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La Carta dei cento

Prendete la proverbiale approssimazione e diffidenza della politica italiana quando si tratta di legiferare in materia di internet. Aggiungete poi l’altrettanto proverbiale tendenza all’allarmismo e alla retorica del pericolo che viene dal web, siano questi i gruppi razzisti su Facebook o gli hacker in agguato. Considerate quindi gli effetti di questi due fenomeni in un clima come quello immediatamente successivo alle stragi di Al Qaida a Londra e Madrid, e quello che otterrete è una legislazione sull’accesso alla rete che rende l’Italia – tanto per cambiare, si direbbe – un caso unico nel mondo occidentale.

A causa del decreto Pisanu del 2005, infatti, qualsiasi soggetto fornisca al pubblico un accesso a internet (una biblioteca, un internet point ma anche un privato cittadino) è obbligato a registrarsi in questura come fornitore del servizio e richiedere un documento di riconoscimento a ogni utente che accede alla rete. Una norma che di fatto uccide la diffusione delle connessioni wireless, sia dal punto di vista dell’offerta del servizio che da quello della sua domanda. Inutile stupirsi della scarsissima presenza di hot spot in Italia, se per condividere la propria connessione legalmente bisogna registrarsi in questura. Inoltre, se non ci si può collegare a internet senza consegnare un documento a un ufficio, svanisce la possibilità di fare quello che invece è possibile fare in qualsiasi altra città europea: collegarsi a internet da qualsiasi posto, col proprio portatile o col proprio cellulare, utilizzando una delle tantissime reti che si trovano in giro per le strade, siano queste gratuite o a pagamento.

Secondo il decreto Pisanu questa norma sarebbe dovuta decadere nel 2007, ma negli ultimi anni il balzello è finito nel decreto Milleproroghe – altra anomalia che meriterebbe un capitolo a sé – ed è stata quindi rinnovata per due volte, prima dal governo Prodi e poi dal governo Berlusconi. Oggi, a quattro anni e mezzo dall’entrata in vigore della norma, si può certamente stilare un bilancio degli effetti di una misura severa al punto da non trovare paragoni nemmeno nelle restrizioni delle libertà personali introdotte dall’amministrazione Bush negli Stati Uniti subito dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre.

L’argomento più facile sarebbe proprio collegato alla politica antiterrorismo: non risultano casi di attentati evitati grazie a questa norma. Si tratta in realtà di un argomento scivoloso: i terroristi usano internet così come usano i telefoni pubblici e i tram, e questa non è certamente una ragione sufficiente ad abolire i tram o prevedere l’obbligo di fornire un documento a tutti quelli che vogliono usare un telefono pubblico. Difatti, l’unico effetto concreto che ha avuto questa norma è stato strozzare lo sviluppo di un mercato che è cresciuto moltissimo nel resto del mondo, sia nella sua versione profit (le società che piazzano hot spot in giro per la città, a cui è possibile collegarsi rapidamente attraverso dei micropagamenti), sia nella sua versione no profit (vedi il progetto Fon e tutte le altre iniziative di condivisione gratuita della propria connessione internet).

Mentre il parlamento si appresta nuovamente a discutere e approvare il decreto Milleproroghe, però, qualcosa si sta muovendo. Un centinaio di dirigenti d’azienda, giornalisti, blogger, politici, giuristi e docenti universitari hanno sottoscritto una carta – la Carta dei Cento – che chiede appunto di rivedere questa norma. «Non a caso», si legge nell’appello, «l’Italia ha 4,806 accessi WiFi mentre in Francia ce ne sono cinque volte di più. Questa legge ha assestato un colpo durissimo alle potenzialità di crescita tecnologica e culturale di un paese già in ritardo su tutti gli indici internazionali della connettività a Internet. Nel mondo la Rete si apre sempre di più, grazie alle tecnologie wireless e ai tanti punti di accesso condivisi liberamente da privati, da istituzioni e da locali pubblici: in Italia invece abbiamo imposto lucchetti e procedure artificiali, contrarie alla sua immediatezza ed efficacia e onerose anche da un punto di vista economico. Questa politica rappresenta una limitazione nei fatti al diritto dei cittadini all’accesso alla Rete e un ostacolo per la crescita civile, democratica, scientifica ed economica del nostro Paese». L’appello sarà inviato sia al presidente del consiglio che ai presidenti dei gruppi parlamentari, nella speranza che possa servire a evitare una nuova proroga dell’ennesima decisione miope e autolesionista della classe politica italiana.

(per l’Unità)

3 commenti

  1. Stefano Cardiel:

    Tutto ciò è molto vero ma anche molto teorico: un giro in macchina in qualsiasi grande città dimostra quante siano le reti senza fili non protette a cui chiunque può accedere senza nemmeno farsi vedere dal legittimo intestatario della connessione.

  2. Ipazia Sognatrice:

    ‘i terroristi usano internet così come usano i telefoni pubblici e i tram’

    Vedrai che fra un po’ proibiranno il tram ai musulmani, così, per non sbagliare… E telefoni pubblici, intesi come cabine, sono spariti da un po’…

  3. Marco:

    Bisognerebbe fare in questo modo:
    -i fornitori di servizi invece di dover richiedere un documento devono fornire una password di accesso diversa per ogni utente.
    -Ogni singolo utente può ricevere la password di accesso mandando un sms dal proprio cellulare. La sim è registrata…