcun intervento legislativo. Gli strumenti ci sono già: le regole per l’utilizzo del più popolare social network al mondo prevedono già la rimozione di contenuti pornografici o pubblicitari, di quelli con linguaggio e contenuti intolleranti o razzisti, degli appelli alla violenza. Ci vuole qualche ora, viste le centinaia di migliaia di gruppi che vengono creati ogni giorno. Ma il meccanismo funziona, e davvero non sembra che si rendano necessari dei giri di vite, che peraltro sarebbero anche piuttosto complicati da mettere in pratica.

Chiunque abbia una minima idea di cosa sia Facebook o un social network è a conoscenza del mondo di opinioni e iniziative che vi si possono trovare. Accanto a una quantità infinita di gruppi e discussioni completamente innocue, più o meno interessanti o divertenti, si trovano punti di vista smaccatamente critici su qualsiasi cosa, a volte espressi in modo sboccato e violento. Non esiste personaggio politico nazionale al quale non siano dedicate pagine di elogio sperticato e altre fortemente critiche. Nobili e a volte stucchevoli iniziative di solidarietà si accompagnano a opinioni contro questo e contro quello. Niente di molto diverso da quel che c’è fuori dalla rete, in una realtà ricca di bellezze e storture, di mediocrità, follie ed eccessi.

Va da sé quindi che anche la rete risenta della malattia che avvolge da tempo il dibattito pubblico, cioè il meccanismo per cui nella corsa ad avere l’ultima parola la strategia è sempre e soltanto la stessa: scendere un gradino più in basso. Questa sembra essere la vera emergenza: non la spirale della violenza, ma la spirale della scemenza. Davanti al gesto di uno «psicolabile», decine di migliaia di persone – perfettamente sane, loro – hanno deciso che era il caso di festeggiare e sfogare il loro compiacimento, nel mondo reale e immancabilmente anche in rete. Poteva il centrodestra farsi soffiare così la palma dell’idiozia? No, e infatti sono arrivate le dichiarazioni severe di chi ha minacciato di chiudere Facebook o ha addirittura proposto di abolire l’anonimato in rete (con una certa ignoranza, peraltro: i gruppi incriminati sono composti quasi esclusivamente da persone che si identificano con nomi e cognomi). Su Facebook qualcuno ha deciso di andare ancora oltre, e modificare le caratteristiche di alcune pagine così da far apparire fan di Berlusconi chi in realtà non lo è: la fabbrica della claque.

C’è sicuramente una riflessione da fare su come internet abbia cambiato il modo che le persone hanno di manifestare i propri pensieri. Oltre a tante trasformazioni positive, si registra una tendenza crescente alla rissa e alla provocazione gratuita. Gioca un qualche ruolo il senso di protezione e malinteso coraggio che infonde trovarsi dietro un monitor, nonché il progressivo colmarsi della distanza che un tempo separava il virtuale dal reale: codici e linguaggi una volta confinati negli stadi o sui muri trovano oggi in rete molto più spazio rispetto a qualche tempo fa. Per fare di questo una discussione sensata, però, servirebbe un salto di qualità da parte di due soggetti fondamentali nel racconto e nella percezione di quello che accade. Il primo è la politica, che non dovrebbe approfittare di un manipolo di scriteriati per promuovere provvedimenti paragonabili solo a quelli in vigore in stati come la Corea del Nord. Il secondo è il giornalismo, che dovrebbe resistere alla ghiotta tentazione dell’allarme e dello scandalo, evitando di trasformare in notizia qualsiasi idiozia venga scritta in rete o sui muri degli autogrill. Interrompere, una volta per tutte, la spirale della scemenza.

(per l’Unità)